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2018-06-21
L’Europa è spiazzata dai nostri «no»: fioccano i summit sull’immigrazione
ANSA
È bastato alzare la voce per mandare in tilt l'Europa. È bastato tenere il punto sulla nave Aquarius per mettere il moloch di Bruxelles di fronte alle sue responsabilità. È bastato mostrare un minimo di fermezza per costringere i burosauri dell'Unione Europa a darsi una mossa, anzi due.
Ieri, infatti, sono stati convocati ben due vertici informali con all'ordine del giorno l'immigrazione. Al primo, in programma per domenica prossima a Bruxelles, convocato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, parteciperanno Italia, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Olanda e Belgio.
Oggi, a Budapest, si riunisce invece il Gruppo Visegrad, formato da Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, alla presenza del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. L'Austria, dunque, che dal 1° luglio assumerà la presidenza dell'Unione, partecipa a entrambi i summit. L'obiettivo di questi vertici è definire strategie e proposte in vista del Consiglio europeo del prossimo 29 e 29 giugno, che ha come piatto principale proprio l'immigrazione. La confusione, sotto il cielo europeo, è grande, come dimostra la convulsa giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche e dallo scontro tra Juncker e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.
Alle 12 in punto, la Commissione diffonde una nota ufficiale: «Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker», recita il comunicato, «ha convocato per domenica a Bruxelles una riunione di lavoro informale sui temi della migrazione e dell'asilo durante la quale lavorerà con un gruppo di capi di stato e di governo degli stati membri interessati per trovare soluzioni europee in vista del prossimo Consiglio europeo». Gli stati «invitati» al vertice sono, in quel momento, Italia, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria e Austria. L'iniziativa di Juncker è irrituale, le cancellerie europee vanno in fibrillazione. Perché convocare una riunione ristretta a pochi giorni dal Consiglio europeo? Un'ora dopo, alle 13, arriva la notizia del «controvertice» del Gruppo Visegrad. La tensione è altissima. Juncker è costretto a precisare: «Quello di domenica», minimizza il presidente della Commissione, «non è un minisummit, ma una riunione informale di lavoro. Non amo l'idea di presiedere una riunione tra alcuni Stati, ma se qualcuno si rifiuta di farlo, bisogna che ci sia chi si presta a svolgere questo ruolo fondamentale». La staffilata è diretta a Tusk, al quale sarebbe arrivata una richiesta da parte della Germania (sostenuta dalla Francia) di organizzare un incontro sul tema dei cosiddetti «movimenti secondari» degli immigrati, il pomo della discordia tra la Merkel e il suo ministro dell'Interno, Horst Seehofer. Tusk si è rifiutato di acconsentire alla richiesta di Berlino e Parigi. Seehofer è per la linea dura: vuole i respingimenti alla frontiera per gli immigrati, vuole che siano rispediti nel Paese di primo ingresso. Una strategia, discussa anche nell'incontro dell'altro ieri tra Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, che metterebbe in enorme difficoltà i Paesi del Mediterraneo, Italia, Spagna e Grecia su tutti, che si ritroverebbero stretti tra l'incudine degli sbarchi e il martello delle frontiere dei paesi vicini chiuse. «La nostra intenzione», ha detto Macron, «è fare in modo che i migranti che sono registrati nel primo paese della zona Schengen possano essere ripresi il più presto possibile nel paese in cui sono stati registrati». Lo strumento dovrebbero essere «accordi bilaterali o multilaterali».
«Sul dossier migrazione», aggiunge Juncker, «siamo alla mezzanotte meno uno? È già più tardi. Ho convocato l'incontro di domenica prossima per scambiare le idee prima della grande riunione della prossima settimana. Non è per dettare una linea di condotta, perché si tratta di un processo inclusivo, che tuttavia merita preparazione. Se tutti i Paesi avessero seguito nella saggezza le proposte della Commissione sulla revisione del regolamento di Dublino, ora non ci ritroveremmo di fronte ai problemi attuali».
Sull'Europa incombe la fine di Schengen, la reintroduzione delle frontiere tra gli stati. In pratica, la dissoluzione del concetto stesso di Unione Europea, sotto i colpi dell'invasione degli immigrati e degli egoismi di ciascuna nazione. Juncker va in confusione: due ore dopo aver dichiarato di aver convocato il vertice informale di domenica prossima, si smentisce da solo. «Non ho convocato io la riunione», dice Juncker al termine di un incontro con il primo ministro francese Eduard Philippe a Bruxelles, «che si terrà domenica prossima, ma mi tengo pronto a rispondere al desiderio di alcuni di invitare non gli Stati coinvolti, ma quelli interessati. Ho appena sentito il primo ministro belga che vorrebbe partecipare a questa riunione: evidentemente, è il benvenuto». La lista si allunga: oltre al Belgio, al vertice di domenica, si apprende nel tardo pomeriggio, parteciperà anche l'Olanda, ma altre adesioni a questo punto sono prevedibili. Intanto dall'Ungheria arriva una notizia destinata a far discutere: il Parlamento di Budapest ha votato sì alla modifica della Costituzione che prevede una stretta sulle richieste d'asilo e inserisce il divieto di accogliere i migranti economici. Gli attivisti delle Ong «che assistono l'immigrazione illegale» rischiano ora un anno di carcere.
