True
2020-07-21
L’identità si incideva su oro o su pietra. Ma domani la nostra sarà solo virtuale
Marco Polo (DeA/Getty Images)
Nel 2026 tutti gli italiani avranno in tasca una carta d'identità elettronica. Almeno questa è la previsione dell'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato. A oggi è stata richiesta da quasi 16 milioni di cittadini. Il boom è stato raggiunto a inizio giugno, quando il governo ha dato il via libera per richiedere i bonus anti crisi. Oggi sono 7 milioni i cittadini che, oltre alla Cie - questo l'acronimo del nuovo documento -, possiedono anche un'identità digitale. In pratica tutte le informazioni sulla nostra persona vengono racchiuse in un microchip prima e in uno smartphone poi. Ormai tra Cie e passaporti biometrici è possibile prendere un aereo senza mostrare i documenti. Se lo vogliamo - almeno per ora registrarsi è ancora una scelta - lo scanner facciale ci riconosce al nostro passaggio. La Cie, oltre all'identificazione fisica e online, offre anche una serie di servizi come, ad esempio, l'accesso ai siti della pubblica amministrazione, può sostituirsi ai biglietti per mezzi pubblici, stadi e musei, al badge nei luoghi di lavoro, o essere usata come token per una transazione bancaria online. E presto verrà integrata anche con un'app per la firma digitale. Per ottenere una carta d'identità elettronica basta rilasciare le impronte digitali, sottoporsi al riconoscimento facciale, pagare 16,70 euro e in molti casi aspettare pazientemente qualche mese perché i Comuni faticano a smaltire le richieste.
Il primo a citare una carta d'identità in un'opera letteraria fu lo scrittore napoletano Vittorio Imbriani a metà dell'Ottocento, ma bisognerà aspettare il pieno Novecento perché questo documento di riconoscimento sia a tutti gli effetti valido.
In Italia, la carta d'identità cartacea fu introdotta nel 1931 con il regio decreto del 18 giugno. Aveva la foto e durava tre anni. All'epoca, tra le generalità, non c'erano i «segni particolari» bensì i «connotati e contrassegni salienti». Dato che le foto erano in bianco e nero, bisognava definire il proprio colorito «sano» o «naturale». Tra le altre cose si descrivevano anche nasi e menti «regolari» o «pronunciati», corporature «minute», «medie», o addirittura «possenti». Questo tesserino divenne pian piano uno status symbol, con le casalinghe degli anni Quaranta che, alla voce professione, diventavano «attendenti alla casa», e il giovane sottoproletariato degli anni Settanta che, come ricordava Pier Paolo Pasolini, alla qualifica del proprio mestiere preferiva un più nobile «studente».
Finalmente, dopo millenni di studi, la carta d'identità s'era affermata. La prima al mondo nacque su delle tavolette di terracotta. Ad inventarsela fu il governo assiro che distribuì a ogni cittadino queste placche su cui veniva inciso il nome del possessore, il luogo di nascita, la professione e se si trattava di un uomo libero o di uno schiavo. Anche Marco Polo navigò per i mari del mondo con questo prezioso documento: due tavolette d'oro, concesse dal condottiero mongolo Kublai Khan, sulle quali era incisa un'iscrizione che garantiva la sicurezza del navigatore veneziano durante i suoi spostamenti.
Nel Medioevo erano gli abiti a determinare il rango, lo statuto e la dignità della persona. Anche i banditi venivano acciuffati per le loro vesti. Ricorda Valentin Groebner in Storia dell'identità personale che nella città ungherese di Eger, nel 1392, il fuorilegge «Claus Spiler era riconoscibile dalla sua «giacca nera» e dai suoi capelli neri; portava inoltre un berretto e dei calzoni azzurri». O ancora che «nel 1426 il consiglio della città sassone di Rochlitz inviò a Lipsia la confessione di un presunto incendiario» che descrive i suoi complici fuggiaschi: «Il primo portava un mantello grigio rammendato, foderato con un tessuto azzurro intorno al collo, e sotto una giacca di fustagno nera e un cappello a bombetta grigio». Gli abiti servivano anche a riconoscere politici e a identificare i testimoni durante un processo.
Il primo passaporto fu introdotto da Enrico V nel XV secolo. Il re inglese concesse ai suoi sudditi un foglio identificativo che permettesse di dimostrare la propria identità fuori dal Paese. Lo stesso Paese che seicento anni dopo, con Winston Churchill al governo, fu costretto ad abolire la carta obbligatoria perché la richiesta dei documenti da parte degli agenti «minava la fiducia del popolo nelle forze di polizia».
