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2019-06-18
L’ipocrisia dell’Ue sul «porto sicuro» per obbligarci a prendere i migranti
Ansa
La capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.
La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste.
Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente).
Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro?
Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr.
Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?
Alessandro Rico
C’è don Barcone dietro Alarm phone
Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone.
Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini.
Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!».
In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti.
E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore».
In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti.
Fabio Amendolara
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Quelli di Sea Watch giudicano pericoloso approdare in Libia. Ieri, a spalleggiarli, è arrivata la Commissione europea, anche se i fatti smentiscono entrambi. Per loro conta soltanto una cosa: mettere alle strette Matteo Salvini.Le Ong seguono il centralino che diffonde informazioni (e balle) sui naufragi. Ideatore? Padre Mussie Zerai, già indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.Lo speciale contiene due articoliLa capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste. Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente). Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro? Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr. Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lipocrisia-dellue-sul-porto-sicuro-per-obbligarci-a-prendere-i-migranti-2638893563.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-don-barcone-dietro-alarm-phone" data-post-id="2638893563" data-published-at="1767768670" data-use-pagination="False"> C’è don Barcone dietro Alarm phone Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone. Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini. Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!». In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti. E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore». In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti. Fabio Amendolara
Ansa
Nessun controllo negli ultimi cinque anni e, comunque, nessun problema di sicurezza rilevato in relazione al materiale fonoassorbente sul soffitto perché la legge non fissa l’obbligo di verificare questo aspetto (anche se ieri sera il membro dell’esecutivo del Canton Vallese con delega alla Sicurezza, Stéphane Ganzer, ha confermato a Rsi che l’incaricato per la sicurezza, anche per legge, avrebbe dovuto segnalare la presenza dei pannelli fonoassorbenti, ndr). Questa la verità burocratica, nuda e cruda, sulla questione sicurezza nel locale Le Constellation di Crans-Montana, dove, la notte di Capodanno sono morti 40 giovanissimi e 121 sono rimasti feriti, intrappolati in un inferno di fuoco causato dall’utilizzo di candele pirotecniche in un luogo chiuso e non sicuro. Una verità da tecnocrati che, come spesso accade, si scontra violentemente non solo con la tragedia che ha spezzato tante vite, ma anche con la logica. Le Constellation, infatti, era un locale pubblico che prevedeva un forte afflusso di persone, realizzato in un seminterrato senza finestre, con una sola scala di accesso e una sola uscita di sicurezza (peraltro bloccata la notte della tragedia). Semplicemente per queste caratteristiche, richiedeva una attenzione particolare, che invece non c’è stata.
A spiegare i dettagli delle tragiche mancanze è stato il sindaco del paese, Nicolas Feraud, in una conferenza stampa che ha ripercorso la storia del locale: «L’edificio all’interno del quale si trova Le Constellation è stato costruito nel 1967 e dal 1992 è stato sempre adibito a locale pubblico. Nel 2015 il proprietario ha presentato una domanda di permesso di costruire per ampliare la terrazza esterna e i lavori sono stati autorizzati dal Comune di Chermignon (che all’epoca era l’ente territoriale di riferimento fino alla fusione di quattro Comuni che ha portato alla nascita di Crans-Montana nel 2017).
Terminata la ristrutturazione, il Comune ha ispezionato i locali e ha convalidato il via libera confermando la capienza massima di 100 persone nel seminterrato e 100 nella veranda», ha spiegato il sindaco. Viceversa, «nessuna richiesta di autorizzazione è stata presentata, né nel 2015 né in seguito, per i lavori all’interno del locale seminterrato» che pure sono stati fatti nello stesso momento «perché si trattava di opere che non prevedevano un cambio di destinazione d’uso e quindi il proprietario non era obbligato a depositare la richiesta», aggiunge Feraud. I tempi coincidono: il 2015, infatti, è l’anno in cui la gestione del locale viene rilevata dai coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric Uche Fae nel quale prende forma il longue bar Le Constellation per come lo conosciamo, tristemente, oggi.
