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2018-07-31
Le uova contro Daisy sono una porcata ma non sono razziste
Ieri mattina, intorno alle 11.30, sulla prima pagina dell'edizione online di Repubblica è apparso un allarmante fascione rosso, di quelli che si utilizzano per le notizie deflagranti appena giunte in redazione: «Ultimora: Moncalieri, aggressione razzista a Daisy Osakue, azzurra dell'atletica», si leggeva. Nello stesso momento, tuttavia, la versione online di Repubblica Torino, forte di un maggiore approfondimento sulla cronaca locale, spiegava: «Al momento non è accertato se possa trattarsi di un gesto di discriminazione razziale». Curioso, non trovate? Stessa notizia, stesso giornale, due versioni abbastanza differenti. Non è difficile capire perché: all'edizione nazionale interessava spingere sull'aspetto politico della faccenda, alimentare l'allarme razzismo onde accusare l'attuale governo di essere spietato e xenofobo.
Del resto, il Partito democratico ha fatto la stessa cosa. Alle 11.52 di ieri, su Twitter, il segretario dem, Maurizio Martina, scriveva: «Chi nega la spirale razzista che sta crescendo nel Paese se ne rende complice». Pochi minuti prima, Matteo Renzi aveva pubblicato un commento ancora più feroce: «Daisy Osakue», ha scritto, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo».
Renzi era così ansioso di twittare il suo sdegno che non si è nemmeno premurato di leggere con attenzione la notizia che stava commentando. Daisy Osakue è davvero una «campionessa italiana», ma non è stata «selvaggiamente picchiata». Matteo avrebbe potuto scoprirlo se solo si fosse dato il tempo di approfondire la questione, magari dando uno sguardo al comunicato stampa dei carabinieri. Vediamo allora di spiegare bene che cosa è accaduto davvero. Daisy Osakue è nata a Torino il 16 gennaio del 1996, da genitori nigeriani. È la primatista italiana under 23 di lancio del disco, un'atleta di altissimo livello che veste la maglia azzurra della Nazionale. Inoltre, è iscritta ai Giovani democratici, l'organizzazione giovanile del Pd. Nella notte tra domenica e lunedì ha subito una brutta aggressione a Moncalieri, dove vive.
Ecco che cosa dice il comunicato stampa dei carabinieri, pubblicato ieri mattina: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale».
Daisy, a quanto pare, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea, dovrà fermarsi per due giorni, un frammento d'uovo dovrà essere tolto dall'occhio e poi potrà riprendere ad allenarsi Il 9 agosto, infatti, la aspettano gli europei a Berlino. «Provo tanta rabbia. Ma andrò a Berlino», ha detto la ragazza alla Stampa. «Due giorni senza allenamento, poi mercoledì mattina un altro controllo a Torino all'Ospedale oftalmico e potrò ricominciare ad allenarmi giovedì».
Il tema caldo, tuttavia, non riguarda la preparazione della giovane, quanto l'attacco razzista che avrebbe subito. Come abbiamo mostrato, da sinistra si sono gettati a pesce sulla polemica, senza nemmeno premurarsi di verificare i fatti accaduti. Che ci sia stata un'aggressione è fuori di dubbio, ma che sia stata «razzista», beh, è tutto da verificare.
«Credo che non cercassero me, ma più in generale una ragazza di colore», ha detto Daisy alla Stampa. «In quella zona ci sono molte prostitute di origine africana, probabilmente volevano colpire una di loro per fare una bravata». Ma allora perché i carabinieri escludono il movente razziale? Tanto per cominciare, la stessa Osakue, inizialmente, ha fornito una versione leggermente diversa. Ai militari dell'Arma, infatti, ha dichiarato: «Il gesto non è stato accompagnato da insulti a sfondo razziale. Io penso che nessuno a mezzanotte vada in giro con un uovo in mano. Se non lo avessero lanciato contro di me forse lo avrebbero lanciato contro un palazzo». Insomma, sulle prime la ragazza non ha parlato di razzismo. Lo ha fatto solo dopo, con i telegiornali, quando ormai la polemica mediatica era esplosa (e qui, forse, la sua simpatia per il Pd ha pesato un po').
