True
2020-05-30
L’Iss leva ogni alibi, si ripartirà insieme. Zaia rompe il tabù: «Basta mascherine»
Luca Zaia (Ansa)
L'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».
Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».
«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.
«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».
Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».
«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».
Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.
Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è.
Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa»
Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi».
La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria».
Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno».
Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Continua a leggereRiduci
Per gli esperti «nessuna situazione critica». Ottimista Roberto Speranza. Intanto in Veneto da lunedì si ritorna quasi alla normalità.Il procuratore Maria Cristina Rota fa chiarezza su Alzano e Nembro e scagiona la Lombardia.Lo speciale contiene due articoliL'Italia ripartirà tutta insieme, unita nella rinascita come nella tragedia, e se ci sarà bisogno di aspettare altri sette giorni, non sarà un problema. L'orientamento del governo è questo: la riapertura dei confini interregionali, in programma a partire da lunedì prossimo, 3 giugno, potrebbe al massimo essere posticipata al 10, ma non ci saranno discriminazioni tra regioni. Il piano A e il piano B, dunque, stando a quanto trapela da ambienti governativi, differiscono solo sulla data di abbattimento delle frontiere sanitarie che, nel periodo del lockdown, hanno diviso le regioni italiane. La decisione finale del governo arriverà domani: ieri, intanto, sono stati inviati al ministero della Salute i dati che segnalano il livello di rischio delle diverse regioni, attraverso l'elaborazione dei 21 parametri del monitoraggio messo a punto dallo stesso ministero. L'Iss di sanità ha diffuso un comunicato che sintetizza il quadro della situazione: «Al momento, in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia. È questo in sintesi il risultato del monitoraggio degli indicatori per la cosiddetta fase 2 per la settimana tra il 18 e il 24 maggio. In alcune regioni il numero di casi è ancora elevato denotando una situazione complessa, ma in fase di controllo. In altre il numero di casi è molto limitato. Si raccomanda pertanto cautela», prosegue la nota, «specialmente nel momento in cui dovesse aumentare per frequenza ed entità il movimento di persone sul territorio nazionale. Non si registrano segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali ospedalieri sul territorio nazionale».Le conclusioni sono all'insegna di un cauto, ma esplicito ottimismo: «Le misure di lockdown», scrive l'Iss, «hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Covid-19 sul territorio nazionale, pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle regioni. La situazione attuale, relativa all'inizio della prima fase di transizione, è complessivamente positiva. Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati», aggiunge l'Iss, «che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. Questo richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico».«I dati del monitoraggio», sottolinea il ministro della Salute, Roberto Speranza, «sono incoraggianti. I sacrifici hanno prodotto questi risultati. Dobbiamo continuare sulla strada intrapresa con gradualità e cautela». Ieri sera il premier, Giuseppe Conte, ha convocato a Palazzo Chigi i capi delegazione dei partiti di maggioranza e alcuni ministri, tra cui Francesco Boccia, Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e il sottosegretario Riccardo Fraccaro, per fare il punto sull'ipotesi di apertura degli spostamenti tra le Regioni dal 3 giugno, alla luce dei dati.«Penso che sia fondamentale», ha sottolineato ieri il governatore del Veneto, Luca Zaia, «non aprire a macchia di leopardo. Capisco le preoccupazioni di qualche collega che ha l'istinto materno e cerca di difendere il nido. Spero che si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo necessità di aumentare gli spostamenti, penso anche ai tanti congiunti che sono divisi». Il riferimento di Zaia è ai pochi presidenti di regione che vorrebbero confinare Piemonte, Lombardia e Liguria all'interno di una «zona rossa», mentre il resto d'Italia si muoverebbe liberamente. Un esempio? Il presidente della Toscana, Enrico Rossi: «Sulle riaperture dei confini fra le regioni annunciata per il 3 giugno», ha detto Rossi, «tocca al governo decidere, è il governo che ha i dati e il potere per farlo: tuttavia dico che bisogna stare attenti, non possiamo essere frettolosi. O si fa un provvedimento distinguendolo per regioni come Lombardia, Piemonte e Liguria che sono ancora più esposte al contagio delle altre, oppure, come sarebbe ragionevole», aggiunge Rossi, «si aspetta un altro po' tutti».Zaia ieri ha emanato una nuova ordinanza, che tra l'altro cancella l'obbligo della mascherina in strada: «Da lunedì», ha spiegato il presidente del Veneto, «la mascherina la porti solo nei luoghi chiusi e dove c'è assembramento all'aperto: ad esempio al mercato ti metti la mascherina. Quando vai a camminare non la usi, ma te la porti dietro e se incontri qualcuno la puoi indossare».