True
2021-11-12
Ora Lukashenko ci ricatta con il gas. E i papaveri Ue si spaccano sul muro
Alexander Lukashenko (Getty Images)
La crisi migratoria in atto tra Minsk e Bruxelles si sta facendo sempre più grave. Ieri, il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha infatti minacciato di tagliare le forniture di gas all'Ue in risposta alle nuove sanzioni con cui le alte sfere europee intendono colpire la Bielorussia.
«Riforniamo l'Europa con il calore, eppure minacciano di chiudere il confine. E se chiudessimo il gas naturale lì? Pertanto, consiglierei alla leadership polacca, ai lituani e ad altri individui con la testa vuota di pensare prima di parlare», ha tuonato Lukashenko, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe, che attraversa Russia, Bielorussia e Polonia, per arrivare infine alla stazione di compressione di Mallnow (in Germania). «Non dovremmo fermarci davanti a nulla per proteggere la nostra sovranità e indipendenza», ha proseguito il presidente bielorusso. Tali dichiarazioni, neanche a dirlo, hanno determinato ieri un incremento del prezzo del gas. Tutto questo, mentre - come sottolineato da Bloomberg News - circa il 20% dei flussi di gas russo diretti quest'anno verso l'Unione europea ha attraversato il territorio bielorusso, principalmente proprio tramite il gasdotto Yamal-Europe. Tra l'altro, le parole di Lukashenko sono arrivate mentre si registravano ulteriori problemi nella fornitura di gas proveniente dalla Norvegia. Parole che tuttavia, secondo la leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya, celerebbero in realtà un bluff.
Ricordiamo che, da lunedì scorso, ingenti flussi migratori stiano premendo dalla Bielorussia sui confini dell'Unione europea: l'altro ieri, alcuni migranti sono tra l'altro riusciti a sfondare le recinzioni difensive e ad entrare in territorio polacco, dove sono stati arrestati dai locali agenti di frontiera. Secondo Varsavia e Bruxelles tale crisi sarebbe stata strumentalmente creata dallo stesso Lukashenko (d'intesa col suo stretto alleato, Vladimir Putin) in risposta alle sanzioni che erano state imposte dall'Ue a Minsk nei mesi scorsi per violazione dei diritti umani. Sebbene Russia e Bielorussia abbiano respinto queste accuse, Deutsche Welle ha recentemente riferito di un sistema internazionale di traffico migratorio, messo appositamente in atto da Lukashenko con lo scopo di mettere l'Ue sotto pressione. Tra l'altro, il Cremlino continua a rivelarsi un attore centrale in questa crisi. Stando al Financial Times, Mosca ha inviato ieri per il secondo giorno consecutivo dei bombardieri con capacità nucleare nello spazio aereo bielorusso. Tutto questo, mentre - sempre ieri - Putin ha avuto una nuova telefonata con il cancelliere tedesco, Angela Merkel: nell'occasione, il presidente russo ha auspicato un «ripristino dei contatti» tra Bielorussia e Ue.
È in questo complicato quadro che Bruxelles sta mettendo a punto delle nuove sanzioni. «Molto rapidamente all'inizio della prossima settimana ci sarà un ampliamento delle sanzioni contro la Bielorussia», ha dichiarato l'altro ieri il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si era confrontata sul tema anche con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In particolare, l'Ue punta a mettere nel mirino alcune decine di funzionari ed entità bielorussi, tra cui il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, e la compagnia aerea Belavia. In riferimento poi alle minacce sul gas, è intervenuto il commissario europeo per gli affari economici, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato: «Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko». Sta inoltre facendo discutere la recente apertura del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al finanziamento di muri difensivi alle frontiere: ieri, la Commissione europea ha a tal proposito fatto sapere che la decisione di non sovvenzionare tali barriere «non è una posizione giuridica, ma una posizione politica che la Commissione europea ha assunto da tempo insieme al Parlamento europeo».
I ministri della Difesa dei Paesi baltici hanno frattanto emesso un comunicato congiunto, in cui si condanna «inequivocabilmente la deliberata escalation dell'attacco ibrido in corso da parte del regime bielorusso» e si chiede anche un «sostegno pratico da parte dell'Ue per rafforzare la sicurezza delle sue frontiere esterne». Sempre ieri, in occasione della festa dell'indipendenza della Polonia, il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha affermato in un comunicato che Varsavia sia il bersaglio di «una guerra di nuovo tipo»: tutto questo, mentre - nella notte precedente - si erano registrati 468 tentativi di attraversamento della frontiera polacca.
