True
2018-07-31
Le uova contro Daisy sono una porcata ma non sono razziste
Ieri mattina, intorno alle 11.30, sulla prima pagina dell'edizione online di Repubblica è apparso un allarmante fascione rosso, di quelli che si utilizzano per le notizie deflagranti appena giunte in redazione: «Ultimora: Moncalieri, aggressione razzista a Daisy Osakue, azzurra dell'atletica», si leggeva. Nello stesso momento, tuttavia, la versione online di Repubblica Torino, forte di un maggiore approfondimento sulla cronaca locale, spiegava: «Al momento non è accertato se possa trattarsi di un gesto di discriminazione razziale». Curioso, non trovate? Stessa notizia, stesso giornale, due versioni abbastanza differenti. Non è difficile capire perché: all'edizione nazionale interessava spingere sull'aspetto politico della faccenda, alimentare l'allarme razzismo onde accusare l'attuale governo di essere spietato e xenofobo.
Del resto, il Partito democratico ha fatto la stessa cosa. Alle 11.52 di ieri, su Twitter, il segretario dem, Maurizio Martina, scriveva: «Chi nega la spirale razzista che sta crescendo nel Paese se ne rende complice». Pochi minuti prima, Matteo Renzi aveva pubblicato un commento ancora più feroce: «Daisy Osakue», ha scritto, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo».
Renzi era così ansioso di twittare il suo sdegno che non si è nemmeno premurato di leggere con attenzione la notizia che stava commentando. Daisy Osakue è davvero una «campionessa italiana», ma non è stata «selvaggiamente picchiata». Matteo avrebbe potuto scoprirlo se solo si fosse dato il tempo di approfondire la questione, magari dando uno sguardo al comunicato stampa dei carabinieri. Vediamo allora di spiegare bene che cosa è accaduto davvero. Daisy Osakue è nata a Torino il 16 gennaio del 1996, da genitori nigeriani. È la primatista italiana under 23 di lancio del disco, un'atleta di altissimo livello che veste la maglia azzurra della Nazionale. Inoltre, è iscritta ai Giovani democratici, l'organizzazione giovanile del Pd. Nella notte tra domenica e lunedì ha subito una brutta aggressione a Moncalieri, dove vive.
Ecco che cosa dice il comunicato stampa dei carabinieri, pubblicato ieri mattina: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale».
Daisy, a quanto pare, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea, dovrà fermarsi per due giorni, un frammento d'uovo dovrà essere tolto dall'occhio e poi potrà riprendere ad allenarsi Il 9 agosto, infatti, la aspettano gli europei a Berlino. «Provo tanta rabbia. Ma andrò a Berlino», ha detto la ragazza alla Stampa. «Due giorni senza allenamento, poi mercoledì mattina un altro controllo a Torino all'Ospedale oftalmico e potrò ricominciare ad allenarmi giovedì».
Il tema caldo, tuttavia, non riguarda la preparazione della giovane, quanto l'attacco razzista che avrebbe subito. Come abbiamo mostrato, da sinistra si sono gettati a pesce sulla polemica, senza nemmeno premurarsi di verificare i fatti accaduti. Che ci sia stata un'aggressione è fuori di dubbio, ma che sia stata «razzista», beh, è tutto da verificare.
«Credo che non cercassero me, ma più in generale una ragazza di colore», ha detto Daisy alla Stampa. «In quella zona ci sono molte prostitute di origine africana, probabilmente volevano colpire una di loro per fare una bravata». Ma allora perché i carabinieri escludono il movente razziale? Tanto per cominciare, la stessa Osakue, inizialmente, ha fornito una versione leggermente diversa. Ai militari dell'Arma, infatti, ha dichiarato: «Il gesto non è stato accompagnato da insulti a sfondo razziale. Io penso che nessuno a mezzanotte vada in giro con un uovo in mano. Se non lo avessero lanciato contro di me forse lo avrebbero lanciato contro un palazzo». Insomma, sulle prime la ragazza non ha parlato di razzismo. Lo ha fatto solo dopo, con i telegiornali, quando ormai la polemica mediatica era esplosa (e qui, forse, la sua simpatia per il Pd ha pesato un po').
