True
2020-05-30
L’Iss leva ogni alibi, si ripartirà insieme. Zaia rompe il tabù: «Basta mascherine»
Luca Zaia (Ansa)
L'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».
Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».
«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.
«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».
Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».
«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».
Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.
Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è.
Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa»
Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi».
La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria».
Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno».
Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Continua a leggereRiduci
Per gli esperti «nessuna situazione critica». Ottimista Roberto Speranza. Intanto in Veneto da lunedì si ritorna quasi alla normalità.Il procuratore Maria Cristina Rota fa chiarezza su Alzano e Nembro e scagiona la Lombardia.Lo speciale contiene due articoliL'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liss-leva-ogni-alibi-si-ripartira-insieme-zaia-rompe-il-tabu-basta-mascherine-2646129040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-conte-dalla-pm-di-bergamo-toccava-a-roma-fare-la-zona-rossa" data-post-id="2646129040" data-published-at="1590797624" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa» Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi». La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria». Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro la giornalista americana Shelly Kittleson (Ansa)
La notizia è stata successivamente confermata dal ministero dell’Interno iracheno attraverso una nota ufficiale, nella quale però non veniva indicata l’identità della persona coinvolta. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità, al sequestro avrebbero partecipato due automobili: una di queste è stata intercettata durante la fuga e si è schiantata, mentre il mezzo su cui viaggiava la giornalista è riuscito ad allontanarsi. «Le forze di sicurezza hanno avviato immediatamente un’operazione per individuare i responsabili, basandosi su informazioni di intelligence accurate», ha fatto sapere il ministero anche se restano da chiarire la dinamica e il movente dell’episodio.
Sul fronte di Teheran, i pasdaran hanno annunciato che dal 1° aprile prenderanno di mira le aziende statunitensi presenti nella regione in risposta agli attacchi contro Teheran. Secondo i media statali, tra le società citate figurano Microsoft, Google, Apple, Intel, Ibm, Tesla e Boeing. Nel comunicato si afferma che queste aziende «devono aspettarsi la distruzione delle loro unità» con l’avvio delle azioni fissato alle 20 ora locale. La tensione è aumentata anche dopo l’attacco contro una petroliera nel porto di Dubai. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la nave kuwaitiana al-Salmi, completamente carica, ha subito danni allo scafo e un incendio a bordo successivamente contenuto. Non risultano vittime, mentre proseguono i controlli per escludere perdite di greggio. Sul piano militare, gli Stati Uniti avrebbero colpito un grande deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da circa 900 chilogrammi, secondo un funzionario citato dal Wall Street Journal. Nelle stesse ore i media iraniani hanno segnalato esplosioni a Teheran e Zanjan, mentre l’agenzia Tasnim ha riferito di una sottostazione elettrica colpita nella capitale. Israele ha annunciato l’intercettazione di missili lanciati dall’Iran, con sirene d’allarme attivate a Gerusalemme e in altre città del Sud e del Nord. Allarmi anche in Bahrein, mentre l’Arabia Saudita ha comunicato l’intercettazione di tre missili balistici diretti verso Riad. Preoccupazione crescente riguarda anche la missione Onu in Libano: dieci Paesi europei e l’Unione europea hanno chiesto garanzie per il contingente Unifil dopo la morte di tre militari nelle ultime 48 ore. Intanto, secondo fonti diplomatiche, diversi alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero sollecitato Washington a proseguire l’offensiva contro Teheran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe informato il governo di contatti con Paesi arabi per valutare un’azione coordinata. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha negato negoziati diretti con Washington, parlando solo di eventuali contatti indiretti. Un funzionario iraniano ha inoltre dichiarato che nessuna nave potrà attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione, mentre il parlamento ha approvato un piano per introdurre pedaggi alle imbarcazioni in transito. In questo contesto, il Pakistan starebbe valutando di garantire passaggi sicuri registrando navi straniere sotto «bandiera di comodo», con l’Iran che avrebbe già autorizzato il transito di 20 imbarcazioni sotto bandiera pakistana. Infine, l’ambasciatore russo a Teheran afferma che Mojtaba Khamenei è in Iran e non in Russia «ma non si mostra per motivi di sicurezza».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.
Continua a leggereRiduci