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2026-05-15
Leone alla Sapienza senza la «lectio»: resta l’oltraggio di Ratzinger censurato
Papa Leone XIV (Ansa)
C’è un Papa alla Sapienza. È un segnale: i templari del laicismo hanno perso qualche metro di egemonia. Ma ciò non basta a sanare la ferita che aprì la censura di Joseph Ratzinger nel 2008. Leone è andato alla Città universitaria per una visita pastorale e un discorso in aula magna; Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis. Sembra una formalità; ma quel discrimine tiene in piedi il muro ideologico dei padroni dell’accademia.
Il saluto di un pontefice, i partigiani della scienza infusa possono tollerarlo. E poi, Robert Francis Prevost è diventato la bestia nera di Donald Trump. Chi detesta il presidente Usa penserà che il nemico del nemico è un amico. Invece, che un successore di Pietro salisse in cattedra, non lo potevano proprio sopportare quei 67 professori che firmarono l’appello per opporsi all’invito a Ratzinger di Renato Guarini, allora rettore dell’ateneo romano, affinché il Papa inaugurasse l’anno accademico.
Il fisico Marcello Cini, morto nel 2012, lo scrisse nella sua lettera aperta al numero uno dell’università, il 14 novembre 2007: dell’insegnamento della teologia, tuonò, «non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli Stati non confessionali. […] I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero […] rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione e tanto meno di una lectio magistralis». Cini attribuì a Benedetto, sulla base di una interpretazione distorta della prolusione a Ratisbona del 2006, la volontà di compromettere l’autonomia delle scienze, nonché il sostegno alla dottrina, ritenuta priva di fondamento, del «disegno intelligente». La mostrificazione del Papa proseguì con Giorgio Parisi: il futuro Nobel rinfacciò al teologo un discorso, tenuto, sempre alla Sapienza, il 15 febbraio 1990, in veste di cardinale. Ratzinger aveva citato - secondo lo scienziato, a sproposito - un passaggio in cui l’epistemologo Paul Feyerabend giustificava la posizione della Chiesa nei confronti di Galileo Galilei. I contestatori avevano scordato che lo stesso Feyerabend, qualche mese dopo l’intervento del porporato, ammise: «La mia tesi è stata presentata correttamente. La Chiesa aveva ragione nell’affermare che gli scienziati non rappresentano l’autorità finale in materia scientifica. […] Si è capito che gli scienziati sono competenti solo in campi ristretti, che spesso essi esulano dalle proprie competenze e, quando lo fanno, i loro giudizi entrano in contrasto». Il Covid ce ne ha fornito sufficiente dimostrazione. Ma al di là del merito, è evidente quale fosse il problema con Benedetto: al torvo oscurantista, il «pastore tedesco» sbeffeggiato in una celebre copertina del Manifesto, non doveva essere offerto il proscenio universitario. Lo ha appena ribadito, all’Unione cristiani cattolici razionali, il professor Carlo Cosmelli, pure lui un fisico, pure lui sottoscrittore del famigerato appello dei 67 docenti: «La nostra obiezione», ha precisato, «non era tanto sulla visita di un pontefice alla Sapienza»; semmai, che egli dovesse «tenere la prolusione di apertura dell’anno accademico».
Fu questo il senso della ribellione, che indusse la Santa Sede, il 15 gennaio 2008, a declinare l’invito del rettore, considerata anche la minaccia di disordini. A differenza di quanto sostenne Cini, non si trattava di difendere la libera scienza dall’irruzione di un inquisitore; al contrario, bisognava blindare l’imperialismo scientista, assicurandosi che la prospettiva della fede fosse silenziata.