Sui passaporti britannici di un tempo non c'erano né la fotografia né la descrizione fisica. Questi due elementi vennero inseriti nel 1914 dopo che Hans Lody, una spia tedesca, era entrato in Gran Bretagna usando un falso passaporto americano. Le regole sulle fotografie erano molto vaghe. Nel suo The passport: The history of man's most travelled document, Martin Lloyd spiega che alle persone era richiesto solo di mandare un'immagine, «così succedeva che i britannici si ritrovavano sul passaporto il ritratto dell'intera famiglia», probabilmente l'unica foto che possedevano.
I passaporti hanno diversi colori. Quello della Ue è burgundy. Secondo Hrant Boghossian, vicepresidente di Arton group, che ogni anno pubblica il Passport index, questa tonalità di rosso bordeaux «è dovuta a un passato comunista dell'Europa». I passaporti di Marocco, Pakistan e Arabia Saudita sono verdi per via dell'importanza di questo colore nella religione musulmana. Il blu è il colore dell'America e il nero quello dei passaporti diplomatici. Solo il passaporto scandinavo ha tre colori: bianco, turchese o rosso. Nascosta tra le pagine poi si può vedere anche l'aurora boreale. Per farla apparire però bisogna mettere il documento sotto i raggi ultravioletti. Originale anche il passaporto finlandese. Dal 2012 su ogni pagina sono disegnate delle renne in posizioni leggermente diverse e, sfogliandolo velocemente, gli animali sembrano muoversi come in un cartone animato.
Il mito sempre più traballante delle impronte digitali
Fino ai primi anni Duemila, il rilascio della carta d'identità prevedeva solo in via facoltativa l'apposizione delle impronte digitali, che ormai è obbligatoria dai dodici anni in su. Come scriveva Mark Twain, «ogni essere umano porta con sé, dalla culla alla tomba, certe caratteristiche fisiche che non cambiano mai, attraverso le quali può essere sempre identificato, senza ombra di dubbio». E l'unicità delle impronte digitali, che in Occidente fu dimostrata per la prima volta nel XIX secolo dall'anatomista ceco Jan Purkyne, è in grado di distinguere anche due gemelli omozigoti.
Alla fine dell'Ottocento il medico scozzese Henry Faulds tentò di rendere irriconoscibili le proprie impronte digitali sfregandosi le dita con rasoi, pietra pomice, carta vetrata, polvere di vetro, acidi corrosivi. Ma queste, ogni volta, ricomparivano identiche. Quegli esperimenti sollecitarono la fantasia del criminologo francese Alphonse Bertillon e lo portarono a ideare un sistema di riconoscimento biometrico basato su 14 misurazioni alle impronte digitali per incastrare i criminali più recidivi. Tuttavia fu proprio il suddetto Henry Faulds, trasferitosi in Giappone, il primo a individuare il colpevole di un omicidio grazie alle impronte rinvenute sulla scena del delitto. Era il 1880. Entusiasta, decise di condividere la sua scoperta con Charles Darwin e gli mandò una lettera. Lettera che però Darwin, ormai troppo vecchio e malato, girò al cugino Sir Francis Galton, brillante antropologo. Solo dopo otto anni di rilevazioni e calcoli statistici nacque la nuova scienza in Inghilterra.
Nel 1905, i fratelli Stratton, accusati di aver ammazzato i coniugi Farrow, titolari di un colorificio, vennero identificati proprio per aver lasciato le loro impronte digitali e furono condannati a morte. Durante il processo l'ispettore Charles Collins testimoniò: «Il massimo che abbiamo mai riscontrato in impronte differenti è di tre caratteristiche uguali. In altre parole, tutte le impronte con quattro o più punti di contatto devono per forza provenire dallo stesso dito».
Col passare degli anni, a fare delle impronte digitali un vanto è stata l'Fbi, che nel suo Integrated automatic fingerprint identification system, sistema installato nel 1999, ha archiviato più di 65 milioni di impronte per un costo di 164 milioni di dollari. Negli ultimi anni, però, diversi studi hanno sostenuto che la percentuale di falsi positivi - impronte che risultano coincidere anche se in realtà non sono uguali - può arrivare anche allo 0,1%. Spiegava qualche anno fa a Repubblica Mike Silverman, l'esperto che introdusse il primo sistema di rilevamento delle impronte digitali automatizzato per la polizia metropolitana inglese, che non è possibile «dimostrare che non esistono due impronte digitali esattamente uguali. Potrebbe trattarsi di un caso raro, come vincere alla lotteria. È un evento improbabile», eppure a suo dire «accade ogni settimana».
