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2019-04-29
Renzi d’Arabia: il mistero
del 25 aprile con il regime saudita
Ansa
A Firenze lo scorso 25 aprile in molti hanno notato l'assenza di Matteo Renzi per le celebrazioni della festa della Liberazione. L'ex premier si è limitato a un contributo su Facebook: «Oggi è il compleanno della libertà per l'Italia e per gli italiani. Un compleanno di valori che vale per tutti, nessuno escluso. Buon 25 aprile a tutte e a tutti». Bravo, ma da dove ha dato la sua benedizione? Dall'Arabia saudita, dove appena due giorni prima il regime di Salman bin Abdulaziz Al Saud aveva fatto inorridire l'opinione pubblica mondiale con l'annuncio di 37 esecuzioni di presunti terroristi e oppositori del governo. Secondo Amnesty international, nell'elenco dei condannati, che avrebbero confessato sotto tortura, c'erano almeno 11 uomini mandati al patibolo per spionaggio a favore dell'Iran e altri 14 «erano accusati di atti violenti in relazione alla loro partecipazione a manifestazioni contro il governo nel 2011-12». Uno di loro all'epoca dei fatti contestati era minorenne.
Una delle condanne, solitamente eseguite per decapitazione o impiccagione, ha avuto come corollario la crocifissione di una delle vittime, per lanciare un monito ancora più forte ai suoi presunti sodali. Dall'inizio dell'anno, in Arabia Saudita sarebbero state eseguite 104 condanne a morte. Insomma il posto giusto dove festeggiare il giorno della Liberazione. Il 24 aprile Renzi e la sua scorta a spese dei contribuenti sono saliti, a quanto ci ha riferito un testimone, su un volo Firenze-Francoforte-Riad e hanno fatto ritorno a Roma Fiumicino il 26 aprile, quando Renzi è riapparso sui social con un breve attacco al governo, scritto mentre stava per ripartire per l'Italia.
In un articolo del 20 aprile lo avevamo soprannominato Matteo d'Arabia per i suoi numerosi viaggi nel Golfo persico e lui non ci ha voluto smentire. Peccato che l'ex premier, solitamente prodigo di informazioni sui suoi spostamenti, in questi giorni sia stato avaro di informazioni e non abbia pubblicato neanche una foto. Ma che cosa è andato a fare a Riad l'ex segretario Pd?
Prima di salire sul volo di ritorno ha incrociato al gate l'ex presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che ci ha raccontato: «Gli ho chiesto che cosa avesse fatto in Arabia e mi ha detto che era lì per uno speech». Probabilmente uno di quei discorsi a pagamento che da qualche tempo va declamando in giro per il mondo, dalla Cina a Dubai, dietro lauto compenso. Il suo bel faccione è finito tra le figurine del sito Celebrity speakers, che mette in vendita gli interventi dei personaggi famosi. Un suo discorso costa circa 20.000 euro, più le spese. Certo non si può escludere che nei suoi viaggi Renzi non approfitti dell'occasione per fare il consulente di aziende o governi. Altra ipotesi è che Renzi, in buoni rapporti con il governo del Qatar, a sua volta in rotta con l'Arabia saudita (che ha varato un embargo contro il piccolo emirato) abbia deciso di improvvisarsi negoziatore.
Ma come detto Riad non è il posto ideale per celebrare il 25 aprile. Infatti anche se il regime ha deciso la riapertura dei cinema e le donne da poco hanno conquistato il diritto a guidare l'auto o andare allo stadio, si tratta di riforme insignificanti rispetto alle rigidissime regole dei fondamentalisti wahabiti. Piccole foglie di fico sventolate dall'erede al trono, che è in attesa di succedere al padre Salman, assurto al trono nel 2015 e che si dice molto malato.
Mbs, come è soprannominato il giovane delfino nato nel 1985, ha un ottimo sponsor in Tony Blair, ma è inciampato nell'ottobre scorso nella tragica fine di Jamal Khashoggi, il giornalista arabo scannato nel consolato saudita di Istanbul da uomini dei servizi segreti dell'Arabia. Nell'ottobre del 2018, dopo quell'orribile delitto, l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, già proconsole di Renzi al governo, si sgolò per ottenere l'annullamento della finale di Supercoppa italiana Juventus-Milan in Arabia in segno di sdegno per l'accaduto. Ma la partita si giocò ugualmente.