Le differenze tra il discorso di Leone XIV e la lezione mai pronunciata da Benedetto XVI spiegano ancor meglio l’acrimonia che si scatenò 18 anni fa. Prevost era in visita pastorale. E, da pastore (non tedesco), ha parlato di pace, di ecologia, della necessità di preservare l’umanesimo dinanzi agli abusi della tecnologia; Ratzinger avrebbe discusso del ruolo pubblico della religione (era il periodo del dialogo con Jürgen Habermas); del suo rapporto con i criteri di verità, indebitamente monopolizzati dalla scienza sperimentale; dell’opportunità di «valorizzare» la «sapienza delle grandi tradizioni religiose»; della ragionevolezza del cristianesimo, la capacità della «comunità credente» di custodire «un tesoro di conoscenza e di esperienze etiche, che risulta importante per l’intera umanità».
I tempi cambiano e, con loro, le priorità: Leone, insieme allo spettro di una catastrofica guerra tra grandi potenze, sente incombere la dittatura dell’algoritmo; Benedetto si batteva contro la dittatura del relativismo. La potenza del messaggio di Ratzinger consisteva nel suo essere autentico «segno di contraddizione», il vero «scandalo» recato dal Vangelo.
Dopodiché, anche Leone è riuscito a segnare un punto. A studenti e professori della Sapienza, ieri, ha ricordato: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità alla fine cerca Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Più che del «disegno», l’intelligenza è di chi lo guarda.
Prevost stana l’Ue: «Il riarmo non è difesa»
Ieri papa Leone XIV ha varcato la soglia dell’Università La Sapienza di Roma, accolto con un’ovazione e un fragoroso applauso che ha risuonato fin dall’ingresso nella Cappella universitaria Divina Sapienza. Qui il pontefice, parlando a braccio, ha subito chiarito l’intento del suo incontro: conoscere la comunità, condividere un momento di fede e riflettere sul ruolo del sapere in un’epoca di crisi profonda. «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta», ha sottolineato Leone XIV.
Poi nel discorso pronunciato nell’aula magna c’è stato un durissimo monito contro il riarmo, con un riferimento particolarmente sferzante alla situazione del Vecchio continente. Leone XIV ha denunciato con forza l’illusione che la sicurezza derivi dall’accumulo di armi, dicendo che «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme». E così ha aggiunto: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».
Il pontefice ha dipinto l’immagine di un «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», parlando di un vero e proprio «inquinamento della ragione», che distrugge le relazioni umane, dal piano geopolitico a quello quotidiano.
Lo sguardo del Papa si è soffermato sulle ferite sanguinanti della terra: Robert Francis Prevost ha citato i drammi che si consumano in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano e in Iran. Proprio in riferimento a questi scenari, ha messo in guardia contro la «disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie», denunciando il rischio che l’Intelligenza artificiale possa deresponsabilizzare le scelte umane, portando i conflitti in una «spirale di annientamento». Contro questa logica, ha invocato un investimento intellettuale e un’attività di ricerca che vadano nella direzione opposta: «Siano un radicale “sì” alla vita!».
Rivolgendosi direttamente ai giovani, spesso schiacciati dal «ricatto delle aspettative» e da un sistema che riduce l’individuo a dato numerico, il Papa ha ricordato che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». Con queste parole, Leone XIV ha voluto restituire dignità all’inquietudine giovanile, sottraendola alla logica della competitività esasperata che genera ansia e malessere spirituale. «Specialmente chi crede», ha detto il Papa, «sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare». La cultura e l’università, in questa visione, non devono servire solo a raggiungere scopi lavorativi o a ottenere certificazioni tecniche, ma hanno il compito più alto di aiutare a «discernere chi si è», mettendo ordine tra gli strumenti e i fini della vita.
In questo contesto educativo, il ruolo dei docenti viene elevato a missione di cura profonda. Il Papa ha ricordato alla platea accademica che «insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata».
Nella visita di ieri Leone XIV non ha fatto alcun accenno esplicito al rifiuto subìto da Benedetto XVI nel 2008, quando una lettera di 67 professori si oppose alla sua presenza «in nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia».
