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«Sono il signor Meloni, mammo felice»

Andrea, ti definiscono «Il signor Meloni?», ti spiace.

«Zero. Io sono Andrea Giambruno: ho una vita, una storia, un lavoro. Se mi associano a Giorgia, come capita a milioni di donne in Italia con i loro mariti, sono contento».

Fino a oggi non hai mai detto una sola parola.

«Lei sta sulla scena, io dietro. Non amo i riflettori. Apparire non è il mio lavoro. Nel grande mondo della tv sto dietro le quinte, a immaginare cosa accade davanti».

Ti piace seguire Giorgia quando fa politica?

«Molto. Mai avrei immaginato di sentire tutti questi comizi. Ma lei, quando parla in pubblico, mette sempre un frammento autentico di sé in quel che dice».

E tu?

«Mi piace mettermi in ultima fila, senza che lei mi veda, e sentire la cosa unica di quella sera. Ha una capacità di comunicazione rara».

Non ti fai riconoscere?

«Se nessuno mi vede, meglio».

E lei?

(Ride).«Lo dico solo alla fine».

Sei appena diventato padre.

«Per dieci anni ti dicono: “È la gioia più bella del mondo, è una sensazione indescrivibile, ti senti più buono, migliore, improvvisamente utile nel mondo"».

Lo so, lo so.

«Ma solo quando accade capisci: è davvero la gioia più bella del mondo, una sensazione indescrivibile, ti senti buono, migliore, davvero utile nel mondo».

Il fotogramma più bello di questi giorni?

«Addormentarsi nella stanzetta del San Camillo, abbracciati con Giorgia e Ginevra, appena nata. Lì puoi farlo, tutta la pace del mondo ti avvolge».

La cosa più folle?

«Un genio del M5s, Domenico D'Orazio: “Chiama la figlia Ginevra perché partorisce in Svizzera, in una clinica per ricchi"».

Ma come gli è venuta?

«Non lo so. Follia. Il San Camillo è pubblico. E io sono contento che ci sia la sanità pubblica, che in questo modo dolcissimo, come per noi – e tutte le coppie normalissime ricoverate come noi – aiuta i bimbi a nascere».

Hai odiato D'Orazio?

«Mavalà! Mi fa sorridere».

Ginevra nel mirino prima di nascere: quando Giorgia ha annunciato la gravidanza al Family Day pioggia di insulti.

«Mi ha fatto male: cattiveria assurda. Una vergogna. Lei nasce con le spalle larghe».

Dicevano che era una gravidanza politica.

«Figurati! Conosci Giorgia, no? L'ho accompagnata, non aveva idea di farlo. Quando ha visto il clima le è venuto spontaneo. Le ho detto: “Hai fatto bene"».

Andrea Giambruno, 35 anni, l'unico marito dell'unica leader donna della politica italiana. Una bella rogna. Infanzia ribelle - quartiere popolare di Milano - laurea in filosofia, una lunga gavetta da autore tv. Conosce la Meloni a Quinta Colonna. Poi ha lavorato a Matrix: per questo l'ho «ricattato» per fargli rompere il silenzio. Ci sono stati mariti di ministri e mariti di presidenti della Camera, in questo paese, sempre vissuti come oggetti misteriosi, pittoreschi o ufo: i signori Finocchiaro, Kienge, Brambilla-Pivetti.

Siete una coppia di fatto.

«Non c'è nulla di male. Tutti meritano gli stessi diritti».

Ahia...

«Perché? Su alcuni punti con Giorgia discutiamo, litighiamo, riflettiamo…. È una ricchezza della coppia».

Esempio.

«Sono favorevole a liberalizzare le droghe. Anche pesanti».

Non ci credo. E sei ancora vivo a casa Meloni?

(Sorride). «Lo so, è il suo Dna. Ma il proibizionismo non produce risultati utili. È un fatto».

Fammi un esempio.

«Tuo figlio, in qualsiasi città può trovare droghe in dieci minuti. La cocaina in meno. Bisogna distruggere questo congegno».

