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2022-08-09
Letta e Calenda, le supercazzole sono finite
Enrico Letta e Carlo Calenda (Ansa)
Demolition man ha preso la scena e non la lascia più. Come quei tenori che cantano «Partooo» e sono sempre lì, Carlo Calenda occupa con le sue libbre (di pensiero) la campagna elettorale del centrosinistra, manda ai matti il Pd, definisce «comunisti, perché quello sono» i suoi ex alleati e lancia la sfida centrista, sperando entro Ferragosto di imbarcare Matteo Renzi sulla nave dei folli. Ventiquattr’ore dopo il ribaltone, il leader di Azione non manca un tweet, un collegamento Tv, un intervento radio; se potesse spiegherebbe la teoria dei rigassificatori alle signore ingioiellate mentre fanno aquagym a Forte dei Marmi.
Al Nazareno la sua foto appesa al muro è crivellata di freccette e i colonnelli non sanno se maledire prima lui o Enrico Letta. «Il segretario è riuscito in due miracoli, dare credito a un ricottaro come Calenda e resuscitare Renzi», sibilano i piddini davanti alle macerie del campo largo, già anticipando le gastriti da congresso in caso di batosta nelle urne. Tutta colpa del Pericle dei Parioli che non manca di rigirare il coltello nella piaga. «Il Pd ha fatto prima un patto con noi e poi ha fatto un patto, con contenuti contrari, con chi ha votato 55 volte contro la fiducia a Draghi, con chi dice di no al termovalorizzatore, al rigassificatore, a tutto. Con chi in fondo è comunista, perché poi alla fine della fiera è questo».
Il papà di Azione è scatenato, si prende del «drammaticamente fascista» dal Verdissimo Angelo Bonelli ma non retrocede di un millimetro. «Ecchelallà, son diventato fascista, contavo i minuti. Enrico, funzionava bene questa alleanza, clavicembalo ben temperato. Letta sapeva perfettamente che avrei rotto, e lo sapeva +Europa. Hanno pensato di tenerci dentro dicendo: sennò dovete raccogliere le firme. Pensavano che avremmo chinato la testa. Invece raccolgo le firme, perché questa cosa qua è inguardabile. Ho detto a Letta: se formalizzi questo la gente non ci capirà più niente, sembrerà un’accozzaglia di persone come erano Bertinotti, Turigliatto, Pecoraro Scanio. Se avessi accettato, la destra avrebbe vinto a tavolino e Azione sarebbe morta».
È il giorno della faida, Calenda ne ha per tutti, innanzitutto per Emma Bonino. «Le sue sono critiche in malafede. Sapeva tutto e, non solo, ha sempre negoziato dalla parte del Pd. Il perché lo dovrà spiegare ai suoi elettori. Come fa una persona che si definisce atlantista a stare con chi vota contro la Nato e fa tutto contro l’Europa e contro l’Agenda Draghi? Emma ha fatto una scelta che pagherà in termini di posti». Poi ci sono i conti da regolare con Goffredo Bettini, la corrente thailandese del Pd, che lo ha definito inaffidabile e spregiudicato. «Goffredo, facciamo una cosa, ne parliamo dopo che tu avrai ripetuto come un mantra thailandese: Ho sbagliato a pensare che Conte fosse il nuovo Prodi, 20 volte e siamo a posto così». L’altro, a corto di argomenti, gli manda a dire che il mantra è una pratica induista e non c’entra niente con la Thailandia. Siamo allo gnè gnè, all’Asilo Mariuccia della politica social.
A metà giornata Calenda fa l’inventario degli azzannanti azzannati: Letta è sistemato, Bonino è sistemata, Bettini è sistemato. Ne mancano ancora un paio, per esempio Nicola Zingaretti che lo ha definito un traditore: «Pensate davvero di battere la destra con Fratoianni e Bonelli? Suvvia. Adesso toccherà a noi offrire una prospettiva di governo seria. Ci incontriamo sul campo uninominale di Roma». Per esempio Roberto Gualtieri, er sindaco ingrato, l’aveva pure votato. «Gualtieri difende il termovalorizzatore contro Conte, il suo ex amato alleato, mentre il suo segretario fa saltare un accordo con noi per allearsi con chi non lo vuole. È la misura del casino che regna nella sinistra italiana».