Nel processo per l'omicidio di Khashoggi (5 udienze da gennaio), considerato farsesco da più parti, è stata chiesta la condanna a morte per cinque presunti killer e alla sbarra, insieme con altri dieci imputati, è finito anche il numero due dei servizi segreti sauditi. Tutti uomini della ristretta cerchia del principe Mohammed bin Salman, che però, nonostante la Cia lo consideri il mandante, è stato escluso da ogni indagine in quanto, secondo la Procura, all'oscuro dell'operazione. Peccato che Khashoggi si fosse distinto per i durissimi articoli contro l'erede al trono e in particolare contro il sanguinoso intervento militare in Yemen voluto da Mbs quando era capo della Difesa e delle politiche verso il Qatar.
Prima della morte di Khashoggi il principe era attivissimo nel propagandare le sue riforme in Occidente e non a caso, secondo i media inglesi, il Tony Blair institute for global change, un'associazione ufficialmente non profit, nel 2018 ha ricevuto 9 milioni di sterline di donazione da un'agenzia di propaganda del governo saudita.
In seguito alla scoperta dei milioni arrivati dall'Arabia, sono stati sollevati quesiti su alcune delle decisioni dell'istituto e dello stesso Blair, anche perché l'ex premier aveva scritto articoli lusinghieri su Salman durante la sua visita nel Regno Unito, elogiandone l'impegno contro il terrorismo islamico («un esempio» per i politici occidentali) e «l'ambizioso piano di rivoluzionare l'Arabia Saudita, economicamente, socialmente e religiosamente».
Da sempre Renzi definisce Blair il suo modello e anche a lui i rapporti con l'Arabia sono costati qualche critica. Con il fu Rottamatore a Palazzo Chigi, nel 2016, le licenze per le esportazioni di materiale bellico in Arabia riguardarono 427 milioni di euro di armi. Con il governo Gentiloni l'importo è sceso a circa 50 milioni.
Il New York Times svelò che le bombe saudite che hanno provocato migliaia di morti in Yemen, portavano lo stesso codice di fabbricazione. Erano state costruite tutte in Sardegna, negli stabilimenti della Rwm Italia.
Il primo viaggio ufficiale di Renzi in Arabia, per la verità, venne caratterizzato da un piccolo incidente, il cosiddetto Rolex gate. Nell'occasione, era il novembre 2015, Riad offrì alla delegazione italiana numerosi regali esclusivi, fra cui sette orologi della casa svizzera (compresi due modelli del valore di oltre 15.000 euro). All'interno della spedizione italiana sarebbe scoppiata una vera e propria rissa per accaparrarsi i regali più preziosi, una bagarre di cui parlarono i giornali. Nel 2019 Matteo è potuto tornare in Arabia alla chetichella, con la speranza di fare i propri affari lontano dai riflettori. Cosa che per lui sarebbe una vera Liberazione.
Viaggi di lusso scortato dagli agenti dell’Aisi. A spese dei contribuenti
Gli affari personali di Matteo Renzi quanto costano ai contribuenti italiani? Probabilmente una gran quantità di denaro. L'ex premier infatti gode di una scorta di terzo livello, ossia ha diritto a un'auto blindata e ad almeno due angeli custodi che lo seguono anche quando è in giro per i fatti suoi. Pure quando va all'estero a fare discorsi a pagamento.
