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2020-01-05
L’Iran giura vendetta all’America e le milizie sparano i primi missili
Ansa
Prima la Zona verde di Baghdad, dove ha sede l'ambasciata statunitense; poi la base di Balad; quella di Al Kindi, a Nord di Mosul; il commando di Nineveh, nel Nord dell'Iraq; infine, l'area degli ex palazzi presidenziali a Mosul. Mentre La Verità andava in stampa erano questi gli obiettivi colpiti in Iraq dalle forze alleate dell'Iran e in tutti questi luoghi è - o quantomeno era - presente personale statunitense. È almeno di una decina di feriti (tutti iracheni) il bilancio della risposta iraniana all'uccisione da parte degli Stati Uniti del capo della brigata Qods delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Soleimani e di Abu Mahdi Al Muhandis, capo delle milizie sciite irachene.
Sono stati registrati raid, probabilmente statunitensi, anche contro una base delle Unità di mobilitazione popolare (filoiraniane) al confine fra Iraq e Siria. Pare confermata la notizia che i pasdaran abbiano iniziato a evacuare il loro personale da Aleppo temendo raid aerei staunitensi. Smentita, invece, quella di un raid americano che avrebbe ucciso Shibl Al Zaidi, leader delle brigate Imam Ali, milizia delle Forze di mobilitazione popolare.
Secondo le prime ricostruzioni, dietro i cinque attacchi missilistici potrebbe esserci il ramo iracheno di Hezbollah. La milizia sciita alleata di Teheran, ieri, qualche minuto dopo i due raid missilistici, ha invitato le forze di sicurezza irachene a lasciare le basi statunitensi nel Paese, annunciando nuovi attacchi contro gli States per oggi.
È la vendetta promessa dall'Iran agli Stati Uniti: «L'America è il Grande Satana» e «Morte all'America», i cori scanditi durante i funerali iniziati ieri - nel quartiere sciita Al Kadhimiya di Baghdad - di Soleimani e di Al Muhandis, uccisi da un raid del Pentagono nella notte fra giovedì e venerdì. La salma del primo è diretta verso l'Iran, mentre il secondo verrà sepolto a Najaf dopo un passaggio nella città di Karbala. «Il sangue del martire Soleimani sarà vendicato il giorno in cui vedremo la mano malvagia dell'America essere tagliata via per sempre dalla regione», ha detto il presidente iraniano, Hassan Rouhani, incontrando i familiari del generale. Il quale, secondo il presidente statunitense Donald Trump, stava pianificando «un attacco contro diplomatici e soldati americani».
L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Majid Takht Ravanchi, ha parlato di «atto di terrorismo» e dichiarato che «sicuramente ci sarà vendetta, una dura vendetta». E ancora: «La risposta per un'azione militare è un'azione militare. Da chi? Quando? Dove? Si vedrà in futuro». Ma è probabile che almeno fino alla fine dei tre giorni di lutto nazionale proclamati da Khamenei l'Iran non risponda, se non tramite forze alleate (come nel caso dell'attacco missilistico di ieri). Quindi non prima di martedì. Il Dipartimento per la sicurezza nazionale di Washington ha già fatto sapere che il terreno più probabile per un contrattacco è l'universo cyber.
Il Pentagono ha dispiegato 2.800 soldati già in viaggio verso il Medio Oriente, la Nato ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq, la coalizione Usa anti Isis ridimensionerà le sue azioni e molti Paesi occidentali hanno invitato i loro cittadini ad abbandonare l'Iraq. Intanto, il presidente Trump ha lasciato il dossier nelle mani della diplomazia dando la sua disponibilità per colloqui con l'Iran, stando a quanto riferito da Robert O'Brien.
Mentre la Cina dimostra vicinanza all'Iran, invitando gli Stati Uniti a «non abusare della forza», il ruolo di mediatore nella crisi sembra spettare al Qatar, il cui ministro degli Esteri, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato ieri a Teheran il suo omologo iraniano, Javad Zarif. Ecco l'offerta, secondo i media statunitensi: un nuovo accordo nucleare in cambio della revoca delle sanzioni. A patto che Teheran non reagisca con violenza all'uccisione di Soleimani. È questa, la scommessa di Trump: la crisi economica interna all'Iran e le prossime elezioni che rischiano di mandare a casa i «riformisti» a favore degli ultraconservatori potrebbe spingere l'Iran a evitare una rappresaglia e sedersi al tavolo con gli States.
