
Sette ore dopo l’inizio dello storico incontro bilaterale tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese, con il primo che dichiarava che «Cina e Usa sono partner, non rivali» e l’altro che confermava l’alto patronato della cortesia replicando che la relazione bilaterale tra Pechino e Washington «è la più importante al mondo», la voce dell’Europa si è fatta sentire.
Ma è il solito disco rotto: quello di Mario Draghi, che ieri mattina alle 11 si è presentato insieme con la moglie Serenella nella Sala incoronazione del Municipio storico di Aquisgrana, in Germania, per ricevere il premio Carlo Magno, assegnato all’ex presidente della Banca centrale europea «per la sua grande opera svolta a favore dell’unità, della stabilità e della competitività economica dell’Europa». Con un appello: la situazione in Europa è «drammatica», hanno scritto i giurati, «chiediamo alla Commissione Ue e ai capi di Stato e di governo europei di attuare adesso il Rapporto Draghi sulla competitività», vergato dall’ex premier italiano soltanto dopo aver lasciato tutti gli incarichi pubblici.
Dev’essere davvero drammatica, la situazione in Europa, per affidare i destini del Vecchio continente proprio a Super Mario, il deus ex machina delle inutili sanzioni alla Russia e il regista del distacco europeo dal vantaggioso gas di Mosca, consentendogli per l’ennesima volta di «dare la sveglia all’Europa» - così riferiscono le zelanti testate europee - mentre Bruxelles continua a non toccare palla. Nel bel mezzo della crisi geopolitica ed energetica, quattro anni dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, quasi tre anni dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, l’Ue, pur sfiancata dal tragico impatto di quel Green Deal cui Draghi, mentre era presidente del consiglio italiano, aveva dato pieno sostegno formale, appare in tutt’altre faccende affaccendata. Bruxelles in questi giorni è infatti impegnata in surreali trattative con l’Afghanistan: alla vigilia del vertice Usa-Cina, la Commissione europea di Ursula von der Leyen pensa ai Talebani e ha mandato una lettera d’invito alle autorità «de facto» dell’Afghanistan, confermando che sono in corso i preparativi per la visita di Abdul Qahar Balkhi, portavoce degli Affari esteri dei Talebani, che dovrebbe guidare una delegazione a Bruxelles a giugno per colloqui sulla migrazione. I colloqui sono stati coordinati a livello Ue su input ufficiale del ministero belga per l’immigrazione e del governo svedese, ma dietro naturalmente c’è il governo tedesco: la Germania è il Paese europeo che ospita il maggior numero di afghani, quasi mezzo milione, con una delle più grandi comunità stabili presenti nel continente; per la nostra Europa a trazione tedesca i rifugiati afghani evidentemente sono più importanti delle bollette di luce e gas dei cittadini europei.
Draghi da parte sua ha provato a fare la voce grossa e ha sferzato l’Europa («Ora siamo soli, insieme») anziché «agisca» (contro Trump) e sia più «assertiva»: sembrava quasi di sentire la stessa litania pronunciata dall’ex premier piddino Massimo D’Alema, che mercoledì sera a Realpolitik ha definito Trump «un flagello», auspicando che la «forza tranquilla» della Cina riesca a contenerlo. «Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile», ha detto Draghi parlando degli Stati Uniti, «dipendiamo dall’America per il 60 per cento delle nostre importazioni di Gnl». Eppure, dopo aver coordinato vane sanzioni contro Mosca e l’abbandono dei rifornimenti di gas russo, era stato proprio lui, il 25 febbraio 2022 in Senato, a dichiarare di voler «incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti», ringraziando calorosamente l’ex presidente americano, Joe Biden, democratico, per la sua «disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti». I giornali definirono l’aumento delle forniture americane, allora fino a cinque volte più care di quelle russe, «solidarietà energetica», oggi la chiamano «dipendenza», nonostante il governo di Giorgia Meloni abbia diversificato le nostre forniture avviando accordi energetici con Algeria, Libia, Azerbaigian, Qatar ed Emirati arabi uniti.
Ennesimo appello di Draghi anche in favore del superamento dei veti incrociati e del voto all’unanimità (in buona compagnia con Romano Prodi che li caldeggia da anni): «I Paesi che avvertono con maggiore acutezza il peso di questo momento», ha dichiarato l’ex presidente della Bce, «devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho definito “federalismo pragmatico”. I Paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati visibili e misurabili dai cittadini». Peccato che, a parte una platea molto calorosa - in prima fila il cancelliere Friedrich Merz - a Bruxelles in questo momento si parli afghano.