Nel frattempo, il ministro dell'Interno ucraino, Denys Monastyrskiy, ha annunciato il dispiegamento di altri 8.500 soldati e 15 elicotteri per presidiare la frontiera con la Bielorussia. Secondo Reuters, Kiev temerebbe infatti che Minsk possa spingere flussi migratori anche verso i suoi confini. Ricordiamo che, appena lunedì scorso, Ucraina e Polonia avessero ribadito la loro storica avversione al Nord Stream 2: gasdotto, di contro, fortemente auspicato proprio dalla Russia.
Ma l’eurotenaglia stringe Varsavia
Non si arresta la pressione europea sulla Polonia. Ieri, l'Europarlamento ha condannato le restrizioni all'interruzione di gravidanza vigenti nel Paese: la risoluzione è passata con 373 voti a favore, 124 contrari e 55 astenuti. Ricordiamo che, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, in Polonia l'aborto è consentito solo nei casi di stupro, incesto o rischio per la salute della donna: una situazione, questa, finita nel mirino dell'Europarlamento che, al di là della condanna, ha chiesto a Varsavia di rimuovere ogni restrizione, parlando poi di «politicizzazione della magistratura polacca e del collasso sistemico dello Stato di diritto in Polonia». Nel documento si fa inoltre riferimento al recente caso di una giovane donna incinta, morta di sepsi a Pszczyna: una morte che, secondo i suoi famigliari, sarebbe stata di fatto determinata dalla legge sull'aborto vigente nel Paese.
Quello con l'Europarlamento, a ben vedere, si configura come l'ennesimo scontro tra Varsavia e le istituzioni europee. A fine ottobre, la Corte di giustizia europea aveva infatti inflitto alla Polonia una multa da un milione di euro al giorno, visto che il Paese non aveva ancora sospeso la camera disciplinare della propria Corte suprema: quella camera disciplinare che, secondo la Commissione europea, infrangerebbe l'indipendenza del potere giudiziario polacco, rappresentando conseguentemente una violazione dello Stato di diritto. Non solo: anche a settembre la Corte di giustizia europea aveva inflitto un'ammenda a Varsavia di 500.000 euro al giorno, dal momento che la Polonia non aveva ancora proceduto con la chiusura della miniera di Turow. Tutto questo, senza dimenticare le dure critiche arrivate da Bruxelles, lo scorso ottobre, alla sentenza della corte suprema polacca, secondo cui alcuni regolamenti europei non risulterebbero compatibili con la carta fondamentale del Paese, oltre al fuoco di fila contro le presunte restrizioni contro gli omosessuali.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Le istituzioni europee continuano le loro pesanti pressioni su Varsavia, in una sorta di manovra a tenaglia. La domanda da porsi è tuttavia se, dal punto di vista geopolitico, l'approccio duro di Bruxelles possa rivelarsi realmente positivo. Innanzitutto ricordiamo che, allo stato attuale, la Polonia si sta trovando a fronteggiare una grave crisi migratoria ai suoi confini orientali, innescata dalla Bielorussia: un problema non soltanto polacco, ma anche europeo. Ebbene, ha realmente senso, soprattutto in un momento come questo, caricare Varsavia di ulteriore pressione politica? In particolare quando è l'intera Ue a dover affrontare - principalmente tramite la stessa Polonia - le azioni ostili di Minsk? Non sarebbe forse più saggio che le istituzioni europee mirassero a incrementare la compattezza?
In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico anche più generale, che prescinde dalla crisi migratoria in atto ad Est. L'approccio così severo delle istituzioni europee rischia infatti di spingere alcuni Stati membri sempre più tra le braccia della Cina. Una situazione che, negli ultimi anni, si è già in parte concretizzata -seppure per ragioni differenti - con l'Ungheria e la Grecia. Ma che un domani potrebbe riguardare anche la Polonia. Certo: è pur vero che Varsavia sposi un atteggiamento guardingo nei confronti di Pechino. Ma è altrettanto vero che, negli ultimi tempi, i suoi rapporti con il Dragone si siano relativamente consolidati. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso. Le istituzioni europee difettano di approccio geopolitico.
