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2020-06-18
Truffa migranti, indagini sulla Caritas
Padre Antonio Zanotti (Facebook)
«Prima viene la giustizia, poi viene la carità». Era una delle frasi scolpite nella pietra da don Bepo Vavassori, che a Bergamo viene considerato più di un santo, il padre e la madre di migliaia di trovatelli, colui che in un giorno del 1927 decise che «ogni bambino deve avere l'abbraccio di una mamma». A tutte le età. Su un terreno allora di periferia fondò la Città dei ragazzi, poi diventata Patronato San Vincenzo. Il luogo che allargava le braccia generose per accogliere malati, profughi, disabili, persone allo sbando, ex carcerati. L'orgoglio del cattolicesimo orobico. Il porto dove 93 anni dopo la carità viene esercitata senza derogare mai. Ma dove la Procura sostiene che il concetto di giustizia (nel senso di legalità) si sarebbe appannato.
L'inchiesta che ha portato ai domiciliari padre Antonio Zanotti e due suoi collaboratori per truffa ai danni dello Stato sta scuotendo nel profondo Bergamo. Sotto scacco è il sistema di accoglienza, uno dei più efficienti d'Italia. Tre arrestati, 38 indagati, 80 persone coinvolte; avvisi di garanzia al Patronato, alla Caritas diocesana, alla cooperativa Ruah, pilastri del sociale sul territorio. Per molti l'accusa è associazione a delinquere per truffa, riciclaggio, sfruttamento del lavoro, inadempimento di contratti di pubbliche forniture, turbativa d'asta. Un terremoto che percorre la città governata da Giorgio Gori, dove le sigle coinvolte non solo si affiancano al welfare del Comune, ma in alcuni casi lo sostituiscono.
Le indagini partono nel 2017 da un fatto di cronaca nera: un'educatrice della cooperativa sociale Rinnovamento di Fontanella subisce violenza sessuale da parte di un ospite della Sierra Leone. Il periodo è micidiale, gli sbarchi in Italia decuplicano e il governo a trazione Pd inaugura la micidiale strategia dell'accoglienza diffusa sponsorizzata da Luciana Lamorgese, allora prefetto di Milano e oggi ministro dell'Interno. In Bergamasca arrivano migliaia di profughi, i rimborsi sono ingenti, i prefetti chiedono di distribuire i migranti anche nei paesi più piccoli. I decreti Sicurezza, arrivati nel 2019 a rallentare i flussi e a disciplinare gli ingressi (ma anche ad abbattere il business) oggi sono a rischio per la forte spinta della sinistra di governo.
Indagando sul caso Fontanella, i carabinieri intercettano, sequestrano documenti e scoperchiano botole. La prima porta all'arresto di una vecchia conoscenza, il sedicente frate cappuccino Zanotti, 73 anni, colui che si definisce «un imprenditore più che un prete». Viene accusato di violenza sessuale da un ospite della casa, ora il pm Fabrizio Gaverini e gli investigatori sono convinti che lui e i suoi collaboratori Anna Maria Preceruti e Giovanni Trezzi abbiano usato i centri accoglienza come «una macchina per fare soldi».
L'inchiesta si allarga e porta alla luce ipotesi di reato anche per l'ex numero uno della Caritas di Bergamo, don Claudio Visconti, ritenuto dalla Procura promotore della presunta associazione dal 2017 al 2018. Secondo gli investigatori, il sistema consisteva nel comunicare alla prefettura la presenza di ospiti inesistenti, date di uscita diverse da quelle reali, la presenza di persone che in realtà alloggiavano altrove. Alcune firme sarebbero state contraffatte, alcune fatture sarebbero false. Tutto per moltiplicare i 35 euro. Nel settembre di due anni fa don Visconti, personaggio noto in tutta la Lombardia (è stato anche referente regionale Educazione e mondialità), lascia a sorpresa la sua creatura per Bruxelles, dove esercita come responsabile della pastorale italiana. Al suo posto viene nominato don Roberto Trussardi, oggi coinvolto per turbativa d'asta. Secondo l'accusa don Visconti, attraverso le associazioni Diakonia e Ruah, avrebbe ottenuto illecitamente 50.000 euro.
Sono iscritti al registro degli indagati anche il direttore di Ruah, Bruno Goisis, il responsabile della cooperativa Pugno Aperto, Omar Piazza. Il filone arriva fin dentro gli uffici del Comune di Bergamo, con il coinvolgimento di Elena Lazzari, funzionaria dell'assessorato ai Servizi sociali. Il Patronato San Vincenzo, fiore all'occhiello della comunità bergamasca, è toccato dalle indagini con l'accusa di sfruttamento del lavoro. Coinvolto anche il parroco don Massimo Maffioletti. C'è perfino un filone istituzionale: tre viceprefetti sono indagati per abuso d'ufficio. Un terremoto.