Tra l'altro, purtroppo, i lanci di uova in quella zona di Moncalieri non sono una rarità. Il primo episodio è avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 luglio, quando un pensionato ha segnalato un lancio contro la sua abitazione. Ma, soprattutto, c'è il caso del 25 luglio. Intorno alle 23.30 tre donne italiane - bianche, per inciso - sono state colpite da uova lanciate da un'auto in corsa («la stessa di ieri notte», precisano i carabinieri) mentre uscivano da un ristorante.
Intendiamoci: l'aggressione, anche piuttosto vigliacca, c'è stata. Ma prima di raccontare di branchi di razzisti che picchiano selvaggiamente una ragazza nera bisognerebbe andarci cauti.
Francesco Borgonovo
L’ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano
Gli attacchi a sfondo razziale si susseguono: spari, fucilate, botte, persino omicidi. Da giorni il fronte progressista italiano non parla d'altro, fornendo lunghissimi elenchi di aggressioni ai danni di migranti e persone dalla pelle nera.
In alcuni casi si tratta di innegabili episodi di razzismo, come la vicenda di Partinico, in Sicilia, dove Khalifa Djembe, un senegalese di 19 anni, è stato picchiato al grido di «sporco negro». Altri casi, però, con il razzismo c'entrano molto poco. Prendiamo gli ultimi due in ordine di tempo, avvenuti a Cassola, vicino a Bassano del Grappa, e ad Aprilia, in provincia di Latina.
Partiamo dal Nord. Il 27 luglio, Gad Lerner ha suonato la carica su Twitter: «Oggi a Bassano l'ennesima fucilata contro uomo di colore», ha scritto. «Com'era purtroppo prevedibile, Luca Traini, il giustiziere fascioleghista di Macerata ha fatto scuola. Vigliacchi e razzisti, fa bene il presidente Mattarella a denunciarne l'escalation».
Vediamo di riassumere l'accaduto. Succede che Lenny Delgado, 33 anni, nato a Capo Verde, in Africa e residente a Isola Vicentina, si trova a circa 7 metri di altezza su una pedana. Fa l'elettricista, sta lavorando assieme a un collega su un lampione. Avverte un dolore alla schiena, scende a terra e si accorge di essere ferito alla schiena. Gli hanno sparato, si scoprirà poi, con una carabina ad aria compressa. La ferita è stata subito suturata, nel giro di pochi giorni l'elettricista potrà rientrare al lavoro.
Subito, però, si scatena il pandemonio politico. Emanuele Fiano del Pd è furente: «I leader di governo dovrebbero conoscere il peso delle parole, ma cercano solo consenso. Macerata, Forlì, Caserta, adesso Vicenza, la vicenda della bimba rom da chiarire. Non sono più casi». Solo che, appunto, tutti questi casi sono molto, molto diversi tra loro. E la storia di Bassano non è esattamente un episodio di razzismo. A sparare con l'arma ad aria compressa, infatti, è stato un uomo di nome Cristian Damian Zangari, 40 anni, disoccupato. È cittadino italiano, certo, ma in realtà è un immigrato pure lui. Viene dall'Argentina, e chi gli ha parlato spiega che il suo accento sudamericano non mente.
Capite che la storia di Luca Traina è molto, molto diversa dalla sua. Se n'è accorta perfino la vittima, cioè Lenny Delgado. Intervistato dal Corriere della Sera, ha dichiarato a proposito del suo aggressore: «Credo che fosse solo uno che non aveva niente da fare, ha trovato l'occasione per provare questo fucile e mi ha colpito». Poi ha aggiunto: «Per me non ha niente a che fare con il razzismo, è qualcos'altro».
Diciamo che, per lo meno, la faccenda è ambigua e converrebbe non gridare alla discriminazione per partito preso. Così come conviene esaminare a fondo la storia di Aprilia. Anche qui, immediatamente, i grandi giornali hanno sparato titoli su un «immigrato ucciso», facendo capire che la xenofobia c'entrasse in qualche modo. Di nuovo, però, la realtà è un po' diversa. Tutto inizia verso le 2 della notte fra sabato e domenica. Gli abitanti di via Guardapasso notano una Renault Megane che si aggira nel quartiere. Visto che nei giorni precedenti si sono verificati furti d'auto, i cittadini si insospettiscono e chiamano i carabinieri.
