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2018-11-14
L’Italia pianta la bandiera a Bengasi ma scoppia una grana con il Qatar
ANSA
I detrattori del governo denunciano il flop della conferenza di Palermo. Sostengono che un anno fa il generale Khalifa Haftar era a Parigi a stringere la mano di Emmanuel Macron e del capo del governo di Tripoli, Fayez Al Serraj. E che non bisogna fidarsi. Che l'incontro dello scorso anno non ha portato a nulla. Al tempo stesso le critiche sottolineano che la delegazione turca ha abbandonato il summit per protesta e che lo stesso Haftar non ha partecipato al meeting multilaterale. Cominciamo dall'ultimo punto. Condizione per la presenza del generale che comanda la Cirenaica era proprio la partecipazione agli incontri bilaterali. Haftar l'ha chiesto per due motivi. Primo: per vantare una posizione da primadonna rispetto agli altri interlocutori libici. Secondo: per non sedersi al tavolo con Qatar, rappresentanti dei Fratelli Musulmani e pure la Turchia. Così è stato.
Quindi la conferenza di pace (anche se il termine pacificazione è troppo astratto) non è certo un flop. A meno che non si tenga come metro di paragone la strategia di Marco Minniti, il precedente ministro dell'Interno e uomo forte dei servizi segreti. Il governo di Tripoli era appoggiato in modo incondizionato dall'Italia, dalla Turchia e pure dal Qatar.
L'obiettivo della nuova strategia italiana è quella di essere equidistanti e piantare almeno una bandiera a Bengasi, luogo di origine dell'ex amico di Mohammar Gheddafi. L'uscita anticipata dei turchi e la presenza a latere di Haftar decretano il ruolo secondario del Qatar (che possiede la cassaforte) in Libia. Per noi è un successo anche se coronato di spine. L'Italia - a partire dal governo Renzi - ha costruito con Doha rapporti iperpreferenziali e l'attuale esecutivo non inverte la rotta. La scorsa settimana Matteo Salvini si è fatto immortalare in auto con l'emiro del Qatar. Una foto che all'uomo forte della Cirenaica è andata di traverso. Perché non solo a Tripoli servono i soldi del Qatar, pure all'Italia.
E questo in futuro potrebbe essere un problema nella gestione dello scacchiere libico. Non irrilevante, per giunta. Intanto segna un importante cambio di passo. Che cosa succederà dopo? Alla domanda nessuno sa rispondere, ma portare l'esempio della stretta di mano all'Eliseo per smontare il tentativo palermitano fa sorridere. Siccome Macron ha perso la scena il meeting non serve a nulla. I prossimi mesi lo diranno. Quello di ieri è innegabilmente un punto di partenza. Magari anche Roma fallirà e non accadrà nulla.
Intanto sono partite le trattative per riunificare la Noc, la compagnia petrolifera nazionale e per rivedere gli equilibri tra Eni, Total e Bp. Il tutto con la supervisione dell'Egitto che inutile dirlo tifa per noi. Non per la Francia (anche se mantiene una posizione possibilista) e soprattutto non per gli inglesi. La vicenda di Giulio Regeni ha infatti spezzato i legati tra Il Cairo e Londra. Chi si ostina a criticare i tentativi di riposizionamento, dimentica che la strategia precedente è stata un fallimento. I pagamenti alle milizie e alla Guardia costiera hanno di fatto incrementato il traffico di esseri umani. Sia Matteo Renzi sia Paolo Gentiloni hanno sperato che l'arrivo di immigrati potesse essere gestito dall'Europa e diventare una forma di baratto in cambio di più flessibilità per il deficit.
Adesso il governo di Tripoli sta lentamente dissolvendo la propria rete e dovrà accettare una serie di compromessi voluti dai sostenitori di Haftar. Russia, Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e pure la Francia. Certo quello di ieri è un punto di partenza per l'Italia, ma portare avanti la strategia di Minniti sarebbe stato un mero suicidio politico. Continuare ciecamente a pagare la parte politica soccombente non è certo lungimirante. Di per sé pagare non porta a nulla. Le strade sono due: o fornire armi (ma l'Italia non può farlo) o rilanciare l'industria petrolifera, questo l'Eni può farlo senza problemi. Il generale della Cirenaica a questo punto aspetterà le elezioni, sapendo di avere un rete di sostegno tagliata su misura. Poi avvierà le trattative per prendersi le quote della Noc in modo legale (ora controlla alcuni pozzi che ha «salvato» dalle milizie ma non può disporre del greggio), per riaprire il tema dei beni congelati a Gheddafi (ancora adesso compresi negli asset di Lia, Lybian investment authority) e per finire affronterà il tema delicato della Guardia costiera. Al momento dipende da Tripoli e resta un'arma essenziale per trattare con l'Italia e l'Unione europea. Mettere un piede sulle navi che pattugliano il Mediterraneo, per Haftar significa salire di grado. Promettere zero immigrati e in cambio ottenere più barili di greggio da vendere e più soldi per le sue tribù. È presto per tirare le somme dei risultati della diplomazia di Giuseppe Conte. Un mezzo successo lo ha già portato a casa. Adesso c'è da faticare. E Parigi osserva sempre più da lontano.