Carlo Tarallo
Senza blocchi ai confini Ue a rischio i soldi all’Unione
L'Italia giocherà in attacco la partita sull'immigrazione. In vista del vertice informale di domenica prossima a Bruxelles, e del successivo Consiglio europeo del 28-29 giugno, il nostro governo punta i piedi e non intende subire decisioni altrui sul tema dei flussi. In particolare, l'Italia non accetterà compromessi autolesionistici sui «movimenti secondari», ovvero quelli degli immigrati già all'interno dell'Unione, se prima l'Europa non si impegnerà a sostenere il nostro sforzo per fronteggiare quelli «primari», vale a dire gli sbarchi, che affliggono le nazioni europei del Mediterraneo. Ieri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato a palazzo Chigi il presidente del consiglio europeo, Donald Tusk.
«Oggi», ha scritto Conte su Twitter, al termine del vertice, «ho avuto con il presidente Tusk un incontro molto utile. Gli ho anticipato che al pre vertice di Bruxelles non sono disponibile a discutere dei secondary movements senza prima aver affrontato l'emergenza dei primary movements che l'Italia si ritrova ad affrontare da sola». Una posizione dura che potrebbe sfociare anche nella diserzione del pre vertice in caso di posizioni preconfezionate contro l'Italia, posizione confermata a Porta a Porta da Matteo Salvini: «Se l'accordo è già scritto non vada a Bruxelles».
Per movimenti secondari (secondary movementes) di immigrati si intende la circolazione di chi sbarca sulle coste europee tra le diverse nazioni dell'Unione. Il regolamento di Dublino prevede che se un richiedente asilo, la cui pratica non sia stata ancora espletata, lasci la nazione di primo approdo per recarsi un altro stato europeo, quest'ultimo possa rispedirlo nel Paese dove era sbarcato. Una questione che per l'Italia è vitale: «Il nostro obiettivo», ha spiegato ieri il ministro dell'Interno, Salvini, al termine dell'incontro con il vicecancelliere austriaco, Heinz Christian Strache, ed il ministro dell'Interno di Vienna, Herbert Kickl, «è proteggere le frontiere esterne, non è dividere il problema tra Paesi europei ma risolvere il problema a monte. Se qualcuno in Ue pensa che l'Italia debba continuare ad essere punto di approdo e campo profughi», ha attaccato Salvini, «ha sbagliato a capire».
Il timore del governo italiano è che le rassicurazioni ricevute dagli alleati europei sulla volontà di predisporre un rafforzamento di Frontex e di istituire hotspot nei Paesi di origine degli immigrati, per bloccare le partenze e non limitarsi a gestire gli arrivi, siano sincere ma abbiano bisogno di tempi lunghissimi per diventare realtà.
Ieri della questione hanno discusso Conte, Salvini, Luigi Di Maio e il capo della polizia, Franco Gabrielli. Riunione alla quale è seguito un Consiglio dei ministri. L'Italia è pronta a mettere il veto sulla dichiarazione finale del Consiglio europeo se le conclusioni risultassero indigeste. «L'aria in Europa sta cambiando», ha avvertito Salvini, «e siamo ottimisti. Siamo anche estremamente fiduciosi nella presidenza austriaca e confidiamo nel buonsenso dei colleghi europei, anche perché non vorremmo arrivare a ridiscutere il finanziamento italiano all'Unione europea. Secondo il progetto della relocation la Spagna avrebbe dovuto accogliere 3.265 richiedenti asilo dall'Italia, ma finora ne ha presi soltanto 235, quindi», ha aggiunto Salvini, «può accogliere anche i prossimi quattro barconi».
Determinatissimo a proseguire sul percorso della fermezza intrapreso con la vicenda Aquarius, Salvini è in piena sintonia con il governo di Vienna: «Serve un'alleanza di volenterosi», ha detto il vicepremier austriaco, Strache, «per proteggere l'Europa da chi vuole entrare e vogliamo promuovere questa strategia in collaborazione con l'Italia».
Le parole di Conte e quelle di Salvini sono in perfetta sintonia e non lasciano intravedere quelle crepe che, abilmente, i governi di altri Paesi europei (a partire dalla Francia) cercano di aprire tra Lega e M5s. «Siamo il secondo paese», ha sottolineato, non a caso, Salvini, «per contributi all'Europa, secondi per migranti accolti, vogliamo essere ascoltati, non è possibile che dettino legge francesi e tedeschi, mentre l'Italia paga e accoglie e questo vale anche per pesca, turismo, banche. Il premier Conte ha tutto il mio sostegno e quello del popolo italiano». Significativa l'esternazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L'Unione Europea», ha ammonito ieri Mattarella, «deve saper intervenire nel suo insieme, non delegando solamente ai paesi di primo ingresso l'onere di affrontare le emergenze. Da tempo l'Italia contribuisce al dovere di solidarietà assistenza e accoglienza nei confronti di quanti, costretti a fuggire dalle proprie terre, inseguono la speranza di un futuro migliore per sé e per i propri figli».
