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2019-02-07
L’euro mette il cappio alle aziende. O chiudono o tagliano gli stipendi
Reddito di cittadinanza troppo elevato oppure salari troppo bassi? È questo il quesito sul quale, terminata la lunga telenovela con Bruxelles andata avanti a suon di minacce fino agli ultimi giorni dell'anno, si sta arrovellando la politica italiana. Dai dati diffusi ieri dal Sole 24 Ore, elaborati a partire dalle banche dati Inps, la situazione peggiore si verificherebbe al Sud, dove il 37,5% dei lavoratori ha uno stipendio annuo inferiore a quanto percepirebbe con il reddito di cittadinanza (9.360 euro, 780 al mese, riferiti all'importo per un single con Isee zero). Va lievemente meglio al Centro, con la percentuale che scende al 27%, mentre stupisce il dato del Nord, che le statistiche dipingono come il territorio più abbiente del Paese. Più di un dipendente su cinque (21%), infatti, avrebbe convenienza economica nell'optare per il provvedimento di sostegno al reddito messo in piedi dal governo.
Cifre che testimoniano che se un rischio c'è, è quello legato alla pochezza degli stipendi. Come siamo arrivati al fatto che nel Mezzogiorno più di un giovane su tre campa con meno di 800 euro? La tragedia ha origini lontane: secondo l'ultimo rapporto Benchmarking working Europe 2018 pubblicato dalla European trade union institute, infatti, dal 2010 al 2017 i salari reali italiani sono calati del 4,3%. Nello stesso periodo è andata addirittura peggio in Spagna (-4,4%), Portogallo (-8,3%) e Grecia (-19,1%). Per rimanere sul mercato, le aziende sono state costrette a intervenire drasticamente sulle retribuzioni. Una delle conseguenze è stato l'aumento vertiginoso dei lavoratori part time involontari, vale a dire quei lavoratori che, volenti o nolenti, subiscono passivamente l'applicazione dell'orario ridotto. Nel decennio 2008-2017, dati Eurostat alla mano, la percentuale di questi dipendenti è passata in Italia dal 41,3% al 62,5%. Una realtà con la quale le nuove generazioni hanno imparato, loro malgrado, a fare i conti.
L'abbraccio mortale della crisi sui salari non è un fattore incidentale, quanto piuttosto una caratteristica strutturale della moneta unica. Già nell'agosto del 1997, l'economista Milton Friedman metteva in guardia dai pericolo dell'adozione della moneta unica: «Se un Paese è colpito da choc negativi che richiedono, per esempio, l'aggiustamento in basso dei salari rispetto ad altri Paesi», osservava il premio Nobel, «ciò può essere ottenuto facendo leva sul tasso di cambio». Una possibilità che ovviamente, a seguito dell'adozione dell'euro, non sarebbe più stata a disposizione dei singoli Stati membri. Perciò, concludeva l'economista americano, la moneta unica non avrebbe fatto altro che «esacerbare le tensioni politiche, convertendo gli choc divergenti che fino a oggi sono stati prontamente ridimensionati dal tasso di cambio in questioni politiche divisive».
Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1997, facendo eco a Friedman, Alberto Alesina scriveva sul Corriere: «Se un Paese nell'Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambi. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l'Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l'aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente». Come conseguenza di ciò, osservava l'economista italiano ora difensore dell'ineluttabilità della moneta unica, «i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera», dal momento che «costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un'operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa».
Fino all'arrivo della crisi, le cose andata relativamente bene. Poi è sopraggiunto lo choc paventato da Friedman e Alesina. Come ha ammesso anche la stessa Commissione europea in un comunicato stampa datato gennaio 2014, «venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari)». Una politica che presenta, però, «limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale».
Lo stesso concetto è stato ribadito da Mario Draghi nel corso di in un convegno tenutosi a Helsinki sempre nel 2014: «Con l'ingresso nell'Unione monetaria (i Paesi, ndr) hanno perso una parte di flessibilità (legata al cambio, ndr), e dunque gli aggiustamenti devono per forza avvenire attraverso una svalutazione interna». Secondo l'economista Ashoka Mody, nel lungo periodo il divario tra i Paesi che riescono a compensare in assenza di svalutazione monetaria (Germania) e quelli più deboli (tra gli altri, l'Italia), non potrà che peggiorare. Il risultato è la «distruzione» della domanda interna di cui parlava Mario Monti, una delle cause individuate dall'Istat per la contrazione del Pil nel quarto trimestre 2018.
Dopo il banchetto turco, addio alla Pernigotti
Era lo scorso novembre e Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, col caschetto operaista d'ordinanza promise: «Parliamo con Erdogan, bisogna evitare che il saper fare italiano vada all'estero».
