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2021-11-12
Ora Lukashenko ci ricatta con il gas. E i papaveri Ue si spaccano sul muro
Alexander Lukashenko (Getty Images)
La crisi migratoria in atto tra Minsk e Bruxelles si sta facendo sempre più grave. Ieri, il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha infatti minacciato di tagliare le forniture di gas all'Ue in risposta alle nuove sanzioni con cui le alte sfere europee intendono colpire la Bielorussia.
«Riforniamo l'Europa con il calore, eppure minacciano di chiudere il confine. E se chiudessimo il gas naturale lì? Pertanto, consiglierei alla leadership polacca, ai lituani e ad altri individui con la testa vuota di pensare prima di parlare», ha tuonato Lukashenko, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe, che attraversa Russia, Bielorussia e Polonia, per arrivare infine alla stazione di compressione di Mallnow (in Germania). «Non dovremmo fermarci davanti a nulla per proteggere la nostra sovranità e indipendenza», ha proseguito il presidente bielorusso. Tali dichiarazioni, neanche a dirlo, hanno determinato ieri un incremento del prezzo del gas. Tutto questo, mentre - come sottolineato da Bloomberg News - circa il 20% dei flussi di gas russo diretti quest'anno verso l'Unione europea ha attraversato il territorio bielorusso, principalmente proprio tramite il gasdotto Yamal-Europe. Tra l'altro, le parole di Lukashenko sono arrivate mentre si registravano ulteriori problemi nella fornitura di gas proveniente dalla Norvegia. Parole che tuttavia, secondo la leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya, celerebbero in realtà un bluff.
Ricordiamo che, da lunedì scorso, ingenti flussi migratori stiano premendo dalla Bielorussia sui confini dell'Unione europea: l'altro ieri, alcuni migranti sono tra l'altro riusciti a sfondare le recinzioni difensive e ad entrare in territorio polacco, dove sono stati arrestati dai locali agenti di frontiera. Secondo Varsavia e Bruxelles tale crisi sarebbe stata strumentalmente creata dallo stesso Lukashenko (d'intesa col suo stretto alleato, Vladimir Putin) in risposta alle sanzioni che erano state imposte dall'Ue a Minsk nei mesi scorsi per violazione dei diritti umani. Sebbene Russia e Bielorussia abbiano respinto queste accuse, Deutsche Welle ha recentemente riferito di un sistema internazionale di traffico migratorio, messo appositamente in atto da Lukashenko con lo scopo di mettere l'Ue sotto pressione. Tra l'altro, il Cremlino continua a rivelarsi un attore centrale in questa crisi. Stando al Financial Times, Mosca ha inviato ieri per il secondo giorno consecutivo dei bombardieri con capacità nucleare nello spazio aereo bielorusso. Tutto questo, mentre - sempre ieri - Putin ha avuto una nuova telefonata con il cancelliere tedesco, Angela Merkel: nell'occasione, il presidente russo ha auspicato un «ripristino dei contatti» tra Bielorussia e Ue.
È in questo complicato quadro che Bruxelles sta mettendo a punto delle nuove sanzioni. «Molto rapidamente all'inizio della prossima settimana ci sarà un ampliamento delle sanzioni contro la Bielorussia», ha dichiarato l'altro ieri il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si era confrontata sul tema anche con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In particolare, l'Ue punta a mettere nel mirino alcune decine di funzionari ed entità bielorussi, tra cui il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, e la compagnia aerea Belavia. In riferimento poi alle minacce sul gas, è intervenuto il commissario europeo per gli affari economici, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato: «Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko». Sta inoltre facendo discutere la recente apertura del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al finanziamento di muri difensivi alle frontiere: ieri, la Commissione europea ha a tal proposito fatto sapere che la decisione di non sovvenzionare tali barriere «non è una posizione giuridica, ma una posizione politica che la Commissione europea ha assunto da tempo insieme al Parlamento europeo».
I ministri della Difesa dei Paesi baltici hanno frattanto emesso un comunicato congiunto, in cui si condanna «inequivocabilmente la deliberata escalation dell'attacco ibrido in corso da parte del regime bielorusso» e si chiede anche un «sostegno pratico da parte dell'Ue per rafforzare la sicurezza delle sue frontiere esterne». Sempre ieri, in occasione della festa dell'indipendenza della Polonia, il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha affermato in un comunicato che Varsavia sia il bersaglio di «una guerra di nuovo tipo»: tutto questo, mentre - nella notte precedente - si erano registrati 468 tentativi di attraversamento della frontiera polacca.