In serata, l'Ansa ha anticipato alcune delle misure previste dalla bozza di dichiarazione finale del vertice di domenica, tra le quali il potenziamento dell'agenzia Ue Frontex, che viene trasformata in «una vera e propria polizia di frontiera», e quella del sostegno all'asilo Easo, che diventa «Autorità per l'asilo per condurre le valutazioni sulle richieste d'asilo, anche per imprimere un'accelerazione sui rimpatri. C'è anche il ritorno ai «ricollocamenti» in attesa della riforma di Dublino.
Carlo Tarallo
L’intesa con Macron sul bilancio è benzina sul fuoco per la Merkel
Angela Merkel sta passando le settimane più difficili della sua carriera politica e, ironia della sorte, i colpi che minacciano di abbatterla provengono dai suoi alleati della Csu.
Dopo la diatriba con il ministro dell'Interno Horst Seehofer sui respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue, misura cui la cancelliera idealmente si oppone, poiché ritiene che innescherebbe un effetto domino sulla sostenibilità dell'area Schengen e, infine, sulla tenuta dell'Unione europea stessa, i cristiano-democratici bavaresi ieri hanno dichiarato guerra pure sul fronte delle politiche economiche. Il bersaglio delle loro accuse, stavolta, è l'accordo raggiunto durante il vertice franco-tedesco di martedì al castello di Meseberg: lì, la Merkel ha sottoscritto la proposta francese di riformare l'eurozona istituendo un bilancio comune, mentre Emmanuel Macron si è impegnato a riammettere in Francia gli immigrati che avevano attraversato il confine con la Germania (una concessione, questa, fatta per aiutare la collega sul fronte interno).
È stato Markus Söder, primo ministro della Baviera e figura di spicco del partito, a contestare il compromesso raggiunto dalla cancelliera, la quale starebbe cercando letteralmente di comprare il sostegno degli Stati europei nella gestione dei migranti, offrendo una contropartita finanziaria. È esattamente lo scoglio sul quale si sono infranti finora tutti i tentativi di persuadere Berlino a rivedere le rigide regole della zona euro, che non solo si trova particolarmente esposta agli shock esogeni e agli attacchi speculativi a causa di una Banca centrale votata, con l'eccezione della parentesi del Quantitative Easing, esclusivamente al controllo dell'inflazione, ma soffre pure dell'indisponibilità di risorse con le quali supportare la crescita nei Paesi più deboli.
Lo spettro dei trasferimenti dal centro alla periferia atterrisce l'elettorato e i quadri dirigenti della Csu, ancorati alla narrativa del Nord produttivo che non vuole pagare i bagordi dei latini fannulloni e statalisti. Söder, infatti, ha dichiarato che non bisogna usare i soldi tedeschi «per arrivare a determinate soluzioni» della crisi migratoria e che non si possono «lanciare ora ulteriori bilanci ombra, né si può tentare di moderare la stabilità monetaria». Il premier bavarese ha riferito alla Süddeutsche Zeitung che la Csu è sempre stata molto scettica sull'idea di un bilancio comune europeo, che lascia irrisolti alcuni interrogativi: «Dev'essere separato dalle decisioni del legislatore tedesco? Implica che la fondamentale stabilità dell'euro sarà messa a repentaglio? Tutto ciò dev'essere chiarito». Secondo Söder, «la stabilità monetaria e le politiche migratorie sono due cose diverse, non devono essere confuse l'una con l'altra»; e sulla prima «non si possono fare compromessi».
Il partito della Merkel si sforza di fare quadrato attorno alla numero uno, ma intanto Eckhardt Rehberg, portavoce del gruppo parlamentare unitario Cdu/Csu, ha ammesso che «molte questioni non sono ancora chiare e devono essere affrontate più nel dettaglio: ad esempio, l'entità del bilancio e del contributo a esso da parte della Germania». Aspetti che l'intesa di Meseberg rinvia alle discussioni tra i ministri finanziari delle varie nazioni.
È evidente che la cancelliera si trovi sotto assedio. Su di lei pesa ancora l'ultimatum di Seehofer, il quale le ha concesso tempo fino al Consiglio Ue del 28 e 29 giugno prossimi per arrivare a una soluzione condivisa con i partner europei sull'immigrazione, altrimenti il ministro degli Interni agirà unilateralmente sui rimpatri. Una simile eventualità potrebbe portare al licenziamento di Seehofer ma, contemporaneamente, alla caduta del governo di grande coalizione, in cui la Csu, che dal 1949 al Bundestag anima la Fraktionsgemeinschaft insieme alla Cdu, è il secondo schieramento per importanza.
A testimoniare il livello di tensione alle stelle, per martedì è stato convocato su pressione di Csu e Spd il comitato di coalizione, per dirimere la questione immigrazione.
La Merkel potrebbe aver ritenuto che era ormai ora di allentare la presa su certi tradizionali tabù del blocco conservatore, come il bilancio europeo e i trasferimenti fiscali, vista l'urgenza di assicurarsi la collaborazione dei principali Stati membri dell'Ue, ora che l'Italia ha abbandonato le vesti di cameriera di Berlino e la Francia insiste sulla riforma del sistema euro. Ma per i cristiano-democratici bavaresi, che a ottobre affrontano le elezioni nel loro Länder, dove sono incalzati dalla crescita dell'estrema destra di Alternative für Deutschland, l'arrendevolezza della Merkel è un'occasione ghiotta per attrarre i consensi degli elettori massimalisti. Quella che i media tedeschi definiscono Asylstreit, «lotta sull'asilo», ovvero la querelle sul destino dei rifugiati che Seehofer vorrebbe rispedire nei Paesi in cui si sono registrati, rischia di essere la pietra tombale sulla lunga era Merkel.