Infatti il dispositivo, da quanto ha verificato La Verità, è garantito anche fuori dai confini. Ma per avere un seguito armato fuori dai confini servono accordi con i Paesi visitati e non di rado le personalità considerate a rischio si accontentano di farsi assegnare una guardia del corpo sul posto. Renzi, invece, non rinuncia mai ai suoi bodyguard di ordinanza, caposcorta compreso, a cui aveva diritto da premier e di cui gode ancora a 28 mesi dalle sue dimissioni. «Ovunque vada ha la scorta, anche quando si muove privatamente», ammettono fonti di Palazzo Chigi. Per esempio il 4 aprile, quando è volato a Zurigo per non meglio precisati impegni, si è fatto raggiungere dalla macchina blindata con a bordo autista e colonnello. Anche in questo caso, a quanto ci risulta, a pagare è stata l'Aisi, l'Agenzia informazioni e sicurezza interna. Per esempio per andare a Dubai i due guardaspalle dell'ex premier sono costati circa 8.000 euro di soli biglietti aerei (hanno viaggiato in business class come Renzi). Nel conto bisogna aggiungere i pernottamenti negli stessi alberghi dell'ex premier (tutti 5 stelle) che a marzo tra Dubai e, sembra il Qatar, dovrebbero essere stati cinque o sei. Non basta. Nel salatissimo rimborso spese inviato all'Aisi ci sono anche pasti e altre spese. Nei giorni scorsi, Renzi e i suoi due gorilla per andare e tornare dall'Arabia hanno viaggiato con Lufthansa e Saudia (c'erano giornalisti testimoni su entrambi i voli) e i biglietti sono costati anche in questo caso migliaia di euro. Ovviamente si tratta di spese di cui può chiedere conto solo il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che deve verificare che le attività degli 007 si svolgano nel rispetto delle leggi.
Un decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 28 febbraio 2013, firmato dall'allora premier Mario Monti, aveva stabilito che a occuparsi della scorta dei premier dovesse essere il Viminale e quindi la polizia di Stato. I servizi segreti, in base al Dpcm, dovrebbero limitarsi a offrire un concorso o un contributo nella protezione del capo del governo. Per questo Paolo Gentiloni e l'attuale premier, Giuseppe Conte, hanno una scorta composta da soli poliziotti. Renzi, invece, continua a essere seguito dai servizi segreti, una protezione che assicura il massimo della riservatezza, come la segretezza delle spese.
Il Bullo orfano di Obama fa girare il curriculum a Riad
Con una porta chiusagli in faccia da Washington e un asse forte con il Qatar, Matteo Renzi, che ha il suo quartier generale al Four Seasons di Firenze, di proprietà dell'emiro di Doha, ci prova con Riad. Escluso dai rapporti tra il Partito democratico italiano e quello statunitense, infatti, l'ex premier è il primo esponente politico occidentale a recarsi in Arabia Saudita dopo la morte del giornalista Jamal Khashoggi.
Renzi era da mesi a caccia di una sponda oltre Atlantico. Ma a metà gennaio la Brookings Institution ha scelto come fellow di un programma di politica estera il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni. Parliamo di uno dei centri studi più influenti degli Usa, il cui presidente è il generale John Allen, in passato rappresentante di Barack Obama alla coalizione anti Isis e sostenitori nel 2016 di Hillary Clinton. La Brookings Institution non si può definire di destra o di sinistra: è puro establishment. E può contare su importanti legami con il Qatar: basti pensare che nel 2014 il New York Times rivelò che Doha inviava soldi affinché il centro studi sostenesse la sua politica estera. Per quel posto Renzi avrebbe fatto carte false. Ma la scelta del think tank è ricaduta su Gentiloni, che oggi è il vero ponte, assieme all'ambasciata italiana a Washington, tra il Pd e i dem statunitensi.
A tenere insieme sia Qatar sia Arabia Saudita nel mondo renziano sono gli interessi per il mondo della cybersicurezza di Marco Carrai, il Richelieu dell'ex premier. Che a febbraio è diventato console di Israele a Firenze. E Renzi può contare proprio sugli affari del fido Carrai e sulla sponda con lo Stato ebraico, che ha recentemente riaperto il dialogo con l'Arabia Saudita e continua a essere tiepido con il Qatar (ritenuto troppo vicino a certe milizie jihadiste palestinesi).