Tra i protagonisti di queste ore, sul lato a stelle e strisce, c'è anche il segretario di Stato Mike Pompeo, che per prima cosa sta coltivando i rapporti con Israele e con i principali alleati internazionali. Tra questi, però, si registra un vuoto: l'Europa. In un'intervista a Fox News, il capo di Foggy Bottom ha bacchettato gli alleati del Vecchio continente, a suo giudizio non «così disponibili» come avrebbero dovuto nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani.
Pompeo ha raccontato le telefonate con i leader della regione per spiegare l'attacco: «Tutti sono stati fantastici. Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive», ha dichiarato. Poi ha attaccato Londra, Parigi e Berlino: «Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che abbiamo fatto, ciò che hanno fatto gli americani, che hanno salvato vite umane anche in Europa».
Manca il riferimento all'Italia. Infatti, né Pompeo né tantomeno Trump hanno sentito la necessità di telefonare al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, né al premier Giuseppe Conte. Quest'ultimo ha seguito le indicazioni di un suo predecessore che molto ha scommesso su di lui: Massimo D'Alema, colui il quale in visita a Beirut (2006) si fece fotografare sottobraccio a Hussein Haji Hassan, deputato di Hezbollah. La soluzione dell'ex premier? «Una missione dell'Unione europea». E così ieri mattina una nota di Palazzo Chigi informava che il premier Conte è preoccupato per l'escalation e punta sul «ruolo fondamentale» e il «contributo determinante» dell'Unione europea.
Il che conferma un sospetto: i leader europei quando non sanno che fare invocano una missione europea. Che vuole dire tutto e niente, ma sempre più spesso vuole dire niente. L'abbiamo già visto con il flop libico.
Da Renzi a Mogherini. Chi è più spiazzato dalla mossa di Trump
Oltre a Qassem Soleimani, capo dei corpi speciali iraniani, Donald Trump sembra aver bombardato anche i sostenitori nostrani del regime degli ayatollah. Quelli che, confidando nell'evanescente diplomazia europea, pensavano di poter costruire un sistema di alleanze alternativo a quello suggerito da Washington dopo l'arrivo del tycoon alla Casa Bianca. Il fronte di Bruxelles, però, è stato sparigliato dalla Germania, che ha assolto The Donald. Massimo D'Alema, la sua «missione Ue per fermare l'escalation», invocata sulle colonne di Repubblica, potrà giusto sognarla di notte.
Capofila dell'utopia euroiraniana era l'ex Alto rappresentante per la Politica estera dell'Unione, ossia la Federica Mogherini che, nell'agosto 2017, si presentò velata a Teheran, alla cerimonia d'insediamento del presidente Hassan Rouhani. La stessa che nel 2014 celebrava l'intesa sul nucleare negoziata dall'amministrazione Obama, annunciando «una nuova stagione di dialogo» con l'Iran su «energia, trasporti, diritti umani, ambiente e traffico di droga». Non a caso, il suo principale sponsor politico, Matteo Renzi, nel gennaio 2016 fece coprire le statue nude dei Musei Capitolini per «islamizzare» la passerella dello stesso Rouhani, volato in visita a Roma. Il leader sciita ne fu entusiasta («Italiani molto ospitali», commentò), mentre l'allora ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, fu costretto a definire «incomprensibile» la scelta di censurare le sculture.
A quel tempo, il titolare del dicastero degli Esteri un certo Paolo Gentiloni, quello che venerdì, nella sua nuova veste di commissario Ue per l'Economia, twittava la propria apprensione per i «rischi di escalation e destabilizzazione» del Medio Oriente. Rischi che evidentemente egli non intravedeva, quando (novembre 2014) su Repubblica definiva l'abbattimento del raìs libico, Muhammar Gheddafi, «una causa sacrosanta». D'altronde, tutta la sinistra s'indignava con Silvio Berlusconi, perché il Cav riceveva in pompa magna il dittatore nordafricano. La stessa sinistra favorevole allo scellerato intervento militare in Libia, che innescò la più grave crisi umanitaria e migratoria del decennio. Salvo poi ricredersi, puntando però sul cavallo sbagliato: Fajez Al Serraj messo alle strette dal rivale Kalifah Haftar e ormai più vicino a Recep Tayyip Erdogan che a Luigi Di Maio, l'attuale, attuale inquilino della Farnesina.