Continua a leggereRiduci
L'autocrate bielorusso usa i migranti come arma di pressione e alza il tiro: «Se vi tagliassimo le forniture?» Mentre continua la diplomazia a due Putin-Merkel, la Commissione smentisce Michel sul blocco dei confini.Polonia: nel pieno dell'escalation il Parlamento europeo condanna la legge che fissa paletti all'aborto. È solo l'ultima ingerenza sullo Stato sovrano dopo quelle su giustizia e diritti umani.Lo speciale contiene due articoli.La crisi migratoria in atto tra Minsk e Bruxelles si sta facendo sempre più grave. Ieri, il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha infatti minacciato di tagliare le forniture di gas all'Ue in risposta alle nuove sanzioni con cui le alte sfere europee intendono colpire la Bielorussia. «Riforniamo l'Europa con il calore, eppure minacciano di chiudere il confine. E se chiudessimo il gas naturale lì? Pertanto, consiglierei alla leadership polacca, ai lituani e ad altri individui con la testa vuota di pensare prima di parlare», ha tuonato Lukashenko, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe, che attraversa Russia, Bielorussia e Polonia, per arrivare infine alla stazione di compressione di Mallnow (in Germania). «Non dovremmo fermarci davanti a nulla per proteggere la nostra sovranità e indipendenza», ha proseguito il presidente bielorusso. Tali dichiarazioni, neanche a dirlo, hanno determinato ieri un incremento del prezzo del gas. Tutto questo, mentre - come sottolineato da Bloomberg News - circa il 20% dei flussi di gas russo diretti quest'anno verso l'Unione europea ha attraversato il territorio bielorusso, principalmente proprio tramite il gasdotto Yamal-Europe. Tra l'altro, le parole di Lukashenko sono arrivate mentre si registravano ulteriori problemi nella fornitura di gas proveniente dalla Norvegia. Parole che tuttavia, secondo la leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya, celerebbero in realtà un bluff. Ricordiamo che, da lunedì scorso, ingenti flussi migratori stiano premendo dalla Bielorussia sui confini dell'Unione europea: l'altro ieri, alcuni migranti sono tra l'altro riusciti a sfondare le recinzioni difensive e ad entrare in territorio polacco, dove sono stati arrestati dai locali agenti di frontiera. Secondo Varsavia e Bruxelles tale crisi sarebbe stata strumentalmente creata dallo stesso Lukashenko (d'intesa col suo stretto alleato, Vladimir Putin) in risposta alle sanzioni che erano state imposte dall'Ue a Minsk nei mesi scorsi per violazione dei diritti umani. Sebbene Russia e Bielorussia abbiano respinto queste accuse, Deutsche Welle ha recentemente riferito di un sistema internazionale di traffico migratorio, messo appositamente in atto da Lukashenko con lo scopo di mettere l'Ue sotto pressione. Tra l'altro, il Cremlino continua a rivelarsi un attore centrale in questa crisi. Stando al Financial Times, Mosca ha inviato ieri per il secondo giorno consecutivo dei bombardieri con capacità nucleare nello spazio aereo bielorusso. Tutto questo, mentre - sempre ieri - Putin ha avuto una nuova telefonata con il cancelliere tedesco, Angela Merkel: nell'occasione, il presidente russo ha auspicato un «ripristino dei contatti» tra Bielorussia e Ue. È in questo complicato quadro che Bruxelles sta mettendo a punto delle nuove sanzioni. «Molto rapidamente all'inizio della prossima settimana ci sarà un ampliamento delle sanzioni contro la Bielorussia», ha dichiarato l'altro ieri il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si era confrontata sul tema anche con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In particolare, l'Ue punta a mettere nel mirino alcune decine di funzionari ed entità bielorussi, tra cui il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, e la compagnia aerea Belavia. In riferimento poi alle minacce sul gas, è intervenuto il commissario europeo per gli affari economici, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato: «Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko». Sta inoltre facendo discutere la recente apertura del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al finanziamento di muri difensivi alle frontiere: ieri, la Commissione europea ha a tal proposito fatto sapere che la decisione di non sovvenzionare tali barriere «non è una posizione giuridica, ma una posizione politica che la Commissione europea ha assunto da tempo insieme al Parlamento europeo». I ministri della Difesa dei Paesi baltici hanno frattanto emesso un comunicato congiunto, in cui si condanna «inequivocabilmente la deliberata escalation dell'attacco ibrido in corso da parte del regime bielorusso» e si chiede anche un «sostegno pratico da parte dell'Ue per rafforzare la sicurezza delle sue frontiere