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2019-06-18
L’ipocrisia dell’Ue sul «porto sicuro» per obbligarci a prendere i migranti
Ansa
La capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.
La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste.
Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente).
Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro?
Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr.
Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?
Alessandro Rico
C’è don Barcone dietro Alarm phone
Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone.
Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini.
Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!».
In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti.
E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore».
In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti.
Fabio Amendolara
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Quelli di Sea Watch giudicano pericoloso approdare in Libia. Ieri, a spalleggiarli, è arrivata la Commissione europea, anche se i fatti smentiscono entrambi. Per loro conta soltanto una cosa: mettere alle strette Matteo Salvini.Le Ong seguono il centralino che diffonde informazioni (e balle) sui naufragi. Ideatore? Padre Mussie Zerai, già indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.Lo speciale contiene due articoliLa capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste. Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente). Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro? Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr. Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lipocrisia-dellue-sul-porto-sicuro-per-obbligarci-a-prendere-i-migranti-2638893563.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-don-barcone-dietro-alarm-phone" data-post-id="2638893563" data-published-at="1779776457" data-use-pagination="False"> C’è don Barcone dietro Alarm phone Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone. Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini. Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!». In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti. E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore». In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti. Fabio Amendolara
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
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