«La pagella settimanale, arrivata ieri sera dall'Istituto superiore di sanità», ha sottolineato il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, «ci ha permesso di constatare con grande soddisfazione che i parametri dell'infezione sono tutti all'interno delle soglie, non abbiamo criticità, valori che accendano allarmi. Confidiamo quindi che il 3 giugno i confini della regione possano aprirsi».Cauto l'assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera: «Io dico che ci vuole ancora prudenza», sottolinea Gallera, «per capire se siamo in una fase nuova e diversa oppure no. Per fare una valutazione complessiva su quella che è la diffusione dei contagi dopo le riaperture della fase 2 la data cardinale è l'8 giugno». Insiste sull'introduzione del passaporto sanitario, o certificato di immunità che dir si voglia, per l'approdo sull'isola, il presidente della Sardegna, Christian Solinas.Intanto, in Europa c'è chi ci mette nella lista degli «appestati». La Croazia chiude le frontiere ai turisti italiani, mentre accoglierà i cittadini di Austria, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia. La Grecia ha compilato la lista dei 29 Stati dai quali accetterà turisti a partire dal 15 giugno, quando gli aeroporti riapriranno ai voli internazionali: l'Italia non c'è. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liss-leva-ogni-alibi-si-ripartira-insieme-zaia-rompe-il-tabu-basta-mascherine-2646129040.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiaffo-a-conte-dalla-pm-di-bergamo-toccava-a-roma-fare-la-zona-rossa" data-post-id="2646129040" data-published-at="1590797624" data-use-pagination="False"> Schiaffo a Conte dalla pm di Bergamo «Toccava a Roma fare la zona rossa» Uno schiaffo al premier Conte e agli esperti, Ricciardi in primis, che avevano scaricato sulla Lombardia le mancate zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo. Il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha infatti detto al Tg3 che la decisione «sarebbe dovuta essere del governo». L'istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere «una decisione governativa». È stato il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, ad affermarlo ieri ai microfoni della Rai. Rispondendo alla domanda su chi avrebbe dovuto isolare i Comuni di Nembro e Alzano Lombardo colpiti dall'epidemia di Covid, il magistrato ha dichiarato: «Da quel che ci risulta è una decisione governativa». Il magistrato ha aggiunto: «Vi è da parte della popolazione bergamasca richiesta di giustizia ed è dovere nostro accertare i fatti facendo la massima chiarezza su di essi». La dichiarazione del pm smentisce clamorosamente la tesi sostenuta dal premier, Giuseppe Conte, lo scorso aprile: «Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa in piena autonomia», dopo i primi casi di coronavirus. Aggiungendo che «non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al governo nazionale o ad altre autorità locali». La nota di Conte proseguiva facendo «presente che le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti», al pari «di quanto hanno fatto altre Regioni come il Lazio, la Basilicata e la Calabria». Il governatore, Attilio Fontana, aveva replicato: «Al di là del fatto che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi, io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione». E precisò che «forse su Alzano si sarebbe potuto fare qualcosa di più rigoroso, ma dopo che era stata istituita una zona rossa in tutta la Lombardia noi non avevamo neanche da un punto di vista giuridico modo di intervenire». Dopo poche ore, dalla Regione uscì un comunicato che precisava maggiormente la dinamica dei fatti, contestando le affermazioni di Conte. «Il primo marzo», si leggeva, «è stato concordato il primo Dpcm con misure restrittive su tutta la regione con particolare severità per le province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza […] A fronte della mappatura della diffusione del contagio, Regione Lombardia il 3 marzo ha reiterato, fra le altre, la richiesta di istituire una zona rossa per Nembro e Alzano, attraverso il Comitato tecnico scientifico di supporto a Palazzo Chigi che condivideva tale valutazione, inoltrandola al presidente del Consiglio e al ministro della Salute». La nota si concludeva ricordando che «l'8 marzo il governo ha deciso con proprio Dpcm di istituire la zona rossa in tutta la regione, superando ogni decisione relativa a Nembro e Alzano e cancellando quella di Codogno». Questi i fatti messi in chiaro dalla Lombardia già ad aprile ma la polemica non si è mai spenta e il premier ha continuato ad avere il dente avvelenato con Fontana , che giovedì e venerdì è stato sentito come persona informata sui fatti assieme all'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera. Si tratta di una pagina dolorosa, perché l'istituzione della zona rossa in quelle aree avrebbe potuto evitare parecchi morti, come di recente ha ricordato anche il consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi. Nella nota diffusa ieri dal pm Rota si legge che «la Procura di Bergamo sta svolgendo indagini serrate al fine, in primis, di ricostruire i fatti così come si sono svolti in relazione sia all'ospedale di Alzano Lombardo che nelle diverse Rsa della provincia. Seconda tappa sarà accertare se vi sia nesso di causalità tra i fatti come ricostruiti e gli eventi e, in caso affermativo, stabilire a chi fanno capo le responsabilità. Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo».
Ansa
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
Continua a leggereRiduci
Che cosa è successo quel pomeriggio? La brutale aggressione si è verificata nei pressi di via 24 Maggio nel corso di un’attività di servizio degli agenti della squadra volante operativi proprio in una delle zone più attenzionate dalle forze dell’ordine. I poliziotti hanno fermato diverse persone per normali iter di controllo e identificazione.
