L’ipotesi della Procura: nel Viminale c’era chi favoriva i traffici di Lucano

- Per l'accusa, il sindaco di Riace ha spadroneggiato al ministero fino all'era Minniti. Negli uffici c'era qualche manina amica che lo aiutava a sveltire le pratiche e a trovare le pezze giuste anche quando le rendicontazioni erano carenti o addirittura assenti.
- Grazie a graduatorie che puntano sul reddito e non sull'anzianità di residenza, le politiche sociali del Comune diventano assist per la sostituzione di popolo: in lista per gli alloggi solo 62 italiani nei primi 200. E la bebè card è andata nel 72% dei casi a immigrate.
Lo speciale contiene due articoli.
Il re dall'accoglienza, che a parere il gip era solo il titolare dell'agenzia matrimonale per clandestine da sistemare con i vecchietti calabresi, secondo la Procura, fino almeno all'era pre Minniti, era anche un maneggione che riusciva a trafficare negli uffici del ministero dell'Interno e della prefettura di Reggio Calabria ottenendo vantaggi per i progetti per richiedenti asilo e rifugiati.
Ed è proprio negli uffici ministeriali e nella Prefettura che si stanno concentrando i magistrati per l'ulteriore approfondimento investigativo dell'inchiesta che ha ristretto ai domiciliari il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano e che ha mandato in esilio la sua compagna, Tesfahun Lemlem. Il sindaco secondo uno dei capi d'imputazione provvisori per i quali è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Locri, «controllando di fatto l'associazione Città futura (per la quale lavorava la sua compagna, ndr), curava i rapporti con le istituzioni, e in special modo ministero dell'Interno e Sprar, e con i dirigenti della prefettura di Reggio Calabria, al fine di individuare gli strumenti necessari a interferire sulla regolarità degli affidamenti e dei relativi pagamenti».
Negli uffici, insomma, c'era qualche manina amica che aiutava il sindaco di Riace a sveltire le pratiche e a trovare le pezze giuste anche quando le rendicontazioni erano carenti o addirittura assenti. Il sistema Riace, stando alle accuse, si reggeva su rendicontazioni farlocche delle presenze degli immigrati, che ne attestavano una quota maggiore rispetto a quella reale (i nomi degli immigrati che erano già andati via continuavano a essere comunicati alla Prefettura, in modo da poter contare sulle somme destinate anche quando l'accoglienza era finita da giorni), tanto da produrre, hanno stimato i magistrati, un vantaggio patrimoniale pari a 2.300.615 euro, ma anche sulla gestione non limpida delle derrate alimentari che dovevano essere destinate ai migranti e che invece finivano nei magazzini di qualcuno. «Utilizzate per fini privati», è scritto negli atti d'accusa.
Secondo la Procura veniva fatta la cresta perfino sulle spese di carburante e sulle prestazioni lavorative, a volte coperte da fatture taroccate e a volte fatturate nonostante le prestazioni fossero inesistenti.
Il tutto, sospettano gli investigatori, era impossibile da immaginare se Lucano non avesse contato su adeguate coperture negli uffici giusti. Sarebbe bastato un accertamento amministrativo per far crollare il sistema Riace. E invece è saltato tutto solo dopo la prima ispezione della Prefettura. Per anni però tutto è filato liscio come l'olio. E, anzi, l'attività affaristica legata all'accoglienza, secondo i magistrati, ha raggiunto il suo massimo splendore tra il 2014 e il 2016 (triennio per il quale a Lucano e ai rappresentanti legali di 12 associazioni che si sono costituite tra il 2010 e il 2016 vengono contestati anche i reati di concorso in turbata libertà degli incanti). In pratica, secondo l'accusa, «mediante collusioni e altri mezzi fraudolenti» e «non ricorrendo ad alcuna reale procedura negoziale», venivano affidati, oltre al servizio di raccolta dei rifiuti (accusa che ha convinto anche il gip e che è alla base della detenzione di Mimmo Lucano), anche i servizi di accoglienza per i migranti, «in spregio», scrive l'accusa, «ai principi di trasparenza, concorrenza ed economicità». Operazioni impossibili, ipotizzano gli investigatori, senza connivenze. E ora insieme al sindaco potrebbe finire nei guai anche chi doveva controllare e, invece, si è girato dall'altra parte.