Ha ragione da vendere ma scopre l’acqua calda. Il suo scossone ha scoperchiato le contraddizioni del Pd, partito non di proposte ma di potere; lo ha spostato a sinistra mostrandone la faccia postcomunista (infatti Ciccio Boccia, Peppe Provenzano e Andrea Orlando brindano); ha fotografato la debolezza del riformismo e il ruolo ancillare di Base Riformista, la corrente degli ex renziani. E con l’ultima provocazione indica agli alleati rimasti nell’Accozzaglia il pericolo finale: «Vi metto per iscritto che vi ritroverete anche con i 5 stelle un minuto dopo le elezioni».
Sognando il terzo polo, Calenda deve risolvere il problema delle firme da presentare entro il 22 agosto. Anche qui regna il caos perché secondo un’interpretazione espansiva della norma, Azione potrebbe godere dell’esonero applicato per +Europa e il Centro democratico di Bruno Tabacci. Ma questo sarà il dramma di domani. Quello di oggi è ancora l’alleanza clavicembalo presa a colpi di scure. «Ho capito che non c’è alcun modo di staccare il Pd dal populismo. Gli serve per giustificare lo stare al governo sempre, con chiunque, a qualsiasi costo». E giù un’altra mazzata nell’afa. Come tanti pariolini, Demolition man non suda.
I due Bulli vogliono copiare Macron. La lista unica s’ispirerà a En Marche!
Irrefrenabile, ipercinetico, preoccupato ma concentrato. Così i suoi fedelissimi descrivono Matteo Renzi, che insieme a Carlo Calenda è pronto a varare la lista centrista. L’accordo non è stato ancora siglato, ma a quanto risulta alla Verità già cinque giorni fa, quindi prima che Calenda ufficializzasse la rottura con il Pd, dal quartier generale di Italia viva era partito il messaggio: «Fermatevi con le liste che avremo un alleato». Salvo clamorosi imprevisti dunque il terzo polo centrista ci sarà: il nome della lista unica Renzi-Calenda dovrebbe ispirarsi a En Marche!, il partito del presidente francese Emmanuel Macron. L’unica incognita è legata alla proverbiale irrequietezza politica di Calenda, che però non ha molta scelta: dopo aver litigato pure con Emma Bonino, Azione per potersi presentare in solitaria, dovrebbe raccogliere 56.250 firme (36.750 per la Camera e 19.500 per il Senato) tutte autenticate. Proprio la questione delle firme, secondo Calenda, sarebbe stata alla base della convinzione di Enrico Letta sul fatto che il leader di Azione non avrebbe mai rotto l’alleanza con i dem: «Più Europa», twitta Calenda, «ha assicurato che comunque non avremmo strappato per il problema delle firme. Questa è l’amara verità che è giusto che anche gli elettori di Più Europa conoscano, Ed è stato un ragionamento miope».
Intanto, Carletto er pariolino perde pezzi: l’ex presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, ora consigliere provinciale, comunica attraverso una lettera aperta l’addio ad Azione. «Per me i patti, una volta firmati, si rispettano», dice Rossi, a quanto riferisce l’Ansa, «anche se costano. E si rispettano perché per costruire ci vuole fiducia e qualcuno deve pur darla per primo. Tornare indietro», aggiunge Rossi, «sarà anche legittimo, e magari politicamente motivato, ma così la credibilità crolla».