Una visione di un sapere che non domina, ma serve l’uomo, è stata invece difesa dal pontefice americano anche in un messaggio inviato ieri all’Università Cattolica Boliviana «San Pablo». Prevost ha ricordato che la conoscenza deve essere orientata dal principio veritas in caritate. Il Papa ha esortato le comunità accademiche a restare sentinelle contro la frammentazione del sapere e la sua strumentalizzazione. Perché, come avrebbe dovuto dire Joseph Ratzinger nel discorso che nel 2008 gli fu impedito di pronunciare, «il pericolo del mondo occidentale è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità».
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Nel 2008, a papa Benedetto XVI, che riteneva fede e ragione compatibili, fu negata dignità accademica.Il pontefice a professori e studenti dell’ateneo romano: «Chi cerca la verità, troverà Dio». In aula magna, il monito sulla corsa agli arsenali che «aumenta tensioni e insicurezza» e l’esortazione a non ridurre l’umanità agli algoritmi. «Dite “sì” alla vita innocente e giovane».Lo speciale contiene due articoliC’è un Papa alla Sapienza. È un segnale: i templari del laicismo hanno perso qualche metro di egemonia. Ma ciò non basta a sanare la ferita che aprì la censura di Joseph Ratzinger nel 2008. Leone è andato alla Città universitaria per una visita pastorale e un discorso in aula magna; Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis. Sembra una formalità; ma quel discrimine tiene in piedi il muro ideologico dei padroni dell’accademia.Il saluto di un pontefice, i partigiani della scienza infusa possono tollerarlo. E poi, Robert Francis Prevost è diventato la bestia nera di Donald Trump. Chi detesta il presidente Usa penserà che il nemico del nemico è un amico. Invece, che un successore di Pietro salisse in cattedra, non lo potevano proprio sopportare quei 67 professori che firmarono l’appello per opporsi all’invito a Ratzinger di Renato Guarini, allora rettore dell’ateneo romano, affinché il Papa inaugurasse l’anno accademico.Il fisico Marcello Cini, morto nel 2012, lo scrisse nella sua lettera aperta al numero uno dell’università, il 14 novembre 2007: dell’insegnamento della teologia, tuonò, «non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli Stati non confessionali. […] I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero […] rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione e tanto meno di una lectio magistralis». Cini attribuì a Benedetto, sulla base di una interpretazione distorta della prolusione a Ratisbona del 2006, la volontà di compromettere l’autonomia delle scienze, nonché il sostegno alla dottrina, ritenuta priva di fondamento, del «disegno intelligente». La mostrificazione del Papa proseguì con Giorgio Parisi: il futuro Nobel rinfacciò al teologo un discorso, tenuto, sempre alla Sapienza, il 15 febbraio 1990, in veste di cardinale. Ratzinger aveva citato - secondo lo scienziato, a sproposito - un passaggio in cui l’epistemologo Paul Feyerabend giustificava la posizione della Chiesa nei confronti di Galileo Galilei. I contestatori avevano scordato che lo stesso Feyerabend, qualche mese dopo l’intervento del porporato, ammise: «La mia tesi è stata presentata correttamente. La Chiesa aveva ragione nell’affermare che gli scienziati non rappresentano l’autorità finale in materia scientifica. […] Si è capito che gli scienziati sono competenti solo in campi ristretti, che spesso essi esulano dalle proprie competenze e, quando lo fanno, i loro giudizi entrano in contrasto». Il Covid ce ne ha fornito sufficiente dimostrazione. Ma al di là del merito, è evidente quale fosse il problema con Benedetto: al torvo oscurantista, il «pastore tedesco» sbeffeggiato in una celebre copertina del Manifesto, non doveva essere offerto il proscenio universitario. Lo ha appena ribadito, all’Unione cristiani cattolici razionali, il professor Carlo Cosmelli, pure lui un fisico, pure lui sottoscrittore del famigerato appello dei 67 docenti: «La nostra obiezione», ha precisato, «non era tanto sulla visita di un pontefice alla Sapienza»; semmai, che egli dovesse «tenere la prolusione di apertura dell’anno accademico». Fu questo il senso della ribellione, che indusse la Santa Sede, il 15 gennaio 2008, a declinare l’invito del rettore, considerata anche la minaccia di disordini. A differenza di quanto sostenne Cini, non si trattava di difendere la libera scienza dall’irruzione di un inquisitore; al contrario, bisognava blindare l’imperialismo scientista, assicurandosi che la prospettiva della fede fosse silenziata.Le differenze tra il discorso di Leone XIV e la lezione mai pronunciata da Benedetto XVI spiegano ancor meglio l’acrimonia che si scatenò 18 anni fa. Prevost era in visita pastorale. E, da pastore (non tedesco), ha parlato di pace, di ecologia, della necessità di preservare l’umanesimo dinanzi agli abusi della tecnologia; Ratzinger avrebbe discusso del ruolo pubblico della religione (era il periodo del dialogo con Jürgen Habermas); del suo rapporto con i criteri di verità, indebitamente monopolizzati dalla scienza sperimentale; dell’opportunità di «valorizzare» la «sapienza delle grandi tradizioni religiose»; della ragionevolezza del cristianesimo, la capacità della «comunità credente» di custodire «un tesoro di conoscenza e di esperienze etiche, che risulta importante per l’intera umanità».I tempi cambiano e, con loro, le priorità: Leone, insieme allo spettro di una catastrofica guerra tra grandi potenze, sente incombere la dittatura dell’algoritmo; Benedetto si batteva contro la dittatura del relativismo. La potenza del messaggio di Ratzinger consisteva nel suo essere autentico «segno di contraddizione», il vero «scandalo» recato dal Vangelo. Dopodiché, anche Leone è riuscito a segnare un punto. A studenti e professori della Sapienza, ieri, ha ricordato: «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità alla fine cerca Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Più che del «disegno», l’intelligenza è di chi lo guarda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leone-xiv-visita-la-sapienza-2676897883.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prevost-stana-lue-il-riarmo-non-e-difesa" data-post-id="2676897883" data-published-at="1778836025" data-use-pagination="False"> Prevost stana l’Ue: «Il riarmo non è difesa» Ieri papa Leone XIV ha varcato la soglia dell’Università La Sapienza di Roma, accolto con un’ovazione e un fragoroso applauso che ha risuonato fin dall’ingresso nella Cappella universitaria Divina Sapienza. Qui il pontefice, parlando a braccio, ha subito chiarito l’intento del suo incontro: conoscere la comunità, condividere un momento di fede e riflettere sul ruolo del sapere in un’epoca di crisi profonda. «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta», ha sottolineato Leone XIV.Poi nel discorso pronunciato nell’aula magna c’è stato un durissimo monito contro il riarmo, con un riferimento particolarmente sferzante alla situazione del Vecchio continente. Leone XIV ha denunciato con forza l’illusione che la sicurezza derivi dall’accumulo di armi, dicendo che «nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme». E così ha aggiunto: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune».Il pontefice ha dipinto l’immagine di un «mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra», parlando di un vero e proprio «inquinamento della ragione», che distrugge le relazioni umane, dal piano geopolitico a quello quotidiano.Lo sguardo del Papa si è soffermato sulle ferite sanguinanti della terra: Robert Francis Prevost ha citato i drammi che si consumano in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano e in Iran. Proprio in riferimento a questi scenari, ha messo in guardia contro la «disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie», denunciando il rischio che l’Intelligenza artificiale possa deresponsabilizzare le scelte umane, portando i conflitti in una «spirale di annientamento». Contro questa logica, ha invocato un investimento intellettuale e un’attività di ricerca che vadano nella direzione opposta: «Siano un radicale “sì” alla vita!».Rivolgendosi direttamente ai giovani, spesso schiacciati dal «ricatto delle aspettative» e da un sistema che riduce l’individuo a dato numerico, il Papa ha ricordato che «noi siamo un desiderio, non un algoritmo!». Con