esterne». Sempre ieri, in occasione della festa dell'indipendenza della Polonia, il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha affermato in un comunicato che Varsavia sia il bersaglio di «una guerra di nuovo tipo»: tutto questo, mentre - nella notte precedente - si erano registrati 468 tentativi di attraversamento della frontiera polacca. Nel frattempo, il ministro dell'Interno ucraino, Denys Monastyrskiy, ha annunciato il dispiegamento di altri 8.500 soldati e 15 elicotteri per presidiare la frontiera con la Bielorussia. Secondo Reuters, Kiev temerebbe infatti che Minsk possa spingere flussi migratori anche verso i suoi confini. Ricordiamo che, appena lunedì scorso, Ucraina e Polonia avessero ribadito la loro storica avversione al Nord Stream 2: gasdotto, di contro, fortemente auspicato proprio dalla Russia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lukashenko-gas-europa-2655541418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-leurotenaglia-stringe-varsavia" data-post-id="2655541418" data-published-at="1636715474" data-use-pagination="False"> Ma l’eurotenaglia stringe Varsavia Non si arresta la pressione europea sulla Polonia. Ieri, l'Europarlamento ha condannato le restrizioni all'interruzione di gravidanza vigenti nel Paese: la risoluzione è passata con 373 voti a favore, 124 contrari e 55 astenuti. Ricordiamo che, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, in Polonia l'aborto è consentito solo nei casi di stupro, incesto o rischio per la salute della donna: una situazione, questa, finita nel mirino dell'Europarlamento che, al di là della condanna, ha chiesto a Varsavia di rimuovere ogni restrizione, parlando poi di «politicizzazione della magistratura polacca e del collasso sistemico dello Stato di diritto in Polonia». Nel documento si fa inoltre riferimento al recente caso di una giovane donna incinta, morta di sepsi a Pszczyna: una morte che, secondo i suoi famigliari, sarebbe stata di fatto determinata dalla legge sull'aborto vigente nel Paese. Quello con l'Europarlamento, a ben vedere, si configura come l'ennesimo scontro tra Varsavia e le istituzioni europee. A fine ottobre, la Corte di giustizia europea aveva infatti inflitto alla Polonia una multa da un milione di euro al giorno, visto che il Paese non aveva ancora sospeso la camera disciplinare della propria Corte suprema: quella camera disciplinare che, secondo la Commissione europea, infrangerebbe l'indipendenza del potere giudiziario polacco, rappresentando conseguentemente una violazione dello Stato di diritto. Non solo: anche a settembre la Corte di giustizia europea aveva inflitto un'ammenda a Varsavia di 500.000 euro al giorno, dal momento che la Polonia non aveva ancora proceduto con la chiusura della miniera di Turow. Tutto questo, senza dimenticare le dure critiche arrivate da Bruxelles, lo scorso ottobre, alla sentenza della corte suprema polacca, secondo cui alcuni regolamenti europei non risulterebbero compatibili con la carta fondamentale del Paese, oltre al fuoco di fila contro le presunte restrizioni contro gli omosessuali. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Le istituzioni europee continuano le loro pesanti pressioni su Varsavia, in una sorta di manovra a tenaglia. La domanda da porsi è tuttavia se, dal punto di vista geopolitico, l'approccio duro di Bruxelles possa rivelarsi realmente positivo. Innanzitutto ricordiamo che, allo stato attuale, la Polonia si sta trovando a fronteggiare una grave crisi migratoria ai suoi confini orientali, innescata dalla Bielorussia: un problema non soltanto polacco, ma anche europeo. Ebbene, ha realmente senso, soprattutto in un momento come questo, caricare Varsavia di ulteriore pressione politica? In particolare quando è l'intera Ue a dover affrontare - principalmente tramite la stessa Polonia - le azioni ostili di Minsk? Non sarebbe forse più saggio che le istituzioni europee mirassero a incrementare la compattezza? In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico anche più generale, che prescinde dalla crisi migratoria in atto ad Est. L'approccio così severo delle istituzioni europee rischia infatti di spingere alcuni Stati membri sempre più tra le braccia della Cina. Una situazione che, negli ultimi anni, si è già in parte concretizzata -seppure per ragioni differenti - con l'Ungheria e la Grecia. Ma che un domani potrebbe riguardare anche la Polonia. Certo: è pur vero che Varsavia sposi un atteggiamento guardingo nei confronti di Pechino. Ma è altrettanto vero che, negli ultimi tempi, i suoi rapporti con il Dragone si siano relativamente consolidati. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso. Le istituzioni europee difettano di approccio geopolitico.
Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Secondo il ministero degli Esteri, i bombardamenti hanno preso di mira infrastrutture radar e altre installazioni militari.
Gli Stati Uniti sostengono, invece, di aver agito per motivi difensivi. Il Comando centrale americano ha spiegato di aver colpito postazioni radar nell’area di Goruk e sull’isola di Qeshm per prevenire possibili attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, dove a maggio oltre 100 navi sono passate sotto la protezione degli Usa.
Washington ha inoltre dichiarato di aver abbattuto quattro droni iraniani considerati una minaccia immediata per la navigazione. La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. I pasdaran hanno annunciato attacchi contro «basi nemiche» nella regione del Golfo, provocando l’attivazione degli allarmi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari Usa. Il Kuwait ha riferito di aver intercettato missili e droni e ha denunciato la caduta di un velivolo senza pilota nei pressi del proprio aeroporto internazionale, attribuendo l’episodio all’Iran.
Sul piano politico, Donald Trump ha sostenuto che le operazioni americane abbiano ridotto significativamente le capacità militari iraniane e che Teheran possiede ancora tra il 21 e il 22% del proprio arsenale missilistico e che numerose infrastrutture per il lancio di droni e la produzione di missili sarebbero state distrutte. Trump avrebbe informato i mediatori che i colloqui non devono durare più di 60 giorni e che Teheran deve rispondere rapidamente. Lo riferisce Al Arabiya, secondo cui sono stati compiuti progressi sulla questione dei beni congelati, ma restano divergenze sull’ammontare e sulle tempistiche del loro sblocco. Secondo l’Iran, una possibile intesa dipende dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Lo ha dichiarato alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Sul dossier nucleare restano forti tensioni tra l’Iran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha accusato l’Aiea di utilizzare le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani per alimentare dubbi sul programma atomico di Teheran.
In questo contesto continua a deteriorarsi la situazione sul fronte libanese, dove ieri Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per alcune aree del Libano meridionale, mentre Hezbollah ha continuato a lanciare droni contro obiettivi militari e comunità israeliane lungo il confine settentrionale. L’esercito di Beirut ha denunciato un attacco israeliano nel Libano meridionale che ha provocato la morte di un generale di brigata, di un capitano e di un soldato.
Secondo le autorità libanesi, il raid ha colpito un veicolo militare lungo la strada che collega Nabatieh e Marjayoun. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato l’operazione, sostenendo che il mezzo si muovesse in modo sospetto all’interno di un’area di combattimento attiva.
Israele ha spiegato che le proprie truppe erano in stato di massima allerta dopo segnalazioni di intelligence relative a possibili attacchi di Hezbollah e alla presenza di miliziani nella zona. Il New York Times afferma che l’esercito israeliano avrebbe utilizzato munizioni al fosforo bianco in diverse aree abitate del Libano durante il conflitto con Hezbollah, citando foto e video verificati.
Il fosforo bianco, impiegato per creare cortine fumogene o incendi, è legale in ambito militare, ma il suo utilizzo contro civili o in zone densamente popolate può violare il diritto internazionale. Israele respinge le accuse e sostiene che le proprie procedure ne vietano l’impiego nelle aree abitate, salvo eccezioni conformi alle norme internazionali.
Continua a leggereRiduci
Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
Continua a leggereRiduci
Scorte di greggio USA sotto pressione. Aggirare Hormuz si può (alla lunga). Transiti protetti nell’ombra. Arriva il ferro di Simandou. Data center contro bollette.