Cosa vi unisce?

«Solo l'educazione, la famiglia, la comunità possono difenderti».

Ti fa paura che Ginevra cresca con tante polemiche?

«In politica ci sta tutto. Ma i bambini vanno lasciati in pace».

Perché non siete sposati?

«Non sono molto religioso. Per ora è così. Poi vedremo».

In che senso?

(Sorriso). «Per farla felice sono pronto a tutto».

Ha 4 anni in meno di lei, motivo di stupore per la morale corrente...

«Mi importa zero».

Sei nato a Milano, nel 1981.

«Una famiglia molto modesta. Adolescenza a Baggio».

Il ricordo che racconta una stagione».

«Una rissa in cui si affacciarono i coltelli. Tornammo a casa pesti Ma due lezioni in una notte».

La prima?

«Le botte – se poi capisci - servono. La seconda è che se impari ad ascoltarti capisci prima».

Cosa avevi capito?

«A letto pensai: è la mia vita, ma quella sbagliata. Un bivio».

E tu dove vai?

«Maturità scientifica, prendo atto dell'incompatibilità con la matematica: filosofia in Cattolica».

Eri appassionato di politica. A destra?

«Il primo voto? Ulivo».

Oddìo, chi lo dice ai Fratelli?

«Non scherzare… Ho sempre votato Pd».

Che tipo eri fino ad allora?

(Risata). «Un palestrato: capelli lunghi fino alle spalle, anelli e bracciali, vivevo di Kick boxing».

Il professore che non dimentichi?

«Claudio Scarpati, Letteratura italiana, il padre di Giulio. Il più carismatico».

Tesi sul rapporto internet-tv.

«Ce l'ho a casa, in bagno».

Fai lo snob?

«No. Sempre sott'occhio».

Dall'università a Telenova.

«Uno stage: formidabile tv, dei preti. Fai tutto: esci la mattina e devi tornare con il pezzo».

Cresci.

«Mi trovo co-conduttore di Linea d'ombra, con Adriana Santacroce. Talk politico, bellissimo».

Il test della luce rossa.

«Lo supero al contrario. Non ho mai preso la febbre da video».

E poi?

(Sospiro). «Autore, a Mtv. Lavoro a Trl Programma Itinerante: ogni settimana una regione diversa.

Poi carta stampata.

«Per Signorini, a Sorrisi e Canzoni. Rapporto intensissimo. Ci confrontavano molto, anche sulle storie private».

Torni con lui in tv.

«Kalispera, a Mediaset. E lì rimango».

L'esperienza più intensa?

«Intervista alla Nannini, neo mamma, in chiave alfabetica: alla P di Penelope - sua figlia - si commuove. Come la capisco ora».

Poi Mattino 5?

«Colloquio con Fabio Del Corno: “Vedi il programma, vero?". E io: “Tutti i giorni". Era una balla… Ma mi ha graziato».

Poi l'avventura con Del Debbio.

«Esigente, preciso. Scrivo 10 pagine di copione, inorridisce».

E tu?

«Mi metto nei suoi panni: professore, ex assessore, istrione. Dopo due giorni, tre pagine».

E lui?

«Sospira: “Oohhh". Soddisfatto. Un mese e fa: “Tenetemi Giambruno"».

Nel magma di Quinta Colonna.

«Con Paolo il sodalizio diventa amicizia».

Oggi è possibile premier. Visto da vicino com'è?

«Un solo difetto: è troppo avanti rispetto alla media. Ogni tanto si annoia. Ma come si accende quando ha un collegamento rovente!»

Altro che difetto. E il pregio?

«È molto più preparato di tanti leader. A volte li sfotte, ma loro non lo capiscono».

Un programma che si fa brand.

«Piazze, rabbia, dolore, in scena senza i filtri».

E qui incontri la Meloni?

«Tre anni fa. Casualmente».

Che ti ricordi?

«Sala trucco. Non avevo confidenza. Discutiamo di fesserie. Poi mi fa ridere come un matto…».

Cioè?

