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2019-06-18
L’ipocrisia dell’Ue sul «porto sicuro» per obbligarci a prendere i migranti
Ansa
La capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.
La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste.
Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente).
Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro?
Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr.
Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?
Alessandro Rico
C’è don Barcone dietro Alarm phone
Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone.
Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini.
Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!».
In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti.
E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore».
In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti.
Fabio Amendolara
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Quelli di Sea Watch giudicano pericoloso approdare in Libia. Ieri, a spalleggiarli, è arrivata la Commissione europea, anche se i fatti smentiscono entrambi. Per loro conta soltanto una cosa: mettere alle strette Matteo Salvini.Le Ong seguono il centralino che diffonde informazioni (e balle) sui naufragi. Ideatore? Padre Mussie Zerai, già indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.Lo speciale contiene due articoliLa capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste. Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente). Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro? Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr. Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lipocrisia-dellue-sul-porto-sicuro-per-obbligarci-a-prendere-i-migranti-2638893563.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-don-barcone-dietro-alarm-phone" data-post-id="2638893563" data-published-at="1767157057" data-use-pagination="False"> C’è don Barcone dietro Alarm phone Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone. Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini. Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!». In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti. E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore». In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti. Fabio Amendolara
Ansa
L’accordo è stato siglato con Certares, fondo statunitense specializzato nel turismo e nei viaggi, nome ben noto nel settore per American express global business travel e per una rete di partecipazioni che abbraccia distribuzione, servizi e tecnologia legata alla mobilità globale. Il piano è robusto: una joint venture e investimenti complessivi per circa un miliardo di euro tra Francia e Regno Unito.
Il primo terreno di gioco è Trenitalia France, la controllata con sede a Parigi che negli ultimi anni ha dimostrato come la concorrenza sui binari francesi non sia più un tabù. Oggi opera nell’Alta velocità sulle tratte Parigi-Lione e Parigi-Marsiglia, oltre al collegamento internazionale Parigi-Milano. Dal debutto ha trasportato oltre 4,7 milioni di passeggeri, ritagliandosi il ruolo di secondo operatore nel mercato francese. A dominarlo il monopolio storico di Sncf il cui Tgv è stato il primo treno super-veloce in Europa. Intaccarne il primato richiede investimenti e impegno. Il nuovo capitale messo sul tavolo servirà a consolidare la presenza di Fs non solo in Francia, ma anche nei mercati transfrontalieri. Il progetto prevede l’ampliamento della flotta fino a 19 treni, aumento delle frequenze - sulla Parigi-Lione si arriverà a 28 corse giornaliere - e la realizzazione di un nuovo impianto di manutenzione nell’area parigina. A questo si aggiunge la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro e il rafforzamento degli investimenti in tecnologia, brand e marketing. Ma il vero orizzonte strategico è oltre il Canale della Manica. La partnership punta infatti all’ingresso sulla rotta Parigi-Londra entro il 2029, un corridoio simbolico e ad altissimo traffico, finora appannaggio quasi esclusivo dell’Eurostar. Portare l’Alta velocità italiana su quella linea significa non solo competere su prezzi e servizi, ma anche ridisegnare la geografia dei viaggi europei, offrendo un’alternativa all’aereo.
In questo disegno Certares gioca un ruolo chiave. Il fondo americano non si limita a investire capitale, ma mette a disposizione la rete di distribuzione e le società in portafoglio per favorire la transizione dei clienti business verso il treno ad Alta velocità. Parallelamente, l’accordo guarda anche ad altro. Trenitalia France e Certares intendono promuovere itinerari integrati che includano il treno, semplificare gli strumenti di prenotazione e spingere milioni di viaggiatori a scegliere la ferrovia come modalità di trasporto preferita, soprattutto sulle medie distanze. L’operazione si inserisce nel piano strategico 2025-2029 del gruppo Fs, che punta su una crescita internazionale accelerata attraverso alleanze con partner finanziari e industriali di primo piano. Sarà centrale Fs International, la divisione che si occupa delle attività passeggeri fuori dall’Italia. Oggi vale circa 3 miliardi di euro di fatturato e conta su 12.000 dipendenti.
L’obiettivo, come spiega un comunicato del gruppo, combinare l’eccellenza operativa di Fs e di Trenitalia France con la potenza commerciale e distributiva globale di Certares per trasformare la Francia, il corridoio Parigi-Londra e i futuri mercati della joint venture in una vetrina del trasporto europeo. Un’Europa che viaggia veloce, sempre più su rotaia, e che riscopre il treno non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.
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Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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iStock
La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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