A rompere le uova nel paniere arriva il senatore di Azione, Matteo Richetti, che attacca Renzi: «Abbiamo da sempre rivolto un invito a Italia viva», dice Richetti a Radio 24, «anche quando stavamo costruendo un’intesa con il Pd. Serve una scelta di coraggio, di coerenza. Cosa faremo con Italia viva sarà oggetto di discussione, ma non vorrei che ci distraessimo dal compito principale di Azione, ridare fiato, coerenza e speranza al modo in cui si sta con le istituzioni dobbiamo stare su questo, Stando alle dichiarazioni di Renzi dell’ultimo anno c’è forte sovrapposizione», aggiunge Richetti, «ma di quello che dichiarava l’anno prima non condividiamo nulla: ci ha spiegato che bisognava votare con Conte e Bonafede nel Conte 2 per evitare il Papeete. Renzi ha avuto una traiettoria non sempre lineare. In queste ore, quando noi abbiamo cercato con serietà un’intesa con il Pd, il deputato di Iv Nobili è arrivato a dire: avete bisogno del bonus piscologico, una cosa brutta perché è una grande misura per le persone in sofferenza. Se poi diventi un loro potenziale alleato sei un salvatore della patria. Siamo pronti a raccogliere le firme», aggiunge baldanzoso Richetti, «e a mobilitare tutta Italia su questo».
La sensazione è che l’affondo di Richetti contro Italia viva sia la prima avvisaglia delle difficoltà che avranno le due forze (per modo di dire) politiche a unirsi. Il problema è sempre lo stesso: le candidature blindate. Dato per scontato che anche in caso di intesa il terzo polo non riuscirà a conquistare neanche un uninominale, infatti, il braccio di ferro sarà per i capolista al proporzionale, unica posizione che consente di sperare in una elezione alla Camera o al Senato. In politica due più due non fa mai quattro, quindi Azione e Iv saranno costrette a dei sacrifici. Prendiamo ad esempio cosa accadrà al Sud, dove Azione schiererà in diversi collegi proporzionali il ministro uscente Mara Carfagna: i calendiani della prima ora dovranno sudare per conquistare una posizione decente nei listini bloccati, poiché molto probabilmente ci sarà una alternanza tra esponenti di Azione e di Italia viva. Le prossime ore saranno incandescenti.
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Il segretario del Pd contempla il fallimento dei suoi acrobatici tentativi di tenere insieme ciò che non può stare insieme. Il leader di Azione, bombardato di accuse per le giravolte continue, finge di essere Emmanuel Macron.Matteo Renzi pare stesse già lavorando a ricucire con Carlo. Ma ci sono i primi screzi con Iv.Lo speciale contiene due articoli.Demolition man ha preso la scena e non la lascia più. Come quei tenori che cantano «Partooo» e sono sempre lì, Carlo Calenda occupa con le sue libbre (di pensiero) la campagna elettorale del centrosinistra, manda ai matti il Pd, definisce «comunisti, perché quello sono» i suoi ex alleati e lancia la sfida centrista, sperando entro Ferragosto di imbarcare Matteo Renzi sulla nave dei folli. Ventiquattr’ore dopo il ribaltone, il leader di Azione non manca un tweet, un collegamento Tv, un intervento radio; se potesse spiegherebbe la teoria dei rigassificatori alle signore ingioiellate mentre fanno aquagym a Forte dei Marmi. Al Nazareno la sua foto appesa al muro è crivellata di freccette e i colonnelli non sanno se maledire prima lui o Enrico Letta. «Il segretario è riuscito in due miracoli, dare credito a un ricottaro come Calenda e resuscitare Renzi», sibilano i piddini davanti alle macerie del campo largo, già anticipando le gastriti da congresso in caso di batosta nelle urne. Tutta colpa del Pericle dei Parioli che non manca di rigirare il coltello nella piaga. «Il Pd ha fatto prima un patto con noi e poi ha fatto un patto, con contenuti contrari, con chi ha votato 55 volte contro la fiducia a Draghi, con chi dice di no al termovalorizzatore, al rigassificatore, a tutto. Con chi in fondo è comunista, perché poi alla fine della fiera è questo».Il papà di Azione è scatenato, si prende del «drammaticamente fascista» dal