Continua a leggereRiduci
Breve storia dell'identificazione personale, dalle tavolette assire al lasciapassare di Marco Polo. Fino all'odierno chip.Il «calco» del dito è un obbligo all'anagrafe, ma non è affatto esente dai falsi positivi. Con buona pace dell'Fbi (e di Mark Twain).Lo speciale contiene due articoli.Nel 2026 tutti gli italiani avranno in tasca una carta d'identità elettronica. Almeno questa è la previsione dell'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato. A oggi è stata richiesta da quasi 16 milioni di cittadini. Il boom è stato raggiunto a inizio giugno, quando il governo ha dato il via libera per richiedere i bonus anti crisi. Oggi sono 7 milioni i cittadini che, oltre alla Cie - questo l'acronimo del nuovo documento -, possiedono anche un'identità digitale. In pratica tutte le informazioni sulla nostra persona vengono racchiuse in un microchip prima e in uno smartphone poi. Ormai tra Cie e passaporti biometrici è possibile prendere un aereo senza mostrare i documenti. Se lo vogliamo - almeno per ora registrarsi è ancora una scelta - lo scanner facciale ci riconosce al nostro passaggio. La Cie, oltre all'identificazione fisica e online, offre anche una serie di servizi come, ad esempio, l'accesso ai siti della pubblica amministrazione, può sostituirsi ai biglietti per mezzi pubblici, stadi e musei, al badge nei luoghi di lavoro, o essere usata come token per una transazione bancaria online. E presto verrà integrata anche con un'app per la firma digitale. Per ottenere una carta d'identità elettronica basta rilasciare le impronte digitali, sottoporsi al riconoscimento facciale, pagare 16,70 euro e in molti casi aspettare pazientemente qualche mese perché i Comuni faticano a smaltire le richieste. Il primo a citare una carta d'identità in un'opera letteraria fu lo scrittore napoletano Vittorio Imbriani a metà dell'Ottocento, ma bisognerà aspettare il pieno Novecento perché questo documento di riconoscimento sia a tutti gli effetti valido.In Italia, la carta d'identità cartacea fu introdotta nel 1931 con il regio decreto del 18 giugno. Aveva la foto e durava tre anni. All'epoca, tra le generalità, non c'erano i «segni particolari» bensì i «connotati e contrassegni salienti». Dato che le foto erano in bianco e nero, bisognava definire il proprio colorito «sano» o «naturale». Tra le altre cose si descrivevano anche nasi e menti «regolari» o «pronunciati», corporature «minute», «medie», o addirittura «possenti». Questo tesserino divenne pian piano uno status symbol, con le casalinghe degli anni Quaranta che, alla voce professione, diventavano «attendenti alla casa», e il giovane sottoproletariato degli anni Settanta che, come ricordava Pier Paolo Pasolini, alla qualifica del proprio mestiere preferiva un più nobile «studente». Finalmente, dopo millenni di studi, la carta d'identità s'era affermata. La prima al mondo nacque su delle tavolette di terracotta. Ad inventarsela fu il governo assiro che distribuì a ogni cittadino queste placche su cui veniva inciso il nome del possessore, il luogo di nascita, la professione e se si trattava di un uomo libero o di uno schiavo. Anche Marco Polo navigò per i mari del mondo con questo prezioso documento: due tavolette d'oro, concesse dal condottiero mongolo Kublai Khan, sulle quali era incisa un'iscrizione che garantiva la sicurezza del navigatore veneziano durante i suoi spostamenti. Nel Medioevo erano gli abiti a determinare il rango, lo statuto e la dignità della persona. Anche i banditi venivano acciuffati per le loro vesti. Ricorda Valentin Groebner in Storia dell'identità personale che nella città ungherese di Eger, nel 1392, il fuorilegge «Claus Spiler era riconoscibile dalla sua «giacca nera» e dai suoi capelli neri; portava inoltre un berretto e dei calzoni azzurri». O ancora che «nel 1426 il consiglio della città sassone di Rochlitz inviò a Lipsia la confessione di un presunto incendiario» che descrive i suoi complici fuggiaschi: «Il primo portava un mantello grigio rammendato, foderato con un tessuto azzurro intorno al collo, e sotto una giacca di fustagno nera e un cappello a bombetta grigio». Gli abiti servivano anche a riconoscere politici e a identificare i testimoni durante un processo. Il primo passaporto fu introdotto da Enrico V nel XV secolo. Il re inglese concesse ai suoi sudditi un foglio identificativo che permettesse di dimostrare la propria identità fuori dal Paese. Lo stesso Paese che seicento anni dopo, con Winston Churchill al governo, fu costretto ad abolire la carta obbligatoria perché la richiesta dei documenti da parte degli agenti «minava la fiducia del popolo nelle forze di polizia». Sui passaporti britannici di un tempo non c'erano né la fotografia né la descrizione fisica. Questi due elementi vennero inseriti nel 1914 dopo che Hans Lody, una spia tedesca, era entrato in Gran Bretagna usando un falso passaporto americano. Le regole sulle fotografie erano molto vaghe. Nel suo The passport: The history of man's most travelled document, Martin Lloyd spiega che alle persone era richiesto solo di mandare un'immagine, «così succedeva che i britannici si ritrovavano sul passaporto il ritratto dell'intera famiglia», probabilmente l'unica foto che possedevano.I passaporti hanno diversi colori. Quello della Ue è burgundy. Secondo Hrant Boghossian, vicepresidente di Arton group, che ogni anno pubblica il Passport index, questa tonalità di rosso bordeaux «è dovuta a un passato comunista dell'Europa». I passaporti di Marocco, Pakistan e Arabia Saudita sono verdi per via dell'importanza di questo colore nella religione musulmana. Il blu è il colore dell'America e il nero quello dei passaporti diplomatici. Solo il passaporto scandinavo ha tre colori: bianco, turchese o rosso. Nascosta tra le pagine poi si può vedere anche l'aurora boreale. Per farla apparire però bisogna mettere il documento sotto i raggi ultravioletti. Originale anche il passaporto finlandese. Dal 2012 su ogni pagina sono disegnate delle renne in posizioni leggermente diverse e, sfogliandolo velocemente, gli animali sembrano muoversi come in un cartone animato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lidentita-si-incideva-su-oro-o-su-pietra-ma-domani-la-nostra-sara-solo-virtuale-2646441338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mito-sempre-piu-traballante-delle-impronte-digitali" data-post-id="2646441338" data-published-at="1595280137" data-use-pagination="False"> Il mito sempre più traballante delle impronte digitali Fino ai primi anni Duemila, il rilascio della carta d'identità prevedeva solo in via facoltativa l'apposizione delle impronte digitali, che ormai è obbligatoria dai dodici anni in su. Come scriveva Mark Twain, «ogni essere umano porta con sé, dalla culla alla tomba, certe caratteristiche fisiche che non cambiano mai, attraverso le quali può essere sempre identificato, senza ombra di dubbio». E l'unicità delle impronte digitali, che in Occidente fu dimostrata per la prima volta nel XIX secolo dall'anatomista ceco Jan Purkyne, è in grado di distinguere anche due gemelli omozigoti. Alla fine dell'Ottocento il medico scozzese Henry Faulds tentò di rendere irriconoscibili le proprie impronte digitali sfregandosi le dita con rasoi, pietra pomice, carta vetrata, polvere di vetro, acidi corrosivi. Ma queste, ogni volta, ricomparivano identiche. Quegli esperimenti sollecitarono la fantasia del criminologo francese Alphonse Bertillon e lo portarono a ideare un sistema di riconoscimento biometrico basato su 14 misurazioni alle impronte digitali per incastrare i criminali più recidivi. Tuttavia fu proprio il suddetto Henry Faulds, trasferitosi in Giappone, il primo a individuare il colpevole di un omicidio grazie alle impronte rinvenute sulla scena del delitto. Era il 1880. Entusiasta, decise di condividere la sua scoperta con Charles Darwin e gli mandò una lettera. Lettera che però Darwin, ormai troppo vecchio e malato, girò al cugino Sir Francis Galton, brillante antropologo. Solo dopo otto anni di rilevazioni e calcoli statistici nacque la nuova scienza in Inghilterra. Nel 1905, i fratelli Stratton, accusati di aver ammazzato i coniugi Farrow, titolari di un colorificio, vennero identificati proprio per aver lasciato le loro impronte digitali e furono condannati a morte. Durante il processo l'ispettore Charles Collins testimoniò: «Il massimo che abbiamo mai riscontrato in impronte differenti è di tre caratteristiche uguali. In altre parole, tutte le impronte con quattro o più punti di contatto devono per forza provenire dallo stesso dito». Col passare degli anni, a fare delle impronte digitali un vanto è stata l'Fbi, che nel suo Integrated automatic fingerprint identification system, sistema installato nel 1999, ha archiviato più di 65 milioni di impronte per un costo di 164 milioni di dollari. Negli ultimi anni, però, diversi studi hanno sostenuto che la percentuale di falsi positivi - impronte che risultano coincidere anche se in realtà non sono uguali - può arrivare anche allo 0,1%. Spiegava qualche anno fa a Repubblica Mike Silverman, l'esperto che introdusse il primo sistema di rilevamento delle impronte digitali automatizzato per la polizia metropolitana inglese, che non è possibile «dimostrare che non esistono due impronte digitali esattamente uguali. Potrebbe trattarsi di un caso raro, come vincere alla lotteria. È un evento improbabile», eppure a suo dire «accade ogni settimana».
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.