I lavori, come testimoniano numerose immagini diffuse in questi giorni sui social, vennero seguiti personalmente da Jaques Moretti che, a quanto risulta, ridusse la scala di accesso al locale, evidentemente senza l’obbligo di darne comunicazione. Tuttavia, secondo la legge sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, da quel momento in poi, il Comune avrebbe dovuto verificare ogni anno la situazione. E questo non è accaduto: l’ultimo sopralluogo risale al maggio del 2019. «Il 29 gennaio 2018 il nuovo incaricato della sicurezza di Crans-Montana (che nel frattempo si era costituito Comune) ha controllato tutto il locale pubblico, ha fatto aggiungere un pannello alla porta d’entrata, ma non ha rilevato problemi relativi al materiale fonoassorbente» e un anno dopo «il 13 maggio del 2019, lo stesso incaricato ha di nuovo controllato il locale e l’esito del verbale è stato positivo», ha spiegato Feraud. Poi, più nulla.
Ma se già queste negligenze («I gestori del locale sono stati estremamente negligenti», ha attaccato Feraud), suonano gravi, ancor peggiore è la totale mancanza di qualsiasi accenno alla pericolosità dei pannelli acustici, da cui è partito l’incendio, utilizzati per ricoprire l’intero soffitto del seminterrato. Come è stato possibile? Il primo cittadino, citando una legge di riferimento sulla sicurezza antincendio del Canton Vallese, ha spiegato che «le ispezioni devono verificare la manutenzione delle installazioni antincendio, le vie di fuga e le uscite di sicurezza, il funzionamento degli estintori, le autorimesse e la pulizia degli edifici», mentre «per quanto riguarda i materiali, per esempio, un soffitto fonoassorbente la legge non fissa l’obbligo di verifica». E, infine, ha concluso laconico: «Sarà la giustizia a definire se bisognava farlo malgrado tutto. E se ci fosse una responsabilità penale, il Comune la assumerà in pienoo. Siamo profondamente dispiaciuti». Il sindaco di Crans-Montana ha annunciato che non si dimetterà.
A palesarsi, ieri, con qualche riga affidata a una nota, sono stati i gestori del locale Jaques e Jessica Moretti che si sono detti «devastati e sopraffatti dal dolore», promettendo la loro «piena collaborazione con gli inquirenti». Ad aggiungersi all’intera vicenda, a tratti surreale, ci sono ancora due particolari. Nel settembre del 2025 era stata depositata una nuova richiesta di ampliamento della terrazza del bar che, se fosse stata realizzata, avrebbe chiuso l’ennesima porta di uscita sull’esterno.
Nello stesso periodo, venne commissionata dal Comune una analisi acustica del locale, un professionista del settore ispezionò il soffitto del seminterrato e diede parere positivo.
Meloni al Niguarda in visita ai feriti. Medici cauti: «Decorso lunghissimo»
Il premier Giorgia Meloni ieri pomeriggio, prima di recarsi a Parigi per il vertice dei volenterosi, ha fatto visita all’ospedale Niguarda di Milano dove sono ricoverati gli undici giovani rimasti feriti nella tragedia di Crans-Montana. Meloni si è intrattenuta con i familiari dei ragazzi ricoverati, rinnovando a tutti la piena vicinanza e il sostegno del governo in questo momento di grande dolore. Inoltre, ha voluto esprimere un personale ringraziamento ai medici e agli infermieri per l’impegno e la professionalità dimostrati nell’assistenza ai pazienti.
Nel punto stampa, il direttore del Niguarda, Alberto Zoli, ha precisato: «Alcuni più gravi, altri meno, ma sono sicuramente undici pazienti critici sui quali manteniamo ancora una prognosi riservata. Le loro condizioni variano da ustioni molto estese, anche sul 70% del corpo, fino a ustioni molto meno estese ma con compromissioni delle funzioni vitali», ha aggiunto. «Per questo sono tutti pazienti ancora in condizioni critiche ma che, nelle prossime ore, possono avere una evoluzione, speriamo positiva. Abbiamo ancora ragazzi ricoverati in terapia intensiva, altri in semi-intensiva». «Di quelli in terapia intensiva ce ne sono tre molto più critici di altri, ma le condizioni nella loro gravità sono stabili, riusciamo a mantenere delle condizioni di non pericolo di vita immediato», ha aggiunto Giampaolo Casella, direttore aAnestesia e rianimazione del nosocomio.
«Il combinato disposto di aver dovuto respirare fumi velenosi per un periodo molto lungo, insieme alle ustioni, moltiplica il problema. Si naviga a vista. Giorno per giorno è un giorno guadagnato e stiamo cercando di recuperare tempo». Il direttore Zoli ha anche spiegato che ci sono difficoltà per il trasferimento di altri due pazienti da Zurigo visto che, per lo loro condizioni, sono «intrasportabili». «Quando saranno dichiarati trasportabili, quasi sicuramente per uno la destinazione sarà Niguarda. Invece per l’altro potrebbe essere una destinazione diversa perché la centrale di smistamento e di gestione di trasporti deve distribuire i pazienti anche in base alla loro residenza».