A bordo della macchina ci sono due uomini. Quando si rendono conto di aver suscitato attenzioni indesiderate, fuggono sgommando. Tre residenti si lanciano all'inseguimento, per altro informando i carabinieri della loro posizione. La Megane corre veloce, a un certo punto imbocca una strada contromano, rischia un frontale e sbatte contro un marciapiedi. Pochi istanti dopo il conducente si ferma, esce dall'auto e scappa. Lo stanno ancora cercando. L'altro uomo, invece, non fugge. Si chiama Hady Zaitouni, 43 anni, marocchino. Ha precedenti penali, ma non «per qualche furtarello», come ha scritto Repubblica, bensì per aver violato ordini delle autorità. Può darsi, ma non è sicuro, che non abbia rispettato qualche decreto di espulsione. Ma torniamo ai fatti. Zaitouni viene raggiunto da due dei tre abitanti di Aprilia (il terzo va a parecheggiare la macchina). Non c'è stato un pestaggio, dice il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dell'Arma. C'è stato «un contatto fisico, un pugno, poi un calcio o uno spintone». Il marocchino muore, e saranno i risultati dell'autopsia fatta ieri a stabilire la causa del decesso. Forse, cadendo, ha battuto la testa a terra. Ma è anche probabile che, quando la sua auto ha sbattuto contro il marciapiede, l'uomo abbia riportato delle lesioni. Quel che è certo è che questo signore aveva con sé uno zaino pieno di materiale per lo scasso. Di sicuro, dunque, non era un comune cittadino che è stato linciato dalla folla perché straniero.
Due dei tre residenti di Aprilia che hanno partecipato all'inseguimento sono accusati di omicidio preterintenzionale, e c'è chi sostiene che fossero dei giustizieri, che avessero organizzato delle «ronde» contro i criminali stranieri. Ma, di nuovo, i carabinieri ci vanno con i piedi di piombo: «Non lo escludo, non abbiamo però ancora elementi per poterlo affermare, e se così fosse ne sarei stupito», dice il colonnello Vitagliano. «Lì era un casino, ci siamo rovinati», hanno detto, tra le lacrime, i due italiani indagati ai carabinieri. Ieri sono circolati sul Web anche alcuni video che proverebbero il pestaggio ai danni del marocchino. Tale «pestaggio», tuttavia, non si vede. Appare, in tasca a uno degli italiani (una guardia giurata) una pistola, che però, a quanto risulta, non è stata utilizzata.
Come vedete, se osservato nel dettaglio, ogni caso è diverso. E non sempre il razzismo è protagonista. Anzi, in alcuni casi non c'entra proprio niente. Le bravate finite male, le stupidaggini sfociate in tragedia sono cose orrende, come no. Ma non bastano per parlare di razzismo diffuso ed emergenza sociale.
Riccardo Torrescura
Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati
Un altro mistero avvolge la Repubblica italiana: chi scrive i discorsi di Sergio Mattarella? Stavolta è scivolato sulla retorica pro migranti. Il Quirinale fa a gara con il Vaticano, dimenticando che il Papa ha un magistero di fede - stavolta elogiato pure da Matteo Salvini - e il presidente della Repubblica ha un dovere istituzionale: la Costituzione, articolo 7, lo dice proprio. Si capisce anche che a Sergio Mattarella questo governo e in particolare il ministro dell'Interno non stanno simpatici. Perché Mattarella parla dei migranti, ma tace - sarà carità di patria? - sui minori italiani sfruttati, si duole per i barconi, ma non per i cinesi che hanno il record di schiavi. Celebrando un'ennesima giornata mondiale, quella che l'Onu come lavacro di coscienza dedica a stigmatizzare la tratta di esseri umani, ha affermato: «La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità».
E dopo una durissima condanna Mattarella aggiunge: «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio. Una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani. Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con un'Unione europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità».
Mattarella ha anche dato le cifre: «l'Organizzazione internazionale del lavoro», osserva, «denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato».
Per la verità gli schiavi nel mondo sono tre volte tanti e sorge una domanda: è la schiavitù che genera immigrazione, o l'immigrazione che genera la schiavitù? Perché lo stesso Mattarella il 21 febbraio 2017 ha detto a Pechino: «Siamo qui per fare un ulteriore passo avanti nella grande amicizia che c'è e nella collaborazione che è molto intensa sotto tanti profili: da quello economico commerciale a quello culturale»?