Alessandro Rico
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Oggi il blocco degli intransigenti di Visegrad si riunisce con l'Austria. Domenica, invece, prevertice in vista del Consiglio del 28. La lista dei partecipanti si allunga e Juncker va in confusione: «L'ho voluto io, anzi no».E il governo non arretra: senza blocchi ai confini Ue a rischio i soldi all'Unione. Linea dura concordata tra Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il capo della polizia Franco Gabrielli. Il premier: «Mai più soli di fronte agli arrivi». Ed è pronto a disertare la riunione.L'apertura alla Francia ha peggiorato la frattura della cancelliera Angela Merkel con la Csu, da sempre contraria a condividere i rischi con i Paesi del Sud. Convocato comitato di emergenza della coalizione.Lo speciale contiene tre articoliÈ bastato alzare la voce per mandare in tilt l'Europa. È bastato tenere il punto sulla nave Aquarius per mettere il moloch di Bruxelles di fronte alle sue responsabilità. È bastato mostrare un minimo di fermezza per costringere i burosauri dell'Unione Europa a darsi una mossa, anzi due. Ieri, infatti, sono stati convocati ben due vertici informali con all'ordine del giorno l'immigrazione. Al primo, in programma per domenica prossima a Bruxelles, convocato dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, parteciperanno Italia, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Olanda e Belgio.Oggi, a Budapest, si riunisce invece il Gruppo Visegrad, formato da Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, alla presenza del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. L'Austria, dunque, che dal 1° luglio assumerà la presidenza dell'Unione, partecipa a entrambi i summit. L'obiettivo di questi vertici è definire strategie e proposte in vista del Consiglio europeo del prossimo 29 e 29 giugno, che ha come piatto principale proprio l'immigrazione. La confusione, sotto il cielo europeo, è grande, come dimostra la convulsa giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche e dallo scontro tra Juncker e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.Alle 12 in punto, la Commissione diffonde una nota ufficiale: «Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker», recita il comunicato, «ha convocato per domenica a Bruxelles una riunione di lavoro informale sui temi della migrazione e dell'asilo durante la quale lavorerà con un gruppo di capi di stato e di governo degli stati membri interessati per trovare soluzioni europee in vista del prossimo Consiglio europeo». Gli stati «invitati» al vertice sono, in quel momento, Italia, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria e Austria. L'iniziativa di Juncker è irrituale, le cancellerie europee vanno in fibrillazione. Perché convocare una riunione ristretta a pochi giorni dal Consiglio europeo? Un'ora dopo, alle 13, arriva la notizia del «controvertice» del Gruppo Visegrad. La tensione è altissima. Juncker è costretto a precisare: «Quello di domenica», minimizza il presidente della Commissione, «non è un minisummit, ma una riunione informale di lavoro. Non amo l'idea di presiedere una riunione tra alcuni Stati, ma se qualcuno si rifiuta di farlo, bisogna che ci sia chi si presta a svolgere questo ruolo fondamentale». La staffilata è diretta a Tusk, al quale sarebbe arrivata una richiesta da parte della Germania (sostenuta dalla Francia) di organizzare un incontro sul tema dei cosiddetti «movimenti secondari» degli immigrati, il pomo della discordia tra la Merkel e il suo ministro dell'Interno, Horst Seehofer. Tusk si è rifiutato di acconsentire alla richiesta di Berlino e Parigi. Seehofer è per la linea dura: vuole i respingimenti alla frontiera per gli immigrati, vuole che siano rispediti nel Paese di primo ingresso. Una strategia, discussa anche nell'incontro dell'altro ieri tra Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, che metterebbe in enorme difficoltà i Paesi del Mediterraneo, Italia, Spagna e Grecia su tutti, che si ritroverebbero stretti tra l'incudine degli sbarchi e il martello delle frontiere dei paesi vicini chiuse. «La nostra intenzione», ha detto Macron, «è fare in modo che i migranti che sono registrati nel primo paese della zona Schengen possano essere ripresi il più presto possibile nel paese in cui sono stati registrati». Lo strumento dovrebbero essere «accordi bilaterali o multilaterali». «Sul dossier migrazione», aggiunge Juncker, «siamo alla mezzanotte meno uno? È già più tardi. Ho convocato l'incontro di domenica prossima per scambiare le idee prima della grande riunione della prossima settimana. Non è per dettare una linea di condotta, perché si tratta di un processo inclusivo, che tuttavia merita preparazione. Se tutti i Paesi avessero seguito nella saggezza le proposte della Commissione sulla revisione del regolamento di Dublino, ora non ci ritroveremmo di fronte ai problemi attuali».Sull'Europa incombe la fine di Schengen, la reintroduzione delle frontiere tra gli stati. In pratica, la dissoluzione del concetto stesso di Unione Europea, sotto i colpi dell'invasione degli immigrati e degli egoismi di ciascuna nazione. Juncker va in