Forse la guerra libica e le lodate primavere arabe, caldeggiate da Barack Obama, non generavano rischi di escalation e destabilizzazione? E forse Hillary Clinton, la candidata che i dem italiani sognavano alla Casa Bianca nel 2016, non era quella che si vantava di essere pronta ad «annientare totalmente l'Iran»? Si vede che la bomba di sinistra è magica: non distrugge, anzi porta la pace.
Nella galleria di chi appare più spiazzato dal durissimo blitz di Trump, non si può non includere un'altra femminista velata: nel 2015, alle Nazioni Unite, Laura Boldrini tenne un cordialissimo bilaterale con lo speaker del Parlamento iraniano, Ali Larijani. Un incontro in cui fu ribadita la volontà di cooperare su turismo ed energia, senza fare cenno al rispetto dei diritti umani di donne e omosessuali, che a sentire la Boldrini, persino in Occidente sono costantemente sotto segregazione. Copione simile con l'ex governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, in missione istituzionale a Teheran nel gennaio 2016. Ovviamente, con un velo che ne occultava la chioma scura: «Preferisco coprirmi e aprire dialoghi», si giustificò lei.
L'intesa sul nucleare, come nel caso della Corea del Nord, era solamente la maniera in cui Obama fingeva di non accorgersi delle operazioni iraniane di arricchimento dell'uranio: a fine dicembre, Teheran si vantava di averne decuplicato la produzione. A sostenere l'accordo, nondimeno, c'era anche l'ex ministro degli Esteri radicale, Emma Bonino. La quale almeno invocava controlli autentici da parte degli osservatori internazionali, in luogo della fede incondizionata nelle buone intenzioni degli ayatollah.
Tra gli amici del regime, sicuramente delusi dal raid di Trump, figura, manco a dirlo, la gerarchia cattolica progressista. Comprensibile che, nelle ore successive al blitz, il nunzio apostolico a Teheran, Leo Boccardi, avesse sintetizzato così i sentimenti dell'opinione pubblica iraniana: «Incredulità, dolore e rabbia. Credo che la tensione sia arrivata a un livello che non si era mai visto e questo preoccupa e complica ancora di più la situazione». Sacrosante le preghiere per la pace del Papa, ma meno comprensibile la mezza santificazione di Soleimani redatta sulle pagine del quotidiano dei vescovi. Avvenire, ieri, attribuiva al generale nientemeno che la vittoria sullo Stato islamico, celebrandolo come uno «stratega», una sorta di condottiero povero per i poveri: «Lo si vedeva spesso insieme ai soldati, con gli stivali sporchi di fango, oppure seduto per terra a bere tè, a mangiare, a pregare». Mica come quel diavolaccio di Trump.
In Libia Haftar chiede al popolo di fare la jihad contro i turchi
La situazione continua a surriscaldarsi in Libia. Il recente via libera del parlamento turco all'invio di soldati sul territorio in sostegno di Fayez al Sarraj, continua ad innescare durissime reazioni. Nelle scorse ore, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar ha lanciato un appello alla mobilitazione e alla jihad contro l'ormai molto probabile intervento militare di Ankara. «Accettiamo la sfida e dichiariamo la guerra santa islamica e la mobilitazione generale», ha affermato il generale. «Rinserriamo i nostri ranghi e mettiamo da parte le nostre divergenze», ha proseguito, «il nemico raduna le sue forze per invadere la Libia e asservire la nostra gente», trovando «tra i traditori quelli che hanno firmato con lui un accordo di sottomissione, d'umiliazione e di onta». Haftar ha quindi esortato lo stesso popolo turco a ribellarsi contro il presidente Recep Tayyip Erdogan, da lui definito un «avventuriero dissennato».
La tensione sul territorio libico sta salendo vertiginosamente: non a caso, nei giorni scorsi, si sono verificate proteste antiturche in alcune città della zona orientale della nazione. La partita trascende ovviamente il duello tra Sarraj e Haftar, chiamando in causa dinamiche di natura geopolitica.