La Cina è il secondo Paese al mondo per numero di schiavi: ne conta ben 3,1 milioni. Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio, il 1° novembre 2017 ha affermato: «Sono felice di visitare l'India». Le ragioni di collaborazione economica, mettendo da parte anche un po' i marò -Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati ingiustamente dagli indiani e di cui più nessuno si occupa -hanno determinato tanto entusiasmo. L'India è il primo Paese per numero di schiavi: 14 milioni.
Ma gli schiavi sono i migranti e appunto non bisogna guardare altrove. Perché se si guardasse in casa nostra si scoprirebbe che l'Italia - stando ad un rapporto di Walk free fundation redatto nel 2017 e che metteva sotto accusa le politiche dei governi dal 2010 - è il terzo Paese europeo per schiavi: ne abbiamo 129.000. Prima è la Turchia, quella a cui l'Europa invocata da Mattarella dà 6 miliardi perché si tenga i profughi che non fanno più comodo alla Germania. Ankara ha 600.000 schiavi ed è anche il principale mercato di donne e bambini yazidi (etnia curdo irachena) «proprietà» dell'Isis che li vende -dopo averli usati - tra 2.000 e 4.000 dollari per finanziare il terrorismo.
A Mattarella qualcuno avrebbe dovuto spiegare che in Italia ci sono, secondo l'Unicef, 260.000 bambini sfruttati, una goccia nel mare dei 150 milioni di bimbi «usati» del mondo. Ma qui sono i nostri figli, soprattutto nel Sud, avviati a lavori precari e pericolosi perché la crisi che ha prodotto in Italia 18,1 milioni di poveri (dovremo potarli a 12,9 milioni entro il 2020 per rispettare i parametri europei) ha convinto a far lavorare i minori pur di mangiare. Un studio di Giuseppe Mele di Paidoss, associazione che si occupa di infanzia e adolescenza, ha rivelato che 30.000 dei 260.000 under 16 lavorano di notte pagati meno di 2 euro l'ora e solo 20.000 non sono italiani perché per il 54% delle famiglie se c'è bisogno è giusto far lavorare i bambini (la legge lo vieta prima dei 16 anni).
Il 26% dei genitori, con punte del 33% al Sud, approva, il 20% lo ritiene possibile. Ma le vittime sono i migranti. A sfruttarli sono altri immigrati, soprattutto cinesi. Nel quadrilatero del tessile e della concia in Toscana (Prato-Vaiano-Monemurlo-Santa Croce) e nei distretti calzaturieri marchigiani ci sono i tariffari: i cinesi lavorano a cottimo, gli italiani (pochi) sono pagati quasi regolarmente, senza contributi e con gli straordinari fuori busta perché, come dice Tito Boeri, presidente dell'Inps, in un Paese in cui ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero che il suo istituto non sa perseguire, sono «gli immigrati regolari a pagarci le pensioni».
I pakistani, che sono i più numerosi in questi settori, prendono 900 euro al mese per 72 ore settimanali, gli africani 700. Ma il problema sono i barconi. Perché occuparsi di George Soros che finanzia le Ong che raccolgono i «naufraghi» pare brutto. Invece lui è il signore del coltan, uno dei maggiori investitori in Tesla: la super car elettrica americana per un mondo pulito. Tesla compra le batterie dalla Lg chem sudcoreana, mentre la Samsung sdi, sempre sudcoreana, vende le batterie a Fca e Bmw. Sono fatte con il coltan (ovvero il cobalto) estratto a mano dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo da 40.000 bambini - secondo Amnesty ne muoiono 2.000 l'anno - tra i 7 e i 10 anni, pagati 2 dollari al giorno.
Ma perché parlarne? «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio… Rifuggendo la tentazione di guardare altrove». Parola di Sergio Mattarella.