Tra l'altro, purtroppo, i lanci di uova in quella zona di Moncalieri non sono una rarità. Il primo episodio è avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 luglio, quando un pensionato ha segnalato un lancio contro la sua abitazione. Ma, soprattutto, c'è il caso del 25 luglio. Intorno alle 23.30 tre donne italiane - bianche, per inciso - sono state colpite da uova lanciate da un'auto in corsa («la stessa di ieri notte», precisano i carabinieri) mentre uscivano da un ristorante.
Intendiamoci: l'aggressione, anche piuttosto vigliacca, c'è stata. Ma prima di raccontare di branchi di razzisti che picchiano selvaggiamente una ragazza nera bisognerebbe andarci cauti.
Francesco Borgonovo
L’ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano
Gli attacchi a sfondo razziale si susseguono: spari, fucilate, botte, persino omicidi. Da giorni il fronte progressista italiano non parla d'altro, fornendo lunghissimi elenchi di aggressioni ai danni di migranti e persone dalla pelle nera.
In alcuni casi si tratta di innegabili episodi di razzismo, come la vicenda di Partinico, in Sicilia, dove Khalifa Djembe, un senegalese di 19 anni, è stato picchiato al grido di «sporco negro». Altri casi, però, con il razzismo c'entrano molto poco. Prendiamo gli ultimi due in ordine di tempo, avvenuti a Cassola, vicino a Bassano del Grappa, e ad Aprilia, in provincia di Latina.
Partiamo dal Nord. Il 27 luglio, Gad Lerner ha suonato la carica su Twitter: «Oggi a Bassano l'ennesima fucilata contro uomo di colore», ha scritto. «Com'era purtroppo prevedibile, Luca Traini, il giustiziere fascioleghista di Macerata ha fatto scuola. Vigliacchi e razzisti, fa bene il presidente Mattarella a denunciarne l'escalation».
Vediamo di riassumere l'accaduto. Succede che Lenny Delgado, 33 anni, nato a Capo Verde, in Africa e residente a Isola Vicentina, si trova a circa 7 metri di altezza su una pedana. Fa l'elettricista, sta lavorando assieme a un collega su un lampione. Avverte un dolore alla schiena, scende a terra e si accorge di essere ferito alla schiena. Gli hanno sparato, si scoprirà poi, con una carabina ad aria compressa. La ferita è stata subito suturata, nel giro di pochi giorni l'elettricista potrà rientrare al lavoro.
Subito, però, si scatena il pandemonio politico. Emanuele Fiano del Pd è furente: «I leader di governo dovrebbero conoscere il peso delle parole, ma cercano solo consenso. Macerata, Forlì, Caserta, adesso Vicenza, la vicenda della bimba rom da chiarire. Non sono più casi». Solo che, appunto, tutti questi casi sono molto, molto diversi tra loro. E la storia di Bassano non è esattamente un episodio di razzismo. A sparare con l'arma ad aria compressa, infatti, è stato un uomo di nome Cristian Damian Zangari, 40 anni, disoccupato. È cittadino italiano, certo, ma in realtà è un immigrato pure lui. Viene dall'Argentina, e chi gli ha parlato spiega che il suo accento sudamericano non mente.
Capite che la storia di Luca Traina è molto, molto diversa dalla sua. Se n'è accorta perfino la vittima, cioè Lenny Delgado. Intervistato dal Corriere della Sera, ha dichiarato a proposito del suo aggressore: «Credo che fosse solo uno che non aveva niente da fare, ha trovato l'occasione per provare questo fucile e mi ha colpito». Poi ha aggiunto: «Per me non ha niente a che fare con il razzismo, è qualcos'altro».
