
Ieri Piazza Affari ha guardato lo scorrere dei prezzi con la stessa emozione con cui si osserva un jukebox che torna improvvisamente a funzionare. Il Ftse Mib ha superato quota 50.000 punti, chiudendo a 50.050. Un numero che sa di archeologia finanziaria, perché riporta Milano vicinissima al record assoluto del marzo 2000, ai tempi della new economy, quando si pensava che Internet avrebbe abolito le recessioni e che ogni ragazzo con un modem fosse destinato a diventare milionario.
Ventisei anni dopo, il mondo è ancora più complicato, ma i mercati si aggrappano alla speranza. Se Washington e Pechino smettono almeno temporaneamente di ringhiarsi addosso, allora il mondo può continuare a fare affari. E infatti i listini hanno brindato: Francoforte +1,32%, Parigi +0,93%, Londra +0,46%, Wall Street positiva e soprattutto Milano regina d’Europa con un rialzo dell’11% da inizio anno. Lo Stretto di Hormuz resta centrale. Perché se davvero si aprisse una prospettiva di distensione il rischio di uno shock energetico globale si ridurrebbe drasticamente.
Il petrolio lo ha capito subito. Non è crollato - quello sarebbe stato troppo bello - ma almeno ha smesso di arrampicarsi come uno scalatore provetto. Il Wti è sceso timidamente a 100,80 dollari al barile, mentre il Brent è arretrato a 104,83. Una retromarcia prudente. Il mercato non vorrebbe aver sbagliato strada.
Il vertice di Pechino non è stato soltanto un incontro tra due leader politici. È stato il conclave dei miliardari americani. Trump ha organizzato organizzato una festa della Silicon Valley invitando anche la grande finanza di New York.
C’erano Elon Musk per Tesla, Jensen Huang per Nvidia, Tim Cook per Apple. Poi ancora l’amministratore delegato di Boeing, Kelly Ortberg, Larry Fink capo di di Blackrock, l’amministratore delegato di Blackstone, Stephen Schwarzman, l’amministratore delegato di Citi, Jane Fraser, l’amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, e altri ancora.
Insieme rappresentano qualcosa come 1.070 miliardi di dollari di patrimonio. Praticamente metà del Pil italiano. Manca solo che decidano di comprarsi direttamente uno Stato europeo medio-piccolo e trasferirci il quartier generale. Tutti convocati per rendere omaggio alla Cina e soprattutto per fare affari. E infatti il cuore economico dell’accordo riguarda due questioni enormi: dazi e terre rare.
Sul primo punto si ragiona su una riduzione almeno parziale delle tariffe reciproche che negli ultimi anni hanno trasformato il commercio mondiale in una guerra fredda doganale. Sul secondo si entra invece nel territorio strategico vero: le terre rare, quei minerali indispensabili per chip, batterie, auto elettriche, sistemi militari e intelligenza artificiale. In pratica: chi controlla le terre rare controlla il futuro industriale del pianeta.
Ma il simbolo perfetto di questa tregua commerciale è arrivato da Boeing. Trump ha annunciato che Xi avrebbe accettato di acquistare 200 grandi aerei a Seattle. Una commessa gigantesca, da decine di miliardi di dollari, capace di garantire lavoro e ossigeno al colosso aeronautico americano.
«Boeing ne voleva 150, ne ha ottenuti 200», ha esultato Trump durante un’intervista a Fox News. Eppure Wall Street, che è un luogo magnificamente privo di gratitudine, ha reagito con una specie di broncio finanziario. Il titolo Boeing è sceso. Perché? Perché gli investitori si aspettavano addirittura un ordine da 600 aerei.
Una volta i summit internazionali si chiudevano con fotografie ufficiali e comunicati pieni di parole prudenti. Oggi si misurano in aerei venduti, chip prodotti, data center costruiti e miliardi movimentati. E soprattutto in capitalizzazione di Borsa. Perché nel nuovo ordine mondiale il termometro della geopolitica resta sempre quello: quanti soldi pensano di guadagnare i mercati domani mattina.






