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2019-06-18
L’ipocrisia dell’Ue sul «porto sicuro» per obbligarci a prendere i migranti
Ansa
La capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.
La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste.
Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente).
Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro?
Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr.
Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?
Alessandro Rico
C’è don Barcone dietro Alarm phone
Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone.
Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini.
Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!».
In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti.
E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore».
In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti.
Fabio Amendolara
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Quelli di Sea Watch giudicano pericoloso approdare in Libia. Ieri, a spalleggiarli, è arrivata la Commissione europea, anche se i fatti smentiscono entrambi. Per loro conta soltanto una cosa: mettere alle strette Matteo Salvini.Le Ong seguono il centralino che diffonde informazioni (e balle) sui naufragi. Ideatore? Padre Mussie Zerai, già indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.Lo speciale contiene due articoliLa capitana della Sea Watch 3 sfida il Capitano della Lega. E la Commissione Ue, sia pure n stato di decomposizione, non si perde quest'occasione per provare a scassinare i porti chiusi dell'Italia.La nave dell'Ong tedesca battente bandiera olandese è in mare con il suo carico di migranti dal 12 giugno. Il Viminale aveva autorizzato lo sbarco di dieci persone per cure mediche. L'altra notte, però, la Guardia finanza è salita a bordo dell'imbarcazione per notificare il divieto di ingresso in acque italiane, vista l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis. La Sea Watch 3, ovviamente, non ci sta. E Carola Rackete, la trentunenne al timone della nave, ha confermato che non farà indietro tutta, perché la Libia non è un porto sicuro. Posizione ribadita ieri mattina dalla portavoce italiana dell'organizzazione, Giorgia Linardi. Per quelli di Sea Watch, dunque, l'unico posto al mondo in cui si possono trasportare i nordafricani recuperati nel Mediterraneo è l'Italia. Nella fattispecie, Lampedusa. Malta? Manco a parlarne: raggiungerla richiede troppo tempo - mentre il tempo fermi in mezzo al mare non è mai troppo, se l'approdo finale è un porto nostrano. Ed eccoci al ruolo dell'Unione europea. Perché non è solamente l'Ong tedesca a considerare Tripoli un porto non sicuro. Ci si è messa pure la Commissione Ue. Quella in scadenza. Quella che dagli elettori italiani ha preso batoste. Pur ribadendo che non spetta a loro «definire in quale posto o porto debbano avvenire gli sbarchi», i membri dell'esecutivo comunitario, attraverso la portavoce, Natasha Bertaud, ieri hanno sottolineato che «le navi che battono bandiera europea sono obbligate a rispettare il diritto internazionale e il diritto sulla ricerca e il salvataggio in mare, che comporta la necessità di portare delle persone in un posto o porto sicuro». E, naturalmente, «la Commissione è convinta che queste condizioni non si ritrovino in Libia». Alla fine della giostra, tocca sempre all'Italia farsi carico dei migranti, pedine di un gioco tutto politico, di un braccio di ferro allestito ad arte dalle Ong per piegare il governo sovranista (con buona pace della democrazia e della volontà degli elettori, i quali, sull'immigrazione, si sono espressi inequivocabilmente). Ma è davvero così pericoloso avventurarsi in un porto libico? Pare proprio di no. Il sito della compagnia assicurativa marittima norvegese Gard, ad esempio, dal 3 giugno riporta un'informazione chiarissima: in Libia, «tutti i porti funzionanti sono da considerarsi sicuri per le navi e i loro equipaggi». La Verità ha raggiunto telefonicamente la società, la quale ha confermato che, almeno fino a ieri, la situazione non era cambiata: approdi sicuri per uomini e mezzi navali commerciali. E per le Ong? Qualcuno dirà: loro hanno a bordo gli immigrati, se attraccassero a Tripoli arriverebbero i kapò dei lager libici a sequestrarli. Improbabile: le operazioni di sbarco, infatti, sono seguite da personale dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, un'agenzia collegata alle Nazioni Unite, che controlla anche la situazione nei campi. Non ci fidiamo nemmeno di loro? Di più: la Guardia costiera libica, come hanno riferito alla Verità fonti di Eunavfor Med, meglio nota come operazione Sophia, viene addestrata dal 2016 dagli europei (dagli italiani in primis) a compiere operazioni di ricerca e salvataggio dei naufraghi. Giusto il 15 giugno, sul profilo Twitter di Eunavfor Med, è stata pubblicata una foto, che immortala il gruppo impegnato a Creta in una delle esercitazioni con i nostri militari. Evidentemente, della missione europea Sophia, in Europa non sanno nulla. Intanto, da un recente un comunicato dei guardacoste libici, è emerso che a non offrire abbastanza aiuto sono proprio i campioni dell'accoglienza, Onu e Unhcr. Eppure, ogni volta che sottraggono alle onde i migranti, quelli delle Ong fanno di tutto per portarli in Italia. Anche quando, come ha assicurato la Linardi a La 7, alcune città della Germania sarebbero pronte a ospitare i profughi. Ammesso che poi non ce li rispediscano sedati in aereo, a questo punto non sarebbe meglio se la Sea Watch 3, tedesca ma con bandiera olandese, facesse direttamente rotta ad Amburgo o a Rotterdam? O per consentire ai teutonici di profondersi in tutta la loro generosità (tra i finanziatori di Sea Watch spiccano diversi nomi germanici, dal cardinale Reinhard Marx al capogruppo dei Verdi al Bundestag), dobbiamo trasformare il nostro Paese nel centro di smistamento immigrati? La sensazione è che le Ong si servano dei disperati per portare avanti la loro crociata e che in questi giorni, con il licenziamento del decreto Sicurezza bis, vogliano alzare il livello dello scontro, dimostrare di avere il coltello dalla parte del manico. Da questo punto di vista, l'aiutino dell'Ue non è casuale: gli eurocrati hanno il dente avvelenato con Matteo Salvini e molto probabilmente vogliono pure vendicarsi degli italiani, che, per citare il commissario Günther Oettinger, hanno votato male. Infine, una domanda ai «restiamo umani» sorge spontanea: se l'Italia, dove dilaga Salvini, è infettata dal virus del fascismo, come fanno i suoi porti a essere sicuri?Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lipocrisia-dellue-sul-porto-sicuro-per-obbligarci-a-prendere-i-migranti-2638893563.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-don-barcone-dietro-alarm-phone" data-post-id="2638893563" data-published-at="1771954278" data-use-pagination="False"> C’è don Barcone dietro Alarm phone Ma quanto sono credibili gli attivisti di Sea Watch? Per capire quanto ci si possa fidare di loro forse vale la pena di ricordare, tra le altre cose, che la Ong spesso si è lanciata nei soccorsi segnalati da Alarm phone. Ovvero, stando a quanto riporta Agensir, agenzia di stampa cattolica, è il network telefonico dell'agenzia Habeshia, rete dei volontari fondata nel 2006 e presieduta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Questo network telefonico ogni tanto ne combina una delle sue. Il primo caso risale al 20 gennaio scorso, quando Alarm phone lanciò l'allarme perché un gommone al largo della Libia, che sembrava dovesse affondare da un momento all'altro, in realtà, stando alla foto scattata da un aereo militare della missione navale europea Sophia, non stava imbarcando acqua. Il centralino dei migranti era in contatto con un satellitare Thuraya, nelle mani di un africano con un pesante giubbotto rosso, al timone del gommone. Si scoprì, raccontò Fausto Biloslavo su Panorama, che era un sospetto scafista e fu segnalato dagli uomini di Sophia alla polizia italiana. Il telefono satellitare Thuraya di solito viene consegnato proprio allo scafista. I normali cellulari non hanno campo a 30 miglia dalla costa. E quando il credito del Thuraya si esaurisce, è lo stesso centralino dei migranti a ricaricarlo online. Neanche una settimana fa se ne sono usciti segnalando un barcone carico di donne incinte e di bambini. Ecco i tweet: «Alarm Phone è stato informato di un'altra barca in pericolo nella zona Sar Maltese. Ci sono circa cento persone a bordo che dicono di essere in mare già da 3 giorni!». E subito dopo la bufala per far pressione sui governi: «Le persone a bordo dicono di non aver più da mangiare e da bere, e che alcuni sono in panico. Alcuni stanno male e hanno bisogno di cure. Ci sono bambini e donne, alcune incinte. Urge soccorso immediato!». In realtà, tra i 97 immigrati, c'erano due minori e due donne. E solo una di loro era in attesa. Stessa tecnica messa in campo qualche giorno fa per il soccorso di Sea Watch 3: si parlò di una piccola migrante morta. L'Ong tedesca aveva richiesto più volte l'intervento della Guardia costiera italiana che, una volta intervenuta, ha smentito la notizia del decesso, confermando invece il buono stato di salute dei migranti. E, così, la Ong ha dovuto fare marcia indietro: Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italy, intervenuta a Tagadà, su La7, ha spiegato: «La nostra missione si limita alla ricognizione aerea. L'informazione sulla bambina deceduta è stata diffusa da Alarm phone, che era in contatto diretto con le persone a bordo del gommone». E alla fine, anche Alarm Phone ha dovuto rettificare: «In un tweet abbiamo trasmesso quello che i migranti ci hanno detto: che una bambina di cinque anni è morta. Non l'abbiamo mai confermato: speriamo non sia vero. Non è necessario che muoia qualcuno perché sia uno scandalo che 90 persone sono state lasciate a rischio per oltre 23 ore». In realtà è uno scandalo immettere in Rete bufale con la finalità di aggirare le disposizioni del governo italiano. Ma chi c'è dietro ad Alarm phone? Oltre a padre Zerai, che qualche tempo fa lo ha confermato ad Agensir, c'è Nawal Soufi, soprannominata Lady Sos. I centralinisti sono guidati da Marion Bayerm, attivista che vive ad Hanau, in Germania, da sempre dalla parte dei movimenti antirazzisti. Fabio Amendolara
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Francoforte persevera negli errori: «Servono più tasse e sussidi green»
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
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(Arma dei Carabinieri)
A partire dalle prime ore della mattinata del 24 febbraio 2026, i Carabinieri dei Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 soggetti gravemente indiziati di associazione per delinquere di stampo camorristico, rapina, detenzione di sostanze stupefacenti e possesso di armi da fuoco, aggravati dal metodo mafioso.
Le complesse ed articolate indagini sviluppate tra il 2024 e il 2025 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Napoli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, hanno consentito di accertare e ricostruire le fasi organizzative ed esecutive di una rapina a mano armata nel Comune di Casavatore (Na), nell’aprile 2023, da soggetti interni al sodalizio camorristico chiamato «Vanella Grassi», ai danni di due corrieri calabresi incaricati del trasporto di 20 kg di cocaina, destinata ad un terzo sodalizio camorristico, noto come «Amato-Pagano».
Durante le investigazioni venivano inoltre sentiti alcuni collaboratori di giustizia che consentivano di individuare l’esatta collocazione dell’evento e di accertarne le motivazioni nonché gli effettivi organizzatori e i materiali esecutori dell'atto criminale.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari dello stesso sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.
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