Il Recovery non è un dono. L’Ue prepara il conto per farci ripagare i soldi
Ecco il documento di Strasburgo: sono già in ritardo le eurotasse per rimborsare i sussidi. I Paesi saranno obbligati a nuovi debiti
Questo pomeriggio, davanti agli europarlamentari delle commissioni affari economici e bilancio, i commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni faranno il punto della situazione del Next generation Eu, lo strumento «poderoso e tempestivo» di cui si discute ormai da un anno e mezzo e che è entrato solo da poche settimane nella fase esecutiva.
In preparazione dell'incontro, i servizi dell'Europarlamento hanno redatto un documento in cui le sorprese - tali solo per chi in questi mesi si è fatto abbacinare dalla propaganda di Bruxelles - non mancano. Si conferma ciò che avevamo previsto e che sia l'European fiscal board (Efb) che la stessa Eurostat hanno ribadito: a partire dal 2028, l'onere del rimborso del debito che la Ue sta cominciando a contrarre emettendo bond, entrerà immediatamente a far parte (in proporzione al reddito nazionale lordo) del debito pubblico degli Stati membri. Per l'Italia si tratta di circa 50-60 miliardi che faranno aumentare il rapporto debito/Pil di 4 punti percentuali. Questo rapporto - che a fine 2021 sfiorerà il 160% e che nel 2024 è previsto faticosamente scendere fino al 153%, per poi tornare ai livelli pre pandemici solo nel 2032 - nel bilancio 2028 aumenterà di 4 punti, ritornando tutto d'un colpo lievemente al di sopra del 150%. Questo nella migliore delle ipotesi previste dal Mef, quella in cui si dispiegheranno in pieno gli effetti del Ngeu.
In alternativa a questo secco aumento di debito, la Ue potrebbe dotarsi di risorse proprie aggiuntive (cioè tasse a carico di imprese e lavoratori). Ma è proprio il vacillare di tale ipotesi che rende molto credibile quanto già previsto da Eurostat e dal Efb. Infatti è già saltata la scadenza dello scorso luglio, entro la quale la Commissione avrebbe dovuto presentare una proposta per una nuova imposta sul settore digitale, sulle emissioni di CO2 e sui prodotti importati con una elevata «impronta» di CO2. La prossima scadenza è ora fissata al 22 dicembre. E non osiamo immaginare cosa ne sarà dell'altra scadenza del giugno 2024, prevista per il varo di una tassa sulle transazioni finanziarie e una tassazione del reddito societario. Da qui l'esigenza formale di costituire gli Stati membri come debitori delle risorse che devono affluire dal 2028 al 2058 al bilancio Ue per rimborsare i bond emessi fino al 2026. Si tratta, beninteso, solo dei bond emessi i cui proventi saranno destinati poi a sussidi (390 miliardi). Perché i bond destinati all'erogazione di prestiti (360 miliardi) genereranno da subito un doppio effetto nel bilancio degli Stati: aumenterà il debito pubblico e aumenterà il deficit al momento dell'esecuzione della spesa. Invece la spesa sostenuta dagli Stati e finanziata da sussidi non inciderà sul saldo di bilancio, per effetto della compensazione delle due voci. Si ridimensiona così vistosamente il saldo positivo per l'Italia: i 122 miliardi di prestiti da subito debito rimborsato per definizione; gli 84 di sussidi (69 del Rrf e altri 15 di strumenti minori) saranno restituiti alla Ue, via maggiori contributi che dal 2028 costituiranno debito pubblico. Il saldo netto si riduce a poco meno di 30 miliardi in sei anni. Il piatto di lenticchie, di cui scriviamo ormai da un anno e mezzo, è diventato realtà.
Tutto questo macchinoso marchingegno finanziario e burocratico per constatare che il Ngeu porterà gli investimenti pubblici a un livello che nel 2023 (anno di punta del Ngeu) saranno pari al 3,5% del Pil, ancora al di sotto del 3,7% toccato nel 2009, a cui seguirono i famosi dieci anni di «austerità espansiva» che li fecero precipitare verso il 2%. In valore assoluto, a prezzi costanti 2015, abbiamo riconquistato il livello del 2009. Dopo anni di siccità, è comprensibile salutare con favore una borraccia d'acqua. Purché non si dimentichi che è solo quella sottratta a lungo al nostro Paese.
Purtroppo non mancano i dubbi anche sulla «qualità dell'acqua». A oggi sono 25 i Recovery plan presentati, di cui 18 già valutati positivamente dalla Commissione e nove (tra cui l'Italia) i beneficiari dell'acconto del 13%. Agli europarlamentari viene infatti ribadito che tutti gli esborsi successivi con cadenza semestrale dipenderanno dal corretto conseguimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi meticolosamente previsti dagli accordi operativi firmati prima del pagamento, assieme al contratto per i sussidi e a quello per il prestito. Tali documenti sono stati «discussi informalmente tra Commissione ed esperti degli Stati membri» ma, a oggi, sono avvolti dal più completo mistero, anche relativamente al tasso di interesse che è stato applicato sui primi 16 miliardi di prestito erogati.
A questo proposito lo studio conferma che il Ngeu è sostanzialmente dimezzato nel suo impatto, poiché solo Italia e Grecia hanno richiesto tutti i prestiti disponibili (pari a 360 miliardi, ma richiesti per 166).
Da notare, da ultimo, due effetti distorsivi collegati: quando terminerà l'erogazione del Ngeu, la regola della spesa (crescita non superiore al 0,5%) tornerà a mordere ferocemente e, allo stesso tempo, un Paese che volesse mantenere inalterato il livello di investimenti si vedrà accusato di espansione fiscale e quindi costretto a tagliarli, solo perché quegli investimenti non saranno più finanziati da sussidi.
Ma purtroppo farsi bene i conti ed evitare di sognare conduce a essere bollati come «gelidi antipatizzanti dell'Ue».




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