Carlo Cambi
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Matteo Renzi e i suoi trasformano l'agguato all'azzurra in «pestaggio xenofobo». I carabinieri: la banda ha colpito anche italiani.L'ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano. L'operaio ferito nel Vicentino dichiara: «Sono altre le cause». Pure l'uomo che gli ha sparato viene dall'estero. Il marocchino ucciso nel Lazio era in fuga e aveva lo zaino pieno di arnesi da scasso.Sergio Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati. Il presidente parla dei profughi, non dei nostri minori sfruttati. Accettano 2 euro all'ora in nero per aiutare le famiglie in crisi.Lo speciale contiene tre articoli.Ieri mattina, intorno alle 11.30, sulla prima pagina dell'edizione online di Repubblica è apparso un allarmante fascione rosso, di quelli che si utilizzano per le notizie deflagranti appena giunte in redazione: «Ultimora: Moncalieri, aggressione razzista a Daisy Osakue, azzurra dell'atletica», si leggeva. Nello stesso momento, tuttavia, la versione online di Repubblica Torino, forte di un maggiore approfondimento sulla cronaca locale, spiegava: «Al momento non è accertato se possa trattarsi di un gesto di discriminazione razziale». Curioso, non trovate? Stessa notizia, stesso giornale, due versioni abbastanza differenti. Non è difficile capire perché: all'edizione nazionale interessava spingere sull'aspetto politico della faccenda, alimentare l'allarme razzismo onde accusare l'attuale governo di essere spietato e xenofobo. Del resto, il Partito democratico ha fatto la stessa cosa. Alle 11.52 di ieri, su Twitter, il segretario dem, Maurizio Martina, scriveva: «Chi nega la spirale razzista che sta crescendo nel Paese se ne rende complice». Pochi minuti prima, Matteo Renzi aveva pubblicato un commento ancora più feroce: «Daisy Osakue», ha scritto, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Renzi era così ansioso di twittare il suo sdegno che non si è nemmeno premurato di leggere con attenzione la notizia che stava commentando. Daisy Osakue è davvero una «campionessa italiana», ma non è stata «selvaggiamente picchiata». Matteo avrebbe potuto scoprirlo se solo si fosse dato il tempo di approfondire la questione, magari dando uno sguardo al comunicato stampa dei carabinieri. Vediamo allora di spiegare bene che cosa è accaduto davvero. Daisy Osakue è nata a Torino il 16 gennaio del 1996, da genitori nigeriani. È la primatista italiana under 23 di lancio del disco, un'atleta di altissimo livello che veste la maglia azzurra della Nazionale. Inoltre, è iscritta ai Giovani democratici, l'organizzazione giovanile del Pd. Nella notte tra domenica e lunedì ha subito una brutta aggressione a Moncalieri, dove vive. Ecco che cosa dice il comunicato stampa dei carabinieri, pubblicato ieri mattina: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale». Daisy, a quanto pare, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea, dovrà fermarsi per due giorni, un frammento d'uovo dovrà essere tolto dall'occhio e poi potrà riprendere ad allenarsi Il 9 agosto, infatti, la aspettano gli europei a Berlino. «Provo tanta rabbia. Ma andrò a Berlino», ha detto la ragazza alla Stampa. «Due giorni senza allenamento, poi mercoledì mattina un altro controllo a Torino all'Ospedale oftalmico e potrò ricominciare ad allenarmi giovedì». Il tema caldo, tuttavia, non riguarda la preparazione della giovane, quanto l'attacco razzista che avrebbe subito. Come abbiamo mostrato, da sinistra si sono gettati a pesce sulla polemica, senza nemmeno premurarsi di verificare i fatti accaduti. Che ci sia stata un'aggressione è fuori di dubbio, ma che sia stata «razzista», beh, è tutto da verificare. «Credo che non cercassero me, ma più in generale una ragazza di colore», ha detto Daisy alla Stampa. «In quella zona ci sono molte prostitute di origine africana, probabilmente volevano colpire una di loro per fare una bravata». Ma allora perché i carabinieri escludono il movente razziale? Tanto per cominciare, la stessa Osakue, inizialmente, ha fornito una versione leggermente diversa. Ai militari dell'Arma, infatti, ha dichiarato: «Il gesto non è stato accompagnato da insulti a sfondo razziale. Io penso che nessuno a mezzanotte vada in giro con un uovo in mano. Se non lo avessero lanciato contro di me forse lo avrebbero lanciato