Alla base dell'interventismo di Erdogan in Libia convergono svariate cause. In primis, troviamo un forte interesse all'approvvigionamento energetico, in termini di gas naturale. In secondo luogo, il «sultano» sta giocando una partita contro i suoi principali avversari nell'area mediorientale e nordafricana: la Turchia è in forte divergenza nei confronti dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, soprattutto per il suo storico sostegno alla Fratellanza musulmana. E la Libia sta ora diventando un nuovo terreno di scontro. Non dimentichiamo d'altronde come Haftar (spalleggiato dal presidente egiziano Al Sisi) abbia spesso accusato Sarraj di collusione con le galassie islamiste e che i Fratelli musulmani vantino una significativa presenza in Tripolitania.
Il problema è che a complicare ulteriormente la questione è intervenuta anche la Russia, in sostegno del generale della Cirenaica. Nel sistema dei blocchi contrapposti che si sta venendo a formare, sembra sempre più probabile un duello tra Ankara e Mosca, in grado di mettere in secondo piano tutti gli altri attori internazionali coinvolti (Italia compresa). Il punto sarà capire se Erdogan e Vladimir Putin arriveranno a uno scontro o se preferiranno in realtà spartirsi le aree d'influenza sulla regione. Nonostante la grande incertezza che regna al momento, questa seconda ipotesi potrebbe risultare la più probabile: non dimentichiamo del resto che, almeno dal 2017, Turchia e Russia si siano fortemente avvicinate sul piano geopolitico ed economico. Ed è un dato di fatto che abbiano recentemente rinsaldato i propri legami sul dossier siriano. Queste convergenze pregresse potrebbero quindi fornire il quadro di base per un'eventuale futura spartizione della Libia. Spartizione che non piacerebbe affatto agli Stati Uniti. Washington, tuttavia, potrebbe finire col passare la mano qualora - come sembra - dovesse trovarsi impelagata in un conflitto serrato con l'Iran, date le ostilità crescenti con Teheran.
E l'Italia? Il prezzo che rischia di pagare è molto alto. Nel caso gli States lasciassero definitivamente campo libero a Turchia e Russia, Roma resterebbe totalmente tagliata fuori. Si tratta di un destino sempre più probabile, anche perché il governo giallorosso sembra non avere le idee troppo chiare su come muoversi nello scacchiere libico. Nonostante sostenga Sarraj, è altamente improbabile che la Turchia abbia intenzione di lasciare spazio al nostro Paese. Tra l'altro, non bisogna neppure dimenticare che - in occasione della crisi siriana dello scorso ottobre - le relazioni fra Roma e Ankara si sono fatte piuttosto tese. Un fattore che, adesso, potrebbe produrre ripercussioni sulla nostra influenza in Libia. Luigi Di Maio si recherà, su invito del ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, al Cairo il prossimo 8 gennaio per la riunione con i rappresentanti di Grecia, Cipro e Francia dedicata al dossier libico. Dura la posizione assunta da Matteo Salvini sull'operato del governo: «Conte ignorato e assente, mentre in Libia l'Italia perde credibilità e terreno a vantaggio di Francia e Turchia, un potenziale disastro per il nostro Paese», ha dichiarato il numero uno della Lega.
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Dopo le esequie del generale, gruppi sciiti iracheni hanno colpito obiettivi Usa e annunciato altri raid per oggi. Teheran: «Taglieremo la mano a Washington». Mike Pompeo striglia i partner europei e ignora il nostro Paese.Matteo Renzi velava le statue per Hassan Rouhani, l'ex ministro degli Esteri Ue Federica Mogherini flirtava con gli iraniani. E Avvenire beatifica Qassem Soleimani.La Libia va verso la spartizione fra Mosca e Ankara. Roma sta a guardare.Lo speciale contiene tre articoli.Prima la Zona verde di Baghdad, dove ha sede l'ambasciata statunitense; poi la base di Balad; quella di Al Kindi, a Nord di Mosul; il commando di Nineveh, nel Nord dell'Iraq; infine, l'area degli ex palazzi presidenziali a Mosul. Mentre La Verità andava in stampa erano questi gli obiettivi colpiti in Iraq dalle forze alleate dell'Iran e in tutti questi luoghi è - o quantomeno era - presente personale statunitense. È almeno di una decina di feriti (tutti iracheni) il bilancio della risposta iraniana all'uccisione da parte degli Stati Uniti del capo della brigata Qods delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Soleimani e di Abu Mahdi Al Muhandis, capo delle milizie sciite irachene.Sono stati registrati raid, probabilmente statunitensi, anche contro una base delle Unità di mobilitazione popolare (filoiraniane) al confine fra Iraq e Siria. Pare confermata la notizia che i pasdaran abbiano iniziato