La vicinanza tra Italia e Qatar, che il governo gialloblù ha ereditato dai precedenti esecutivi a guida Pd e ha continuato a coltivare, pesa da sempre sulla politica del nostro Paese in Libia. Roma, infatti, visti i rapporti con Doha, è legata al governo di accordo nazionale guidato da Fayez Al Serraj. Quella che si sta combattendo dallo scorso 4 aprile su Tripoli è una guerra per procura per il futuro del sunnismo, la corrente maggioritaria dell'islam (rappresenta circa l'85% del mondo musulmano): da una parte, con Serraj, ci sono Turchia e Qatar (quest'ultimo legato anche alle milizie che combattono attorno alla capitale libica rifacendosi alla Fratellanza musulmana); dall'altra, con il generale Khalifa Haftar, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. In questo quadro è evidente come la scelta del presidente Usa Donald Trump di sostenere l'uomo forte della Cirenaica abbia lasciato l'Italia isolata tra le potenze occidentali.
C'è poi un altro capitolo che racconta gli effetti del rapporto intimo tra Italia e Qatar, che a febbraio ha aperto il suo consolato generale a Milano. Questa settimana si è registrato il primo giorno senza voli di Air Italy (l'ex Meridiana) dallo scalo sardo di Olbia, abbandonato da Qatar Airways (che di Air Italy ha il 49%) mettendo a rischio 500 posti di lavoro. Ufficialmente la ragione è il pasticcio della continuità territoriale. Ma Washington, sempre più lontana da Doha e vicina a Riad, sospetta che Qatar Airways stia cercando di prendersi gioco dell'Italia. Infatti, le statunitensi American Airlines, Delta e United associano i voli diretti di Air Italy da Malpensa (con New York, Miami, Los Angeles e San Francisco) all'azionista Qatar Airways, presente con una quota del 49%. In pratica Air Italy sarebbe il cavallo di Troia di Qatar Airways per aggirare gli accordi che impediscono alla compagnia di Doha di aumentare i suoi collegamenti tra Usa ed Europa. Accuse respinte da Air Italy, ma che non convincono Washington. Basti pensare che sul dossier è intervenuto perfino il segretario di Stato Mike Pompeo, cioè il capo della diplomazia statunitense.
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Il senatore semplice ha fatto perdere le sue tracce nel giorno della Liberazione. Era ospite dei sauditi, che in quei giorni ordinavano 37 esecuzioni. Gli stessi che da premier gli consegnarono una valigia di Rolex.Auto blindate e gorilla al seguito ovunque, garantiti dai Servizi per la sicurezza interna come quando era a Palazzo Chigi.Con la porta chiusa a Washington e un asse forte col Qatar, l'ex Rottamatore cerca nuovi sbocchi. Il ruolo cruciale di Marco Carrai.Lo speciale contiene tre articoli.A Firenze lo scorso 25 aprile in molti hanno notato l'assenza di Matteo Renzi per le celebrazioni della festa della Liberazione. L'ex premier si è limitato a un contributo su Facebook: «Oggi è il compleanno della libertà per l'Italia e per gli italiani. Un compleanno di valori che vale per tutti, nessuno escluso. Buon 25 aprile a tutte e a tutti». Bravo, ma da dove ha dato la sua benedizione? Dall'Arabia saudita, dove appena due giorni prima il regime di Salman bin Abdulaziz Al Saud aveva fatto inorridire l'opinione pubblica mondiale con l'annuncio di 37 esecuzioni di presunti terroristi e oppositori del governo. Secondo Amnesty international, nell'elenco dei condannati, che avrebbero confessato sotto tortura, c'erano almeno 11 uomini mandati al patibolo per spionaggio a favore dell'Iran e altri 14 «erano accusati di atti violenti in relazione alla loro partecipazione a manifestazioni contro il governo nel 2011-12». Uno di loro all'epoca dei fatti contestati era minorenne.Una delle condanne, solitamente eseguite per decapitazione o impiccagione, ha avuto come corollario la crocifissione di una delle vittime, per lanciare un monito ancora più forte ai suoi presunti sodali. Dall'inizio dell'anno, in Arabia Saudita sarebbero state eseguite 104 condanne a morte. Insomma il posto giusto dove festeggiare il giorno della Liberazione. Il 