L’Italia vince contro gli Ogm. Ma la Von der Leyen vuole comprarli in Brasile

Verrebbe da chiedere: signora Ursula von der Leyen, ci spiega questa? Ieri la Corte di giustizia del Lussemburgo ha confermato che gli Stati membri possono vietare l’utilizzo, l’impianto e l’allevamento di coltivazioni e organismi Ogm. Però l’Ue firma accordi con Mercosur, col Ceta, col Marocco da cui arrivano solo prodotti Ogm.
In Italia il divieto vige da sempre e la sentenza dei giudici europei pone fine alla causa intentata da un agricoltore friulano che, seminato mais Ogm, era stato multato per 50.000 euro ed era stato obbligato all’espianto. La Corte del Lussemburgo ha respinto la sua opposizione e ha sentenziato che è legittimo il divieto di coltivazione del mais «Mon 810» introdotto in Italia. Per la baronessa è un doppio «schiaffo»: primo perché va facendo in giro per il mondo accordi per importare prodotti agricoli che in base a questa sentenza l’Italia potrebbe respingere alla frontiera; secondo perché la sigla «Mon» sta per Monsanto, la società che opera nei fertilizzanti e negli organismi geneticamente modificati di proprietà della tedesca Bayer, che l’acquisì nel 2016 pagando 63 miliardi di dollari.
Tra i motivi per l’accelerazione che la presidente della Commissione ha impresso al Mercosur c’è sicuramente il mercato dei pesticidi. Il Brasile è il primo utilizzatore al mondo di Ogm con una particolarità: gli Ogm Monsanto sono «progettati» per un utilizzo massiccio di glifosato, il più potente e discusso erbicida al mondo, prodotto dalla stessa Monsanto. Con un ulteriore particolare. Sempre la Corte di giustizia europea ha bocciato la proroga automatica che la Commissione ha concesso (con scadenza al 2033) all’uso del glifosato in Europa e ora la Von der Leyen non sa più come proteggerlo. La sostanza è sospettata di effetti cancerogeni: in Europa è vietata in fase di pre raccolta mentre i Paesi con cui la baronessa ha fatto i suoi trionfali accordi commerciali lo usano come non ci fosse un domani. Il Brasile ha cosparso di glifosato mezza Amazzonia per coltivare la soia, il Canada (accordo Ceta) usa il glifosato per essiccare il grano. Ora, però, la sentenza sugli Ogm complica non poco l’esportazione da parte del Mercosur.
Per aggirare questi pronunciamenti a Bruxelles, quando si dice il Green deal, avrebbero in mente di fare una moratoria tanto sugli organismi geneticamente modificati quanto sulla chimica in campo. La cosa curiosa è che la Commissione ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’ammissione delle Tea. Si tratta di piante che vengono ibridate con metodi del tutto naturali di cui si modifica il Dna, ma senza inserire pezzi di Dna alieno (come è invece negli Ogm) con una tecnologia italiana e che consentono di abbattere l’uso di sostanze chimiche in coltivazione. Ebbene le Tea sono entrate nella fase sperimentale in campo solo da pochi mesi. A dimostrazione che Bruxelles usa l’agricoltura come meglio le conviene.
L’ultimo tentativo è la ripresa dei negoziati con l’Australia per un altro accordo commerciale dopo il Mercosur e quello con l’India. Ma se nell’intesa con New Delhi sono scattate alcune salvaguardie per l’import agricolo, con Canberra il disastro sarebbe totale. Gli australiani vogliono mano libera sull’export di carne, tanto bovina che ovina, di cui sono leader mondiali. L’Australia esporta il 70% della sua produzione (fortissima quella di frutta in particolare ciliegie, kiwi, mele; del vino; del grano e dei semi oleosi) per un controvalore di 75 miliardi di dollari australiani (circa 50 miliardi di euro) ed è il principale concorrente dell’Italia e della Francia sul vino in Cina e in tutto il Sud-Est asiatico. Vino che Canberra protegge con un dazio all’importazione del 65%.
Nonostante questo, a fine mese Ursula von der Leyen sarà in Australia per avviare la fase finale dell’accordo commerciale. Per gli agricoltori è un bis del Mercosur, se non addirittura peggio, perché di fatto blocca agli europei tutti i Paesi dove esportano gli australiani. Questo nel momento in cui uno dei settori di punta dell’agricoltura italiana va in crisi. L’ortofrutta vale circa 19 miliardi per 150.000 aziende che coltivano un milione di ettari e l’export si aggira sui 13 miliardi ma - come avverte il presidente di Fedagripesca Confcooperative Raffaele Drei - «stiamo perdendo produzione e gli accordi commerciali mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese». Il tema - sostiene Drei - «non sarà più la reciprocità nei metodi produttivi tra l’Europa e il resto del mondo, ma se noi europei saremo ancora in grado di produrre». Precisa Drei: «Dieci anni fa l’Italia vantava un potenziale produttivo nazionale di 26 milioni di tonnellate di ortofrutta, oggi ne produciamo circa 24,7 milioni; la frutta coltivata e lavorata in Brasile con prodotti fitosanitari vietati in Europa può ottenere il via libera ed entrare nel mercato comunitario, mentre per gli agricoltori europei rimane il divieto di utilizzo di determinati fitofarmaci. È la riprova che dalla Commissione europea non vengono risposte alle esigenze del mondo produttivo». La prossima fermata è Canberra.






