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2020-05-30
L’Iss leva ogni alibi, si ripartirà insieme. Zaia rompe il tabù: «Basta mascherine»
Luca Zaia (Ansa)
L'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».
Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».
«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.
«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».
Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».
«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».
Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.
Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è.
Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa»
Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi».
La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria».
Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno».
Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
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Per gli esperti «nessuna situazione critica». Ottimista Roberto Speranza. Intanto in Veneto da lunedì si ritorna quasi alla normalità.Il procuratore Maria Cristina Rota fa chiarezza su Alzano e Nembro e scagiona la Lombardia.Lo speciale contiene due articoliL'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liss-leva-ogni-alibi-si-ripartira-insieme-zaia-rompe-il-tabu-basta-mascherine-2646129040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-conte-dalla-pm-di-bergamo-toccava-a-roma-fare-la-zona-rossa" data-post-id="2646129040" data-published-at="1590797624" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa» Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi». La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria». Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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