24 aprile Renzi e la sua scorta a spese dei contribuenti sono saliti, a quanto ci ha riferito un testimone, su un volo Firenze-Francoforte-Riad e hanno fatto ritorno a Roma Fiumicino il 26 aprile, quando Renzi è riapparso sui social con un breve attacco al governo, scritto mentre stava per ripartire per l'Italia.In un articolo del 20 aprile lo avevamo soprannominato Matteo d'Arabia per i suoi numerosi viaggi nel Golfo persico e lui non ci ha voluto smentire. Peccato che l'ex premier, solitamente prodigo di informazioni sui suoi spostamenti, in questi giorni sia stato avaro di informazioni e non abbia pubblicato neanche una foto. Ma che cosa è andato a fare a Riad l'ex segretario Pd?Prima di salire sul volo di ritorno ha incrociato al gate l'ex presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che ci ha raccontato: «Gli ho chiesto che cosa avesse fatto in Arabia e mi ha detto che era lì per uno speech». Probabilmente uno di quei discorsi a pagamento che da qualche tempo va declamando in giro per il mondo, dalla Cina a Dubai, dietro lauto compenso. Il suo bel faccione è finito tra le figurine del sito Celebrity speakers, che mette in vendita gli interventi dei personaggi famosi. Un suo discorso costa circa 20.000 euro, più le spese. Certo non si può escludere che nei suoi viaggi Renzi non approfitti dell'occasione per fare il consulente di aziende o governi. Altra ipotesi è che Renzi, in buoni rapporti con il governo del Qatar, a sua volta in rotta con l'Arabia saudita (che ha varato un embargo contro il piccolo emirato) abbia deciso di improvvisarsi negoziatore.Ma come detto Riad non è il posto ideale per celebrare il 25 aprile. Infatti anche se il regime ha deciso la riapertura dei cinema e le donne da poco hanno conquistato il diritto a guidare l'auto o andare allo stadio, si tratta di riforme insignificanti rispetto alle rigidissime regole dei fondamentalisti wahabiti. Piccole foglie di fico sventolate dall'erede al trono, che è in attesa di succedere al padre Salman, assurto al trono nel 2015 e che si dice molto malato.Mbs, come è soprannominato il giovane delfino nato nel 1985, ha un ottimo sponsor in Tony Blair, ma è inciampato nell'ottobre scorso nella tragica fine di Jamal Khashoggi, il giornalista arabo scannato nel consolato saudita di Istanbul da uomini dei servizi segreti dell'Arabia. Nell'ottobre del 2018, dopo quell'orribile delitto, l'ex ministro dello Sport, Luca Lotti, già proconsole di Renzi al governo, si sgolò per ottenere l'annullamento della finale di Supercoppa italiana Juventus-Milan in Arabia in segno di sdegno per l'accaduto. Ma la partita si giocò ugualmente.Nel processo per l'omicidio di Khashoggi (5 udienze da gennaio), considerato farsesco da più parti, è stata chiesta la condanna a morte per cinque presunti killer e alla sbarra, insieme con altri dieci imputati, è finito anche il numero due dei servizi segreti sauditi. Tutti uomini della ristretta cerchia del principe Mohammed bin Salman, che però, nonostante la Cia lo consideri il mandante, è stato escluso da ogni indagine in quanto, secondo la Procura, all'oscuro dell'operazione. Peccato che Khashoggi si fosse distinto per i durissimi articoli contro l'erede al trono e in particolare contro il sanguinoso intervento militare in Yemen voluto da Mbs quando era capo della Difesa e delle politiche verso il Qatar.Prima della morte di Khashoggi il principe era attivissimo nel propagandare le sue riforme in Occidente e non a caso, secondo i media inglesi, il Tony Blair institute for global change, un'associazione ufficialmente non profit, nel 2018 ha ricevuto 9 milioni di sterline di donazione da un'agenzia di propaganda del governo saudita.In seguito alla scoperta dei milioni arrivati dall'Arabia, sono stati sollevati quesiti su alcune delle decisioni dell'istituto e dello stesso Blair, anche perché l'ex premier aveva scritto articoli lusinghieri su Salman durante la sua visita nel Regno Unito, elogiandone l'impegno contro il terrorismo islamico («un esempio» per i