Claudio Antonelli
Trump ride di esercito Ue e Macron: «Senza di noi, sareste Germania»
«Emmanuel Macron suggerisce di costruire un loro esercito per proteggere l'Europa dagli Stati Uniti, Cina e Russia. Ma era la Germania nelle due guerre mondiali. Come è andata a finire per la Francia? Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti. Paghi piuttosto per la Nato!». Queste le parole twittate ieri dal presidente americano, Donald Trump, che è tornato così ad attaccare il presidente francese sulla sua recente proposta (caldeggiata anche dalla Germania) di costituire un esercito europeo. Parole dure, cui sono presto seguite nuove critiche. «Non c'è Paese più nazionalista della Francia, gente molto fiera e giustamente... Fate la Francia di nuovo grande!», ha scritto Trump, aggiungendo infine: «Il problema è che Emmanuel ha un livello di approvazione molto basso in Francia, il 26%, e un tasso di disoccupazione a quasi il 10%». Insomma, prosegue lo scontro tra i due leader, dopo i toni piuttosto accesi che si erano già registrati due giorni fa, durante la visita del capo di Stato americano in Francia in occasione della commemorazione della fine della Grande Guerra.
A far scattare le scintille era stata la questione dell'esercito europeo, oltre ad altri dossier più vecchi che vedono non a caso Parigi e Washington su posizioni diametralmente opposte (dagli accordi sul clima alla questione iraniana). D'altronde non è un mistero che - al di là dei singoli provvedimenti - tra i due presidenti abbia luogo una divisione ben più profonda e strutturale.
Da una parte, è cosa nota che l'inquilino dell'Eliseo ambisca ad assumere un ruolo di leader europeo molto simile a quello che fu - fino a ieri - della cancelliera tedesca Angela Merkel. Un'ambizione di grandeur cui Macron ha di fatto asservito il suo sbandierato europeismo, nella speranza di creare così una vera e propria egemonia politica sull'Europa occidentale. Resta tuttavia il fatto che - differentemente dalla Merkel dei tempi d'oro - le aspirazioni di Macron poggiano ad oggi su basi politiche ed economiche particolarmente fragili (vista soprattutto la crisi di consenso che lo sta affliggendo in patria).
Dall'altra parte, Donald Trump mira a una soluzione opposta. L'attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai apprezzato l'Unione Europea. Il magnate privilegia infatti le intese bilaterali, di contro al multilateralismo incarnato da Bruxelles. In secondo luogo, Trump ha particolare antipatia verso la Germania, da lui storicamente tacciata di attuare una scaltra concorrenza sleale ai danni degli Stati Uniti (soprattutto nel settore automobilistico). Ragion per cui è alla costante ricerca di una sponda europea in chiave antitedesca (sponda che sta cercando soprattutto nei rapporti con l'Italia). In tal senso, è abbastanza chiaro che il presidente americano veda l'europeismo di Macron come fumo negli occhi. Un europeismo che lui considera (forse non del tutto a torto) come un paravento per occultare le reali mire nazionalistiche francesi. Anche per questo, come ai tempi della campagna elettorale del 2016, Trump ha chiesto agli europei un maggiore contributo per l'Alleanza Atlantica. Del resto, questi attriti tra Parigi e Washington non sono esattamente una novità. Nonostante qualcuno cerchi oggi di incolpare esclusivamente Trump di questa situazione, è dai tempi del generale Charles De Gaulle che ci sono simili turbolenze. Basti pensare al 2003, quando a causa della guerra in Iraq i rapporti tra George Bush e Jacques Chirac crollarono ai minimi storici. In quell'occasione alcuni deputati americani proposero addirittura di cambiare il nome delle patatine fritte alla mensa della Camera: da «French Fries» a «Liberty Fries». Insomma, niente di nuovo sotto il sole. E il braccio di ferro tra Trump e Macron intanto prosegue.
