Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Mario Draghi e Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Europa attende a giugno il portavoce degli estremisti islamici per parlare di migrazione degli afghani. Tema caro a Berlino, che vorrebbe rimpatriarli. Nel frattempo Mario Draghi propina all’Ue la solita predica: «Qualcosa non ha funzionato, ora siamo soli».
Sette ore dopo l’inizio dello storico incontro bilaterale tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese, con il primo che dichiarava che «Cina e Usa sono partner, non rivali» e l’altro che confermava l’alto patronato della cortesia replicando che la relazione bilaterale tra Pechino e Washington «è la più importante al mondo», la voce dell’Europa si è fatta sentire.
Ma è il solito disco rotto: quello di Mario Draghi, che ieri mattina alle 11 si è presentato insieme con la moglie Serenella nella Sala incoronazione del Municipio storico di Aquisgrana, in Germania, per ricevere il premio Carlo Magno, assegnato all’ex presidente della Banca centrale europea «per la sua grande opera svolta a favore dell’unità, della stabilità e della competitività economica dell’Europa». Con un appello: la situazione in Europa è «drammatica», hanno scritto i giurati, «chiediamo alla Commissione Ue e ai capi di Stato e di governo europei di attuare adesso il Rapporto Draghi sulla competitività», vergato dall’ex premier italiano soltanto dopo aver lasciato tutti gli incarichi pubblici.
Dev’essere davvero drammatica, la situazione in Europa, per affidare i destini del Vecchio continente proprio a Super Mario, il deus ex machina delle inutili sanzioni alla Russia e il regista del distacco europeo dal vantaggioso gas di Mosca, consentendogli per l’ennesima volta di «dare la sveglia all’Europa» - così riferiscono le zelanti testate europee - mentre Bruxelles continua a non toccare palla. Nel bel mezzo della crisi geopolitica ed energetica, quattro anni dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, quasi tre anni dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, l’Ue, pur sfiancata dal tragico impatto di quel Green Deal cui Draghi, mentre era presidente del consiglio italiano, aveva dato pieno sostegno formale, appare in tutt’altre faccende affaccendata. Bruxelles in questi giorni è infatti impegnata in surreali trattative con l’Afghanistan: alla vigilia del vertice Usa-Cina, la Commissione europea di Ursula von der Leyen pensa ai Talebani e ha mandato una lettera d’invito alle autorità «de facto» dell’Afghanistan, confermando che sono in corso i preparativi per la visita di Abdul Qahar Balkhi, portavoce degli Affari esteri dei Talebani, che dovrebbe guidare una delegazione a Bruxelles a giugno per colloqui sulla migrazione. I colloqui sono stati coordinati a livello Ue su input ufficiale del ministero belga per l’immigrazione e del governo svedese, ma dietro naturalmente c’è il governo tedesco: la Germania è il Paese europeo che ospita il maggior numero di afghani, quasi mezzo milione, con una delle più grandi comunità stabili presenti nel continente; per la nostra Europa a trazione tedesca i rifugiati afghani evidentemente sono più importanti delle bollette di luce e gas dei cittadini europei.
Draghi da parte sua ha provato a fare la voce grossa e ha sferzato l’Europa («Ora siamo soli, insieme») anziché «agisca» (contro Trump) e sia più «assertiva»: sembrava quasi di sentire la stessa litania pronunciata dall’ex premier piddino Massimo D’Alema, che mercoledì sera a Realpolitik ha definito Trump «un flagello», auspicando che la «forza tranquilla» della Cina riesca a contenerlo. «Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile», ha detto Draghi parlando degli Stati Uniti, «dipendiamo dall’America per il 60 per cento delle nostre importazioni di Gnl». Eppure, dopo aver coordinato vane sanzioni contro Mosca e l’abbandono dei rifornimenti di gas russo, era stato proprio lui, il 25 febbraio 2022 in Senato, a dichiarare di voler «incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti», ringraziando calorosamente l’ex presidente americano, Joe Biden, democratico, per la sua «disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti». I giornali definirono l’aumento delle forniture americane, allora fino a cinque volte più care di quelle russe, «solidarietà energetica», oggi la chiamano «dipendenza», nonostante il governo di Giorgia Meloni abbia diversificato le nostre forniture avviando accordi energetici con Algeria, Libia, Azerbaigian, Qatar ed Emirati arabi uniti.
Ennesimo appello di Draghi anche in favore del superamento dei veti incrociati e del voto all’unanimità (in buona compagnia con Romano Prodi che li caldeggia da anni): «I Paesi che avvertono con maggiore acutezza il peso di questo momento», ha dichiarato l’ex presidente della Bce, «devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho definito “federalismo pragmatico”. I Paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati visibili e misurabili dai cittadini». Peccato che, a parte una platea molto calorosa - in prima fila il cancelliere Friedrich Merz - a Bruxelles in questo momento si parli afghano.
