True
2019-02-07
L’euro mette il cappio alle aziende. O chiudono o tagliano gli stipendi
Reddito di cittadinanza troppo elevato oppure salari troppo bassi? È questo il quesito sul quale, terminata la lunga telenovela con Bruxelles andata avanti a suon di minacce fino agli ultimi giorni dell'anno, si sta arrovellando la politica italiana. Dai dati diffusi ieri dal Sole 24 Ore, elaborati a partire dalle banche dati Inps, la situazione peggiore si verificherebbe al Sud, dove il 37,5% dei lavoratori ha uno stipendio annuo inferiore a quanto percepirebbe con il reddito di cittadinanza (9.360 euro, 780 al mese, riferiti all'importo per un single con Isee zero). Va lievemente meglio al Centro, con la percentuale che scende al 27%, mentre stupisce il dato del Nord, che le statistiche dipingono come il territorio più abbiente del Paese. Più di un dipendente su cinque (21%), infatti, avrebbe convenienza economica nell'optare per il provvedimento di sostegno al reddito messo in piedi dal governo.
Cifre che testimoniano che se un rischio c'è, è quello legato alla pochezza degli stipendi. Come siamo arrivati al fatto che nel Mezzogiorno più di un giovane su tre campa con meno di 800 euro? La tragedia ha origini lontane: secondo l'ultimo rapporto Benchmarking working Europe 2018 pubblicato dalla European trade union institute, infatti, dal 2010 al 2017 i salari reali italiani sono calati del 4,3%. Nello stesso periodo è andata addirittura peggio in Spagna (-4,4%), Portogallo (-8,3%) e Grecia (-19,1%). Per rimanere sul mercato, le aziende sono state costrette a intervenire drasticamente sulle retribuzioni. Una delle conseguenze è stato l'aumento vertiginoso dei lavoratori part time involontari, vale a dire quei lavoratori che, volenti o nolenti, subiscono passivamente l'applicazione dell'orario ridotto. Nel decennio 2008-2017, dati Eurostat alla mano, la percentuale di questi dipendenti è passata in Italia dal 41,3% al 62,5%. Una realtà con la quale le nuove generazioni hanno imparato, loro malgrado, a fare i conti.
L'abbraccio mortale della crisi sui salari non è un fattore incidentale, quanto piuttosto una caratteristica strutturale della moneta unica. Già nell'agosto del 1997, l'economista Milton Friedman metteva in guardia dai pericolo dell'adozione della moneta unica: «Se un Paese è colpito da choc negativi che richiedono, per esempio, l'aggiustamento in basso dei salari rispetto ad altri Paesi», osservava il premio Nobel, «ciò può essere ottenuto facendo leva sul tasso di cambio». Una possibilità che ovviamente, a seguito dell'adozione dell'euro, non sarebbe più stata a disposizione dei singoli Stati membri. Perciò, concludeva l'economista americano, la moneta unica non avrebbe fatto altro che «esacerbare le tensioni politiche, convertendo gli choc divergenti che fino a oggi sono stati prontamente ridimensionati dal tasso di cambio in questioni politiche divisive».
Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1997, facendo eco a Friedman, Alberto Alesina scriveva sul Corriere: «Se un Paese nell'Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambi. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l'Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l'aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente». Come conseguenza di ciò, osservava l'economista italiano ora difensore dell'ineluttabilità della moneta unica, «i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera», dal momento che «costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un'operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa».
Fino all'arrivo della crisi, le cose andata relativamente bene. Poi è sopraggiunto lo choc paventato da Friedman e Alesina. Come ha ammesso anche la stessa Commissione europea in un comunicato stampa datato gennaio 2014, «venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari)». Una politica che presenta, però, «limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale».
Lo stesso concetto è stato ribadito da Mario Draghi nel corso di in un convegno tenutosi a Helsinki sempre nel 2014: «Con l'ingresso nell'Unione monetaria (i Paesi, ndr) hanno perso una parte di flessibilità (legata al cambio, ndr), e dunque gli aggiustamenti devono per forza avvenire attraverso una svalutazione interna». Secondo l'economista Ashoka Mody, nel lungo periodo il divario tra i Paesi che riescono a compensare in assenza di svalutazione monetaria (Germania) e quelli più deboli (tra gli altri, l'Italia), non potrà che peggiorare. Il risultato è la «distruzione» della domanda interna di cui parlava Mario Monti, una delle cause individuate dall'Istat per la contrazione del Pil nel quarto trimestre 2018.
Dopo il banchetto turco, addio alla Pernigotti
Era lo scorso novembre e Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, col caschetto operaista d'ordinanza promise: «Parliamo con Erdogan, bisogna evitare che il saper fare italiano vada all'estero».