Ora la Lega, che in passato ha denunciato più volte l'invasione dei richiedenti asilo, chiede alla prefettura la revoca immediata in via cautelativa dei contratti e degli appalti in essere con la cooperativa guidata da padre Zanotti. La onlus Diakonia, braccio operativo della Caritas, auspica che l'indagine dimostri che «l'agire è stato svolto con trasparenza e in risposta collaborativa alle istituzioni per il bene dei migranti e della società bergamasca che si è trovata a rispondere a questa urgenza». Il ritorno alla normalità della Bergamo stremata dal virus doveva essere diverso.
La coop contro i decreti Sicurezza
Nubi dense sulla cooperativa Ruah il cui presidente, Bruno Goisis, risulta indagato. Attiva nel sociale dal 1991, questa istituzione della Bergamasca si occupa principalmente di accoglienza ai migranti attraverso centri e formazione interculturale. È una vera potenza sul territorio, la scorsa primavera lamentava come «a seguito dei tagli ministeriali a saltare fossero soprattutto i corsi di lingua italiana all'interno dei centri, le attività di sensibilizzazione, minando così l'opera di integrazione». Il calo dell'attività, spiegava, era causato da meno arrivi di stranieri «ma anche da una forte riduzione economica della quota giornaliera prevista nel rinnovo del bando di gara della Prefettura».
Nel 2017 gestiva circa 1.600 richiedenti asilo e dichiarava più di 9 milioni di euro di fatturato, con un utile di 284.000 euro. Nell'ottobre di quell'anno, la Ruah intraprese un'azione civile contro i Comuni di centrodestra di Ardesio, Capizzone, Chiuduno, Pontida e Torre Boldone perché a suo avviso «le ordinanze “anti profughi" violavano il principio di parità di trattamento e non discriminazione». Chiedeva un risarcimento di 90.000 euro, 18.000 euro per ciascun sindaco firmatario dell'ordinanza che prevedeva sanzioni per coloro che accolgono richiedenti asilo nei loro immobili, senza comunicarlo. A sostenere l'iniziativa della cooperativa c'era Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, che del risarcimento si prendeva 8.000 euro, il resto rimaneva alla Ruah.
Attivissima nel difendere le istanze degli stranieri, l'Asgi non nasconde che il suo «servizio antidiscriminazione è in parte sostenuto» dalla Sigrid Rausing trust (Srt), una delle tante organizzazioni finanziate da George Soros. Il magnate ungherese, attraverso la sua fondazione Open society, mantiene diverse realtà che si occupano di favorire l'accoglienza dei migranti, della difesa dei rifugiati e della promozione dei diritti delle minoranze. Tra queste, appunto, la Sigrid Rausing trust che battaglia contro le torture ma anche in difesa dei diritti Lgbt.
A fine gennaio 2018, il rapporto Lungo la rotta del Brennero presentato a Verona sulla situazione dei migranti, nasceva dalla collaborazione tra il gruppo di attivisti volontari Antenne migranti, l'Asgi e la Fondazione Alexander Langer con il palese sostegno di Open society foundations. Era sempre l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione a sostenere due anni fa che gli stranieri a bordo della nave Diciotti non potevano andare in Albania contro il loro volere «perché Tirana non è parte dell'Unione europea e il suo sistema di protezione internazionale non è conforme al sistema comune europeo di asilo».
L'Asgi, presente in Italia con diverse sezioni territoriali attive dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia alla Calabria, nel 2017 presentò anche i ricorsi di 24 donne immigrate escluse dall'Inps dal bonus bebè. Originarie di Egitto, Marocco, Senegal, Pakistan, Ecuador, Bolivia, India, Burkina Faso, Tunisia, Albania, Costa d'Avorio e Nigeria ma residenti nella Bergamasca, rivendicavano il diritto all'assegno di natalità e al loro fianco si schierò anche la Cgil di Bergamo. Ottennero gli 800 euro, poche settimane dopo anche il Tribunale di Milano diede ragione ad altre immigrate, sempre assistite da Asgi ma questa volta assieme ad Avvocati per niente (Apn) e Fondazione Piccini. «Tradotto in numeri», scrisse Il Sole 24 Ore, «si trattava di 24.500 mamme straniere», che risultarono avvantaggiate dalle sentenze contro l'Inps.