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Ansa
Donald Trump annuncia: «Pechino comprerà 200 aerei Boeing». E i listini brindano alla schiarita, mentre il petrolio smette di volare. Accordo in vista sulle terre rare.
Ieri Piazza Affari ha guardato lo scorrere dei prezzi con la stessa emozione con cui si osserva un jukebox che torna improvvisamente a funzionare. Il Ftse Mib ha superato quota 50.000 punti, chiudendo a 50.050. Un numero che sa di archeologia finanziaria, perché riporta Milano vicinissima al record assoluto del marzo 2000, ai tempi della new economy, quando si pensava che Internet avrebbe abolito le recessioni e che ogni ragazzo con un modem fosse destinato a diventare milionario.
Ventisei anni dopo, il mondo è ancora più complicato, ma i mercati si aggrappano alla speranza. Se Washington e Pechino smettono almeno temporaneamente di ringhiarsi addosso, allora il mondo può continuare a fare affari. E infatti i listini hanno brindato: Francoforte +1,32%, Parigi +0,93%, Londra +0,46%, Wall Street positiva e soprattutto Milano regina d’Europa con un rialzo dell’11% da inizio anno. Lo Stretto di Hormuz resta centrale. Perché se davvero si aprisse una prospettiva di distensione il rischio di uno shock energetico globale si ridurrebbe drasticamente.
Il petrolio lo ha capito subito. Non è crollato - quello sarebbe stato troppo bello - ma almeno ha smesso di arrampicarsi come uno scalatore provetto. Il Wti è sceso timidamente a 100,80 dollari al barile, mentre il Brent è arretrato a 104,83. Una retromarcia prudente. Il mercato non vorrebbe aver sbagliato strada.
Il vertice di Pechino non è stato soltanto un incontro tra due leader politici. È stato il conclave dei miliardari americani. Trump ha organizzato organizzato una festa della Silicon Valley invitando anche la grande finanza di New York.
C’erano Elon Musk per Tesla, Jensen Huang per Nvidia, Tim Cook per Apple. Poi ancora l’amministratore delegato di Boeing, Kelly Ortberg, Larry Fink capo di di Blackrock, l’amministratore delegato di Blackstone, Stephen Schwarzman, l’amministratore delegato di Citi, Jane Fraser, l’amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, e altri ancora.
Insieme rappresentano qualcosa come 1.070 miliardi di dollari di patrimonio. Praticamente metà del Pil italiano. Manca solo che decidano di comprarsi direttamente uno Stato europeo medio-piccolo e trasferirci il quartier generale. Tutti convocati per rendere omaggio alla Cina e soprattutto per fare affari. E infatti il cuore economico dell’accordo riguarda due questioni enormi: dazi e terre rare.
Sul primo punto si ragiona su una riduzione almeno parziale delle tariffe reciproche che negli ultimi anni hanno trasformato il commercio mondiale in una guerra fredda doganale. Sul secondo si entra invece nel territorio strategico vero: le terre rare, quei minerali indispensabili per chip, batterie, auto elettriche, sistemi militari e intelligenza artificiale. In pratica: chi controlla le terre rare controlla il futuro industriale del pianeta.
Ma il simbolo perfetto di questa tregua commerciale è arrivato da Boeing. Trump ha annunciato che Xi avrebbe accettato di acquistare 200 grandi aerei a Seattle. Una commessa gigantesca, da decine di miliardi di dollari, capace di garantire lavoro e ossigeno al colosso aeronautico americano.
«Boeing ne voleva 150, ne ha ottenuti 200», ha esultato Trump durante un’intervista a Fox News. Eppure Wall Street, che è un luogo magnificamente privo di gratitudine, ha reagito con una specie di broncio finanziario. Il titolo Boeing è sceso. Perché? Perché gli investitori si aspettavano addirittura un ordine da 600 aerei.
Una volta i summit internazionali si chiudevano con fotografie ufficiali e comunicati pieni di parole prudenti. Oggi si misurano in aerei venduti, chip prodotti, data center costruiti e miliardi movimentati. E soprattutto in capitalizzazione di Borsa. Perché nel nuovo ordine mondiale il termometro della geopolitica resta sempre quello: quanti soldi pensano di guadagnare i mercati domani mattina.
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Nicole Minetti (Ansa)
Pietra tombale sull’inchiesta del «Fatto» che ha messo in discussione la clemenza verso l’ex consigliera. La procuratrice Nanni: «Infondati» i racconti della massaggiatrice sui party con le escort in Uruguay.
La sindrome uruguagia non fa danni, nessuna tempesta in arrivo dal golfo del Maldonado e la grazia a Nicole Minetti rimane in cassaforte. «Non serve sentire la testimone, non c’è nessun riscontro alle sue parole». La Procura generale di Milano fa trapelare una posizione chiara: non intende formulare una rogatoria internazionale per interrogare l’ex collaboratrice del ranch «Gin tonic» di Giuseppe Cipriani a Punta de l’Este.