A Novi Ligure in quei giorni arrivarono anche il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, vicepremier e bi-ministro di Lavoro e Sviluppo economico, per stare a fianco di quasi un centinaio di operai sull'orlo di una crisi di soldi.
Com'è finita? Cose turche! Da ieri la Pernigotti, di proprietà del gruppo turco Toksoz, non esiste più. Siamo arrivati al capolinea. I 92 lavoratori saranno in cassa integrazione straordinaria per un anno a partire da oggi e dovranno cessare subito l'assemblea permanente, sperando che nel frattempo le tre o quattro offerte, tra le quali un fondo indiano e forse la Sperlari, che il Mise dice di avere in pancia, si concretizzino.
L'accordo trovato ieri al ministero è di quelli prendere o lasciare, ma il vicecapo gabinetto del ministro Di Maio non vuol sentir parlare di sconfitta. Anzi sottolinea Giorgio Sorial, responsabile dei tavoli di crisi: «La cassa speciale per reindustrializzazione l'ha introdotta questo governo, se a livello locale non avessero fatto trapelare i nomi dei possibili acquirenti la vicenda Pernigotti si sarebbe conclusa diversamente e ora lavoreremo perché crisi così non si ripetano». Tuttavia la Pernigotti, per quella che è stata negli ultimi 160 anni, è morta. Chiudono gli impianti: la cioccolata sarà prodotta (in parte) dalla Laica ad Arona che è un contoterzista, mentre i preparati da gelato (che sarebbero l'unico possibile futuro) i turchi se li vendono. Però si tengono stretto il marchio Pernigotti per sfruttare l'italian sounding.
A dar retta all'Europa e alla globalizzaizone succede proprio questo: ci scippano i marchi e lasciano a casa gli operai perché nel mondo si fa dumping sul valore del lavoro. Ormai è guerra dei salari convinti tutti che il valore non sta nel produrre bene, ma nel marchio. Perché la crisi Pernigotti non è di prodotto, ma è l'incapacità di imprenditori non italiani di far fruttare il valore delle nostre produzioni. Valore certificato dalla storia stessa della Pernigotti, fondata nel 1860 e che un secolo fa, nel 1919, viene lanciata da Paolo Pernigotti nella produzione seriale. La casa di Novi Ligure è stata la seconda azienda dopo la Caffarel a industrializzare il gianduiotto - ironia della storia - nato per superare il blocco navale di Napoleone che nel 1806 impedì le importazioni di cacao. I piemontesi lo sostituirono con le nocciole e così nacque il cioccolatino più buono del mondo.
Stavolta a determinare la crisi che però ha finale amaro è l'Europa che per tenersi buona la Turchia le ha lasciato invadere il mercato con le sue nocciole (a danno dell'Italia che è il secondo produttore). Da lì i turchi si sono fatti avanti e nel 2013 hanno comprato dagli Averna la Pernigotti. Sarà per questo che in mano ai due fratelli Toksoz nel giro di un lustro il cioccolato di Novi Ligure è diventato amarissimo. I turchi dicono di averci rimesso 50 milioni, la verità è che come unico obbiettivo avevano l'acquisizione del marchio. Ma come già successo con la Parmalat (si parva licet) l'incapacità dei nostrani industriali di difendere i marchi e il made in Italy e il giocare continuamente al ribasso sugli stipendi e sulla qualità, sperando che un consumatore con sempre meno potere d'acquisto s'accontenti di quello che in marketing si definisce il «meno a meno», è strategia fallimentare. Ora per la Pernigotti i sindacalisti per bocca di Marco Malpassi (Cgil) dicono: «Con la cessione delle creme gelato, l'indisponibilità del marchio e il trasferimento della produzione ai contoterzisti c'è poco da stare allegri».