Diciamo che, per lo meno, la faccenda è ambigua e converrebbe non gridare alla discriminazione per partito preso. Così come conviene esaminare a fondo la storia di Aprilia. Anche qui, immediatamente, i grandi giornali hanno sparato titoli su un «immigrato ucciso», facendo capire che la xenofobia c'entrasse in qualche modo. Di nuovo, però, la realtà è un po' diversa. Tutto inizia verso le 2 della notte fra sabato e domenica. Gli abitanti di via Guardapasso notano una Renault Megane che si aggira nel quartiere. Visto che nei giorni precedenti si sono verificati furti d'auto, i cittadini si insospettiscono e chiamano i carabinieri.
A bordo della macchina ci sono due uomini. Quando si rendono conto di aver suscitato attenzioni indesiderate, fuggono sgommando. Tre residenti si lanciano all'inseguimento, per altro informando i carabinieri della loro posizione. La Megane corre veloce, a un certo punto imbocca una strada contromano, rischia un frontale e sbatte contro un marciapiedi. Pochi istanti dopo il conducente si ferma, esce dall'auto e scappa. Lo stanno ancora cercando. L'altro uomo, invece, non fugge. Si chiama Hady Zaitouni, 43 anni, marocchino. Ha precedenti penali, ma non «per qualche furtarello», come ha scritto Repubblica, bensì per aver violato ordini delle autorità. Può darsi, ma non è sicuro, che non abbia rispettato qualche decreto di espulsione. Ma torniamo ai fatti. Zaitouni viene raggiunto da due dei tre abitanti di Aprilia (il terzo va a parecheggiare la macchina). Non c'è stato un pestaggio, dice il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dell'Arma. C'è stato «un contatto fisico, un pugno, poi un calcio o uno spintone». Il marocchino muore, e saranno i risultati dell'autopsia fatta ieri a stabilire la causa del decesso. Forse, cadendo, ha battuto la testa a terra. Ma è anche probabile che, quando la sua auto ha sbattuto contro il marciapiede, l'uomo abbia riportato delle lesioni. Quel che è certo è che questo signore aveva con sé uno zaino pieno di materiale per lo scasso. Di sicuro, dunque, non era un comune cittadino che è stato linciato dalla folla perché straniero.
Due dei tre residenti di Aprilia che hanno partecipato all'inseguimento sono accusati di omicidio preterintenzionale, e c'è chi sostiene che fossero dei giustizieri, che avessero organizzato delle «ronde» contro i criminali stranieri. Ma, di nuovo, i carabinieri ci vanno con i piedi di piombo: «Non lo escludo, non abbiamo però ancora elementi per poterlo affermare, e se così fosse ne sarei stupito», dice il colonnello Vitagliano. «Lì era un casino, ci siamo rovinati», hanno detto, tra le lacrime, i due italiani indagati ai carabinieri. Ieri sono circolati sul Web anche alcuni video che proverebbero il pestaggio ai danni del marocchino. Tale «pestaggio», tuttavia, non si vede. Appare, in tasca a uno degli italiani (una guardia giurata) una pistola, che però, a quanto risulta, non è stata utilizzata.
Come vedete, se osservato nel dettaglio, ogni caso è diverso. E non sempre il razzismo è protagonista. Anzi, in alcuni casi non c'entra proprio niente. Le bravate finite male, le stupidaggini sfociate in tragedia sono cose orrende, come no. Ma non bastano per parlare di razzismo diffuso ed emergenza sociale.
Riccardo Torrescura
Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati
Un altro mistero avvolge la Repubblica italiana: chi scrive i discorsi di Sergio Mattarella? Stavolta è scivolato sulla retorica pro migranti. Il Quirinale fa a gara con il Vaticano, dimenticando che il Papa ha un magistero di fede - stavolta elogiato pure da Matteo Salvini - e il presidente della Repubblica ha un dovere istituzionale: la Costituzione, articolo 7, lo dice proprio. Si capisce anche che a Sergio Mattarella questo governo e in particolare il ministro dell'Interno non stanno simpatici. Perché Mattarella parla dei migranti, ma tace - sarà carità di patria? - sui minori italiani sfruttati, si duole per i barconi, ma non per i cinesi che hanno il record di schiavi. Celebrando un'ennesima giornata mondiale, quella che l'Onu come lavacro di coscienza dedica a stigmatizzare la tratta di esseri umani, ha affermato: «La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità».