Verdissimo Angelo Bonelli ma non retrocede di un millimetro. «Ecchelallà, son diventato fascista, contavo i minuti. Enrico, funzionava bene questa alleanza, clavicembalo ben temperato. Letta sapeva perfettamente che avrei rotto, e lo sapeva +Europa. Hanno pensato di tenerci dentro dicendo: sennò dovete raccogliere le firme. Pensavano che avremmo chinato la testa. Invece raccolgo le firme, perché questa cosa qua è inguardabile. Ho detto a Letta: se formalizzi questo la gente non ci capirà più niente, sembrerà un’accozzaglia di persone come erano Bertinotti, Turigliatto, Pecoraro Scanio. Se avessi accettato, la destra avrebbe vinto a tavolino e Azione sarebbe morta». È il giorno della faida, Calenda ne ha per tutti, innanzitutto per Emma Bonino. «Le sue sono critiche in malafede. Sapeva tutto e, non solo, ha sempre negoziato dalla parte del Pd. Il perché lo dovrà spiegare ai suoi elettori. Come fa una persona che si definisce atlantista a stare con chi vota contro la Nato e fa tutto contro l’Europa e contro l’Agenda Draghi? Emma ha fatto una scelta che pagherà in termini di posti». Poi ci sono i conti da regolare con Goffredo Bettini, la corrente thailandese del Pd, che lo ha definito inaffidabile e spregiudicato. «Goffredo, facciamo una cosa, ne parliamo dopo che tu avrai ripetuto come un mantra thailandese: Ho sbagliato a pensare che Conte fosse il nuovo Prodi, 20 volte e siamo a posto così». L’altro, a corto di argomenti, gli manda a dire che il mantra è una pratica induista e non c’entra niente con la Thailandia. Siamo allo gnè gnè, all’Asilo Mariuccia della politica social. A metà giornata Calenda fa l’inventario degli azzannanti azzannati: Letta è sistemato, Bonino è sistemata, Bettini è sistemato. Ne mancano ancora un paio, per esempio Nicola Zingaretti che lo ha definito un traditore: «Pensate davvero di battere la destra con Fratoianni e Bonelli? Suvvia. Adesso toccherà a noi offrire una prospettiva di governo seria. Ci incontriamo sul campo uninominale di Roma». Per esempio Roberto Gualtieri, er sindaco ingrato, l’aveva pure votato. «Gualtieri difende il termovalorizzatore contro Conte, il suo ex amato alleato, mentre il suo segretario fa saltare un accordo con noi per allearsi con chi non lo vuole. È la misura del casino che regna nella sinistra italiana». Ha ragione da vendere ma scopre l’acqua calda. Il suo scossone ha scoperchiato le contraddizioni del Pd, partito non di proposte ma di potere; lo ha spostato a sinistra mostrandone la faccia postcomunista (infatti Ciccio Boccia, Peppe Provenzano e Andrea Orlando brindano); ha fotografato la debolezza del riformismo e il ruolo ancillare di Base Riformista, la corrente degli ex renziani. E con l’ultima provocazione indica agli alleati rimasti nell’Accozzaglia il pericolo finale: «Vi metto per iscritto che vi ritroverete anche con i 5 stelle un minuto dopo le elezioni».Sognando il terzo polo, Calenda deve risolvere il problema delle firme da presentare entro il 22 agosto. Anche qui regna il caos perché secondo un’interpretazione espansiva della norma, Azione potrebbe godere dell’esonero applicato per +Europa e il Centro democratico di Bruno Tabacci. Ma questo sarà il dramma di domani. Quello di oggi è ancora l’alleanza clavicembalo presa a colpi di scure. «Ho capito che non c’è alcun modo di staccare il Pd dal populismo. Gli serve per giustificare lo stare al governo sempre, con chiunque, a qualsiasi costo». E giù un’altra mazzata nell’afa. Come tanti pariolini, Demolition man non suda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/letta-e-calenda-supercazzole-finite-2657830923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-due-bulli-vogliono-copiare-macron-la-lista-unica-sispirera-a-en-marche" data-post-id="2657830923" data-published-at="1660007894" data-use-pagination="False"> I due Bulli vogliono copiare Macron. La lista unica s’ispirerà a En Marche! Irrefrenabile, ipercinetico, preoccupato ma concentrato. Così i suoi fedelissimi descrivono Matteo Renzi, che insieme