Anche perché a Pont Saint Martin ci sono altre cose turche. È fallito ciò che restava della Feletti, storica cioccolateria valdostana. Se l'erano comprata i turchi della Captain Gida. Hanno intascato 4 milioni dalla Regione Valle d'Aosta e il massimo degli investimenti è stato un bidone aspiratutto. Poi sono spariti. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, la Corte dei Conti indaga e gli operai sono senza stipendio da mesi. Ma magari se qualcuno telefona ad Erdogan…
Continua a leggereRiduci
Prima la svalutazione era un paracadute per fronteggiare le crisi. Con la moneta unica, le imprese dei Paesi più deboli scaricano i costi della competitività sui dipendenti. Lo previde persino l'«euroconvertito» Alberto Alesina.I 92 dipendenti della Pernigotti in cassa integrazione per un anno. La proprietà, però, si tiene stretto il marchio italiano.Lo speciale contiene due articoli.Reddito di cittadinanza troppo elevato oppure salari troppo bassi? È questo il quesito sul quale, terminata la lunga telenovela con Bruxelles andata avanti a suon di minacce fino agli ultimi giorni dell'anno, si sta arrovellando la politica italiana. Dai dati diffusi ieri dal Sole 24 Ore, elaborati a partire dalle banche dati Inps, la situazione peggiore si verificherebbe al Sud, dove il 37,5% dei lavoratori ha uno stipendio annuo inferiore a quanto percepirebbe con il reddito di cittadinanza (9.360 euro, 780 al mese, riferiti all'importo per un single con Isee zero). Va lievemente meglio al Centro, con la percentuale che scende al 27%, mentre stupisce il dato del Nord, che le statistiche dipingono come il territorio più abbiente del Paese. Più di un dipendente su cinque (21%), infatti, avrebbe convenienza economica nell'optare per il provvedimento di sostegno al reddito messo in piedi dal governo. Cifre che testimoniano che se un rischio c'è, è quello legato alla pochezza degli stipendi. Come siamo arrivati al fatto che nel Mezzogiorno più di un giovane su tre campa con meno di 800 euro? La tragedia ha origini lontane: secondo l'ultimo rapporto Benchmarking working Europe 2018 pubblicato dalla European trade union institute, infatti, dal 2010 al 2017 i salari reali italiani sono calati del 4,3%. Nello stesso periodo è andata addirittura peggio in Spagna (-4,4%), Portogallo (-8,3%) e Grecia (-19,1%). Per rimanere sul mercato, le aziende sono state costrette a intervenire drasticamente sulle retribuzioni. Una delle conseguenze è stato l'aumento vertiginoso dei lavoratori part time involontari, vale a dire quei lavoratori che, volenti o nolenti, subiscono passivamente l'applicazione dell'orario ridotto. Nel decennio 2008-2017, dati Eurostat alla mano, la percentuale di questi dipendenti è passata in Italia dal 41,3% al 62,5%. Una realtà con la quale le nuove generazioni hanno imparato, loro malgrado, a fare i conti.L'abbraccio mortale della crisi sui salari non è un fattore incidentale, quanto piuttosto una caratteristica strutturale della moneta unica. Già nell'agosto del 1997, l'economista Milton Friedman metteva in guardia dai pericolo dell'adozione della moneta unica: «Se un Paese è colpito da choc negativi che richiedono, per esempio, l'aggiustamento in basso dei salari rispetto ad altri Paesi», osservava il premio Nobel, «ciò può essere ottenuto facendo leva sul tasso di cambio». Una possibilità che ovviamente, a seguito dell'adozione dell'euro, non sarebbe più stata a disposizione dei singoli Stati membri. Perciò, concludeva l'economista americano, la moneta unica non avrebbe fatto altro che «esacerbare le tensioni politiche, convertendo gli choc divergenti che fino a oggi sono stati prontamente ridimensionati dal tasso di cambio in questioni politiche divisive». Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1997, facendo eco a Friedman, Alberto Alesina scriveva sul Corriere: «Se un Paese nell'Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambi. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l'Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l'aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente». Come conseguenza di ciò, osservava l'economista italiano ora difensore dell'ineluttabilità della moneta unica, «i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera», dal momento che «costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un'operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa».Fino all'arrivo della crisi, le cose andata relativamente bene. Poi è sopraggiunto lo choc paventato da Friedman e Alesina. Come ha ammesso anche la stessa Commissione europea in un comunicato stampa datato gennaio 2014, «venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari)». Una politica che presenta, però, «limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale». Lo stesso concetto è stato ribadito da Mario Draghi nel corso di in un convegno tenutosi a Helsinki sempre nel 2014: «Con l'ingresso nell'Unione monetaria (i Paesi, ndr) hanno perso una parte di flessibilità (legata al cambio, ndr), e dunque gli aggiustamenti devono per forza avvenire attraverso una svalutazione interna». Secondo l'economista Ashoka Mody, nel lungo periodo il divario tra i Paesi che riescono a compensare in assenza di svalutazione monetaria (Germania) e quelli più deboli (tra gli altri, l'Italia), non potrà che peggiorare. Il risultato è la «distruzione» della domanda interna di cui parlava Mario Monti, una delle cause individuate dall'Istat per la contrazione del Pil nel quarto trimestre 2018. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuro-mette-il-cappio-alle-aziende-o-chiudono-o-tagliano-gli-stipendi-2628189673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-banchetto-turco-addio-alla-pernigotti" data-post-id="2628189673" data-published-at="1781757758" data-use-pagination="False"> Dopo il banchetto turco, addio alla Pernigotti Era lo scorso novembre e Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, col caschetto operaista d'ordinanza promise: «Parliamo con Erdogan, bisogna evitare che il saper fare italiano vada all'estero». A Novi Ligure in quei giorni arrivarono anche il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, vicepremier e bi-ministro di Lavoro e Sviluppo economico, per stare a fianco di quasi un centinaio di operai sull'orlo di una crisi di soldi. Com'è finita? Cose turche! Da ieri la Pernigotti, di proprietà del gruppo turco Toksoz, non esiste più. Siamo arrivati al capolinea. I 92 lavoratori saranno in cassa integrazione straordinaria per un anno a partire da oggi e dovranno cessare subito l'assemblea permanente, sperando che nel frattempo le tre o quattro offerte, tra le quali un fondo indiano e forse la Sperlari, che il Mise dice di avere in pancia, si concretizzino. L'accordo trovato ieri al ministero è di quelli prendere o lasciare, ma il vicecapo gabinetto del ministro Di Maio non vuol sentir parlare di sconfitta. Anzi sottolinea Giorgio Sorial, responsabile dei tavoli di crisi: «La cassa speciale per reindustrializzazione l'ha introdotta questo governo, se a livello locale non avessero fatto trapelare i nomi dei possibili acquirenti la vicenda Pernigotti si sarebbe conclusa diversamente e ora lavoreremo perché crisi così non si ripetano». Tuttavia la Pernigotti, per quella che è stata negli ultimi 160 anni, è morta. Chiudono gli impianti: la cioccolata sarà prodotta (in parte) dalla Laica ad Arona che è un contoterzista, mentre i preparati da gelato (che sarebbero l'unico possibile futuro) i turchi se li vendono. Però si tengono stretto il marchio Pernigotti per sfruttare l'italian sounding. A dar retta all'Europa e alla globalizzaizone succede proprio questo: ci scippano i marchi e lasciano a casa gli operai perché nel mondo si fa dumping sul valore del lavoro. Ormai è guerra dei salari convinti tutti che il valore non sta nel produrre bene, ma nel marchio. Perché la crisi Pernigotti non è di prodotto, ma è l'incapacità di imprenditori non italiani di far fruttare il valore delle nostre produzioni. Valore certificato dalla storia stessa della Pernigotti, fondata nel 1860 e che un secolo fa, nel 1919, viene lanciata da Paolo Pernigotti nella produzione seriale. La casa di Novi Ligure è stata la seconda azienda dopo la Caffarel a industrializzare il gianduiotto - ironia della storia - nato per superare il blocco navale di Napoleone che nel 1806 impedì le importazioni di cacao. I piemontesi lo sostituirono con le nocciole e così nacque il cioccolatino più buono del mondo. Stavolta a determinare la crisi che però ha finale amaro è l'Europa che per tenersi buona la Turchia le ha lasciato invadere il mercato con le sue nocciole (a danno dell'Italia che è il secondo produttore). Da lì i turchi si sono fatti avanti e nel 2013 hanno comprato dagli Averna la Pernigotti. Sarà per questo che in mano ai due fratelli Toksoz nel giro di un lustro il cioccolato di Novi Ligure è diventato amarissimo. I turchi dicono di averci rimesso 50 milioni, la verità è che come unico obbiettivo avevano l'acquisizione del marchio. Ma come già successo con la Parmalat (si parva licet) l'incapacità dei nostrani industriali di difendere i marchi e il made in Italy e il giocare continuamente al ribasso sugli stipendi e sulla qualità, sperando che un consumatore con sempre meno potere d'acquisto s'accontenti di quello che in marketing si definisce il «meno a meno», è strategia fallimentare. Ora per la Pernigotti i sindacalisti per bocca di Marco Malpassi (Cgil) dicono: «Con la cessione delle creme gelato, l'indisponibilità del marchio e il trasferimento della produzione ai contoterzisti c'è poco da stare allegri». Anche perché a Pont Saint Martin ci sono altre cose turche. È fallito ciò che restava della Feletti, storica cioccolateria valdostana. Se l'erano comprata i turchi della Captain Gida. Hanno intascato 4 milioni dalla Regione Valle d'Aosta e il massimo degli investimenti è stato un bidone aspiratutto. Poi sono spariti. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, la Corte dei Conti indaga e gli operai sono senza stipendio da mesi. Ma magari se qualcuno telefona ad Erdogan…
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci