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2020-05-30
L’Iss leva ogni alibi, si ripartirà insieme. Zaia rompe il tabù: «Basta mascherine»
Luca Zaia (Ansa)
L'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».
Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».
«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.
«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».
Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».
«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».
Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.
Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è.
Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa»
Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi».
La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria».
Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno».
Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
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Per gli esperti «nessuna situazione critica». Ottimista Roberto Speranza. Intanto in Veneto da lunedì si ritorna quasi alla normalità.Il procuratore Maria Cristina Rota fa chiarezza su Alzano e Nembro e scagiona la Lombardia.Lo speciale contiene due articoliL'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. 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L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi». La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria». Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Ilaria Salis (al centro) con il gruppo The Left all'Europarlamento
Uno in particolare sottolineava «la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Una proposta che chiedeva sostanzialmente la legalizzazione delle occupazioni abusive in determinati casi, tra l’altro non distinguendo chi possiede immensi patrimoni immobiliari da chi può contare su due o tre abitazioni di famiglia.
«Gli emendamenti di Ilaria Salis e dei suoi colleghi», commenta con La Verità il presidente nazionale di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, «chiedevano in sostanza di sopprimere il diritto di proprietà attraverso la legittimazione di un reato, il furto di case, e della violazione dei contratti, col divieto di sfratto per morosità in alcuni casi. Respingerli era il minimo che si potesse fare, trattandosi di misure che non fatico a definire eversive. Il problema è che a risultati simili a quelli indicati negli emendamenti si giunge quotidianamente, almeno in Italia, attraverso comportamenti di fatto che sono frutto di mentalità diffuse e dure a morire». Soddisfatta la vicepresidente del Parlamento europeo ed eurodeputata di Fratelli d’Italia Antonella Sberna: «Con il voto sulla relazione del Parlamento europeo sulla crisi abitativa», sottolinea la Sberna, «abbiamo portato la casa in una nuova prospettiva e messo fine all’egemonia della sinistra sul tema. Lo dimostrano il voto contrario di Verdi e Sinistra al testo finale e la bocciatura degli emendamenti presentati dall’eurodeputata Ilaria Salis e dai suoi colleghi, che sostengono l’esproprio delle multiproprietà pubbliche e private e legittimano le occupazioni abusive. Proprio quegli emendamenti rappresentano una distorsione inaccettabile del diritto alla casa, soprattutto nei confronti di tutti coloro che ogni giorno lavorano duramente per pagare un affitto o la rata di un mutuo. Senza considerare che, dove si verificano occupazioni abusive, i quartieri diventano più insicuri».
Esprime apprezzamento per la bocciatura degli emendamenti presentati dalla Salis anche la eurodeputata della Lega Anna Cisint: «Abbiamo votato no all’ennesima proposta ideologica della sinistra europea», argomenta la Cisint, «che rappresenta una vera e propria invasione di campo dell’Ue nelle politiche abitative nazionali, che devono invece rimanere in mano agli Stati. E quando si parla di case non poteva mancare una delle geniali proposte di Ilaria Salis e di The Left: la legalizzazione dei ladri di case, la possibilità di occupare le seconde abitazioni per chi commette la “colpa” di lasciarle sfitte e persino uno scudo economico europeo per chi non paga l’affitto. Una vergognosa idea tipica della sinistra», sottolinea la Cisint, «avanzata da colei che ha fatto dell’occupazione delle case altrui una battaglia politica sulle pelle dei cittadini che rispettano la legge». «La proprietà privata non si tocca e gli sgomberi delle case occupate abusivamente non possono essere messi in discussione, con buona pace della collega Salis», ha ribadito la collega leghista Isabella Tovaglieri.
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Danni alle strutture del circolo Meazza di Milano
Secondo quanto riferito dal consigliere regionale Chiara Valcepina e dal consigliere comunale Francesco Rocca, nella notte alcuni individui sono entrati nei locali del circolo, in via Michele Lessona 21, sfondando i vetri e devastando parte degli spazi. Oltre ai danni alle strutture e alle attrezzature, sarebbero stati rubati i soldi della cassa, alcuni oggetti e un computer. Su una cattedra è stata anche lasciata la scritta «fascista». Il conto complessivo dei danni, spiegano gli organizzatori, si aggirerebbe intorno ai cinquemila euro.
Il circolo avrebbe dovuto ospitare questa sera alle 18.30 un incontro intitolato «Referendum Giustizia: le ragioni del Sì», con la partecipazione di esponenti politici e di alcuni avvocati. La locandina dell’evento era stata esposta nei giorni scorsi all’interno dello spazio.
Il Circolo culturale Meazza, attivo dal 1967 nel quartiere di Quarto Oggiaro, si definisce apolitico e apartitico e negli anni ha svolto attività sociali e ricreative nella zona. Nel 2022 gli è stato conferito l’Ambrogino d’Oro per l’impegno sociale nel quartiere.
Valcepina ha espresso «profonda indignazione» per quanto accaduto, definendo il circolo una realtà storica del territorio e auspicando che le forze dell’ordine possano fare rapidamente chiarezza sull’episodio e individuare i responsabili. Il consigliere regionale ha aggiunto di voler credere che non si tratti di un atto intimidatorio legato all’incontro previsto per la serata.