Nel frattempo, il ministro dell'Interno ucraino, Denys Monastyrskiy, ha annunciato il dispiegamento di altri 8.500 soldati e 15 elicotteri per presidiare la frontiera con la Bielorussia. Secondo Reuters, Kiev temerebbe infatti che Minsk possa spingere flussi migratori anche verso i suoi confini. Ricordiamo che, appena lunedì scorso, Ucraina e Polonia avessero ribadito la loro storica avversione al Nord Stream 2: gasdotto, di contro, fortemente auspicato proprio dalla Russia.
Ma l’eurotenaglia stringe Varsavia
Non si arresta la pressione europea sulla Polonia. Ieri, l'Europarlamento ha condannato le restrizioni all'interruzione di gravidanza vigenti nel Paese: la risoluzione è passata con 373 voti a favore, 124 contrari e 55 astenuti. Ricordiamo che, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, in Polonia l'aborto è consentito solo nei casi di stupro, incesto o rischio per la salute della donna: una situazione, questa, finita nel mirino dell'Europarlamento che, al di là della condanna, ha chiesto a Varsavia di rimuovere ogni restrizione, parlando poi di «politicizzazione della magistratura polacca e del collasso sistemico dello Stato di diritto in Polonia». Nel documento si fa inoltre riferimento al recente caso di una giovane donna incinta, morta di sepsi a Pszczyna: una morte che, secondo i suoi famigliari, sarebbe stata di fatto determinata dalla legge sull'aborto vigente nel Paese.
Quello con l'Europarlamento, a ben vedere, si configura come l'ennesimo scontro tra Varsavia e le istituzioni europee. A fine ottobre, la Corte di giustizia europea aveva infatti inflitto alla Polonia una multa da un milione di euro al giorno, visto che il Paese non aveva ancora sospeso la camera disciplinare della propria Corte suprema: quella camera disciplinare che, secondo la Commissione europea, infrangerebbe l'indipendenza del potere giudiziario polacco, rappresentando conseguentemente una violazione dello Stato di diritto. Non solo: anche a settembre la Corte di giustizia europea aveva inflitto un'ammenda a Varsavia di 500.000 euro al giorno, dal momento che la Polonia non aveva ancora proceduto con la chiusura della miniera di Turow. Tutto questo, senza dimenticare le dure critiche arrivate da Bruxelles, lo scorso ottobre, alla sentenza della corte suprema polacca, secondo cui alcuni regolamenti europei non risulterebbero compatibili con la carta fondamentale del Paese, oltre al fuoco di fila contro le presunte restrizioni contro gli omosessuali.
Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Le istituzioni europee continuano le loro pesanti pressioni su Varsavia, in una sorta di manovra a tenaglia. La domanda da porsi è tuttavia se, dal punto di vista geopolitico, l'approccio duro di Bruxelles possa rivelarsi realmente positivo. Innanzitutto ricordiamo che, allo stato attuale, la Polonia si sta trovando a fronteggiare una grave crisi migratoria ai suoi confini orientali, innescata dalla Bielorussia: un problema non soltanto polacco, ma anche europeo. Ebbene, ha realmente senso, soprattutto in un momento come questo, caricare Varsavia di ulteriore pressione politica? In particolare quando è l'intera Ue a dover affrontare - principalmente tramite la stessa Polonia - le azioni ostili di Minsk? Non sarebbe forse più saggio che le istituzioni europee mirassero a incrementare la compattezza?
In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico anche più generale, che prescinde dalla crisi migratoria in atto ad Est. L'approccio così severo delle istituzioni europee rischia infatti di spingere alcuni Stati membri sempre più tra le braccia della Cina. Una situazione che, negli ultimi anni, si è già in parte concretizzata -seppure per ragioni differenti - con l'Ungheria e la Grecia. Ma che un domani potrebbe riguardare anche la Polonia. Certo: è pur vero che Varsavia sposi un atteggiamento guardingo nei confronti di Pechino. Ma è altrettanto vero che, negli ultimi tempi, i suoi rapporti con il Dragone si siano relativamente consolidati. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso. Le istituzioni europee difettano di approccio geopolitico.