Tra questi è toccato pure al giovane gambiano, già noto alle forze dell’ordine, che però ha prontamente rifiutato di farsi identificare. Non solo ha posto resistenza, ma ha iniziato ad aggredire gli agenti con violenza e forza, tanto da ferirne quattro. I poliziotti, a stento, sono riusciti a bloccarlo e a portarlo in questura.
Ma anche lì il giovane non riusciva a trattenersi e, secondo quanto è stato riferito, ha iniziato a inveire contro chiunque passasse davanti a lui. A quel punto, i poliziotti sono stati costretti a chiamare il 118 per evitare che la situazione degenerasse. Il giovane è stato portato in ospedale e anche lì ha cominciato ad aggredire il personale sanitario manifestando continui segni di squilibrio. Finalmente gli operatori sanitari sono riusciti a calmarlo. Il gambiano mostrava evidenti alterazioni psico-fisiche, sia perché era sotto l’effetto di droghe e sia perché, da quanto si è appreso, soffre di disturbi psichici. Pesante il bilancio dei quattro agenti aggrediti: in totale hanno riportato lesioni per ben 77 giorni di prognosi. Per due di loro le condizioni sono apparse, sin dall’inizio, più serie perché sono stati considerati guaribili in circa trenta giorni. Mentre gli altri due colleghi hanno riportato ferite più lievi con una prognosi di 10 e 7 giorni. Il giovane gambiano è stato segnalato all’Autorità giudiziaria e poi è stato rimesso in libertà. Ma l’aggressione ai quattro poliziotti di Pesaro ha nuovamente riacceso i riflettori sulla mancanza di sicurezza delle forze dell’ordine, spesso nel mirino di persone, molte delle quali extracomunitari, molto pericolose per l’incolumità pubblica.
Su questo episodio è intervenuto il segretario del sindacato Silp Cgil, Pierpaolo Frega, che ha evidenziato la gravità della situazione: «Che cosa si è fatto nel tempo? L’uomo, oltre che tossicodipendente è affetto da una grave patologia psichica, ma nel corso degli anni non si è mai riusciti ad espellerlo, si sono utilizzati provvedimenti dettati dalla politica totalmente inefficaci come Daspo e fogli di via, non esistono strutture per misure detentive psichiatriche che potrebbero contenere e gestire le sue patologie. Le forze dell’ordine sono lasciate sole a gestire un problema sanitario, importante, facendolo diventare un problema di polizia, sperando solo che la magistratura, allo stesso modo impotente, mandi in carcere un soggetto che di fatto è incompatibile con la detenzione. Le forze dell’ordine sono chiamate a lavorare cercando di dare risposte concrete ai cittadini, provando a rimanere incolumi, consapevoli che però, dopo di loro, esiste un vuoto e un silenzio assoluto per mancanza atavica di strumenti, di supporto e soprattutto di soluzioni concrete che non spostino solo il problema più in là». Pesaro è però solo la punta dell’iceberg di un’escalation di aggressioni.
Due cittadini nordafricani hanno seminato il panico, in provincia di Bergamo, causando un inseguimento al cardiopalma da parte dei carabinieri che sono riusciti a evitare il peggio. Ma, alla fine, sono stati presi a calci. L’inseguimento, simile a quelli dei film, è iniziato nel territorio di Gorle, quando una pattuglia dei carabinieri ha notato due nordafricani a bordo di una Volkswagen Taigo in atteggiamento sospetto. A quel punto, i militari hanno intimato l’alt. Ma i due hanno fatto finta di nulla. Anzi, il passeggero si è dato alla fuga scappando a piedi, mentre il conducente ha dato inizio a una corsa infinita e spericolata. La tentata fuga è proseguita lungo diverse arterie della provincia bergamasca, attraversando i territori di Gorle, Ranica, Villa di Serio, Alzano Lombardo e Albino. Il giovane alla guida ha eseguito numerose manovre estremamente pericolose: sorpassi azzardati, guida contromano, attraversamento di incroci con semaforo rosso e velocità che superavano i 140 chilometri orari, percorrendo infine strade secondarie e sterrate. Il 39enne marocchino, alla fine, ha perso il controllo dell’automobile che si è ribaltata e ha, quindi, concluso la sua corsa in località Fiobbio di Albino. Ma, nonostante lo stop forzato e l’incidente causato, il giovane nordafricano ha cercato di svignarsela a piedi. Dopo un breve inseguimento, i carabinieri sono riusciti a raggiungerlo e a bloccarlo, ma l’uomo non si dava per vinto e ha iniziato ad aggredire i militari prendendoli a calci e spinte. Una volta fermato e identificato, lo straniero è risultato irregolare sul territorio nazionale e senza la patente di guida. È stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e il giudice ha rilasciato il nulla osta all’espulsione.
Continua a leggereRiduci