a evacuare il loro personale da Aleppo temendo raid aerei staunitensi. Smentita, invece, quella di un raid americano che avrebbe ucciso Shibl Al Zaidi, leader delle brigate Imam Ali, milizia delle Forze di mobilitazione popolare.Secondo le prime ricostruzioni, dietro i cinque attacchi missilistici potrebbe esserci il ramo iracheno di Hezbollah. La milizia sciita alleata di Teheran, ieri, qualche minuto dopo i due raid missilistici, ha invitato le forze di sicurezza irachene a lasciare le basi statunitensi nel Paese, annunciando nuovi attacchi contro gli States per oggi. È la vendetta promessa dall'Iran agli Stati Uniti: «L'America è il Grande Satana» e «Morte all'America», i cori scanditi durante i funerali iniziati ieri - nel quartiere sciita Al Kadhimiya di Baghdad - di Soleimani e di Al Muhandis, uccisi da un raid del Pentagono nella notte fra giovedì e venerdì. La salma del primo è diretta verso l'Iran, mentre il secondo verrà sepolto a Najaf dopo un passaggio nella città di Karbala. «Il sangue del martire Soleimani sarà vendicato il giorno in cui vedremo la mano malvagia dell'America essere tagliata via per sempre dalla regione», ha detto il presidente iraniano, Hassan Rouhani, incontrando i familiari del generale. Il quale, secondo il presidente statunitense Donald Trump, stava pianificando «un attacco contro diplomatici e soldati americani». L'ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Majid Takht Ravanchi, ha parlato di «atto di terrorismo» e dichiarato che «sicuramente ci sarà vendetta, una dura vendetta». E ancora: «La risposta per un'azione militare è un'azione militare. Da chi? Quando? Dove? Si vedrà in futuro». Ma è probabile che almeno fino alla fine dei tre giorni di lutto nazionale proclamati da Khamenei l'Iran non risponda, se non tramite forze alleate (come nel caso dell'attacco missilistico di ieri). Quindi non prima di martedì. Il Dipartimento per la sicurezza nazionale di Washington ha già fatto sapere che il terreno più probabile per un contrattacco è l'universo cyber.Il Pentagono ha dispiegato 2.800 soldati già in viaggio verso il Medio Oriente, la Nato ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq, la coalizione Usa anti Isis ridimensionerà le sue azioni e molti Paesi occidentali hanno invitato i loro cittadini ad abbandonare l'Iraq. Intanto, il presidente Trump ha lasciato il dossier nelle mani della diplomazia dando la sua disponibilità per colloqui con l'Iran, stando a quanto riferito da Robert O'Brien.Mentre la Cina dimostra vicinanza all'Iran, invitando gli Stati Uniti a «non abusare della forza», il ruolo di mediatore nella crisi sembra spettare al Qatar, il cui ministro degli Esteri, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato ieri a Teheran il suo omologo iraniano, Javad Zarif. Ecco l'offerta, secondo i media statunitensi: un nuovo accordo nucleare in cambio della revoca delle sanzioni. A patto che Teheran non reagisca con violenza all'uccisione di Soleimani. È questa, la scommessa di Trump: la crisi economica interna all'Iran e le prossime elezioni che rischiano di mandare a casa i «riformisti» a favore degli ultraconservatori potrebbe spingere l'Iran a evitare una rappresaglia e sedersi al tavolo con gli States. Tra i protagonisti di queste ore, sul lato a stelle e strisce, c'è anche il segretario di Stato Mike Pompeo, che per prima cosa sta coltivando i rapporti con Israele e con i principali alleati internazionali. Tra questi, però, si registra un vuoto: l'Europa. In un'intervista a Fox News, il capo di Foggy Bottom ha bacchettato gli alleati del Vecchio continente, a suo giudizio non «così disponibili» come avrebbero dovuto nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere Soleimani. Pompeo ha raccontato le telefonate con i leader della regione per spiegare l'attacco: «Tutti sono stati fantastici. Ma le mie conversazioni con i nostri partner in altri luoghi non sono state altrettanto positive», ha dichiarato. Poi ha attaccato Londra, Parigi e Berlino: «Francamente, gli europei non sono stati così disponibili come avrei voluto che fossero. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, tutti devono capire ciò che abbiamo fatto, ciò che hanno fatto gli americani, che hanno salvato vite umane anche in Europa». Manca il riferimento all'Italia. Infatti, né Pompeo né tantomeno Trump hanno sentito la necessità di telefonare al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, né al premier Giuseppe Conte. Quest'ultimo ha seguito le indicazioni di un suo predecessore che molto ha scommesso su di lui: Massimo D'Alema, colui il quale in visita a Beirut (2006) si fece fotografare sottobraccio a Hussein Haji Hassan, deputato di Hezbollah. La soluzione dell'ex premier? «Una missione dell'Unione europea». E così ieri mattina una nota di Palazzo Chigi informava che il premier Conte è preoccupato per l'escalation e punta sul «ruolo fondamentale» e il «contributo determinante» dell'Unione europea.Il che conferma un sospetto: i leader europei quando non sanno che fare invocano una missione europea. Che vuole dire tutto e niente, ma sempre più spesso vuole dire niente. L'abbiamo già visto con il flop libico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/liran-giura-vendetta-allamerica-e-le-milizie-sparano-i-primi-missili-2643991616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-renzi-a-mogherini-chi-e-piu-spiazzato-dalla-mossa-di-trump" data-post-id="2643991616" data-published-at="1774042793" data-use-pagination="False"> Da Renzi a Mogherini. 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La stessa che nel 2014 celebrava l'intesa sul nucleare negoziata dall'amministrazione Obama, annunciando «una nuova stagione di dialogo» con l'Iran su «energia, trasporti, diritti umani, ambiente e traffico di droga». Non a caso, il suo principale sponsor politico, Matteo Renzi, nel gennaio 2016 fece coprire le statue nude dei Musei Capitolini per «islamizzare» la passerella dello stesso Rouhani, volato in visita a Roma. Il leader sciita ne fu entusiasta («Italiani molto ospitali», commentò), mentre l'allora ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, fu costretto a definire «incomprensibile» la scelta di censurare le sculture. A quel tempo, il titolare del dicastero degli Esteri un certo Paolo Gentiloni, quello che venerdì, nella sua nuova veste di commissario Ue per l'Economia, twittava la propria apprensione per i «rischi di escalation e destabilizzazione» del Medio Oriente. Rischi che evidentemente egli non intravedeva, quando (novembre 2014) su Repubblica definiva l'abbattimento del raìs libico, Muhammar Gheddafi, «una causa sacrosanta». D'altronde, tutta la sinistra s'indignava con Silvio Berlusconi, perché il Cav riceveva in pompa magna il dittatore nordafricano. La stessa sinistra favorevole allo scellerato intervento militare in Libia, che innescò la più grave crisi umanitaria e migratoria del decennio. Salvo poi ricredersi, puntando però sul cavallo sbagliato: Fajez Al Serraj messo alle strette dal rivale Kalifah Haftar e ormai più vicino a Recep Tayyip Erdogan che a Luigi Di Maio, l'attuale, attuale inquilino della Farnesina. Forse la guerra libica e le lodate primavere arabe, caldeggiate da Barack Obama, non generavano rischi di escalation e destabilizzazione? E forse Hillary Clinton, la candidata che i dem italiani sognavano alla Casa Bianca nel 2016, non era quella che si vantava di essere pronta ad «annientare totalmente l'Iran»? Si vede che la bomba di sinistra è magica: non distrugge, anzi porta la pace. Nella galleria di chi appare più spiazzato dal durissimo blitz di Trump, non si può non includere un'altra femminista velata: nel 2015, alle Nazioni Unite, Laura Boldrini tenne un cordialissimo bilaterale con lo speaker del Parlamento iraniano, Ali Larijani. Un incontro in cui fu ribadita la volontà di cooperare su turismo ed energia, senza fare cenno al rispetto dei diritti umani di donne e omosessuali, che a sentire la Boldrini, persino in Occidente sono costantemente sotto segregazione. Copione simile con l'ex governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, in missione istituzionale a Teheran nel gennaio 2016. Ovviamente, con un velo che ne occultava la chioma scura: «Preferisco coprirmi e aprire dialoghi», si giustificò lei. L'intesa sul nucleare, come nel caso della Corea del Nord, era solamente la maniera in cui Obama fingeva di non accorgersi delle operazioni iraniane di arricchimento dell'uranio: a fine dicembre, Teheran si vantava di averne decuplicato la produzione. A sostenere l'accordo, nondimeno, c'era anche l'ex ministro degli Esteri radicale, Emma Bonino. La quale almeno invocava controlli autentici da parte degli osservatori internazionali, in luogo della fede incondizionata nelle buone intenzioni degli ayatollah. Tra gli amici del regime, sicuramente delusi dal raid di Trump, figura, manco a dirlo, la gerarchia cattolica progressista. Comprensibile che, nelle ore successive al blitz, il nunzio apostolico a Teheran, Leo Boccardi, avesse sintetizzato così i sentimenti dell'opinione pubblica iraniana: «Incredulità, dolore e rabbia. Credo che la tensione sia arrivata a un livello che non si era mai visto e questo preoccupa e complica ancora di più la situazione». Sacrosante le preghiere per la pace del Papa, ma meno comprensibile la mezza santificazione di Soleimani redatta sulle pagine del quotidiano dei vescovi. Avvenire, ieri, attribuiva al generale nientemeno che la vittoria sullo Stato islamico, celebrandolo come uno «stratega», una sorta di condottiero povero per i poveri: «Lo si vedeva spesso insieme ai soldati, con gli stivali sporchi di fango, oppure seduto per terra a bere tè, a mangiare, a pregare». 