A raccontare quanto sia impegnativa la situazione nel Centro ustioni è stata Fernanda Settembrini chirurgo plastico da anni operativa al Niguarda: «Nella mia esperienza abbiamo avuto diversi carichi di più pazienti insieme perché siamo centro di riferimento. Questa però, per me, è forse la più impegnativa. Il problema è che i pazienti vanno valutati giorno per giorno e non si possono fare previsioni. Il decorso è lunghissimo, quindi non si possono fare previsioni, si potranno fare più in là, ma adesso per settimane non sarà possibile». La macchina ospedaliera, assicura la dottoressa, funziona a pieno regime: «Si gestisce al meglio, come nelle nostre possibilità. Abbiamo la massima collaborazione da tutti i colleghi. Abbiamo la disponibilità di sale operatorie tutto il giorno e stiamo facendo del nostro meglio».
Parlando del supporto fornito alle famiglie dei feriti, Tamara Tabà, responsabile del Servizio di psicologia clinica, ha affermato che «non c’è una ricetta unica, siamo a disposizione fino a tarda notte per accompagnare queste persone in tutte le fasi che cambiano da persona a persona, a seconda di come sono composte le famiglie e che dipendono dalle condizioni e dall’evoluzione della situazione dei pazienti».
Oggi, intanto, si svolgeranno a Milano, i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi, a Sant’Ambrogio. Proclamato il lutto cittadino dal sindaco Beppe Sala che insieme al presidente della Lombardia Attilio Fontana parteciperà alle esequie.
E ieri, durante le visite alle camere ardenti, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha detto: «Credo che sia giusto chiedere giustizia, è necessario. Se i locali che ospitano persone che fanno festa non sono adeguatamente sicuri è una grave responsabilità per chi li gestisce. La giustizia non restituisce la salute ai feriti né i morti alle loro famiglie, ma resta una richiesta del tutto legittima e doverosa».
Sempre stamattina, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur, è previsto l’ultimo saluto al sedicenne romano Riccardo Minghetti mentre a Bologna quello a Giovanni Tamburi. Il funerale di Sofia Prosperi, la vittima più giovane, si svolgerà a Lugano mentre domani sarà celebrato a Genova quello, in forma privata, di Emanuele Galeppini.
Per venerdì la Confederazione svizzera ha indetto una giornata di lutto e ha organizzato una cerimonia di commemorazione, nel Comune di Martigny, alla quale parteciperanno il presidente italiano Sergio Mattarella e quello francese Emmanuel Macron, per i due Paesi, dopo la Svizzera, che hanno il bilancio peggiore in termini di morti (nove per la Francia e sei per l’Italia) e feriti (23 e 14) nel rogo del Constellation. Sempre venerdì, a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso sarà celebrata dal cardinale Baldassarre Reina una messa alla quale il premier Meloni ha invitato ministri, alte cariche e anche i leader dell’opposizione per un momento di «unità nazionale».
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Enrico Costa (Imagoeconomica)
Quindi qual è il vero obiettivo di questo prendere tempo?
«Il vero obiettivo è quello di mettere in atto una sorta di piano B: sanno che perderanno il referendum, e quindi hanno studiato il modo per mantenere il potere delle correnti sul Csm nonostante la conferma della riforma da parte degli elettori. Vogliono che il prossimo Csm sia ancora eletto e non sorteggiato, anche in caso di vittoria del sì».
Come si potrebbe arrivare a una situazione di questo tipo?