confusione: due ore dopo aver dichiarato di aver convocato il vertice informale di domenica prossima, si smentisce da solo. «Non ho convocato io la riunione», dice Juncker al termine di un incontro con il primo ministro francese Eduard Philippe a Bruxelles, «che si terrà domenica prossima, ma mi tengo pronto a rispondere al desiderio di alcuni di invitare non gli Stati coinvolti, ma quelli interessati. Ho appena sentito il primo ministro belga che vorrebbe partecipare a questa riunione: evidentemente, è il benvenuto». La lista si allunga: oltre al Belgio, al vertice di domenica, si apprende nel tardo pomeriggio, parteciperà anche l'Olanda, ma altre adesioni a questo punto sono prevedibili. Intanto dall'Ungheria arriva una notizia destinata a far discutere: il Parlamento di Budapest ha votato sì alla modifica della Costituzione che prevede una stretta sulle richieste d'asilo e inserisce il divieto di accogliere i migranti economici. Gli attivisti delle Ong «che assistono l'immigrazione illegale» rischiano ora un anno di carcere.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-e-spiazzata-dai-nostri-no-fioccano-i-summit-sullimmigrazione-2579815723.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-blocchi-ai-confini-ue-a-rischio-i-soldi-allunione" data-post-id="2579815723" data-published-at="1770444177" data-use-pagination="False"> Senza blocchi ai confini Ue a rischio i soldi all’Unione L'Italia giocherà in attacco la partita sull'immigrazione. In vista del vertice informale di domenica prossima a Bruxelles, e del successivo Consiglio europeo del 28-29 giugno, il nostro governo punta i piedi e non intende subire decisioni altrui sul tema dei flussi. In particolare, l'Italia non accetterà compromessi autolesionistici sui «movimenti secondari», ovvero quelli degli immigrati già all'interno dell'Unione, se prima l'Europa non si impegnerà a sostenere il nostro sforzo per fronteggiare quelli «primari», vale a dire gli sbarchi, che affliggono le nazioni europei del Mediterraneo. Ieri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato a palazzo Chigi il presidente del consiglio europeo, Donald Tusk. «Oggi», ha scritto Conte su Twitter, al termine del vertice, «ho avuto con il presidente Tusk un incontro molto utile. Gli ho anticipato che al pre vertice di Bruxelles non sono disponibile a discutere dei secondary movements senza prima aver affrontato l'emergenza dei primary movements che l'Italia si ritrova ad affrontare da sola». Una posizione dura che potrebbe sfociare anche nella diserzione del pre vertice in caso di posizioni preconfezionate contro l'Italia, posizione confermata a Porta a Porta da Matteo Salvini: «Se l'accordo è già scritto non vada a Bruxelles». Per movimenti secondari (secondary movementes) di immigrati si intende la circolazione di chi sbarca sulle coste europee tra le diverse nazioni dell'Unione. Il regolamento di Dublino prevede che se un richiedente asilo, la cui pratica non sia stata ancora espletata, lasci la nazione di primo approdo per recarsi un altro stato europeo, quest'ultimo possa rispedirlo nel Paese dove era sbarcato. Una questione che per l'Italia è vitale: «Il nostro obiettivo», ha spiegato ieri il ministro dell'Interno, Salvini, al termine dell'incontro con il vicecancelliere austriaco, Heinz Christian Strache, ed il ministro dell'Interno di Vienna, Herbert Kickl, «è proteggere le frontiere esterne, non è dividere il problema tra Paesi europei ma risolvere il problema a monte. Se qualcuno in Ue pensa che l'Italia debba continuare ad essere punto di approdo e campo profughi», ha attaccato Salvini, «ha sbagliato a capire». Il timore del governo italiano è che le rassicurazioni ricevute dagli alleati europei sulla volontà di predisporre un rafforzamento di Frontex e di istituire hotspot nei Paesi di origine degli immigrati, per bloccare le partenze e non limitarsi a gestire gli arrivi, siano sincere ma abbiano bisogno di tempi lunghissimi per diventare realtà. Ieri della questione hanno discusso Conte, Salvini, Luigi Di Maio e il capo della polizia, Franco Gabrielli. Riunione alla quale è seguito un Consiglio dei ministri. L'Italia è pronta a mettere il veto sulla dichiarazione finale del Consiglio europeo se le conclusioni risultassero indigeste. «L'aria in Europa sta cambiando», ha avvertito Salvini, «e siamo ottimisti. Siamo anche estremamente fiduciosi nella presidenza austriaca e confidiamo nel buonsenso dei colleghi europei, anche perché non vorremmo arrivare a ridiscutere il finanziamento italiano all'Unione europea. Secondo il progetto della relocation la Spagna avrebbe dovuto accogliere 3.265 richiedenti asilo dall'Italia, ma finora ne ha presi soltanto 235, quindi», ha aggiunto Salvini, «può accogliere anche i prossimi quattro barconi». Determinatissimo a proseguire sul percorso della fermezza intrapreso con la vicenda Aquarius, Salvini è in piena sintonia con il governo di Vienna: «Serve un'alleanza di volenterosi», ha detto il vicepremier austriaco, Strache, «per proteggere l'Europa da chi vuole entrare e vogliamo promuovere questa strategia in collaborazione con l'Italia». Le parole di Conte e quelle di Salvini