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L'autocrate bielorusso usa i migranti come arma di pressione e alza il tiro: «Se vi tagliassimo le forniture?» Mentre continua la diplomazia a due Putin-Merkel, la Commissione smentisce Michel sul blocco dei confini.Polonia: nel pieno dell'escalation il Parlamento europeo condanna la legge che fissa paletti all'aborto. È solo l'ultima ingerenza sullo Stato sovrano dopo quelle su giustizia e diritti umani.Lo speciale contiene due articoli.La crisi migratoria in atto tra Minsk e Bruxelles si sta facendo sempre più grave. Ieri, il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha infatti minacciato di tagliare le forniture di gas all'Ue in risposta alle nuove sanzioni con cui le alte sfere europee intendono colpire la Bielorussia. «Riforniamo l'Europa con il calore, eppure minacciano di chiudere il confine. E se chiudessimo il gas naturale lì? Pertanto, consiglierei alla leadership polacca, ai lituani e ad altri individui con la testa vuota di pensare prima di parlare», ha tuonato Lukashenko, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe, che attraversa Russia, Bielorussia e Polonia, per arrivare infine alla stazione di compressione di Mallnow (in Germania). «Non dovremmo fermarci davanti a nulla per proteggere la nostra sovranità e indipendenza», ha proseguito il presidente bielorusso. Tali dichiarazioni, neanche a dirlo, hanno determinato ieri un incremento del prezzo del gas. Tutto questo, mentre - come sottolineato da Bloomberg News - circa il 20% dei flussi di gas russo diretti quest'anno verso l'Unione europea ha attraversato il territorio bielorusso, principalmente proprio tramite il gasdotto Yamal-Europe. Tra l'altro, le parole di Lukashenko sono arrivate mentre si registravano ulteriori problemi nella fornitura di gas proveniente dalla Norvegia. Parole che tuttavia, secondo la leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya, celerebbero in realtà un bluff. Ricordiamo che, da lunedì scorso, ingenti flussi migratori stiano premendo dalla Bielorussia sui confini dell'Unione europea: l'altro ieri, alcuni migranti sono tra l'altro riusciti a sfondare le recinzioni difensive e ad entrare in territorio polacco, dove sono stati arrestati dai locali agenti di frontiera. Secondo Varsavia e Bruxelles tale crisi sarebbe stata strumentalmente creata dallo stesso Lukashenko (d'intesa col suo stretto alleato, Vladimir Putin) in risposta alle sanzioni che erano state imposte dall'Ue a Minsk nei mesi scorsi per violazione dei diritti umani. Sebbene Russia e Bielorussia abbiano respinto queste accuse, Deutsche Welle ha recentemente riferito di un sistema internazionale di traffico migratorio, messo appositamente in atto da Lukashenko con lo scopo di mettere l'Ue sotto pressione. Tra l'altro, il Cremlino continua a rivelarsi un attore centrale in questa crisi. Stando al Financial Times, Mosca ha inviato ieri per il secondo giorno consecutivo dei bombardieri con capacità nucleare nello spazio aereo bielorusso. Tutto questo, mentre - sempre ieri - Putin ha avuto una nuova telefonata con il cancelliere tedesco, Angela Merkel: nell'occasione, il presidente russo ha auspicato un «ripristino dei contatti» tra Bielorussia e Ue. È in questo complicato quadro che Bruxelles sta mettendo a punto delle nuove sanzioni. «Molto rapidamente all'inizio della prossima settimana ci sarà un ampliamento delle sanzioni contro la Bielorussia», ha dichiarato l'altro ieri il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che si era confrontata sul tema anche con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In particolare, l'Ue punta a mettere nel mirino alcune decine di funzionari ed entità bielorussi, tra cui il ministro degli Esteri, Vladimir Makei, e la compagnia aerea Belavia. In riferimento poi alle minacce sul gas, è intervenuto il commissario europeo per gli affari economici, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato: «Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko». Sta inoltre facendo discutere la recente apertura del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al finanziamento di muri difensivi alle frontiere: ieri, la Commissione europea ha a tal proposito fatto sapere che la decisione di non sovvenzionare tali barriere «non è una posizione giuridica, ma una posizione politica che la Commissione europea ha assunto da tempo insieme al Parlamento europeo». I ministri della Difesa dei Paesi baltici hanno frattanto emesso un comunicato congiunto, in cui si condanna «inequivocabilmente la deliberata escalation dell'attacco ibrido in corso da parte del regime bielorusso» e si chiede anche un «sostegno pratico da parte dell'Ue per rafforzare la sicurezza delle sue frontiere esterne». Sempre ieri, in occasione della