queste parole, Leone XIV ha voluto restituire dignità all’inquietudine giovanile, sottraendola alla logica della competitività esasperata che genera ansia e malessere spirituale. «Specialmente chi crede», ha detto il Papa, «sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare». La cultura e l’università, in questa visione, non devono servire solo a raggiungere scopi lavorativi o a ottenere certificazioni tecniche, ma hanno il compito più alto di aiutare a «discernere chi si è», mettendo ordine tra gli strumenti e i fini della vita.In questo contesto educativo, il ruolo dei docenti viene elevato a missione di cura profonda. Il Papa ha ricordato alla platea accademica che «insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata».Nella visita di ieri Leone XIV non ha fatto alcun accenno esplicito al rifiuto subìto da Benedetto XVI nel 2008, quando una lettera di 67 professori si oppose alla sua presenza «in nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia».Una visione di un sapere che non domina, ma serve l’uomo, è stata invece difesa dal pontefice americano anche in un messaggio inviato ieri all’Università Cattolica Boliviana «San Pablo». Prevost ha ricordato che la conoscenza deve essere orientata dal principio veritas in caritate. Il Papa ha esortato le comunità accademiche a restare sentinelle contro la frammentazione del sapere e la sua strumentalizzazione. Perché, come avrebbe dovuto dire Joseph Ratzinger nel discorso che nel 2008 gli fu impedito di pronunciare, «il pericolo del mondo occidentale è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità».
La polizia svedese durante le operazioni di gestione di un flusso di migranti (Ansa)
Entrate in vigore dal 6 giugno, festa nazionale nel Paese scandinavo, fanno piazza pulita dell’illusione che sia una mera formalità entrarne a far parte in pieno titolo. «Le nuove norme vengono introdotte senza disposizioni transitorie», ha fatto sapere l’Ufficio svedese per l’immigrazione, avvertendo che le richieste non completate entro quella data seguiranno le nuove regole.
A stretto giro, lunedì è stata approvata anche una legge, voluta dal ministro dell’Immigrazione Johan Forssell, che consentirà alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati non soltanto in caso di reati, ma anche sulla base di comportamenti ritenuti incompatibili con la permanenza nel Paese. La volontà è chiara, ridurre gli ingressi, verificare la volontà di integrazione e semplificare le misure per togliere la cittadinanza ai non meritevoli.
Partiamo dai nuovi requisiti deliberati al Riksdag, sede del Parlamento a Stoccolma. Viene innalzata da cinque a otto anni la durata minima di residenza in Svezia, per poter chiedere la cittadinanza, e l’autosufficienza economica diventa requisito indispensabile (non per i minori, ovviamente). Questo significa avere un reddito annuo pari ad almeno tre importi base di reddito di circa 20.000 corone svedesi (l’equivalente di 1.839 euro) al mese, al lordo delle imposte; avere un reddito fisso derivante da lavoro o attività imprenditoriale e non aver usufruito di sussidi di sostegno al reddito per un periodo complessivo superiore a sei mesi negli ultimi tre anni. Tutto il contrario di quello che vuole la sinistra italiana per gli immigrati che chiedono la cittadinanza. La legge svedese contempla delle eccezioni, in caso di pensionati, di invalidi, di studenti impegnati in corsi universitari. Fondamentale è dimostrare di conoscere la lingua e la cultura civica svedese e questi nuovi paletti per gli immigrati dai 16 ai 66 anni la dicono lunga sulla volontà del governo di Stoccolma di controllare l’effettiva integrazione.
Si parte ad agosto, il giorno 15, con i test di conoscenza della società svedese (circa 60 domande per iscritto, nella solo lingua ufficiale del Paese) all’interno di un esame approntato dal Consiglio svedese per l’istruzione superiore (Uhr). Il materiale didattico sul quale prepararsi e che sarà oggetto della prova riguarda la storia della Svezia, il suo ordinamento politico, legge e giustizia, diritti umani, tradizioni, festività e molto altro. Per i test di conoscenza della lingua, ancora non è stata fissata una data.