contro un palazzo». Insomma, sulle prime la ragazza non ha parlato di razzismo. Lo ha fatto solo dopo, con i telegiornali, quando ormai la polemica mediatica era esplosa (e qui, forse, la sua simpatia per il Pd ha pesato un po'). Tra l'altro, purtroppo, i lanci di uova in quella zona di Moncalieri non sono una rarità. Il primo episodio è avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 luglio, quando un pensionato ha segnalato un lancio contro la sua abitazione. Ma, soprattutto, c'è il caso del 25 luglio. Intorno alle 23.30 tre donne italiane - bianche, per inciso - sono state colpite da uova lanciate da un'auto in corsa («la stessa di ieri notte», precisano i carabinieri) mentre uscivano da un ristorante. Intendiamoci: l'aggressione, anche piuttosto vigliacca, c'è stata. Ma prima di raccontare di branchi di razzisti che picchiano selvaggiamente una ragazza nera bisognerebbe andarci cauti. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-uova-contro-daisy-sono-una-porcata-ma-non-sono-razziste-2591260928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lipotesi-discriminazione-crolla-anche-nei-casi-di-aprilia-e-bassano" data-post-id="2591260928" data-published-at="1780010456" data-use-pagination="False"> L’ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano Gli attacchi a sfondo razziale si susseguono: spari, fucilate, botte, persino omicidi. Da giorni il fronte progressista italiano non parla d'altro, fornendo lunghissimi elenchi di aggressioni ai danni di migranti e persone dalla pelle nera. In alcuni casi si tratta di innegabili episodi di razzismo, come la vicenda di Partinico, in Sicilia, dove Khalifa Djembe, un senegalese di 19 anni, è stato picchiato al grido di «sporco negro». Altri casi, però, con il razzismo c'entrano molto poco. Prendiamo gli ultimi due in ordine di tempo, avvenuti a Cassola, vicino a Bassano del Grappa, e ad Aprilia, in provincia di Latina. Partiamo dal Nord. Il 27 luglio, Gad Lerner ha suonato la carica su Twitter: «Oggi a Bassano l'ennesima fucilata contro uomo di colore», ha scritto. «Com'era purtroppo prevedibile, Luca Traini, il giustiziere fascioleghista di Macerata ha fatto scuola. Vigliacchi e razzisti, fa bene il presidente Mattarella a denunciarne l'escalation». Vediamo di riassumere l'accaduto. Succede che Lenny Delgado, 33 anni, nato a Capo Verde, in Africa e residente a Isola Vicentina, si trova a circa 7 metri di altezza su una pedana. Fa l'elettricista, sta lavorando assieme a un collega su un lampione. Avverte un dolore alla schiena, scende a terra e si accorge di essere ferito alla schiena. Gli hanno sparato, si scoprirà poi, con una carabina ad aria compressa. La ferita è stata subito suturata, nel giro di pochi giorni l'elettricista potrà rientrare al lavoro. Subito, però, si scatena il pandemonio politico. Emanuele Fiano del Pd è furente: «I leader di governo dovrebbero conoscere il peso delle parole, ma cercano solo consenso. Macerata, Forlì, Caserta, adesso Vicenza, la vicenda della bimba rom da chiarire. Non sono più casi». Solo che, appunto, tutti questi casi sono molto, molto diversi tra loro. E la storia di Bassano non è esattamente un episodio di razzismo. A sparare con l'arma ad aria compressa, infatti, è stato un uomo di nome Cristian Damian Zangari, 40 anni, disoccupato. È cittadino italiano, certo, ma in realtà è un immigrato pure lui. Viene dall'Argentina, e chi gli ha parlato spiega che il suo accento sudamericano non mente. Capite che la storia di Luca Traina è molto, molto diversa dalla sua. Se n'è accorta perfino la vittima, cioè Lenny Delgado. Intervistato dal Corriere della Sera, ha dichiarato a proposito del suo aggressore: «Credo che fosse solo uno che non aveva niente da fare, ha trovato l'occasione per provare questo fucile e mi ha colpito». Poi ha aggiunto: «Per me non ha niente a che fare con il razzismo, è qualcos'altro». Diciamo che, per lo meno, la faccenda è ambigua e converrebbe non gridare alla discriminazione per partito preso. Così come conviene esaminare a fondo la storia di Aprilia. Anche qui, immediatamente, i grandi giornali hanno sparato titoli su un «immigrato ucciso», facendo capire che la xenofobia c'entrasse in qualche modo. Di nuovo, però, la realtà è un po' diversa. Tutto inizia verso le 2 della notte fra sabato e domenica. Gli abitanti di via Guardapasso