festa dell'indipendenza della Polonia, il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha affermato in un comunicato che Varsavia sia il bersaglio di «una guerra di nuovo tipo»: tutto questo, mentre - nella notte precedente - si erano registrati 468 tentativi di attraversamento della frontiera polacca. Nel frattempo, il ministro dell'Interno ucraino, Denys Monastyrskiy, ha annunciato il dispiegamento di altri 8.500 soldati e 15 elicotteri per presidiare la frontiera con la Bielorussia. Secondo Reuters, Kiev temerebbe infatti che Minsk possa spingere flussi migratori anche verso i suoi confini. Ricordiamo che, appena lunedì scorso, Ucraina e Polonia avessero ribadito la loro storica avversione al Nord Stream 2: gasdotto, di contro, fortemente auspicato proprio dalla Russia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lukashenko-gas-europa-2655541418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-leurotenaglia-stringe-varsavia" data-post-id="2655541418" data-published-at="1636715474" data-use-pagination="False"> Ma l’eurotenaglia stringe Varsavia Non si arresta la pressione europea sulla Polonia. Ieri, l'Europarlamento ha condannato le restrizioni all'interruzione di gravidanza vigenti nel Paese: la risoluzione è passata con 373 voti a favore, 124 contrari e 55 astenuti. Ricordiamo che, a seguito di una sentenza della Corte costituzionale, in Polonia l'aborto è consentito solo nei casi di stupro, incesto o rischio per la salute della donna: una situazione, questa, finita nel mirino dell'Europarlamento che, al di là della condanna, ha chiesto a Varsavia di rimuovere ogni restrizione, parlando poi di «politicizzazione della magistratura polacca e del collasso sistemico dello Stato di diritto in Polonia». Nel documento si fa inoltre riferimento al recente caso di una giovane donna incinta, morta di sepsi a Pszczyna: una morte che, secondo i suoi famigliari, sarebbe stata di fatto determinata dalla legge sull'aborto vigente nel Paese. Quello con l'Europarlamento, a ben vedere, si configura come l'ennesimo scontro tra Varsavia e le istituzioni europee. A fine ottobre, la Corte di giustizia europea aveva infatti inflitto alla Polonia una multa da un milione di euro al giorno, visto che il Paese non aveva ancora sospeso la camera disciplinare della propria Corte suprema: quella camera disciplinare che, secondo la Commissione europea, infrangerebbe l'indipendenza del potere giudiziario polacco, rappresentando conseguentemente una violazione dello Stato di diritto. Non solo: anche a settembre la Corte di giustizia europea aveva inflitto un'ammenda a Varsavia di 500.000 euro al giorno, dal momento che la Polonia non aveva ancora proceduto con la chiusura della miniera di Turow. Tutto questo, senza dimenticare le dure critiche arrivate da Bruxelles, lo scorso ottobre, alla sentenza della corte suprema polacca, secondo cui alcuni regolamenti europei non risulterebbero compatibili con la carta fondamentale del Paese, oltre al fuoco di fila contro le presunte restrizioni contro gli omosessuali. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Le istituzioni europee continuano le loro pesanti pressioni su Varsavia, in una sorta di manovra a tenaglia. La domanda da porsi è tuttavia se, dal punto di vista geopolitico, l'approccio duro di Bruxelles possa rivelarsi realmente positivo. Innanzitutto ricordiamo che, allo stato attuale, la Polonia si sta trovando a fronteggiare una grave crisi migratoria ai suoi confini orientali, innescata dalla Bielorussia: un problema non soltanto polacco, ma anche europeo. Ebbene, ha realmente senso, soprattutto in un momento come questo, caricare Varsavia di ulteriore pressione politica? In particolare quando è l'intera Ue a dover affrontare - principalmente tramite la stessa Polonia - le azioni ostili di Minsk? Non sarebbe forse più saggio che le istituzioni europee mirassero a incrementare la compattezza? In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico anche più generale, che prescinde dalla crisi migratoria in atto ad Est. L'approccio così severo delle istituzioni europee rischia infatti di spingere alcuni Stati membri sempre più tra le braccia della Cina. Una situazione che, negli ultimi anni, si è già in parte concretizzata -seppure per ragioni differenti - con l'Ungheria e la Grecia. Ma che un domani potrebbe riguardare anche la Polonia. Certo: è pur vero che Varsavia sposi un atteggiamento guardingo nei confronti di Pechino. Ma è altrettanto vero che, negli ultimi tempi, i suoi rapporti con il Dragone si siano relativamente consolidati. Perché, alla fine, il problema è sempre lo stesso. Le istituzioni europee difettano di approccio geopolitico.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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