
L’armiamoci e partite di Ursula von der Leyen miete la prima vittima: è il governo di Evika Silina, primo ministro della Lettonia, l’arcinemica tra gli europei di Vladimir Putin. È colei che voleva darci lezioni di democrazia sulla Biennale di Venezia, che doveva essere vietatissima ai russi, e che ha chiesto all’Ue di ritirare il contributo all’Italia per questo evento culturale. Ironia della sorte, a bombardarla sono stati i droni ucraini, quelli che Volodymyr Zelensky fa volare anche grazie ai soldi dei contribuenti europei che, però, i suoi fidi collaboratori - Andriy Yermak lo hanno messo ieri al gabbio - dirottano sui loro conti e in lucrosi affari immobiliari.
A Bruxelles la caduta dell’esecutivo di Riga ha fatto molto rumore: bocche cucite, ma le conseguenze sono pesanti. Si dimostra che sulla Difesa comune, il riarmo, gli 800 miliardi da spendere in carri armati si fanno solo chiacchiere e distintivo. Per ora sono serviti solo a Friederich Merz, il meno amato dal suo popolo tra i governanti europei, a elargire aiuti di Stato alle aziende automobilistiche tedesche trasformate in macchine da (presunta) guerra. Ma di certo non sono serviti a costruire una difesa. È bastato uno stormo di droni a far perdere credibilità all’Europa. Ma c’è dell’altro; uno dei pilastri del rigore dell’Ue è Valdis Dombrovskis, già primo ministro lettone, commissario all’Economia che è il megafono della Von der Leyen per dire che non si tocca il patto di stabilità, che ci vogliono più tasse per avere più Europa. Ma se l’Europa è percepita dai cittadini lettoni come una farsa, c’è poco da stare allegri a palazzo Berlaymont.
Un Paese di 1,8 milioni di abitanti con un Pil (41 miliardi di euro) che è lo 0,2% di quello dell’Ue mina la credibilità dello storytelling del paradiso Europa: 450 milioni di consumatori, la terra di ogni diritto. Retorica bombardata involontariamente da Volodymir Zelensky. Sabato scorso alcuni droni ucraini hanno violato lo spazio aereo della Lettonia. Il Paese è incastrato tra Russia e Bielorussia e, come tutte le repubbliche baltiche (più la Finlandia), vive nel timor panico di un attacco russo soprattutto dal cielo. Bucato il sistema di sorveglianza, il ministro della Difesa, Andris Spruds si è dimesso. A Riga raccontano che è stato un atto di responsabilità, la verità è che la Silina ha sparato a zero su di lui anche perché pressata dai governi vicini. Il sistema di difesa aereo della Lettonia è, infatti, integrato con quello di Lituania, Estonia e Finlandia. Però il premier non si è ricordato che il suo è un governo di coalizione e che il ministro della Difesa è il principale esponente del partito dei Progressisti, che ha subito ritirato la fiducia all’esecutivo.
Così la pasionaria anti-Putin si è trovata senza maggioranza. Su X ha annunciato: «Ho preso la decisione difficile, ma onesta, di dimettermi dalla carica di primo ministro; le mie priorità sono sempre state la sicurezza per il popolo della Lettonia e i suoi interessi, ma l’invidia politica e gli interessi di parte hanno avuto la precedenza sulla responsabilità». Insomma, è una lite di condominio che rischia di mettere in ginocchio l’intera Ue e di certo crea enormi imbarazzi a Ursula von der Leyen. Edgars Rinkevičs, il presidente lettone, ha avviato le consultazioni per formare un governo ponte che porti il Paese alle elezioni già fissate per ottobre. Resta, però, il clima di profondissima sfiducia tra i cittadini per la permeabilità delle difese aeree che, a questa latitudine, è percepita come questione di vita o di morte. Anche perché la propaganda antirussa ha spinto tantissimo sulla minaccia che arriva dal Cremlino e sulla indispensabilità di sostenere l’Ucraina, cosa di cui i lettoni non sono così convinti. Perciò il ministro degli Esteri di Zelensky si è affrettato a dire che l’Ucraina è pronta a fornire altri e più sofisticati sistemi di protezione. Andrii Sybiha ha affermato che gli incidenti in Lettonia sono stati «il risultato della guerra elettronica russa che ha deliberatamente deviato i droni ucraini dai loro obiettivi in Russia». Ma evidentemente ai lettoni non è bastato anche se la retorica antirussa va tanto di moda.
Basti dire che la Lettonia, fin dal 21 aprile, ha chiesto al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue di cassare l’invito alla Russia per la Biennale di Venezia. Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Affari esteri, aveva esortato: «Ci vuole una posizione comune per vietare alla Russia di partecipare alla Biennale di Venezia. Non vogliono porre fine alla guerra e non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Loro cercano con l’arte d’influenzare il nostro pensiero qui in Europa». Appena due giorni fa Agnese Lace, ministro della Cultura lettone che ha molto insistito perché l’Ue non desse alla Biennale i due milioni di euro di contributo, è tornata alla carica raccogliendo l’adesione di 18 Paesi europei per una mozione tesa ad allargare le sanzioni alla Russia anche in ambito culturale.
I lettoni, dalla cultura alla finanza, hanno sempre il ditino alzato verso gli altri europei anche perché a Ursula von der Leyen fa comodo. Peccato, però, che giorni fa il ministro dell’Agricoltura, Armands Krauze, e il direttore della Cancelleria di Stato, Raivis Kronbergs, siano stati arrestati nell’ambito di una maxi-inchiesta anticorruzione. Pare ci siano di mezzo contributi europei e sovvenzioni al settore del legno che è uno dei motori economici della Lettonia. Chissà che anche in questo la vicinanza con l’Ucraina non si stata d’esempio.