Di diverso avviso Rocca, che parla invece di «vile atto intimidatorio» compiuto durante la notte ai danni di uno spazio sociale attivo da decenni a Quarto Oggiaro. Il consigliere comunale sottolinea che il circolo negli anni ha ospitato iniziative di vario tipo e che l’episodio verrà portato all’attenzione del Consiglio comunale e del Municipio 8, oltre alla denuncia per i danni subiti.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, capodelegazione del partito al Parlamento europeo. Fidanza sostiene che l’assalto al circolo sarebbe legato alla decisione di ospitare l’incontro sul referendum e parla di «clima di odio e intolleranza». Nonostante i danni e i furti, l’appuntamento previsto per questa sera dovrebbe svolgersi comunque.
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Il tribunale dei minori de L'Aquila. Nel riquadro, il giudice Cecilia Angrisano (Ansa)
La toga era finita nell’occhio del ciclone in seguito all’ordinanza con cui dispose la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti dei coniugi Trevallion, la cosiddetta «famiglia del bosco», e il conseguente allontanamento, nel novembre scorso, dei tre figli in una casa famiglia. L’accelerazione sulle misure di protezione, che arriva a distanza dalle motivazioni trapelate, sembra però più verosimilmente collegata alle nuove polemiche - con annesso annuncio da parte del Guardasigilli Carlo Nordio di invio degli ispettori- scoppiate dopo l’ordinanza del tribunale dei minori che ha disposto l’allontanamento della madre di piccoli Trevallion dalla casa famiglia di Vasto che ospitava la donna insieme ai figli. Polemiche alle quali la Angrisano e il procuratore della Repubblica, David Mancini, hanno risposto con una nota: «In considerazione del clamore mediatico suscitato da recenti vicende giudiziarie, tuttora in fase istruttoria da più parti commentate anche con toni aggressivi e non continenti, è premura dei magistrati che lavorano presso gli uffici giudiziari minorili ed in particolare, presso il tribunale per i minorenni di L’Aquila e la Procura minorile di L’Aquila, affermare che ogni iniziativa giudiziaria di loro competenza è ispirata esclusivamente ai principi di tutela dei diritti delle persone di minore età, come sanciti nella Costituzione e nelle fonti di diritto internazionale». Parole che ricordano da vicino quelle pronunciate dalla Angrisano durante un convegno, riprese da un servizio di Fuori dal coro che raccontava il caso di un altro controverso allontanamento di minori dalla famiglia ad opera delle forze dell’ordine, disposto sempre dal tribunale dei minori aquilano. Nel video si vede la toga affermare: «I figli non sono proprietà di nessuno. [...] Ma voi siete davvero sicuri che sia diritto dei genitori disporre della vita dei figli?».
Del resto, la lunga (è in magistratura da 33 anni) carriera della Angrisano, in larga misura dedicata alla gestione di casi che riguardavano minori o abusi di vario genere nei confronti di soggetti deboli, si è principalmente svolta in ambito penale. Dove, per definizione, la mediazione non la fa di certo da padrona. Nel 2007, ad esempio, è lei, che come gip del tribunale di Tivoli (subentrata a una collega che aveva lasciato l’incarico) nel pieno del caos della vicenda dei presunti abusi sui bambini di Rignano Flaminio, presiede l’incidente probatorio, mentre l’Italia si divide tra chi vede riti satanici e chi parla di una delle più grandi psicosi giudiziarie della storia repubblicana. Una psicosi che, in quel caso, vedeva come principali protagonisti i genitori, convinti degli abusi contro i figli, anche se alla fine gli imputati usciranno dal processo assolti, ma con la vita segnata per sempre. E sempre a Tivoli, nel 2010 emette l’ordinanza che manda in carcere Danilo Speranza, il cosiddetto «guru di San Lorenzo», a capo della setta Maya, accusato di aver abusato di alcune bambine parlando di «karma negativo» e «Dna curativo». Alla fine del lungo processo l’uomo verrà condannato con sentenza definitiva nel 2020 dalla Cassazione, ma per un curioso scherzo del destino, Speranza è morto proprio il giorno della decisione delle toghe.
Quando nel 2017 diventa presidente del tribunale per i minorenni dell’Aquila, Angrisano si trova davanti a dinamiche completamente diverse, basate sul ricorso a comunità educative, case famiglia, supporto di relazioni di servizi sociali invece che di informative della polizia giudiziaria. Che forse la toga potrebbe affrontare senza essersi liberata del tutto del suo vecchio ruolo in ambito penale, almeno stando a una sua considerazione espressa pubblicamente: «Bisogna interrogare il mondo degli adulti». Un approccio che, nei provvedimenti giudiziari e in vicende come quelle della famiglia del bosco, si trasforma in osservazioni, allontanamenti temporanei, collocamenti in comunità, valutazioni psicologiche e psicosociali. Tutte cose che segnano per sempre le famiglie che finiscono coinvolte.
E soprattutto, un approccio forse eccessivamente pragmatico. Che porta la toga, intervistata dai media a margine di un evento svolto davanti a una platea di adolescenti, a elargire consigli rivolti alle ragazze su come evitare il rischio del revenge porn: «Un messaggio che lancio sempre è: “Fate come gli uomini, mandate particolari anatomici, se non ne potete fare a meno non ci mettete la faccia”». Un suggerimento certamente efficace, ma forse un po’ sopra le righe se espresso da un magistrato.
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Golfo Persico, crisi petrolifera, scontro nell’AI, elezioni e lavoro: la settimana dei giornali americani tra geopolitica e tensioni interne.