Per quanto riguarda la legge appena approvata in materia di permessi di soggiorno, che consente una più facile espulsione degli immigrati che si comportano male ed entrerà in vigore il prossimo 13 luglio, tra i comportamenti che ora possono comportare il rifiuto o la revoca di un permesso figurano debiti non pagati, lavoro nero, incapacità di provvedere al proprio sostentamento, infrazioni minori ripetute o legami con organizzazioni estremiste.
Il governo svedese sottolinea «che la limitata possibilità, prevista dalle norme attuali, di valutare anche condotte illecite diverse da quelle criminali non appare giustificata e ritiene che non debba essere necessario che uno straniero abbia commesso un reato affinché altre condotte illecite vengano prese in considerazione». Forssell l’aveva annunciato, presentando la riforma di legge: «Chi non si impegna a fare la cosa giusta non dovrebbe poter contare sul fatto di restare nel Paese». Chi trasgredisce va fermato, non giustificato come fa la sinistra che continuerebbe a spalancare le braccia all’immigrazione irregolare, facendo credere che l’accoglienza illimitata sia dimostrazione di progresso e umanità.
E anche l’Ue si muove. Dopo il via libera della commissione Libertà civili del Parlamento europeo all’accordo sul regolamento rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare, oggi alle 12.30 è infatti previsto il voto in plenaria. Malgrado posizioni a volte divergenti tra i rappresentanti del centrodestra, l’Italia oggi voterà compatta, portando a compimento un lungo lavoro svolto dal governo Meloni. Un lavoro «made in Italy», per costruire a Bruxelles una maggioranza sui temi migratori. Tra le nuove regole, dovrebbe essere autorizzato il trattenimento fino a 24 mesi, prorogabile in casi specifici, e la possibilità di utilizzare «hub di rimpatrio» situati in Paesi terzi al di fuori dell’Ue.
A tal proposito, Germania e Italia starebbero spingendo affinché il prossimo bilancio pluriennale dell’Ue 2028-2034 includa la possibilità di finanziare le strutture in Paesi terzi destinati ai richiedenti asilo respinti, che non possono essere rimpatriati nei Paesi d’origine.
Intanto, ieri la Camera con 147 sì, 93 no e 3 astenuti ha dato il via libera alla legge sui rimpatri volontari assistiti. La norma ha corretto l’emendamento inizialmente proposto al dl Sicurezza. Nel nuovo testo, il contributo di 615 euro viene destinato all’avvocato a «conclusione del procedimento», non vincolandolo alla partenza dello straniero.
Farà discutere, nel frattempo, la presa di posizione di papa Leone XIV. Uscendo da Castel Gandolfo e rispondendo ad una domanda sulla remigrazione, ha detto: «Semplicemente dire questo lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana».
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Nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura antiterrorismo di Roma e condotta dalla Digos sugli ambienti anarco-insurrezionalisti c’è una frase pronunciata con quella cadenza sporca da conversazione informale tra militanti romani. Per il gip Rosalba Liso, che ieri ha privato della libertà sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari), gli squat che si riunivano in un casolare di Vicovaro, alle porte della Capitale, pianificavano azioni contro infrastrutture e obiettivi strategici.
«Un’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» che cercava di rilanciare la mobilitazione in favore di Alfredo Cospito (è lui l’unico anarchico in 41 bis) con una strategia di «escalation» e pratiche di sabotaggio. Come quelle messe in pratica sulla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Firenze il 14 febbraio scorso da Nico Aurigemma e Micol Marino che, secondo l’accusa, erano anche i coordinatori della presunta cellula. Con loro sono finiti nei guai Francesco Benedetti, Stefano Marri, Arnau Vallet i Casadevall, Giulia Vidotto e Luna Fratini. Avrebbero operato, secondo gli inquirenti, attraverso una struttura definita come un «gruppo di affinità», sviluppando progetti comuni e tentando di reclutare nuove leve nell’area della protesta pro Pal.
Perché dalle intercettazioni emerge la convinzione che bastino pochi uomini, organizzati in nuclei mobili e autonomi, per costringere lo Stato a «fare i conti» con una pressione continua fatta di sabotaggi, propaganda e azioni dimostrative. «Effettivamente se rifletto su cosa», afferma la Marino durante una chiacchierata intercettata, «penso (si, ndr) possa applicare una pressione tale da essere esercitata in pochi contro (lo Stato, ndr) [...] se non per dire ricatto [...] verso i decisori politici diciamo, con i loro apparati». Pochi probabilmente. Ma a dire di Aurigemma «sparsi per tutta Italia» e «disposti» a «mettere in campo un certo tipo di intervento». Un passaggio che, secondo gli inquirenti, sembrerebbe dimostrare che gli indagati avrebbero superato lo spontaneismo antagonista per cercare di tirare su una rete che ragionava in termini operativi. E tutto ruoterebbe attorno a quel casolare isolato di Vicovaro, trasformato, secondo gli investigatori, in una sorta di base logistica dove si discuteva di azioni dirette, sabotaggi, propaganda e reclutamento.
Durante le perquisizioni, disposte a carico di 18 indagati, sono stati sequestrati manuali e altri documenti ritenuti sensibili ma è anche stato sgomberato il Bencivenga Occupato, centro sociale sulle sponde dell’Aniene. Ed è arrivato il plauso della premier Giorgia Meloni: «L’operazione infligge un duro colpo a chi pensa di poter minacciare la sicurezza della nazione, colpire infrastrutture strategiche e mettere in discussione i principi della convivenza democratica».
In una delle intercettazioni due indagati discutono perfino di un sopralluogo che potrebbe riguardare la catena di fast food McDonald’s (ma nel mirino c’erano anche società attive nel settore della difesa e i Cpr). Aurigemma avrebbe deciso di condividere «il know how per la realizzazione di ordigni esplosivi», proponendo «di portare con sé tutta la componentistica necessaria per «provare, provare e provare!»». Benedetti, dal canto suo, avrebbe messo a disposizione «la propria abitazione a Terni» e si sarebbe proposto «per reperire la componentistica necessaria per la costruzione di ordigni». Ma gli indagati non parlano solo dell’obiettivo. Ragionano soprattutto sul metodo: «Pensiamo che sia meglio partire piano […] renderla pubblica in una sorta di escalation!». La finalità? Secondo gli inquirenti «l’escalation di violenza» doveva essere «capace di condizionare gli organi deputati a decidere sul rinnovo del 41 bis per Cospito».
E allora si colpisce l’alta velocità. Poi arriva la rivendicazione: «Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia». Una frase costruita per circolare. Perché, secondo gli investigatori, le Olimpiadi Milano-Cortina venivano considerate dagli indagati un simbolo del capitalismo. Ma leggendo le carte emerge soprattutto un altro elemento: l’ossessione per la «riproducibilità» delle azioni. E, per questo, il gruppetto avrebbe anche cercato di diffondere competenze e creare emulazione. Nei comunicati compare infatti questa frase: «Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo della strumentazione, dell’oppressione e della devastazione, un po’ di studio, precauzione, qualche complice, qualche litro di combustibile e… tutto è possibile! Buona fortuna!». Con un richiamo preciso: «Il potere si prepara alla guerra e anche noi anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso». La propaganda viaggiava di pari passo con l’azione.
E, così, i due anarchici saltati in aria nel casolare del Parco degli Acquedotti, sono diventati dei martiri: «Morti in azione», dicono gli indagati. «Sono morti combattendo contro sto mondo di merda». Fino alla frase (questa volta messa per iscritto) che, più di tutte, sintetizza l’impostazione ideologica contestata dalla Procura: «Non ci interessa sapere cosa sia successo in quel casolare dove hanno trovato la morte. Sappiamo per certo che non loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serve anche la violenza rivoluzionaria».
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