A Novi Ligure in quei giorni arrivarono anche il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, vicepremier e bi-ministro di Lavoro e Sviluppo economico, per stare a fianco di quasi un centinaio di operai sull'orlo di una crisi di soldi.
Com'è finita? Cose turche! Da ieri la Pernigotti, di proprietà del gruppo turco Toksoz, non esiste più. Siamo arrivati al capolinea. I 92 lavoratori saranno in cassa integrazione straordinaria per un anno a partire da oggi e dovranno cessare subito l'assemblea permanente, sperando che nel frattempo le tre o quattro offerte, tra le quali un fondo indiano e forse la Sperlari, che il Mise dice di avere in pancia, si concretizzino.
L'accordo trovato ieri al ministero è di quelli prendere o lasciare, ma il vicecapo gabinetto del ministro Di Maio non vuol sentir parlare di sconfitta. Anzi sottolinea Giorgio Sorial, responsabile dei tavoli di crisi: «La cassa speciale per reindustrializzazione l'ha introdotta questo governo, se a livello locale non avessero fatto trapelare i nomi dei possibili acquirenti la vicenda Pernigotti si sarebbe conclusa diversamente e ora lavoreremo perché crisi così non si ripetano». Tuttavia la Pernigotti, per quella che è stata negli ultimi 160 anni, è morta. Chiudono gli impianti: la cioccolata sarà prodotta (in parte) dalla Laica ad Arona che è un contoterzista, mentre i preparati da gelato (che sarebbero l'unico possibile futuro) i turchi se li vendono. Però si tengono stretto il marchio Pernigotti per sfruttare l'italian sounding.
A dar retta all'Europa e alla globalizzaizone succede proprio questo: ci scippano i marchi e lasciano a casa gli operai perché nel mondo si fa dumping sul valore del lavoro. Ormai è guerra dei salari convinti tutti che il valore non sta nel produrre bene, ma nel marchio. Perché la crisi Pernigotti non è di prodotto, ma è l'incapacità di imprenditori non italiani di far fruttare il valore delle nostre produzioni. Valore certificato dalla storia stessa della Pernigotti, fondata nel 1860 e che un secolo fa, nel 1919, viene lanciata da Paolo Pernigotti nella produzione seriale. La casa di Novi Ligure è stata la seconda azienda dopo la Caffarel a industrializzare il gianduiotto - ironia della storia - nato per superare il blocco navale di Napoleone che nel 1806 impedì le importazioni di cacao. I piemontesi lo sostituirono con le nocciole e così nacque il cioccolatino più buono del mondo.
Stavolta a determinare la crisi che però ha finale amaro è l'Europa che per tenersi buona la Turchia le ha lasciato invadere il mercato con le sue nocciole (a danno dell'Italia che è il secondo produttore). Da lì i turchi si sono fatti avanti e nel 2013 hanno comprato dagli Averna la Pernigotti. Sarà per questo che in mano ai due fratelli Toksoz nel giro di un lustro il cioccolato di Novi Ligure è diventato amarissimo. I turchi dicono di averci rimesso 50 milioni, la verità è che come unico obbiettivo avevano l'acquisizione del marchio. Ma come già successo con la Parmalat (si parva licet) l'incapacità dei nostrani industriali di difendere i marchi e il made in Italy e il giocare continuamente al ribasso sugli stipendi e sulla qualità, sperando che un consumatore con sempre meno potere d'acquisto s'accontenti di quello che in marketing si definisce il «meno a meno», è strategia fallimentare. Ora per la Pernigotti i sindacalisti per bocca di Marco Malpassi (Cgil) dicono: «Con la cessione delle creme gelato, l'indisponibilità del marchio e il trasferimento della produzione ai contoterzisti c'è poco da stare allegri».