Stefano Graziosi
Un aereo di 007 francesi abbattuto a Malta: procurava armi ai libici
Nel bel mezzo della conferenza per la Libia, emergono dettagli sui movimenti dei servizi segreti francesi a Malta. Il giornale Malta Today ha pubblicato un'inchiesta sulle persone a bordo del piccolo aereo bimotore, un Fairchild Metroliner Mk III, che il 24 ottobre 2016 precipitò poco dopo il decollo dallo scalo internazionale di Luqa a Malta. Il velivolo esplose nell'impatto con il suolo e morirono le cinque persone a bordo. Si trattava di tre funzionari del Dgse, i servizi segreti francesi per l'estero, e due contractor della società lussemburghese Cae. Il governo maltese sostenne immediatamente che si trattasse di un volo di ricognizione per monitorare le rotte del traffico di droga ed esseri umani dalla Libia. In realtà i cinque, come ha ricostruito Malta Today, facevano parte di una cellula di nove uomini che - da una villetta a schiera in quel di Balzan, ricco comune di meno di 4.000 anime nel cuore dell'isola - controllava i movimenti delle armi francesi dirette in Libia. La loro missione era assicurarsi che finissero nelle mani giuste.
Lo scriveva l'allora segretario di Stato americano Hillary Clinton in una mail del 2 aprile 2011 (rivelata da Wikileaks 4 anni più tardi) destinata al suo fedele Sid, cioè il consigliere per lo politica estera, Sidney Blumenthal: la Francia di Nicolas Sarkozy, la stessa che sotto egida Nato intervenne con altri Paesi occidentali il 19 marzo 2011 per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi, vendeva armi ai ribelli libici. E ha continuato a farlo, nonostante l'embargo delle Nazioni Unite, anche dopo il 2011.
Malta Today racconta come l'abitazione sia stata smantellata in fretta e furia, lasciando cavi scoperti per le stanze. Ma in tempo: appena prima dell'arrivo dei magistrati e della polizia, il giorno stesso della tragedia dell'aereo. E oggi, a distanza di qualche giorno dal rapporto delle autorità francesi secondo cui l'incidente fu causato dalla scarsa manutenzione del velivolo, l'inchiesta del giornale contraddice quanto dichiarato ufficialmente dal governo della Valletta, che allora sostenne si trattasse di uomini coinvolti in un'operazione di sorveglianza doganale che andava avanti da soli cinque mesi. E la polizia maltese che indaga sul caso avanza dei dubbi sul rapporto francese.
In realtà, in quell'abitazione di Balzan, affittata per 20.000 euro all'anno, viveva una squadra di nove membri degna di un film di spionaggio. Immaginate l'aereo in volo che trasmette le riprese dal vivo delle coste e del territorio della Libia; poi alcuni agenti che, seduti dietro i loro computer nelle stanze dalle villetta, elaborano le informazioni. È così che una fonte di Malta Today racconta le testimonianze raccolte dal magistrato inquirente Doreen Clarke, aggiungendo: «Contrariamente a quanto era stato detto pubblicamente, l'aereo non stava sorvegliando le rotte del traffico di droga e di essere umani, ma si stava assicurando che le armi francesi venissero consegnate alle persone giuste in Libia». E pensare che nel 2014, nonostante l'embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per impedire la fornitura a qualsiasi fazione libica che non fosse stata autorizzata dal comitato competente del Consiglio di Sicurezza Onu, la Francia riuscì a raggiungere i 9,1 miliardi di export di armi, un record storico.
Non è stato possibile verificare se queste armi fossero proprietà del governo o se fossero state fornite da società private, ma quel che emerge dall'articolo di Malta Today è il fatto che non si trattava di sorveglianza doganale ma di affari legati alla vendita di armi alle fazioni libiche in guerra dopo il rovesciamento di Gheddafi. Bocche ufficialmente cucite tra chi indaga sulla faccenda: dal magistrato Clarke all'esperto incaricato dal tribunale fino alla società che vigila sul traffico aereo maltese, nessuno parla. E nessuno ha ancora chiarito dove siano finite le scatole nere e uno dei portatili ritrovati nell'abitazione ma spariti poco dopo che gli investigatori francesi arrivarono a Malta.
Ma ormai, con l'iniziativa italiana e soprattutto la vicinanza tra l'uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e la Russia, Parigi sembra destinata a essere tagliata fuori dai giochi delle armi. Mosca è pronta sostenere il leader di Bengasi, come dimostrava la presenza di Evgenij Prigozhin, detto lo «chef di Vladimir Putin», l'uomo che coordina i mercenari russi della compagnia Wagner, durante le trattative tra lo stesso Haftar e il ministero della Difesa russo. A ribadire il concetto sono le indiscrezioni di alcuni giorni fa del tabloid britannico Sun, che riferiva di agenti del Gru - i servizi segreti militari russi - già presenti sia a Tobruk sia a Bengasi. Al fianco di Haftar c'è anche l'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi. E con l'intesa tra il generale e Roma, pare avvicinarsi l'uscita di scena dei servizi francesi dallo scenario libico.
Gabriele Carrer
Per la pace serve il patto petrolifero
Lunedì mattina, all'apertura dei lavori della conferenza per la Libia a Palermo, Fadel Al Dhib, consigliere del leader della Cirenaica Khalifa Haftar, ha avanzato ai presenti, tra i quali rappresentanti del Fondo monetario internazionale e della missione Onu in Libia, le quattro proposte economiche di Bengasi. Tra queste, l'inserimento dell'autoproclamato Esercito nazionale libico nel programma di risarcimento delle vittime, in particolare alle famiglie dei militari di Haftar morti negli scontri con i gruppi terroristici, e l'apertura di di un'inchiesta sul finanziamento della Banca centrale libica. Ma sono le successive due proposte quelle a cui gli uomini vicini al leader della Cirenaica hanno tenuto di più in questa due giorni palermitana, come sottolinea una fonte della Farnesina alla Verità. Cioè una distribuzione equa delle entrate petrolifere e la trasparenza sul controllo del tesoretto rappresentanti dai fondi libici congelati all'estero.
Così come il governo di Parigi si è arreso all'iniziativa di quello di Roma, dopo le intese in Algeria a ottobre e in Libano a maggio, l'italiana Eni e la francese Total sembrano vicine - sulla scia della conferenza di Palermo - a una pax petrolifera che verrà nelle prossime settimane sancita da un'intesa sull'Egitto. A Villa Igiea il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha puntato sulla stabilità del suo Paese per riavvicinare Francia e Italia sui dossier energetici, come spiega la nostra fonte. E lo stesso discorso l'ha fatto per sostenere le ragioni di Haftar: pacificare la Libia sostenendo l'uomo forte della Cirenaica è l'unico modo, ha detto il leader del Cairo, per garantire non solo meno sbarchi ma anche più sicurezze per chi investe.
La chiave per stabilizzare la Libia è il petrolio. Tutto ruota attorno alla Noc, la National Oil Corporation, compagna di Stato che possiede metà del greggio del Paese e i cui ricavi rappresentano il 90% delle entrate di Tripoli. La Noc ha sì sede nella città di Fayez Al Serraj, però la gran parte dei suoi giacimenti si trova a Est, nella Cirenaica comandata da Haftar.
È sufficiente notare le manovre russe per comprendere il quadro: a febbraio 2017 la compagnia petrolifera Rosneft - nelle mani del governo di Mosca - firmò un accordo con la Noc e poco dopo la Russia ha iniziato a sostenere sempre più apertamente Haftar. Mosca spinge per la pacificazione dell'area anche per riprendere - come ricorda il New York Times - il progetto di ferrovia che collega Bengasi a Tripoli, avviato con Muammar Gheddafi ma poi congelato dopo l'intervento militare della Nato nel 2011. Fonti diplomatiche di un Paese africano presente alla conferenza spiegano alla Verità che Haftar ha in mente una sola strada per far tornare la pace in Libia e avviare il processo politico che porterebbe a elezioni entro la prossima estate: la riunificazione della Noc, di cui tra i vari attori libici Tripoli e Bengasi dovranno avere le stesse quote di partecipazione.
Haftar chiede infine la stessa equa distribuzione anche per il tesoretto della Libyan investment authority (Lia), il fondo sovrano del Paese. Il presidente del Comitato direttivo provvisorio della Lia, Ali Mahmoud Hassan Mohamed, ieri spiegava all'agenzia Nova che l'autorità «non ha mai violato le sanzioni internazionali», dopo che nei giorni scorsi sono piovute accuse (soprattutto dal Belgio) sulla gestione degli interessi del fondo creato da Gheddafi. E Haftar e Serraj sembrano pronti a spartirsi il tesoretto, forti del riconoscimento Onu incassato a Palermo.
Gabriele Carrer
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Il summit di Palermo riconosce un ruolo centrale al nostro Paese. Però la Turchia si irrita perché Khalifa Haftar salta il multilaterale, in rotta con Ankara e l'emirato islamico. Col quale, invece, il nostro governo ha molti interessi.Trump ride di esercito Ue e Macron: «Senza di noi, sareste Germania». Il leader americano tira altre bordate all'Eliseo: «A Parigi stavate già imparando il tedesco, poi sono arrivati gli Usa. Pagate la Nato». La Casa Bianca annuncia anche dazi sui vini transalpini. Un aereo di 007 francesi abbattuto a Malta: procurava armi ai libici. Jet esplose in volo, tutti morti gli occupanti. La versione ufficiale parlava di controllori dei flussi migratori, ma ora un giornale dell'isola rivela: «Monitoravano i rifornimenti».Per la pace serve il patto petrolifero. L'accordo sull'ente nazionale, con sede e giacimenti divisi fra le parti in conflitto, è la base da cui partire per arrivare alle elezioni. Ma ci sono anche i fondi congelati.Lo speciale comprende quattro articoli.I detrattori del governo denunciano il flop della conferenza di Palermo. Sostengono che un anno fa il generale Khalifa Haftar era a Parigi a stringere la mano di Emmanuel Macron e del capo del governo di Tripoli, Fayez Al Serraj. E che non bisogna fidarsi. Che l'incontro dello scorso anno non ha portato a nulla. Al tempo stesso le critiche sottolineano che la delegazione turca ha abbandonato il summit per protesta e che lo stesso Haftar non ha partecipato al meeting multilaterale. Cominciamo dall'ultimo punto. Condizione per la presenza del generale che comanda la Cirenaica era proprio la partecipazione agli incontri bilaterali. Haftar l'ha chiesto per due motivi. Primo: per vantare una posizione da primadonna rispetto agli altri interlocutori libici. Secondo: per non sedersi al tavolo con Qatar, rappresentanti dei Fratelli Musulmani e pure la Turchia. Così è stato. Quindi la conferenza di pace (anche se il termine pacificazione è troppo astratto) non è certo un flop. A meno che non si tenga come metro di paragone la strategia di Marco Minniti, il precedente ministro dell'Interno e uomo forte dei servizi segreti. Il governo di Tripoli era appoggiato in modo incondizionato dall'Italia, dalla Turchia e pure dal Qatar. L'obiettivo della nuova strategia italiana è quella di essere equidistanti e piantare almeno una bandiera a Bengasi, luogo di origine dell'ex amico di Mohammar Gheddafi. L'uscita anticipata dei turchi e la presenza a latere di Haftar decretano il ruolo secondario del Qatar (che possiede la cassaforte) in Libia. Per noi è un successo anche se coronato di spine. L'Italia - a partire dal governo Renzi - ha costruito con Doha rapporti iperpreferenziali e l'attuale esecutivo non inverte la rotta. La scorsa settimana Matteo Salvini si è fatto immortalare in auto con l'emiro del Qatar. Una foto che all'uomo forte della Cirenaica è andata di traverso. Perché non solo a Tripoli servono i soldi del Qatar, pure all'Italia. E questo in futuro potrebbe essere un problema nella gestione dello scacchiere libico. Non irrilevante, per giunta. Intanto segna un importante cambio di passo. Che cosa succederà dopo? Alla domanda nessuno sa rispondere, ma portare l'esempio della stretta di mano all'Eliseo per smontare il tentativo palermitano fa sorridere. Siccome Macron ha perso la scena il meeting non serve a nulla. I prossimi mesi lo diranno. Quello di ieri è innegabilmente un punto di partenza. Magari anche Roma fallirà e non accadrà nulla. Intanto sono partite le trattative per riunificare la Noc, la compagnia petrolifera nazionale e per rivedere gli equilibri tra Eni, Total e Bp. Il tutto con la supervisione dell'Egitto che inutile dirlo tifa per noi. Non per la Francia (anche se mantiene una posizione possibilista) e soprattutto non per gli inglesi. La vicenda di Giulio Regeni ha infatti spezzato i legati tra Il Cairo e Londra. Chi si ostina a criticare i tentativi di riposizionamento, dimentica che la strategia precedente è stata un fallimento. I pagamenti alle milizie e alla Guardia costiera hanno di fatto incrementato il traffico di esseri umani. Sia Matteo Renzi sia Paolo Gentiloni hanno sperato che l'arrivo di immigrati potesse essere gestito dall'Europa e diventare una forma di baratto in cambio di più flessibilità per il deficit. Adesso il governo di Tripoli sta lentamente dissolvendo la propria rete e dovrà accettare una serie di compromessi voluti dai sostenitori di Haftar. Russia, Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e pure la Francia. Certo quello di ieri è un punto di partenza per l'Italia, ma portare avanti la