sono in perfetta sintonia e non lasciano intravedere quelle crepe che, abilmente, i governi di altri Paesi europei (a partire dalla Francia) cercano di aprire tra Lega e M5s. «Siamo il secondo paese», ha sottolineato, non a caso, Salvini, «per contributi all'Europa, secondi per migranti accolti, vogliamo essere ascoltati, non è possibile che dettino legge francesi e tedeschi, mentre l'Italia paga e accoglie e questo vale anche per pesca, turismo, banche. Il premier Conte ha tutto il mio sostegno e quello del popolo italiano». Significativa l'esternazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L'Unione Europea», ha ammonito ieri Mattarella, «deve saper intervenire nel suo insieme, non delegando solamente ai paesi di primo ingresso l'onere di affrontare le emergenze. Da tempo l'Italia contribuisce al dovere di solidarietà assistenza e accoglienza nei confronti di quanti, costretti a fuggire dalle proprie terre, inseguono la speranza di un futuro migliore per sé e per i propri figli». In serata, l'Ansa ha anticipato alcune delle misure previste dalla bozza di dichiarazione finale del vertice di domenica, tra le quali il potenziamento dell'agenzia Ue Frontex, che viene trasformata in «una vera e propria polizia di frontiera», e quella del sostegno all'asilo Easo, che diventa «Autorità per l'asilo per condurre le valutazioni sulle richieste d'asilo, anche per imprimere un'accelerazione sui rimpatri. C'è anche il ritorno ai «ricollocamenti» in attesa della riforma di Dublino. 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Dopo la diatriba con il ministro dell'Interno Horst Seehofer sui respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue, misura cui la cancelliera idealmente si oppone, poiché ritiene che innescherebbe un effetto domino sulla sostenibilità dell'area Schengen e, infine, sulla tenuta dell'Unione europea stessa, i cristiano-democratici bavaresi ieri hanno dichiarato guerra pure sul fronte delle politiche economiche. Il bersaglio delle loro accuse, stavolta, è l'accordo raggiunto durante il vertice franco-tedesco di martedì al castello di Meseberg: lì, la Merkel ha sottoscritto la proposta francese di riformare l'eurozona istituendo un bilancio comune, mentre Emmanuel Macron si è impegnato a riammettere in Francia gli immigrati che avevano attraversato il confine con la Germania (una concessione, questa, fatta per aiutare la collega sul fronte interno). È stato Markus Söder, primo ministro della Baviera e figura di spicco del partito, a contestare il compromesso raggiunto dalla cancelliera, la quale starebbe cercando letteralmente di comprare il sostegno degli Stati europei nella gestione dei migranti, offrendo una contropartita finanziaria. È esattamente lo scoglio sul quale si sono infranti finora tutti i tentativi di persuadere Berlino a rivedere le rigide regole della zona euro, che non solo si trova particolarmente esposta agli shock esogeni e agli attacchi speculativi a causa di una Banca centrale votata, con l'eccezione della parentesi del Quantitative Easing, esclusivamente al controllo dell'inflazione, ma soffre pure dell'indisponibilità di risorse con le quali supportare la crescita nei Paesi più deboli. Lo spettro dei trasferimenti dal centro alla periferia atterrisce l'elettorato e i quadri dirigenti della Csu, ancorati alla narrativa del Nord produttivo che non vuole pagare i bagordi dei latini fannulloni e statalisti. Söder, infatti, ha dichiarato che non bisogna usare i soldi tedeschi «per arrivare a determinate soluzioni» della crisi migratoria e che non si possono «lanciare ora ulteriori bilanci ombra, né si può tentare di moderare la stabilità monetaria». Il premier bavarese ha riferito alla Süddeutsche Zeitung che la Csu è sempre stata molto scettica sull'idea di un bilancio comune europeo, che lascia irrisolti alcuni interrogativi: «Dev'essere separato dalle decisioni del legislatore tedesco? Implica che la fondamentale stabilità dell'euro sarà messa a repentaglio? Tutto ciò dev'essere chiarito». Secondo Söder, «la stabilità monetaria e le politiche migratorie sono due cose diverse, non devono essere confuse l'una con l'altra»; e sulla prima «non si possono fare compromessi». Il partito della Merkel si sforza di fare quadrato attorno alla numero uno, ma intanto Eckhardt Rehberg, portavoce del gruppo parlamentare unitario Cdu/Csu, ha ammesso che «molte questioni non sono ancora chiare e devono essere affrontate più nel dettaglio: ad esempio, l'entità del bilancio e del contributo a esso da parte della Germania». Aspetti che l'intesa di Meseberg rinvia alle discussioni tra i ministri finanziari delle varie nazioni. È evidente che la cancelliera si trovi sotto assedio. Su di lei pesa ancora l'ultimatum di Seehofer, il quale le ha concesso tempo fino al Consiglio Ue del 28 e 29 giugno prossimi per arrivare a una soluzione condivisa con i partner europei sull'immigrazione, altrimenti il ministro degli Interni agirà unilateralmente sui rimpatri. Una simile eventualità potrebbe portare al licenziamento di Seehofer ma, contemporaneamente, alla caduta del governo di grande coalizione, in cui la Csu, che dal 1949 al Bundestag