a Carlo Calenda è pronto a varare la lista centrista. L’accordo non è stato ancora siglato, ma a quanto risulta alla Verità già cinque giorni fa, quindi prima che Calenda ufficializzasse la rottura con il Pd, dal quartier generale di Italia viva era partito il messaggio: «Fermatevi con le liste che avremo un alleato». Salvo clamorosi imprevisti dunque il terzo polo centrista ci sarà: il nome della lista unica Renzi-Calenda dovrebbe ispirarsi a En Marche!, il partito del presidente francese Emmanuel Macron. L’unica incognita è legata alla proverbiale irrequietezza politica di Calenda, che però non ha molta scelta: dopo aver litigato pure con Emma Bonino, Azione per potersi presentare in solitaria, dovrebbe raccogliere 56.250 firme (36.750 per la Camera e 19.500 per il Senato) tutte autenticate. Proprio la questione delle firme, secondo Calenda, sarebbe stata alla base della convinzione di Enrico Letta sul fatto che il leader di Azione non avrebbe mai rotto l’alleanza con i dem: «Più Europa», twitta Calenda, «ha assicurato che comunque non avremmo strappato per il problema delle firme. Questa è l’amara verità che è giusto che anche gli elettori di Più Europa conoscano, Ed è stato un ragionamento miope». Intanto, Carletto er pariolino perde pezzi: l’ex presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, ora consigliere provinciale, comunica attraverso una lettera aperta l’addio ad Azione. «Per me i patti, una volta firmati, si rispettano», dice Rossi, a quanto riferisce l’Ansa, «anche se costano. E si rispettano perché per costruire ci vuole fiducia e qualcuno deve pur darla per primo. Tornare indietro», aggiunge Rossi, «sarà anche legittimo, e magari politicamente motivato, ma così la credibilità crolla». A rompere le uova nel paniere arriva il senatore di Azione, Matteo Richetti, che attacca Renzi: «Abbiamo da sempre rivolto un invito a Italia viva», dice Richetti a Radio 24, «anche quando stavamo costruendo un’intesa con il Pd. Serve una scelta di coraggio, di coerenza. Cosa faremo con Italia viva sarà oggetto di discussione, ma non vorrei che ci distraessimo dal compito principale di Azione, ridare fiato, coerenza e speranza al modo in cui si sta con le istituzioni dobbiamo stare su questo, Stando alle dichiarazioni di Renzi dell’ultimo anno c’è forte sovrapposizione», aggiunge Richetti, «ma di quello che dichiarava l’anno prima non condividiamo nulla: ci ha spiegato che bisognava votare con Conte e Bonafede nel Conte 2 per evitare il Papeete. Renzi ha avuto una traiettoria non sempre lineare. In queste ore, quando noi abbiamo cercato con serietà un’intesa con il Pd, il deputato di Iv Nobili è arrivato a dire: avete bisogno del bonus piscologico, una cosa brutta perché è una grande misura per le persone in sofferenza. Se poi diventi un loro potenziale alleato sei un salvatore della patria. Siamo pronti a raccogliere le firme», aggiunge baldanzoso Richetti, «e a mobilitare tutta Italia su questo». La sensazione è che l’affondo di Richetti contro Italia viva sia la prima avvisaglia delle difficoltà che avranno le due forze (per modo di dire) politiche a unirsi. Il problema è sempre lo stesso: le candidature blindate. Dato per scontato che anche in caso di intesa il terzo polo non riuscirà a conquistare neanche un uninominale, infatti, il braccio di ferro sarà per i capolista al proporzionale, unica posizione che consente di sperare in una elezione alla Camera o al Senato. In politica due più due non fa mai quattro, quindi Azione e Iv saranno costrette a dei sacrifici. Prendiamo ad esempio cosa accadrà al Sud, dove Azione schiererà in diversi collegi proporzionali il ministro uscente Mara Carfagna: i calendiani della prima ora dovranno sudare per conquistare una posizione decente nei listini bloccati, poiché molto probabilmente ci sarà una alternanza tra esponenti di Azione e di Italia viva. Le prossime ore saranno incandescenti.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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