«Quelli che si oppongono sanno che la riforma ha bisogno di norme attuative, leggi ordinarie, per disciplinare il sorteggio e i due Csm come scritto anche nella norma transitoria della stessa riforma. Sanno quindi che più tardi si celebra il referendum meno tempo c’è per approvare le leggi attuative prima della scadenza di questo Csm, a gennaio 2027, e soprattutto prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo, a ottobre-novembre 2026. Rinviando più avanti possibile il referendum e quindi restringendosi la finestra temporale per varare le norme attuative, e aggiungendo magari un ostruzionismo parlamentare su di esse, si potrebbe giungere ad un punto in cui arriva il momento di convocare le elezioni del nuovo Csm senza che siano state approvate le leggi attuative della riforma. A quel punto il fronte del no cercherebbe di forzare la mano invocando l’applicazione delle norme ordinarie esistenti, che prevedono un solo Csm anziché due e l’elezione anziché il sorteggio. Per raggiungere il loro obiettivo, in sostanza, puntano ad arrivare a ottobre-novembre 2026 con la riforma approvata, ma senza leggi attuative. Ovviamente sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, come qualcuno sta provando oggi a dire che il referendum non si può indire fino alla fine della raccolta delle firme».
C’è possibilità che questo disegno vada in porto?
«Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna ad un Csm che non sia più in mano alle correnti, e non troverà applicazione, perché il Parlamento lavorerà per dare attuazione tempestivamente alla riforma».
Teme una invasione di campo di Mattarella per portare avanti questo piano?
«Assolutamente no, ho grande stima ed apprezzamento per l’equilibrio e per la sensibilità del presidente della Repubblica che saprà svolgere il suo ruolo come di consueto nel modo più corretto».
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Nel riquadro Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna (Getty Images)
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
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Sergio Mattarella (Ansa)
In pratica, votare il più tardi possibile significa rendere inapplicabili per almeno altri quattro anni le nuove norme. Infatti, se non si vota entro marzo ma più in là nel tempo, allo scadere dell’attuale Csm rischiano di non essere pronti i decreti attuativi che dovranno rendere esecutiva la legge Nordio e, dunque, la componente della magistratura che si oppone alla separazione delle carriere otterrà il risultato di rinnovare il Consiglio con le vecchie regole. Cioè per quattro anni ancora tutto rimarrà così com’è, con le correnti della magistratura a farla da padrone quando si tratta di nominare il capo di una Procura o di decidere sanzioni a carico di un pm o un giudice che ha sbagliato. In barba al volere degli italiani a favore del cambiamento, il gruppo di potere che determina le carriere delle toghe otterrebbe di ritardare l’entrata in vigore della riforma.
Quanto raccontato da Alessandro Sallusti non è un’ipotesi, ma un pericolo concreto, uno sgambetto alla volontà popolare per impedire che la legge di cui si discute da anni entri in vigore. Ma qui non si tratta solo di denunciare le manovre dilatorie della coalizione di magistrati e sinistra che si oppone a cambiare la giustizia. Si tratta anche di capire da che parte sta Sergio Mattarella: se con il Parlamento e con la maggioranza degli italiani che eventualmente approvassero la riforma o con quella parte politica che mira a sabotarne l’applicazione. Il capo dello Stato è vero che secondo la Costituzione ha il ruolo di notaio della Repubblica, e a lui compete la firma di decisioni prese dal governo o dal Parlamento, ma da tempo, anche se non ufficialmente, i suoi interventi indirizzano le scelte politiche. Per di più, da presidente del Csm, Mattarella dovrebbe avere tutto l’interesse a fare in modo che il Consiglio superiore della magistratura sia eletto con norme che godono del consenso della maggioranza degli elettori e non con le vecchie. In altre parole, il presidente dovrebbe stare dalla parte di chi ha fretta di far esprimere gli italiani e non da quella di chi ha intenzione di allontanare l’espressione della volontà popolare allo scopo di continuare a far valere nei tribunali il potere delle correnti.
Il Consiglio superiore della magistratura negli anni scorsi è stato al centro di una serie di scandali che hanno alzato il velo sulle logiche spartitorie delle Procure. Le nomine non erano dettate dalla volontà di assicurare agli italiani giudizi equi e competenti, ma dagli interessi di componenti politicizzate delle toghe. Non erano i più bravi a ricevere la promozione o l’assoluzione dalle accuse loro rivolte ma, come abbiamo scoperto, gli iscritti alle correnti maggioritarie del Csm. Il presidente della Repubblica intende avallare un’operazione che, nel caso in cui gli italiani approvassero la riforma Nordio, consenta di continuare con questo andazzo? Da presidente del Csm, incarico che gli è assegnato dalla Costituzione e non è puramente formale, accetterebbe l’elezione dei membri del Consiglio con regole vecchie, in spregio alla decisione degli italiani? Le domande non sono peregrine perché, come accaduto in passato, la moral suasion del presidente può fare molto, anche evitare l’aggiramento della volontà popolare.
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