Anche perché a Pont Saint Martin ci sono altre cose turche. È fallito ciò che restava della Feletti, storica cioccolateria valdostana. Se l'erano comprata i turchi della Captain Gida. Hanno intascato 4 milioni dalla Regione Valle d'Aosta e il massimo degli investimenti è stato un bidone aspiratutto. Poi sono spariti. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, la Corte dei Conti indaga e gli operai sono senza stipendio da mesi. Ma magari se qualcuno telefona ad Erdogan…
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Prima la svalutazione era un paracadute per fronteggiare le crisi. Con la moneta unica, le imprese dei Paesi più deboli scaricano i costi della competitività sui dipendenti. Lo previde persino l'«euroconvertito» Alberto Alesina.I 92 dipendenti della Pernigotti in cassa integrazione per un anno. La proprietà, però, si tiene stretto il marchio italiano.Lo speciale contiene due articoli.Reddito di cittadinanza troppo elevato oppure salari troppo bassi? È questo il quesito sul quale, terminata la lunga telenovela con Bruxelles andata avanti a suon di minacce fino agli ultimi giorni dell'anno, si sta arrovellando la politica italiana. Dai dati diffusi ieri dal Sole 24 Ore, elaborati a partire dalle banche dati Inps, la situazione peggiore si verificherebbe al Sud, dove il 37,5% dei lavoratori ha uno stipendio annuo inferiore a quanto percepirebbe con il reddito di cittadinanza (9.360 euro, 780 al mese, riferiti all'importo per un single con Isee zero). Va lievemente meglio al Centro, con la percentuale che scende al 27%, mentre stupisce il dato del Nord, che le statistiche dipingono come il territorio più abbiente del Paese. Più di un dipendente su cinque (21%), infatti, avrebbe convenienza economica nell'optare per il provvedimento di sostegno al reddito messo in piedi dal governo. Cifre che testimoniano che se un rischio c'è, è quello legato alla pochezza degli stipendi. Come siamo arrivati al fatto che nel Mezzogiorno più di un giovane su tre campa con meno di 800 euro? La tragedia ha origini lontane: secondo l'ultimo rapporto Benchmarking working Europe 2018 pubblicato dalla European trade union institute, infatti, dal 2010 al 2017 i salari reali italiani sono calati del 4,3%. Nello stesso periodo è andata addirittura peggio in Spagna (-4,4%), Portogallo (-8,3%) e Grecia (-19,1%). Per rimanere sul mercato, le aziende sono state costrette a intervenire drasticamente sulle retribuzioni. Una delle conseguenze è stato l'aumento vertiginoso dei lavoratori part time involontari, vale a dire quei lavoratori che, volenti o nolenti, subiscono passivamente l'applicazione dell'orario ridotto. Nel decennio 2008-2017, dati Eurostat alla mano, la percentuale di questi dipendenti è passata in Italia dal 41,3% al 62,5%. Una realtà con la quale le nuove generazioni hanno imparato, loro malgrado, a fare i conti.L'abbraccio mortale della crisi sui salari non è un fattore incidentale, quanto piuttosto una caratteristica strutturale della moneta unica. Già nell'agosto del 1997, l'economista Milton Friedman metteva in guardia dai pericolo dell'adozione della moneta unica: «Se un Paese è colpito da choc negativi che richiedono, per esempio, l'aggiustamento in basso dei salari rispetto ad altri Paesi», osservava il premio Nobel, «ciò può essere ottenuto facendo leva sul tasso di cambio». Una possibilità che ovviamente, a seguito dell'adozione dell'euro, non sarebbe più stata a disposizione dei singoli Stati membri. Perciò, concludeva l'economista americano, la moneta unica non avrebbe fatto altro che «esacerbare le tensioni politiche, convertendo gli choc divergenti che fino a oggi sono stati prontamente ridimensionati dal tasso di cambio in questioni politiche divisive». Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1997, facendo eco a Friedman, Alberto Alesina scriveva sul Corriere: «Se un Paese nell'Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambi. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l'Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l'aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente». Come conseguenza di ciò, osservava l'economista italiano ora difensore dell'ineluttabilità della moneta unica, «i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera», dal momento che «costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un'operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa».Fino all'arrivo della crisi, le cose andata relativamente bene. Poi è sopraggiunto lo choc paventato da Friedman e Alesina. Come ha ammesso anche la stessa Commissione europea in un comunicato stampa datato gennaio 2014, «venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari)». Una politica che presenta, però, «limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale». Lo stesso concetto è stato ribadito da Mario Draghi nel corso di in un convegno tenutosi a Helsinki sempre nel 2014: «Con l'ingresso nell'Unione monetaria (i Paesi, ndr) hanno perso una parte di flessibilità (legata al cambio, ndr), e dunque gli aggiustamenti devono per forza avvenire attraverso una svalutazione interna». Secondo l'economista Ashoka Mody, nel lungo periodo il divario tra i Paesi che riescono a compensare in assenza di svalutazione monetaria (Germania) e quelli più deboli (tra gli altri, l'Italia), non potrà che peggiorare. Il risultato è la «distruzione» della domanda interna di cui parlava Mario Monti, una delle cause individuate dall'Istat per la contrazione del Pil nel quarto trimestre 2018. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuro-mette-il-cappio-alle-aziende-o-chiudono-o-tagliano-gli-stipendi-2628189673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dopo-il-banchetto-turco-addio-alla-pernigotti" data-post-id="2628189673" data-published-at="1778119359" data-use-pagination="False"> Dopo il banchetto turco, addio alla Pernigotti Era lo scorso novembre e Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, col caschetto operaista d'ordinanza promise: «Parliamo con Erdogan, bisogna evitare che il saper fare italiano vada all'estero». A Novi Ligure in quei giorni arrivarono anche il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, vicepremier e bi-ministro di Lavoro e Sviluppo economico, per stare a fianco di quasi un centinaio di operai sull'orlo di una crisi di soldi. Com'è finita? Cose turche! Da ieri la Pernigotti, di proprietà del gruppo turco Toksoz, non esiste più. Siamo arrivati al capolinea. I 92 lavoratori saranno in cassa integrazione straordinaria per un anno a partire da oggi e dovranno cessare subito l'assemblea permanente, sperando che nel frattempo le tre o quattro offerte, tra le quali un fondo indiano e forse la Sperlari, che il Mise dice di avere in pancia, si concretizzino. L'accordo trovato ieri al ministero è di quelli prendere o lasciare, ma il vicecapo gabinetto del ministro Di Maio non vuol sentir parlare di sconfitta. Anzi sottolinea Giorgio Sorial, responsabile dei tavoli di crisi: «La cassa speciale per reindustrializzazione l'ha introdotta questo governo, se a livello locale non avessero fatto trapelare i nomi dei possibili acquirenti la vicenda Pernigotti si sarebbe conclusa diversamente e ora lavoreremo perché crisi così non si ripetano». Tuttavia la Pernigotti, per quella che è stata negli ultimi 160 anni, è morta. Chiudono gli impianti: la cioccolata sarà prodotta (in parte) dalla Laica ad Arona che è un contoterzista, mentre i preparati da gelato (che sarebbero l'unico possibile futuro) i turchi se li vendono. Però si tengono stretto il marchio Pernigotti per sfruttare l'italian sounding. A dar retta all'Europa e alla globalizzaizone succede proprio questo: ci scippano i marchi e lasciano a casa gli operai perché nel mondo si fa dumping sul valore del lavoro. Ormai è guerra dei salari convinti tutti che il valore non sta nel produrre bene, ma nel marchio. Perché la crisi Pernigotti non è di prodotto, ma è l'incapacità di imprenditori non italiani di far fruttare il valore delle nostre produzioni. Valore certificato dalla storia stessa della Pernigotti, fondata nel 1860 e che un secolo fa, nel 1919, viene lanciata da Paolo Pernigotti nella produzione seriale. La casa di Novi Ligure è stata la seconda azienda dopo la Caffarel a industrializzare il gianduiotto - ironia della storia - nato per superare il blocco navale di Napoleone che nel 1806 impedì le importazioni di cacao. I piemontesi lo sostituirono con le nocciole e così nacque il cioccolatino più buono del mondo. Stavolta a determinare la crisi che però ha finale amaro è l'Europa che per tenersi buona la Turchia le ha lasciato invadere il mercato con le sue nocciole (a danno dell'Italia che è il secondo produttore). Da lì i turchi si sono fatti avanti e nel 2013 hanno comprato dagli Averna la Pernigotti. Sarà per questo che in mano ai due fratelli Toksoz nel giro di un lustro il cioccolato di Novi Ligure è diventato amarissimo. I turchi dicono di averci rimesso 50 milioni, la verità è che come unico obbiettivo avevano l'acquisizione del marchio. Ma come già successo con la Parmalat (si parva licet) l'incapacità dei nostrani industriali di difendere i marchi e il made in Italy e il giocare continuamente al ribasso sugli stipendi e sulla qualità, sperando che un consumatore con sempre meno potere d'acquisto s'accontenti di quello che in marketing si definisce il «meno a meno», è strategia fallimentare. Ora per la Pernigotti i sindacalisti per bocca di Marco Malpassi (Cgil) dicono: «Con la cessione delle creme gelato, l'indisponibilità del marchio e il trasferimento della produzione ai contoterzisti c'è poco da stare allegri». Anche perché a Pont Saint Martin ci sono altre cose turche. È fallito ciò che restava della Feletti, storica cioccolateria valdostana. Se l'erano comprata i turchi della Captain Gida. Hanno intascato 4 milioni dalla Regione Valle d'Aosta e il massimo degli investimenti è stato un bidone aspiratutto. Poi sono spariti. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, la Corte dei Conti indaga e gli operai sono senza stipendio da mesi. Ma magari se qualcuno telefona ad Erdogan…
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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