anima la Fraktionsgemeinschaft insieme alla Cdu, è il secondo schieramento per importanza. A testimoniare il livello di tensione alle stelle, per martedì è stato convocato su pressione di Csu e Spd il comitato di coalizione, per dirimere la questione immigrazione. La Merkel potrebbe aver ritenuto che era ormai ora di allentare la presa su certi tradizionali tabù del blocco conservatore, come il bilancio europeo e i trasferimenti fiscali, vista l'urgenza di assicurarsi la collaborazione dei principali Stati membri dell'Ue, ora che l'Italia ha abbandonato le vesti di cameriera di Berlino e la Francia insiste sulla riforma del sistema euro. Ma per i cristiano-democratici bavaresi, che a ottobre affrontano le elezioni nel loro Länder, dove sono incalzati dalla crescita dell'estrema destra di Alternative für Deutschland, l'arrendevolezza della Merkel è un'occasione ghiotta per attrarre i consensi degli elettori massimalisti. Quella che i media tedeschi definiscono Asylstreit, «lotta sull'asilo», ovvero la querelle sul destino dei rifugiati che Seehofer vorrebbe rispedire nei Paesi in cui si sono registrati, rischia di essere la pietra tombale sulla lunga era Merkel. Alessandro Rico
Enrico Rava (@Roberto Cifarelli)
È il 1967. A Londra i Beatles danno alla luce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. A Roma Aldo Moro battezza il suo terzo governo. A New York un trombettista italiano neanche trentenne sta facendo sfracelli. Il Principe delle tenebre, Miles Davis, andrà ad ascoltarlo di lì a breve in un club nell’Upper West Side, benedicendolo con un «Ti tengo d’occhio!» e un cazzotto di stima sul braccio sinistro. «Il nostro rappresentante», scrive eccitata la testata Musica Jazz parlando del suo pioniere come se fosse un pugile, «si batte vittoriosamente nella tana del lupo». Oggi, a 59 anni di distanza, Enrico Rava per la stessa storica rivista è ancora una volta il «musicista dell’anno».
I riconoscimenti in carriera non sono mancati, ma il suo understatement torinese resta intatto. Nell’autobiografia ho trovato un commento emblematico agli apprezzamenti che Downbeat le faceva negli anni ruggenti: «A sùn sudisfasiùn».
«Se i referendum non ci fossero si vivrebbe bene lo stesso. Dato che esistono, meglio vincerli…» (ride).
Ma che effetto le fa aggiudicarsi il Top Jazz 2025?
«Ovviamente è un piacere. Vuol dire che sono ancora in pista, malgrado gli anni che sono tanti, anzi troppi…».
Svelo il dato, anche se mi sembra puramente aritmetico: 86. Il viaggio però continua con la passione di sempre.
«Sono proprio gli spostamenti la fatica più atroce alla mia età: la strada da fare, i ristoranti - dove ultimamente si mangia malissimo - gli alberghi. Io vado avanti, ma sono un po’ alla frutta…».
Altro che frutta, solo un anno fa al podcast Non sparate sul pianista parlavamo di una doppietta: «Miglior disco» e «miglior formazione dell’anno», i Fearless five (Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso ed Evita Polidoro alla batteria).
«Ecco, questi ragazzi sono la ragione più importante per la quale non smetto di suonare. Stare sul palcoscenico con loro è un piacere enorme. Accadono cose che mi ripagano di tutto il resto. Per un attimo mi dimentico del peso della vecchiaia e degli acciacchi».
Quegli «istanti di bellezza sublime» di cui lei parla spesso. Come dice scherzando al termine dei concerti, è per quelli che non passa le giornate «a dar da mangiare ai piccioni o a guardare i cantieri»?
«Il fatto è che con questi musicisti si crea quella situazione meravigliosa che io chiamo “democrazia perfetta”. Nella realtà non è replicabile, ma sul palco con loro quattro riaccade quasi sempre. Solo un paio di volte non ci siamo messi a volare... D’altra parte la scelta dei membri del gruppo è cruciale nella creazione della musica».
Definirli «giovani», anche se a livello anagrafico lo sono, è riduttivo. Ognuno di loro è a sua volta leader di altre formazioni e porta avanti i suoi progetti.
«Sono pronto ad accettare qualunque deviazione del percorso facciano nell’improvvisazione perché c’è una fiducia reciproca di fondo. Non sono solo bravi, quello non basta. Sono veramente dentro la musica. Matteo (Paggi, ndr) ha lavorato nelle orchestre sinfoniche e ha un totale dominio del trombone. L’anno scorso si è aggiudicato meritatamente il Top Jazz come “migliore nuovo talento”. Diodati è mio complice da oltre dieci anni e lo ritengo uno dei più grandi chitarristi italiani in generale. Ponticelli suonava il contrabbasso con me da giovanissimo e sono felice di averlo ritrovato. Per lui “ogni nota conta” e questo è diventato il suo soprannome. E poi c’è Evita (Polidoro, ndr), che è incredibile anche come compositrice. Nella vita ho avuto la fortuna di collaborare con i migliori batteristi del mondo e raramente ho avuto una connessione così forte, a livello musicale, con chi suona il suo strumento».
Ormai siete insieme da tempo e avete girato l’Italia e l’Europa. A volte compaiono brani nuovi in repertorio, come My funny Valentine cantata dalla Polidoro o una composizione che porta la sua firma, ma non sembra ancora avere un titolo. Vede un’evoluzione in questa formazione?