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Nelle scorse ore, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar ha lanciato un appello alla mobilitazione e alla jihad contro l'ormai molto probabile intervento militare di Ankara. «Accettiamo la sfida e dichiariamo la guerra santa islamica e la mobilitazione generale», ha affermato il generale. «Rinserriamo i nostri ranghi e mettiamo da parte le nostre divergenze», ha proseguito, «il nemico raduna le sue forze per invadere la Libia e asservire la nostra gente», trovando «tra i traditori quelli che hanno firmato con lui un accordo di sottomissione, d'umiliazione e di onta». Haftar ha quindi esortato lo stesso popolo turco a ribellarsi contro il presidente Recep Tayyip Erdogan, da lui definito un «avventuriero dissennato». La tensione sul territorio libico sta salendo vertiginosamente: non a caso, nei giorni scorsi, si sono verificate proteste antiturche in alcune città della zona orientale della nazione. La partita trascende ovviamente il duello tra Sarraj e Haftar, chiamando in causa dinamiche di natura geopolitica. Alla base dell'interventismo di Erdogan in Libia convergono svariate cause. In primis, troviamo un forte interesse all'approvvigionamento energetico, in termini di gas naturale. In secondo luogo, il «sultano» sta giocando una partita contro i suoi principali avversari nell'area mediorientale e nordafricana: la Turchia è in forte divergenza nei confronti dell'Egitto e dell'Arabia Saudita, soprattutto per il suo storico sostegno alla Fratellanza musulmana. E la Libia sta ora diventando un nuovo terreno di scontro. Non dimentichiamo d'altronde come Haftar (spalleggiato dal presidente egiziano Al Sisi) abbia spesso accusato Sarraj di collusione con le galassie islamiste e che i Fratelli musulmani vantino una significativa presenza in Tripolitania. Il problema è che a complicare ulteriormente la questione è intervenuta anche la Russia, in sostegno del generale della Cirenaica. Nel sistema dei blocchi contrapposti che si sta venendo a formare, sembra sempre più probabile un duello tra Ankara e Mosca, in grado di mettere in secondo piano tutti gli altri attori internazionali coinvolti (Italia compresa). Il punto sarà capire se Erdogan e Vladimir Putin arriveranno a uno scontro o se preferiranno in realtà spartirsi le aree d'influenza sulla regione. Nonostante la grande incertezza che regna al momento, questa seconda ipotesi potrebbe risultare la più probabile: non dimentichiamo del resto che, almeno dal 2017, Turchia e Russia si siano fortemente avvicinate sul piano geopolitico ed economico. Ed è un dato di fatto che abbiano recentemente rinsaldato i propri legami sul dossier siriano. Queste convergenze pregresse potrebbero quindi fornire il quadro di base per un'eventuale futura spartizione della Libia. Spartizione che non piacerebbe affatto agli Stati Uniti. Washington, tuttavia, potrebbe finire col passare la mano qualora - come sembra - dovesse trovarsi impelagata in un conflitto serrato con l'Iran, date le ostilità crescenti con Teheran. E l'Italia? Il prezzo che rischia di pagare è molto alto. Nel caso gli States lasciassero definitivamente campo libero a Turchia e Russia, Roma resterebbe totalmente tagliata fuori. Si tratta di un destino sempre più probabile, anche perché il governo giallorosso sembra non avere le idee troppo chiare su come muoversi nello scacchiere libico. Nonostante sostenga Sarraj, è altamente improbabile che la Turchia abbia intenzione di lasciare spazio al nostro Paese. Tra l'altro, non bisogna neppure dimenticare che - in occasione della crisi siriana dello scorso ottobre - le relazioni fra Roma e Ankara si sono fatte piuttosto tese. Un fattore che, adesso, potrebbe produrre ripercussioni sulla nostra influenza in Libia. Luigi Di Maio si recherà, su invito del ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, al Cairo il prossimo 8 gennaio per la riunione con i rappresentanti di Grecia, Cipro e Francia dedicata al dossier libico. Dura la posizione assunta da Matteo Salvini sull'operato del governo: «Conte ignorato e assente, mentre in Libia l'Italia perde credibilità e terreno a vantaggio di Francia e Turchia, un potenziale disastro per il nostro Paese», ha dichiarato il numero uno della Lega.
Chuck Norris (Ansa)
Parliamo della cosiddetta «America profonda», generosa e al tempo stesso prepotente, devota alle libertà individuali e pervasa da un senso spiccio della giustizia, cultrice della proprietà privata e sostenitrice del diritto di ogni cittadino a girare armato. Con la trentina di film da lui interpretati e i quasi 200 episodi - tra il 1993 e il 2001 - della celebre serie televisiva Walker Texas Ranger, Chuck (Carlos Ray all’anagrafe) Norris ha realizzato numerose imprese, la principale delle quali, appunto, è quella di avere rafforzato l’egemonia statunitense nell’immaginario globale portando nel contemporaneo la figura sempiterna del cowboy; o meglio ancora dello sceriffo, di colui che si riconosce totalmente nel proprio Paese e nei suoi valori fondanti, nei quali ha una fiducia tale da non essere mai colto da dubbi sulla bontà e sulla portata universale di quei principi e da non conoscere incertezze riguardo a ciò che sia giusto fare e a come si debba agire.
Nato in Oklahoma il 10 marzo del 1940, tre mogli e sette figli (più una figlia, Dina, nata nel 1963 da una relazione extraconiugale), Norris non è stato soltanto un attore ma anche un campione di arti marziali (era cintura nera di svariate discipline tra cui karate, taekwondo e jiu-jitsu brasiliano) e non può quindi essere considerato casuale che la scena più famosa da lui girata al cinema sia quella in cui combatte contro Bruce Lee all’interno del Colosseo (nel film L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente del 1972, diretto dallo stesso Bruce Lee). A suo modo è stato pure un attivista politico, manifestando sempre il proprio supporto al Partito repubblicano e appoggiando da ultimo anche Donald Trump (finendo così per essere scambiato - per motivi di somiglianza fisica - con uno dei partecipanti all’assalto al Campidoglio del 2021).
Dicevamo delle sue tante imprese: essendo uno di quegli attori che, per la loro fisicità e la loro presenza, definiscono i lavori di cui sono protagonisti, facendosi cucire i film addosso da regista e sceneggiatori, si può senz’altro affermare che Norris abbia in qualche modo codificato l’action movie, dato vita al «picchiaduro» prima che divenisse un fortunato genere dei videogiochi, preparato il terreno per suoi famosi epigoni come Steven Seagal, Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, ma anche - con pellicole quali Commando Black Tigers (1978), Terrore in città (1982), Una Magnum per McQuade (1983, colonna sonora del compositore romano Francesco De Masi) e Rombo di tuono (1984) - anticipato il Rambo di Sylvester Stallone e il Commando di Arnold Schwarzenegger. Insomma, il tragitto percorso dal walker, dal camminatore, è stato assai movimentato e decisamente lungo, e le orme da lui lasciate sugli schermi sono destinate a rimanere. Piaccia o no.
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«Lucky Luke» (Disney+)
Dal cowboy creato dal fumettista belga Morris (Maurice De Bevere) nel 1946 al debutto su Disney+: la serie live-action prova a ricostruire atmosfere e ironia del fumetto. Tra ambizione visiva e nuove dinamiche narrative, resta la sfida di adattarne lo spirito originale.
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.
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