notano una Renault Megane che si aggira nel quartiere. Visto che nei giorni precedenti si sono verificati furti d'auto, i cittadini si insospettiscono e chiamano i carabinieri. A bordo della macchina ci sono due uomini. Quando si rendono conto di aver suscitato attenzioni indesiderate, fuggono sgommando. Tre residenti si lanciano all'inseguimento, per altro informando i carabinieri della loro posizione. La Megane corre veloce, a un certo punto imbocca una strada contromano, rischia un frontale e sbatte contro un marciapiedi. Pochi istanti dopo il conducente si ferma, esce dall'auto e scappa. Lo stanno ancora cercando. L'altro uomo, invece, non fugge. Si chiama Hady Zaitouni, 43 anni, marocchino. Ha precedenti penali, ma non «per qualche furtarello», come ha scritto Repubblica, bensì per aver violato ordini delle autorità. Può darsi, ma non è sicuro, che non abbia rispettato qualche decreto di espulsione. Ma torniamo ai fatti. Zaitouni viene raggiunto da due dei tre abitanti di Aprilia (il terzo va a parecheggiare la macchina). Non c'è stato un pestaggio, dice il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dell'Arma. C'è stato «un contatto fisico, un pugno, poi un calcio o uno spintone». Il marocchino muore, e saranno i risultati dell'autopsia fatta ieri a stabilire la causa del decesso. Forse, cadendo, ha battuto la testa a terra. Ma è anche probabile che, quando la sua auto ha sbattuto contro il marciapiede, l'uomo abbia riportato delle lesioni. Quel che è certo è che questo signore aveva con sé uno zaino pieno di materiale per lo scasso. Di sicuro, dunque, non era un comune cittadino che è stato linciato dalla folla perché straniero. Due dei tre residenti di Aprilia che hanno partecipato all'inseguimento sono accusati di omicidio preterintenzionale, e c'è chi sostiene che fossero dei giustizieri, che avessero organizzato delle «ronde» contro i criminali stranieri. Ma, di nuovo, i carabinieri ci vanno con i piedi di piombo: «Non lo escludo, non abbiamo però ancora elementi per poterlo affermare, e se così fosse ne sarei stupito», dice il colonnello Vitagliano. «Lì era un casino, ci siamo rovinati», hanno detto, tra le lacrime, i due italiani indagati ai carabinieri. Ieri sono circolati sul Web anche alcuni video che proverebbero il pestaggio ai danni del marocchino. Tale «pestaggio», tuttavia, non si vede. Appare, in tasca a uno degli italiani (una guardia giurata) una pistola, che però, a quanto risulta, non è stata utilizzata. Come vedete, se osservato nel dettaglio, ogni caso è diverso. E non sempre il razzismo è protagonista. Anzi, in alcuni casi non c'entra proprio niente. Le bravate finite male, le stupidaggini sfociate in tragedia sono cose orrende, come no. Ma non bastano per parlare di razzismo diffuso ed emergenza sociale. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-uova-contro-daisy-sono-una-porcata-ma-non-sono-razziste-2591260928.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mattarella-dimentica-gli-schiavi-italiani-sono-260-000-i-bimbi-ai-lavori-forzati" data-post-id="2591260928" data-published-at="1780010456" data-use-pagination="False"> Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati Un altro mistero avvolge la Repubblica italiana: chi scrive i discorsi di Sergio Mattarella? Stavolta è scivolato sulla retorica pro migranti. Il Quirinale fa a gara con il Vaticano, dimenticando che il Papa ha un magistero di fede - stavolta elogiato pure da Matteo Salvini - e il presidente della Repubblica ha un dovere istituzionale: la Costituzione, articolo 7, lo dice proprio. Si capisce anche che a Sergio Mattarella questo governo e in particolare il ministro dell'Interno non stanno simpatici. Perché Mattarella parla dei migranti, ma tace - sarà carità di patria? - sui minori italiani sfruttati, si duole per i barconi, ma non per i cinesi che hanno il record di schiavi. Celebrando un'ennesima giornata mondiale, quella che l'Onu come lavacro di coscienza dedica a stigmatizzare la tratta di esseri umani, ha affermato: «La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità». E dopo una durissima condanna Mattarella aggiunge: «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio. Una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani. Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con un'Unione europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità». Mattarella ha anche dato le cifre: «l'Organizzazione internazionale del lavoro», osserva, «denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato». Per la verità gli schiavi nel mondo sono tre volte tanti e sorge una domanda: è la schiavitù che genera immigrazione, o l'immigrazione che genera la schiavitù? Perché lo stesso Mattarella il 21 febbraio 2017 ha detto a Pechino: «Siamo qui per fare un ulteriore passo avanti nella grande amicizia che c'è e nella collaborazione che è molto intensa sotto tanti profili: da quello economico commerciale a quello culturale»? La Cina è il secondo Paese al mondo per numero di schiavi: ne conta ben 3,1 milioni. Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio, il 1° novembre 2017 ha affermato: «Sono felice di visitare l'India». Le ragioni di collaborazione economica, mettendo da parte anche un po' i marò -Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati ingiustamente dagli indiani e di cui più nessuno si occupa -hanno determinato tanto entusiasmo. L'India è il primo Paese per numero di schiavi: 14 milioni. Ma gli schiavi sono i migranti e appunto non bisogna guardare altrove. Perché se si guardasse in casa nostra si scoprirebbe che l'Italia - stando ad un rapporto di Walk free fundation redatto nel 2017 e che metteva sotto accusa le politiche dei governi dal 2010 - è il terzo Paese europeo per schiavi: ne abbiamo 129.000. Prima è la Turchia, quella a cui l'Europa invocata da Mattarella dà 6 miliardi perché si tenga i profughi che non fanno più comodo alla Germania. Ankara ha 600.000 schiavi ed è anche il principale mercato di donne e bambini yazidi (etnia curdo irachena) «proprietà» dell'Isis che li vende -dopo averli usati - tra 2.000 e 4.000 dollari per finanziare il terrorismo. A Mattarella qualcuno avrebbe dovuto spiegare che in Italia ci sono, secondo l'Unicef, 260.000 bambini sfruttati, una goccia nel mare dei 150 milioni di bimbi «usati» del mondo. Ma qui sono i nostri figli, soprattutto nel Sud, avviati a lavori precari e pericolosi perché la crisi che ha prodotto in Italia 18,1 milioni di poveri (dovremo potarli a 12,9 milioni entro il 2020 per rispettare i parametri europei) ha convinto a far lavorare i minori pur di mangiare. Un studio di Giuseppe Mele di Paidoss, associazione che si occupa di infanzia e adolescenza, ha rivelato che 30.000 dei 260.000 under 16 lavorano di notte pagati meno di 2 euro l'ora e solo 20.000 non sono italiani perché per il 54% delle famiglie se c'è bisogno è giusto far lavorare i bambini (la legge lo vieta prima dei 16 anni). Il 26% dei genitori, con punte del 33% al Sud, approva, il 20% lo ritiene possibile. Ma le vittime sono i migranti. A sfruttarli sono altri immigrati, soprattutto cinesi. Nel quadrilatero del tessile e della concia in Toscana (Prato-Vaiano-Monemurlo-Santa Croce) e nei distretti calzaturieri marchigiani ci sono i tariffari: i cinesi lavorano a cottimo, gli italiani (pochi) sono pagati quasi regolarmente, senza contributi e con gli straordinari fuori busta perché, come dice Tito Boeri, presidente dell'Inps, in un Paese in cui ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero che il suo istituto non sa perseguire, sono «gli immigrati regolari a pagarci le pensioni». I pakistani, che sono i più numerosi in questi settori, prendono 900 euro al mese per 72 ore settimanali, gli africani 700. Ma il problema sono i barconi. Perché occuparsi di George Soros che finanzia le Ong che raccolgono i «naufraghi» pare brutto. Invece lui è il signore del coltan, uno dei maggiori investitori in Tesla: la super car elettrica americana per un mondo pulito. Tesla compra le batterie dalla Lg chem sudcoreana, mentre la Samsung sdi, sempre sudcoreana, vende le batterie a Fca e Bmw. Sono fatte con il coltan (ovvero il cobalto) estratto a mano dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo da 40.000 bambini - secondo Amnesty ne muoiono 2.000 l'anno - tra i 7 e i 10 anni, pagati 2 dollari al giorno. Ma perché parlarne? «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio… Rifuggendo la tentazione di guardare altrove». Parola di Sergio Mattarella. Carlo Cambi
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Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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