«Nel nostro campo l’evoluzione c’è sempre, anche se in alcuni casi si chiama involuzione. Con i miei compagni di viaggio ogni concerto è diverso dall’altro. E questo ha a che fare con l’idea di musica che porto avanti da sempre: creare una situazione all’interno della quale ciascuno possa trovare la propria via. Come faceva Miles Davis, il musicista che amo alla follia e che per me è stato il più grande nella storia del jazz moderno».
Un esempio ci starebbe bene.
«Di recente mi è capitato tra le mani un vecchio box, Jazz at the Philharmonic. Sono delle jam session di all star che il famoso produttore Norman Granz organizzava radunando i più forti sulla scena: il risultato è... inascoltabile. I soli sono così lunghi che ti fanno scordare di che pezzo si tratti. Singolarmente sono tutti ottimi musicisti, ma non c’è un minimo di creazione collettiva. Si mettono in mostra come al circo, anzi peggio, come se si trattasse di un’esibizione muscolare. È in casi come questo che il jazz diventa la musica più noiosa del mondo».
Miles invece?
«Basta ascoltare Stella by Starlight dall’album live al Lincoln Center My funny Valentine (1964, ndr). Succedono cose incredibili: c’è lo sviluppo drammaturgico che porta l’inconfondibile firma di Davis e si percepisce una tale telepatia tra i musicisti da rendere questo momento, a mio avviso, uno dei più alti di tutta la musica del Novecento. E non parlo solo di jazz, parlo di musica in genere... anzi dell’arte».
È una magia che si può ricreare?
«Non è così semplice. Quello che provo a fare io è concepire la mia formazione come una sorta di laboratorio. E la libertà che do obbliga i musicisti a crescere. Penso a Gianluca Petrella, a Giovanni Guidi o allo stesso Stefano Bollani. Non mi prendo i meriti, sarebbero migliorati anche senza di me, ma li ho messi nella condizione di farlo più in fretta. Quando ho chiamato Bollani era conosciuto solo nel mondo del pop: in pochissimo tempo ha fatto un balzo in avanti pazzesco. È la via tracciata da Miles Davis. Guarda caso gente come Red Garland, Tony Williams o Herbie Hancock ha dato il meglio quando era al suo fianco. Non dico che brillassero di luce riflessa, sto parlando di quello che combinavano loro: che lo sapessero o meno, erano all’apice delle loro potenzialità».
Lei non si sente un talent scout, ma ha pescato spesso dal vivaio dei seminari di Siena Jazz. Forse oggi è più facile trovare giovani interessanti rispetto a una volta.
«In Italia? Non solo è più semplice, basta passeggiare per strada e i nuovi talenti te li tirano dalle finestre. A volte mi viene il dubbio che questa generazione si sia trasferita per qualche anno a Lourdes. Da quando son tornati a casa mi sembrano pazzeschi…» (ride). «Quando ho iniziato io eravamo il fanalino di coda del mondo. Un paradosso visto che la storia del jazz è piena di italoamericani, da Lennie Tristano a tutti gli altri. Ricordo un libro dell’autorevole critico tedesco Joachim-Ernst Berendt. Mise la mia foto nel capitolo dedicato al nostro Paese citandomi come uno dei pochissimi. Oggi lo conferma anche la rivista New York Jazz Record: l’Italia, appena dopo gli Stati Uniti, è il Paese più ricco di musicisti jazz di qualità».
Avete già registrato un nuovo album e ci sarà tempo di parlarne appena uscirà. Ma come le è venuta l’idea di invitare Joe Lovano come sesto Fearless?
«Un giorno chiesero a Michael Brecker, da tutti considerato il più importante sassofonista in circolazione: “Cosa si prova a essere il numero uno?”. E lui rispose: “Non saprei, chiedete a Lovano”. Quindi non lo dico io che gli sono amico: Joe è il più grande tenorista degli ultimi 30 anni. Lo ascoltai la prima volta a Messina con il batterista Paul Motian. Era uno sconosciuto ma a ogni assolo il pubblico scatenava un uragano. Sembrava che Charlie Parker fosse sceso dal cielo. Poi ho scoperto il perché...».
Ovvero?
«Erano tutti suoi parenti, accorsi da ogni parte della Sicilia. L’hanno rimpinzato così tanto di cibo che è tornato nella Grande Mela ingrassatissimo».
In effetti c’è un interessante documentario (Lovano Supreme) che racconta il suo amore per John Coltrane e l’orgoglio per le radici italiane, che affondano per la precisione ad Alcara Li Fusi e Cesarò (Messina).
«È stato bello averlo con noi, al momento giusto ascolterete il risultato. A proposito di magia, con Joe Lovano ho fatto il più bel concerto della mia vita. In quel quartetto formidabile c’erano anche Miroslav Vitous al contrabbasso e Tony Oxley alla batteria. Ne riparliamo da decenni ogni volta che ci incrociamo negli aeroporti, ma non riusciamo a ricordarci dove quel miracolo sia avvenuto».
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Il trombettista, pioniere del jazz italiano, a 86 anni è il «musicista dell’anno» nella classifica Top Jazz 2025 della rivista Musica Jazz. E fra poco pubblicherà un nuovo disco con i Fearless Five e il compagno di viaggio di una vita: Joe Lovano.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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