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L'indagine che ha portato ai domiciliari padre Antonio Zanotti e due suoi collaboratori per truffa ai danni dello Stato scuote il sistema orobico dell'accoglienza. Firme e fatture false per moltiplicare i 35 euro di sussidio pubblico.Indagata nell'inchiesta bergamasca anche la Ruah, che lamentava il calo d'attività Ha fatto anche causa ai Comuni tramite un'associazione giuridica sostenuta da George Soros.Lo speciale contiene due articoli«Prima viene la giustizia, poi viene la carità». Era una delle frasi scolpite nella pietra da don Bepo Vavassori, che a Bergamo viene considerato più di un santo, il padre e la madre di migliaia di trovatelli, colui che in un giorno del 1927 decise che «ogni bambino deve avere l'abbraccio di una mamma». A tutte le età. Su un terreno allora di periferia fondò la Città dei ragazzi, poi diventata Patronato San Vincenzo. Il luogo che allargava le braccia generose per accogliere malati, profughi, disabili, persone allo sbando, ex carcerati. L'orgoglio del cattolicesimo orobico. Il porto dove 93 anni dopo la carità viene esercitata senza derogare mai. Ma dove la Procura sostiene che il concetto di giustizia (nel senso di legalità) si sarebbe appannato.L'inchiesta che ha portato ai domiciliari padre Antonio Zanotti e due suoi collaboratori per truffa ai danni dello Stato sta scuotendo nel profondo Bergamo. Sotto scacco è il sistema di accoglienza, uno dei più efficienti d'Italia. Tre arrestati, 38 indagati, 80 persone coinvolte; avvisi di garanzia al Patronato, alla Caritas diocesana, alla cooperativa Ruah, pilastri del sociale sul territorio. Per molti l'accusa è associazione a delinquere per truffa, riciclaggio, sfruttamento del lavoro, inadempimento di contratti di pubbliche forniture, turbativa d'asta. Un terremoto che percorre la città governata da Giorgio Gori, dove le sigle coinvolte non solo si affiancano al welfare del Comune, ma in alcuni casi lo sostituiscono.Le indagini partono nel 2017 da un fatto di cronaca nera: un'educatrice della cooperativa sociale Rinnovamento di Fontanella subisce violenza sessuale da parte di un ospite della Sierra Leone. Il periodo è micidiale, gli sbarchi in Italia decuplicano e il governo a trazione Pd inaugura la micidiale strategia dell'accoglienza diffusa sponsorizzata da Luciana Lamorgese, allora prefetto di Milano e oggi ministro dell'Interno. In Bergamasca arrivano migliaia di profughi, i rimborsi sono ingenti, i prefetti chiedono di distribuire i migranti anche nei paesi più piccoli. I decreti Sicurezza, arrivati nel 2019 a rallentare i flussi e a disciplinare gli ingressi (ma anche ad abbattere il business) oggi sono a rischio per la forte spinta della sinistra di governo. Indagando sul caso Fontanella, i carabinieri intercettano, sequestrano documenti e scoperchiano botole. La prima porta all'arresto di una vecchia conoscenza, il sedicente frate cappuccino Zanotti, 73 anni, colui che si definisce «un imprenditore più che un prete». Viene accusato di violenza sessuale da un ospite della casa, ora il pm Fabrizio Gaverini e gli investigatori sono convinti che lui e i suoi collaboratori Anna Maria Preceruti e Giovanni Trezzi abbiano usato i centri accoglienza come «una macchina per fare soldi». L'inchiesta si allarga e porta alla luce ipotesi di reato anche per l'ex numero uno della Caritas di Bergamo, don Claudio Visconti, ritenuto dalla Procura promotore della presunta associazione dal 2017 al 2018. Secondo gli investigatori, il sistema consisteva nel comunicare alla prefettura la presenza di ospiti inesistenti, date di uscita diverse da quelle reali, la presenza di persone che in realtà alloggiavano altrove. Alcune firme sarebbero state contraffatte, alcune fatture sarebbero false. Tutto per moltiplicare i 35 euro. Nel settembre di due anni fa don Visconti, personaggio noto in tutta la Lombardia (è stato anche referente regionale Educazione e mondialità), lascia a sorpresa la sua creatura per Bruxelles, dove esercita come responsabile della pastorale italiana. Al suo posto viene nominato don Roberto Trussardi, oggi coinvolto per turbativa d'asta. Secondo l'accusa don Visconti, attraverso le associazioni Diakonia e Ruah, avrebbe ottenuto illecitamente 50.000 euro. Sono iscritti al registro degli indagati anche il direttore di Ruah, Bruno Goisis, il responsabile della cooperativa Pugno Aperto, Omar Piazza. Il filone arriva fin dentro gli uffici del Comune di Bergamo, con il coinvolgimento di Elena Lazzari, funzionaria dell'assessorato ai Servizi sociali. Il Patronato San Vincenzo, fiore all'occhiello della comunità bergamasca, è toccato dalle indagini con l'accusa di sfruttamento del lavoro. Coinvolto