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2020-05-30
L’Iss leva ogni alibi, si ripartirà insieme. Zaia rompe il tabù: «Basta mascherine»
Luca Zaia (Ansa)
L'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».
Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».
«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.
«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».
Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».
«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».
Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.
Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è.
Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa»
Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi».
La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria».
Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno».
Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
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Per gli esperti «nessuna situazione critica». Ottimista Roberto Speranza. Intanto in Veneto da lunedì si ritorna quasi alla normalità.Il procuratore Maria Cristina Rota fa chiarezza su Alzano e Nembro e scagiona la Lombardia.Lo speciale contiene due articoliL'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. 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L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi». La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria». Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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