
Milano torna a guidare la classifica della qualità della vita ma, allo stesso tempo, è diventata la capitale del crimine. E, così, il primato che la vede in cima alle Province italiane svanisce subito quando si scorre la classifica sui reati, dove affonda come un sasso dritta alla posizione numero 107, l’ultima. Fanalino di coda. Peggio del 2024, quando era penultima. Un record di cui nessuno dovrebbe essere fiero. Ma che, anche quest’anno, il sindaco dem Beppe Sala ignorerà, preferendo alle misure per la sicurezza il taglio di nastri e la promozione di aree green. L’indagine è quella di Italia Oggi e Ital Communications, realizzata con l’Università la Sapienza, che ogni anno stila la classifica sulla qualità della vita.
La fotografia è quella di una metropoli spaccata: primo posto per reddito e ricchezza, secondo per istruzione e formazione; poi l’inizio del declino. L’ambiente e il turismo scivolano dall’ottavo al nono posto. Il sistema salute crolla dal sesto al dodicesimo. La sicurezza sociale precipita dal quinto al ventinovesimo. E la voce «reati e sicurezza» chiude il cerchio: Milano è ultima. Dietro Roma, Trieste e Firenze. Coincidenza: due su tre sono amministrate da sindaci dem. Ma bisogna aggiungere Torino, che precipita al sessantasettesimo posto per sicurezza sociale, un abisso rispetto al trentunesimo dello scorso anno. Sui reati, la situazione è ancora più buia: posizione numero 98: resta in fondo alla classifica, migliorando di un solo gradino rispetto al 2024. Nella sostanza il problema resta lì, pesante come un macigno. Il dato aggregato non inganna: le metropoli hanno un problema strutturale di sicurezza urbana. Le classifiche lo fotografano senza filtri.
Le città sono sempre più ricche, più formate, più attrezzate. Ma sempre meno sicure. E nella forbice tra qualità della vita e sicurezza c’è di tutto: spaccio, violenze, microcriminalità, degrado e percezione di abbandono. Una miscela che rende la vita quotidiana un equilibrio instabile. Influenzata non poco da anni di immigrazione incontrollata. Che, nonostante gli sforzi del governo, trova spesso la strada sbarrata dalle toghe. Le ultime decisioni della Corte di cassazione (due in particolare) fissano dei paletti che, presentati come gesto di civiltà, appaiono invece come una riscrittura dell’iter per le espulsioni. Ed è facile prevedere che peseranno sulle politiche urbane.
La sentenza numero 29.685 è la più netta: stop agli automatismi nel campo dell’immigrazione. Non basta una condanna passata, anche grave, per espellere qualcuno dal territorio italiano. «Gli automatismi», scrivono i giudici, «non sono ammissibili». La Cassazione stabilisce che bisogna valutare la pericolosità reale, attuale e concreta. L’espulsione, insomma, non si può basare solo sul passato, anche se è costellato da reati penali gravi. Serve un esame del presente. La Corte, in sostanza, dice che un migrante non può essere considerato pericoloso per sempre, solo perché lo è stato un tempo. È una linea che sul piano giuridico ha una sua logica. Ma, applicata alla vita delle città, apre un interrogativo pesante: chi garantisce che, mentre si fa l’analisi personale e dettagliata di un migrante con precedenti, la sicurezza non vada a pezzi? È la tensione costante tra diritto individuale e sicurezza collettiva, e in Italia, lo dimostrano i numeri di Milano e Torino, la seconda arranca. L’altra sentenza è la numero 29676. Sancisce che, se uno straniero in Italia ha un livello di integrazione anche «imperfetto» ma nel Paese d’origine non ha più nessun legame familiare o sociale, non può essere rimandato indietro. Inoltre bisognerà valutare la possibilità di garantire un’esistenza dignitosa e il rischio di perdita irreparabile del grado di integrazione raggiunto nel Paese in cui ha trovato riparo. Significa che chi arriva in Italia, anche se non perfettamente integrato, difficilmente potrà essere rispedito indietro se non ha più legami nel Paese d’origine.
I giudici hanno valutato un ricorso presentato da una cittadina straniera che vive in Italia da sei anni a carico della madre (di professione badante), senza un lavoro regolare e senza legami nel Paese d’origine. Aveva chiesto la protezione speciale per la sua vulnerabilità. Questura e tribunale le hanno detto no: niente prove sufficienti di integrazione, niente permesso. La Cassazione ha ribaltato tutto, accusando il tribunale di aver guardato il caso a pezzetti, senza valutarlo nella sua interezza. Mancava soprattutto la domanda ritenuta decisiva: cosa le accadrebbe se venisse rimpatriata? Una comparazione che, per la Suprema corte, da questo momento diventa obbligatoria.
E mentre le grandi città scivolano in fondo alle classifiche e il cittadino si sente sempre più a rischio, la magistratura impone più tutela, più valutazioni personalizzate, più prudenza nell’allontanare un migrante, anche se ha un curriculum giudiziario che non lo presenta come mister integrazione. È un equilibrio fragile. Che alle toghe, però, sembra non interessare.