anche il parroco don Massimo Maffioletti. C'è perfino un filone istituzionale: tre viceprefetti sono indagati per abuso d'ufficio. Un terremoto.Ora la Lega, che in passato ha denunciato più volte l'invasione dei richiedenti asilo, chiede alla prefettura la revoca immediata in via cautelativa dei contratti e degli appalti in essere con la cooperativa guidata da padre Zanotti. La onlus Diakonia, braccio operativo della Caritas, auspica che l'indagine dimostri che «l'agire è stato svolto con trasparenza e in risposta collaborativa alle istituzioni per il bene dei migranti e della società bergamasca che si è trovata a rispondere a questa urgenza». Il ritorno alla normalità della Bergamo stremata dal virus doveva essere diverso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linchiesta-che-terremota-bergamo-coinvolge-anche-una-onlus-caritas-2646193563.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-coop-contro-i-decreti-sicurezza" data-post-id="2646193563" data-published-at="1592418290" data-use-pagination="False"> La coop contro i decreti Sicurezza Nubi dense sulla cooperativa Ruah il cui presidente, Bruno Goisis, risulta indagato. Attiva nel sociale dal 1991, questa istituzione della Bergamasca si occupa principalmente di accoglienza ai migranti attraverso centri e formazione interculturale. È una vera potenza sul territorio, la scorsa primavera lamentava come «a seguito dei tagli ministeriali a saltare fossero soprattutto i corsi di lingua italiana all'interno dei centri, le attività di sensibilizzazione, minando così l'opera di integrazione». Il calo dell'attività, spiegava, era causato da meno arrivi di stranieri «ma anche da una forte riduzione economica della quota giornaliera prevista nel rinnovo del bando di gara della Prefettura». Nel 2017 gestiva circa 1.600 richiedenti asilo e dichiarava più di 9 milioni di euro di fatturato, con un utile di 284.000 euro. Nell'ottobre di quell'anno, la Ruah intraprese un'azione civile contro i Comuni di centrodestra di Ardesio, Capizzone, Chiuduno, Pontida e Torre Boldone perché a suo avviso «le ordinanze “anti profughi" violavano il principio di parità di trattamento e non discriminazione». Chiedeva un risarcimento di 90.000 euro, 18.000 euro per ciascun sindaco firmatario dell'ordinanza che prevedeva sanzioni per coloro che accolgono richiedenti asilo nei loro immobili, senza comunicarlo. A sostenere l'iniziativa della cooperativa c'era Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, che del risarcimento si prendeva 8.000 euro, il resto rimaneva alla Ruah. Attivissima nel difendere le istanze degli stranieri, l'Asgi non nasconde che il suo «servizio antidiscriminazione è in parte sostenuto» dalla Sigrid Rausing trust (Srt), una delle tante organizzazioni finanziate da George Soros. Il magnate ungherese, attraverso la sua fondazione Open society, mantiene diverse realtà che si occupano di favorire l'accoglienza dei migranti, della difesa dei rifugiati e della promozione dei diritti delle minoranze. Tra queste, appunto, la Sigrid Rausing trust che battaglia contro le torture ma anche in difesa dei diritti Lgbt. A fine gennaio 2018, il rapporto Lungo la rotta del Brennero presentato a Verona sulla situazione dei migranti, nasceva dalla collaborazione tra il gruppo di attivisti volontari Antenne migranti, l'Asgi e la Fondazione Alexander Langer con il palese sostegno di Open society foundations. Era sempre l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione a sostenere due anni fa che gli stranieri a bordo della nave Diciotti non potevano andare in Albania contro il loro volere «perché Tirana non è parte dell'Unione europea e il suo sistema di protezione internazionale non è conforme al sistema comune europeo di asilo». L'Asgi, presente in Italia con diverse sezioni territoriali attive dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia alla Calabria, nel 2017 presentò anche i ricorsi di 24 donne immigrate escluse dall'Inps dal bonus bebè. Originarie di Egitto, Marocco, Senegal, Pakistan, Ecuador, Bolivia, India, Burkina Faso, Tunisia, Albania, Costa d'Avorio e Nigeria ma residenti nella Bergamasca, rivendicavano il diritto all'assegno di natalità e al loro fianco si schierò anche la Cgil di Bergamo. Ottennero gli 800 euro, poche settimane dopo anche il Tribunale di Milano diede ragione ad altre immigrate, sempre assistite da Asgi ma questa volta assieme ad Avvocati per niente (Apn) e Fondazione Piccini. «Tradotto in numeri», scrisse Il Sole 24 Ore, «si trattava di 24.500 mamme straniere», che risultarono avvantaggiate dalle sentenze contro l'Inps.
Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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