politici occidentali) e «l'ambizioso piano di rivoluzionare l'Arabia Saudita, economicamente, socialmente e religiosamente».Da sempre Renzi definisce Blair il suo modello e anche a lui i rapporti con l'Arabia sono costati qualche critica. Con il fu Rottamatore a Palazzo Chigi, nel 2016, le licenze per le esportazioni di materiale bellico in Arabia riguardarono 427 milioni di euro di armi. Con il governo Gentiloni l'importo è sceso a circa 50 milioni.Il New York Times svelò che le bombe saudite che hanno provocato migliaia di morti in Yemen, portavano lo stesso codice di fabbricazione. Erano state costruite tutte in Sardegna, negli stabilimenti della Rwm Italia.Il primo viaggio ufficiale di Renzi in Arabia, per la verità, venne caratterizzato da un piccolo incidente, il cosiddetto Rolex gate. Nell'occasione, era il novembre 2015, Riad offrì alla delegazione italiana numerosi regali esclusivi, fra cui sette orologi della casa svizzera (compresi due modelli del valore di oltre 15.000 euro). All'interno della spedizione italiana sarebbe scoppiata una vera e propria rissa per accaparrarsi i regali più preziosi, una bagarre di cui parlarono i giornali. 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Pure quando va all'estero a fare discorsi a pagamento. Infatti il dispositivo, da quanto ha verificato La Verità, è garantito anche fuori dai confini. Ma per avere un seguito armato fuori dai confini servono accordi con i Paesi visitati e non di rado le personalità considerate a rischio si accontentano di farsi assegnare una guardia del corpo sul posto. Renzi, invece, non rinuncia mai ai suoi bodyguard di ordinanza, caposcorta compreso, a cui aveva diritto da premier e di cui gode ancora a 28 mesi dalle sue dimissioni. «Ovunque vada ha la scorta, anche quando si muove privatamente», ammettono fonti di Palazzo Chigi. Per esempio il 4 aprile, quando è volato a Zurigo per non meglio precisati impegni, si è fatto raggiungere dalla macchina blindata con a bordo autista e colonnello. Anche in questo caso, a quanto ci risulta, a pagare è stata l'Aisi, l'Agenzia informazioni e sicurezza interna. Per esempio per andare a Dubai i due guardaspalle dell'ex premier sono costati circa 8.000 euro di soli biglietti aerei (hanno viaggiato in business class come Renzi). Nel conto bisogna aggiungere i pernottamenti negli stessi alberghi dell'ex premier (tutti 5 stelle) che a marzo tra Dubai e, sembra il Qatar, dovrebbero essere stati cinque o sei. Non basta. Nel salatissimo rimborso spese inviato all'Aisi ci sono anche pasti e altre spese. Nei giorni scorsi, Renzi e i suoi due gorilla per andare e tornare dall'Arabia hanno viaggiato con Lufthansa e Saudia (c'erano giornalisti testimoni su entrambi i voli) e i biglietti sono costati anche in questo caso migliaia di euro. Ovviamente si tratta di spese di cui può chiedere conto solo il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che deve verificare che le attività degli 007 si svolgano nel rispetto delle leggi. Un decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 28 febbraio 2013, firmato dall'allora premier Mario Monti, aveva stabilito che a occuparsi della scorta dei premier dovesse essere il Viminale e quindi la polizia di Stato. I servizi segreti, in base al Dpcm, dovrebbero limitarsi a offrire un concorso o un contributo nella protezione del capo del governo. Per questo Paolo Gentiloni e l'attuale premier, Giuseppe Conte, hanno una scorta composta da soli poliziotti. Renzi, invece, continua a essere seguito dai servizi segreti, una protezione che assicura il massimo della riservatezza, come la segretezza delle spese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lo-strano-25-aprile-di-renzi-darabia-nel-paese-che-crocifigge-i-dissidenti-2635780645.