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Donald Trump incontra Xi Jinping a Pechino in un clima apparentemente sereno. I due convergono sull’Iran, ma restano distanti su Taiwan. «Gestire male Taipei porta al conflitto», avverte la Cina. Che a breve riceverà Vladimir Putin.
È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non è detto. Ieri, Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, dove hanno avuto dei colloqui per poi partecipare a una cena di Stato. Il tono generale ha segnato un rasserenamento dei rapporti e, in particolare, si è registrata una (non scontata) convergenza sul dossier iraniano. Al contempo, Taiwan resta però fonte di attrito tra le due potenze rivali.
«Oggi, il presidente Trump e io abbiamo avuto un approfondito scambio di opinioni sulle relazioni tra Cina e Usa e sulle dinamiche internazionali e regionali», ha affermato il presidente cinese durante la cena di Stato, per poi aggiungere: «Entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». «Sia la Cina che gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e ci perderebbero dallo scontro. I nostri due Paesi dovrebbero essere partner, non rivali», ha continuato. «Il popolo cinese e quello americano sono entrambi grandi popoli. Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo», ha anche detto. «Il mondo è un mondo speciale quando noi due siamo uniti e insieme», ha dichiarato, dal canto suo, Trump, invitando Xi a visitare gli Stati Uniti il prossimo 24 settembre.
Prima della cena, i due presidenti avevano avuto un colloquio di oltre due ore. «Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia», ha reso noto un funzionario della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, e ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro». «Entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», ha proseguito il funzionario americano. Al contempo, secondo un comunicato del governo cinese, Xi ha fatto presente a Trump che la questione di Taiwan è quella «più importante» e che, se gestita non adeguatamente, potrebbe innescare un «conflitto». «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono fondamentalmente incompatibili», ha dichiarato il presidente cinese, che ha anche auspicato che i due Paesi possano «superare la trappola di Tucidide» (vale a dire l’inevitabilità di una guerra tra potenze che competono per l’egemonia).
«Le nostre politiche in merito non sono cambiate. Sono rimaste pressoché invariate nel corso di diverse amministrazioni presidenziali e continuano a esserlo tuttora», ha dichiarato, sempre ieri, Marco Rubio, riferendosi al dossier taiwanese. «Credo che la preferenza della Cina sia probabilmente quella di un’adesione volontaria e spontanea di Taiwan. In un mondo ideale, ciò che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione», ha aggiunto. Il segretario di Stato americano, oltre a esprimere soddisfazione per la convergenza tra Washington e Pechino sulla crisi iraniana, ha poi reso noto che Trump ha posto a Xi la questione di Jimmy Lai.
Sempre ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato che gli Stati Uniti si attendono un ingente ordine di aerei Boeing da Pechino, per poi aggiungere che le due parti discuteranno anche di acquisti di beni energetici e agricoli. «Le due superpotenze dell’IA inizieranno a dialogare e stabiliremo un protocollo su come procedere, in modo da garantire che attori non statali non si impossessino di questi modelli», ha detto il capo del Dipartimento del Tesoro Usa. Intervenendo su Fox News, Trump ha affermato che Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa 200 aerei Boeing 737, oltre a maggiori quantitativi di soia, petrolio e gas naturale. Il presidente americano ha aggiunto che Xi «non fornirà equipaggiamento militare» a Teheran.
Insomma, più che a una distensione, quella tra Usa e Cina somiglia a una tregua tattica. Entrambe le potenze hanno i loro problemi. L’amministrazione Trump non riesce a risolvere la crisi iraniana, mentre la Corte suprema statunitense ha cassato alcuni dei dazi che la Casa Bianca aveva imposto. La Repubblica popolare, dal canto suo, non riesce a rilanciare il consumo interno e inizia ad avvertire il peso della crisi di Hormuz. Senza trascurare che, negli ultimi 16 mesi, Pechino ha perso influenza sull’America latina. A causa di queste debolezze, i due rivali avrebbero quindi optato per una tregua, pur non rinunciando alla competizione geopolitica. L’altra possibilità (che non contraddice tuttavia necessariamente il primo scenario) è che Usa, Russia e Cina si stiano preparando a una sorta di Jalta 2.0. Ieri, Trump e Xi hanno parlato anche di crisi ucraina. Era inoltre fine aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca si è sentito al telefono con Vladimir Putin. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il Cremlino ha reso noto che lo zar visiterà la Cina «a brevissimo termine». Insomma, non è escluso che i tre presidenti stiano predisponendo una nuova spartizione dello scacchiere internazionale. Un piano che - chissà - potrebbe aver preso l’avvio l’anno scorso al vertice di Anchorage.
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