strategia di Minniti sarebbe stato un mero suicidio politico. Continuare ciecamente a pagare la parte politica soccombente non è certo lungimirante. Di per sé pagare non porta a nulla. Le strade sono due: o fornire armi (ma l'Italia non può farlo) o rilanciare l'industria petrolifera, questo l'Eni può farlo senza problemi. Il generale della Cirenaica a questo punto aspetterà le elezioni, sapendo di avere un rete di sostegno tagliata su misura. Poi avvierà le trattative per prendersi le quote della Noc in modo legale (ora controlla alcuni pozzi che ha «salvato» dalle milizie ma non può disporre del greggio), per riaprire il tema dei beni congelati a Gheddafi (ancora adesso compresi negli asset di Lia, Lybian investment authority) e per finire affronterà il tema delicato della Guardia costiera. Al momento dipende da Tripoli e resta un'arma essenziale per trattare con l'Italia e l'Unione europea. Mettere un piede sulle navi che pattugliano il Mediterraneo, per Haftar significa salire di grado. Promettere zero immigrati e in cambio ottenere più barili di greggio da vendere e più soldi per le sue tribù. È presto per tirare le somme dei risultati della diplomazia di Giuseppe Conte. Un mezzo successo lo ha già portato a casa. Adesso c'è da faticare. E Parigi osserva sempre più da lontano.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-pianta-la-bandiera-a-bengasi-ma-scoppia-una-grana-con-il-qatar-2619580505.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-ride-di-esercito-ue-e-macron-senza-di-noi-sareste-germania" data-post-id="2619580505" data-published-at="1774138329" data-use-pagination="False"> Trump ride di esercito Ue e Macron: «Senza di noi, sareste Germania» «Emmanuel Macron suggerisce di costruire un loro esercito per proteggere l'Europa dagli Stati Uniti, Cina e Russia. Ma era la Germania nelle due guerre mondiali. Come è andata a finire per la Francia? Avevano iniziato ad imparare il tedesco a Parigi prima che arrivassero gli Stati Uniti. Paghi piuttosto per la Nato!». Queste le parole twittate ieri dal presidente americano, Donald Trump, che è tornato così ad attaccare il presidente francese sulla sua recente proposta (caldeggiata anche dalla Germania) di costituire un esercito europeo. Parole dure, cui sono presto seguite nuove critiche. «Non c'è Paese più nazionalista della Francia, gente molto fiera e giustamente... Fate la Francia di nuovo grande!», ha scritto Trump, aggiungendo infine: «Il problema è che Emmanuel ha un livello di approvazione molto basso in Francia, il 26%, e un tasso di disoccupazione a quasi il 10%». Insomma, prosegue lo scontro tra i due leader, dopo i toni piuttosto accesi che si erano già registrati due giorni fa, durante la visita del capo di Stato americano in Francia in occasione della commemorazione della fine della Grande Guerra. A far scattare le scintille era stata la questione dell'esercito europeo, oltre ad altri dossier più vecchi che vedono non a caso Parigi e Washington su posizioni diametralmente opposte (dagli accordi sul clima alla questione iraniana). D'altronde non è un mistero che - al di là dei singoli provvedimenti - tra i due presidenti abbia luogo una divisione ben più profonda e strutturale. Da una parte, è cosa nota che l'inquilino dell'Eliseo ambisca ad assumere un ruolo di leader europeo molto simile a quello che fu - fino a ieri - della cancelliera tedesca Angela Merkel. Un'ambizione di grandeur cui Macron ha di fatto asservito il suo sbandierato europeismo, nella speranza di creare così una vera e propria egemonia politica sull'Europa occidentale. Resta tuttavia il fatto che - differentemente dalla Merkel dei tempi d'oro - le aspirazioni di Macron poggiano ad oggi su basi politiche ed economiche particolarmente fragili (vista soprattutto la crisi di consenso che lo sta affliggendo in patria). Dall'altra parte, Donald Trump mira a una soluzione opposta. L'attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai apprezzato l'Unione Europea. Il magnate privilegia infatti le intese bilaterali, di contro al multilateralismo incarnato da Bruxelles. In secondo luogo, Trump ha particolare antipatia verso la Germania, da lui storicamente tacciata di attuare una scaltra concorrenza sleale ai danni degli Stati Uniti (soprattutto nel settore automobilistico). Ragion per cui è alla costante ricerca di una sponda europea in chiave antitedesca (sponda che sta cercando soprattutto nei rapporti con l'Italia). In tal senso, è abbastanza chiaro che il presidente americano veda l'europeismo di Macron come fumo negli occhi. Un europeismo che lui considera (forse non del tutto a torto) come un paravento per occultare le reali mire nazionalistiche