«Dico: “C'è Gelli, deputato pd collegato. E lei: “Gelli? Nel Pd? Annamo bene!"».

E poi?

«Ghiaccio rotto. Attrazione. Pensava fossi un assistente di studio. Il giorno dopo scrivo a Giovanna, la sua portavoce…».

Ti identifica.

«Giorgia le fa: “Dammi sto numero!". Non ci siamo più lasciati».

Lavoravi da nove anni, ma diventi per tutti «il signor Meloni».

«Per me non è cambiato nulla. Cerco di far coesistere la mia anima di strada e quella razionale. Lei mi capisce, ho imparato da lei».

In che senso?

«Ha tutti contro? Se ne frega. Non gliene passano una».

Secondo te perché?

«Una donna leader questo paese non se la immagina. Ha una umanità carismatica. Ma…».

Cosa?

«Studia come una matta se deve fare 25 minuti di tv».

Dici che sono più severi con lei che con un uomo?

«Uhhh.. Essere donna la penalizzata. Ironie, battute stupide…».

Il famoso Bertolaso.

«Cattivo gusto: stia a casa... a far figli. Ha sortito l'effetto contrario. Se le dicono “Non si può", o “È impossibile", nulla la frena».

Tipo la campagna con il pancione. Eri preoccupato?

«Mi fidavo di lei. Ho fatto bene».

E il nome Ginevra?

«Lancillotto, la tavola rotonda... il mito dell'amore eterno».

Il giorno in cui è nata?

«Ero a Milano. Alle 10.30 si rompono le acque. Corro a Roma, ospedale. Il parto alle tre del mattino. Entro a cose fatte. Nessun terribile filmino».

Fai la tua parte?

(Ride). «In sole sette ore ho montato culletta e fasciatoio di Ikea. Sono avanzati tredici bulloni: sopravviverà?».

Quando ti sei sentito padre?

«Abbiamo dormito con la bimba nel mezzo. Prima di chiudere gli occhi pensavo. “Sbaglierò tutto ma una cosa giusta l'ho fatta per sempre"».

Sei tutto pannolini e pappe?

«Sfatiamo il mito del pannolino come una condanna. Dà soddisfazione!»

Dai il colpo di grazia a chi inizia a simpatizzare per te.

«Juve, nel midollo. Solo per Ginevra ho chiuso 18 anni di abbonamenti».

Santa bimba! E poi Giorgia è giallorossa.

«Sì, felice se la Roma vince, in una famiglia lazialissima».

Un film da vedere con Ginevra per spiegarle una cosa?

«“Point break": lì c'è la follia, il senso del limite. E l'idea della ribellione».

Differenze con Giorgia?

«Lei è maniaca dell'ordine».

Tutte le compagne, credo.

«Un giorno, ero a Milano, mi urla al telefono. Io non capivo. E lei: “Ma secondo te il dentifricio non va messo nel barattoloooo!?"». Non è cattiva: ci sono cose per me irrilevanti su cui lei soffre».

Tipo?

«Entri a letto. Domanda: “Ma mica avrai lasciato la copertina sul divano?". Ah ah ah. Ma poi ci capiamo senza parole, è magia».

Test fornelli?

«Torna tardi e preparo cena: sui primi sono forte».

Cosa ascolti a parte i comizi di Giorgia?

«I Queen, i Guns N' Roses, Vasco. Lei Guccini e Gaber!».

Daresti un figlio a una coppia gay?

«Ne ho discusso molto con Giorgia. Come lei sono contrario all'utero in affitto, non accetto la mercificazione dei corpi. Invece…».

Cosa?

«So che una coppia omosessuale può amare. Svuoterei gli orfanatrofi e darei tutti i bimbi alle famiglie arcobaleno».

E chi ha paura dei «due papà»?

«So quanto si può soffrire senza. Se vogliono donare amore dateglieli di corsa».

E questo anello inciso, con cui giochi?

«Un regalo di Giorgia. Una bellissima frase di Rousseau che finisce così: «“Noi sorrideremo a tutti e non avremo paura di niente"».

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Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

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Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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