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-bullo-orfano-di-obama-fa-girare-il-curriculum-a-riad" data-post-id="2635780645" data-published-at="1781406804" data-use-pagination="False"> Il Bullo orfano di Obama fa girare il curriculum a Riad Con una porta chiusagli in faccia da Washington e un asse forte con il Qatar, Matteo Renzi, che ha il suo quartier generale al Four Seasons di Firenze, di proprietà dell'emiro di Doha, ci prova con Riad. Escluso dai rapporti tra il Partito democratico italiano e quello statunitense, infatti, l'ex premier è il primo esponente politico occidentale a recarsi in Arabia Saudita dopo la morte del giornalista Jamal Khashoggi. Renzi era da mesi a caccia di una sponda oltre Atlantico. Ma a metà gennaio la Brookings Institution ha scelto come fellow di un programma di politica estera il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni. Parliamo di uno dei centri studi più influenti degli Usa, il cui presidente è il generale John Allen, in passato rappresentante di Barack Obama alla coalizione anti Isis e sostenitori nel 2016 di Hillary Clinton. La Brookings Institution non si può definire di destra o di sinistra: è puro establishment. E può contare su importanti legami con il Qatar: basti pensare che nel 2014 il New York Times rivelò che Doha inviava soldi affinché il centro studi sostenesse la sua politica estera. Per quel posto Renzi avrebbe fatto carte false. Ma la scelta del think tank è ricaduta su Gentiloni, che oggi è il vero ponte, assieme all'ambasciata italiana a Washington, tra il Pd e i dem statunitensi. A tenere insieme sia Qatar sia Arabia Saudita nel mondo renziano sono gli interessi per il mondo della cybersicurezza di Marco Carrai, il Richelieu dell'ex premier. Che a febbraio è diventato console di Israele a Firenze. E Renzi può contare proprio sugli affari del fido Carrai e sulla sponda con lo Stato ebraico, che ha recentemente riaperto il dialogo con l'Arabia Saudita e continua a essere tiepido con il Qatar (ritenuto troppo vicino a certe milizie jihadiste palestinesi). La vicinanza tra Italia e Qatar, che il governo gialloblù ha ereditato dai precedenti esecutivi a guida Pd e ha continuato a coltivare, pesa da sempre sulla politica del nostro Paese in Libia. Roma, infatti, visti i rapporti con Doha, è legata al governo di accordo nazionale guidato da Fayez Al Serraj. Quella che si sta combattendo dallo scorso 4 aprile su Tripoli è una guerra per procura per il futuro del sunnismo, la corrente maggioritaria dell'islam (rappresenta circa l'85% del mondo musulmano): da una parte, con Serraj, ci sono Turchia e Qatar (quest'ultimo legato anche alle milizie che combattono attorno alla capitale libica rifacendosi alla Fratellanza musulmana); dall'altra, con il generale Khalifa Haftar, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. In questo quadro è evidente come la scelta del presidente Usa Donald Trump di sostenere l'uomo forte della Cirenaica abbia lasciato l'Italia isolata tra le potenze occidentali. C'è poi un altro capitolo che racconta gli effetti del rapporto intimo tra Italia e Qatar, che a febbraio ha aperto il suo consolato generale a Milano. Questa settimana si è registrato il primo giorno senza voli di Air Italy (l'ex Meridiana) dallo scalo sardo di Olbia, abbandonato da Qatar Airways (che di Air Italy ha il 49%) mettendo a rischio 500 posti di lavoro. Ufficialmente la ragione è il pasticcio della continuità territoriale. Ma Washington, sempre più lontana da Doha e vicina a Riad, sospetta che Qatar Airways stia cercando di prendersi gioco dell'Italia. Infatti, le statunitensi American Airlines, Delta e United associano i voli diretti di Air Italy da Malpensa (con New York, Miami, Los Angeles e San Francisco) all'azionista Qatar Airways, presente con una quota del 49%. In pratica Air Italy sarebbe il cavallo di Troia di Qatar Airways per aggirare gli accordi che impediscono alla compagnia di Doha di aumentare i suoi collegamenti tra Usa ed Europa. Accuse respinte da Air Italy, ma che non convincono Washington. Basti pensare che sul dossier è intervenuto perfino il segretario di Stato Mike Pompeo, cioè il capo della diplomazia statunitense.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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