francesi. Anche per questo, come ai tempi della campagna elettorale del 2016, Trump ha chiesto agli europei un maggiore contributo per l'Alleanza Atlantica. Del resto, questi attriti tra Parigi e Washington non sono esattamente una novità. Nonostante qualcuno cerchi oggi di incolpare esclusivamente Trump di questa situazione, è dai tempi del generale Charles De Gaulle che ci sono simili turbolenze. Basti pensare al 2003, quando a causa della guerra in Iraq i rapporti tra George Bush e Jacques Chirac crollarono ai minimi storici. In quell'occasione alcuni deputati americani proposero addirittura di cambiare il nome delle patatine fritte alla mensa della Camera: da «French Fries» a «Liberty Fries». Insomma, niente di nuovo sotto il sole. E il braccio di ferro tra Trump e Macron intanto prosegue. 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Si trattava di tre funzionari del Dgse, i servizi segreti francesi per l'estero, e due contractor della società lussemburghese Cae. Il governo maltese sostenne immediatamente che si trattasse di un volo di ricognizione per monitorare le rotte del traffico di droga ed esseri umani dalla Libia. In realtà i cinque, come ha ricostruito Malta Today, facevano parte di una cellula di nove uomini che - da una villetta a schiera in quel di Balzan, ricco comune di meno di 4.000 anime nel cuore dell'isola - controllava i movimenti delle armi francesi dirette in Libia. La loro missione era assicurarsi che finissero nelle mani giuste. Lo scriveva l'allora segretario di Stato americano Hillary Clinton in una mail del 2 aprile 2011 (rivelata da Wikileaks 4 anni più tardi) destinata al suo fedele Sid, cioè il consigliere per lo politica estera, Sidney Blumenthal: la Francia di Nicolas Sarkozy, la stessa che sotto egida Nato intervenne con altri Paesi occidentali il 19 marzo 2011 per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi, vendeva armi ai ribelli libici. E ha continuato a farlo, nonostante l'embargo delle Nazioni Unite, anche dopo il 2011. Malta Today racconta come l'abitazione sia stata smantellata in fretta e furia, lasciando cavi scoperti per le stanze. Ma in tempo: appena prima dell'arrivo dei magistrati e della polizia, il giorno stesso della tragedia dell'aereo. E oggi, a distanza di qualche giorno dal rapporto delle autorità francesi secondo cui l'incidente fu causato dalla scarsa manutenzione del velivolo, l'inchiesta del giornale contraddice quanto dichiarato ufficialmente dal governo della Valletta, che allora sostenne si trattasse di uomini coinvolti in un'operazione di sorveglianza doganale che andava avanti da soli cinque mesi. E la polizia maltese che indaga sul caso avanza dei dubbi sul rapporto francese. In realtà, in quell'abitazione di Balzan, affittata per 20.000 euro all'anno, viveva una squadra di nove membri degna di un film di spionaggio. Immaginate l'aereo in volo che trasmette le riprese dal vivo delle coste e del territorio della Libia; poi alcuni agenti che, seduti dietro i loro computer nelle stanze dalle villetta, elaborano le informazioni. È così che una fonte di Malta Today racconta le testimonianze raccolte dal magistrato inquirente Doreen Clarke, aggiungendo: «Contrariamente a quanto era stato detto pubblicamente, l'aereo non stava sorvegliando le rotte del traffico di droga e di essere umani, ma si stava assicurando che le armi francesi venissero consegnate alle persone giuste in Libia». E pensare che nel 2014, nonostante l'embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per impedire la fornitura a qualsiasi fazione libica che non fosse stata autorizzata dal comitato competente del Consiglio di Sicurezza Onu, la Francia riuscì a raggiungere i 9,1 miliardi di export di armi, un record storico. Non è stato possibile verificare se queste armi fossero proprietà del governo o se fossero state fornite da società private, ma quel che emerge dall'articolo di Malta Today è il fatto che non si trattava di sorveglianza doganale ma di affari legati alla vendita di armi alle fazioni libiche in guerra dopo il rovesciamento di Gheddafi. Bocche ufficialmente cucite tra chi indaga sulla faccenda: dal magistrato Clarke all'esperto incaricato dal tribunale fino alla società che vigila sul traffico aereo maltese, nessuno parla. E nessuno ha ancora chiarito dove siano finite le scatole nere e uno dei portatili ritrovati nell'abitazione ma spariti poco dopo che gli investigatori francesi arrivarono a Malta. Ma ormai, con l'iniziativa italiana e soprattutto la vicinanza tra l'uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e la Russia, Parigi sembra destinata a essere tagliata fuori dai giochi delle armi. Mosca è pronta sostenere il leader di Bengasi, come dimostrava la presenza di Evgenij Prigozhin, detto lo «chef di Vladimir Putin», l'uomo che coordina i mercenari russi della compagnia Wagner, durante le trattative tra lo stesso Haftar e il ministero della Difesa russo. A ribadire il concetto sono le indiscrezioni di alcuni giorni fa del tabloid britannico Sun, che riferiva di agenti del Gru - i servizi segreti militari russi - già presenti sia a Tobruk sia a Bengasi. Al fianco di Haftar c'è anche l'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi. E con l'intesa tra il generale e Roma, pare avvicinarsi l'uscita di scena dei servizi francesi dallo scenario libico. Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-pianta-la-bandiera-a-bengasi-ma-scoppia-una-grana-con-il-qatar-2619580505.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="per-la-pace-serve-il-patto-petrolifero" data-post-id="2619580505" data-published-at="1774138329" data-use-pagination="False"> Per la pace serve il patto petrolifero Lunedì mattina, all'apertura dei lavori della conferenza per la Libia a Palermo, Fadel Al Dhib, consigliere del leader della Cirenaica Khalifa Haftar, ha avanzato ai presenti, tra i quali rappresentanti del Fondo monetario internazionale e della missione Onu in Libia, le quattro proposte economiche di Bengasi. Tra queste, l'inserimento dell'autoproclamato Esercito nazionale libico nel programma di risarcimento delle vittime, in particolare alle famiglie dei militari di Haftar morti negli scontri con i gruppi terroristici, e l'apertura di di un'inchiesta sul finanziamento della Banca centrale libica. Ma sono le successive due proposte quelle a cui gli uomini vicini al leader della Cirenaica hanno tenuto di più in questa due giorni palermitana, come sottolinea una fonte della Farnesina alla Verità. Cioè una distribuzione equa delle entrate petrolifere e la trasparenza sul controllo del tesoretto rappresentanti dai fondi libici congelati all'estero. Così come il governo di Parigi si è arreso all'iniziativa di quello di Roma, dopo le intese in Algeria a ottobre e in Libano a maggio, l'italiana Eni e la francese Total sembrano vicine - sulla scia della conferenza di Palermo - a una pax petrolifera che verrà nelle prossime settimane sancita da un'intesa sull'Egitto. A Villa Igiea il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha puntato sulla stabilità del suo Paese per riavvicinare Francia e Italia sui dossier energetici, come spiega la nostra fonte. E lo stesso discorso l'ha fatto per sostenere le ragioni di Haftar: pacificare la Libia sostenendo l'uomo forte della Cirenaica è l'unico modo, ha detto il leader del Cairo, per garantire non solo meno sbarchi ma anche più sicurezze per chi investe. La chiave per stabilizzare la Libia è il petrolio. Tutto ruota attorno alla Noc, la National Oil Corporation, compagna di Stato che possiede metà del greggio del Paese e i cui ricavi rappresentano il 90% delle entrate di Tripoli. La Noc ha sì sede nella città di Fayez Al Serraj, però la gran parte dei suoi giacimenti si trova a Est, nella Cirenaica comandata da Haftar. È sufficiente notare le manovre russe per comprendere il quadro: a febbraio 2017 la compagnia petrolifera Rosneft - nelle mani del governo di Mosca - firmò un accordo con la Noc e poco dopo la Russia ha iniziato a sostenere sempre più apertamente Haftar. Mosca spinge per la pacificazione dell'area anche per riprendere - come ricorda il New York Times - il progetto di ferrovia che collega Bengasi a Tripoli, avviato con Muammar Gheddafi ma poi congelato dopo l'intervento militare della Nato nel 2011. Fonti diplomatiche di un Paese africano presente alla conferenza spiegano alla Verità che Haftar ha in mente una sola strada per far tornare la pace in Libia e avviare il processo politico che porterebbe a elezioni entro la prossima estate: la riunificazione della Noc, di cui tra i vari attori libici Tripoli e Bengasi dovranno avere le stesse quote di partecipazione. Haftar chiede infine la stessa equa distribuzione anche per il tesoretto della Libyan investment authority (Lia), il fondo sovrano del Paese. Il presidente del Comitato direttivo provvisorio della Lia, Ali Mahmoud Hassan Mohamed, ieri spiegava all'agenzia Nova che l'autorità «non ha mai violato le sanzioni internazionali», dopo che nei giorni scorsi sono piovute accuse (soprattutto dal Belgio) sulla gestione degli interessi del fondo creato da Gheddafi. E Haftar e Serraj sembrano pronti a spartirsi il tesoretto, forti del riconoscimento Onu incassato a Palermo. Gabriele Carrer
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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