E dopo una durissima condanna Mattarella aggiunge: «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio. Una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani. Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con un'Unione europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità».
Mattarella ha anche dato le cifre: «l'Organizzazione internazionale del lavoro», osserva, «denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato».
Per la verità gli schiavi nel mondo sono tre volte tanti e sorge una domanda: è la schiavitù che genera immigrazione, o l'immigrazione che genera la schiavitù? Perché lo stesso Mattarella il 21 febbraio 2017 ha detto a Pechino: «Siamo qui per fare un ulteriore passo avanti nella grande amicizia che c'è e nella collaborazione che è molto intensa sotto tanti profili: da quello economico commerciale a quello culturale»?
La Cina è il secondo Paese al mondo per numero di schiavi: ne conta ben 3,1 milioni. Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio, il 1° novembre 2017 ha affermato: «Sono felice di visitare l'India». Le ragioni di collaborazione economica, mettendo da parte anche un po' i marò -Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati ingiustamente dagli indiani e di cui più nessuno si occupa -hanno determinato tanto entusiasmo. L'India è il primo Paese per numero di schiavi: 14 milioni.
Ma gli schiavi sono i migranti e appunto non bisogna guardare altrove. Perché se si guardasse in casa nostra si scoprirebbe che l'Italia - stando ad un rapporto di Walk free fundation redatto nel 2017 e che metteva sotto accusa le politiche dei governi dal 2010 - è il terzo Paese europeo per schiavi: ne abbiamo 129.000. Prima è la Turchia, quella a cui l'Europa invocata da Mattarella dà 6 miliardi perché si tenga i profughi che non fanno più comodo alla Germania. Ankara ha 600.000 schiavi ed è anche il principale mercato di donne e bambini yazidi (etnia curdo irachena) «proprietà» dell'Isis che li vende -dopo averli usati - tra 2.000 e 4.000 dollari per finanziare il terrorismo.
A Mattarella qualcuno avrebbe dovuto spiegare che in Italia ci sono, secondo l'Unicef, 260.000 bambini sfruttati, una goccia nel mare dei 150 milioni di bimbi «usati» del mondo. Ma qui sono i nostri figli, soprattutto nel Sud, avviati a lavori precari e pericolosi perché la crisi che ha prodotto in Italia 18,1 milioni di poveri (dovremo potarli a 12,9 milioni entro il 2020 per rispettare i parametri europei) ha convinto a far lavorare i minori pur di mangiare. Un studio di Giuseppe Mele di Paidoss, associazione che si occupa di infanzia e adolescenza, ha rivelato che 30.000 dei 260.000 under 16 lavorano di notte pagati meno di 2 euro l'ora e solo 20.000 non sono italiani perché per il 54% delle famiglie se c'è bisogno è giusto far lavorare i bambini (la legge lo vieta prima dei 16 anni).
Il 26% dei genitori, con punte del 33% al Sud, approva, il 20% lo ritiene possibile. Ma le vittime sono i migranti. A sfruttarli sono altri immigrati, soprattutto cinesi. Nel quadrilatero del tessile e della concia in Toscana (Prato-Vaiano-Monemurlo-Santa Croce) e nei distretti calzaturieri marchigiani ci sono i tariffari: i cinesi lavorano a cottimo, gli italiani (pochi) sono pagati quasi regolarmente, senza contributi e con gli straordinari fuori busta perché, come dice Tito Boeri, presidente dell'Inps, in un Paese in cui ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero che il suo istituto non sa perseguire, sono «gli immigrati regolari a pagarci le pensioni».
I pakistani, che sono i più numerosi in questi settori, prendono 900 euro al mese per 72 ore settimanali, gli africani 700. Ma il problema sono i barconi. Perché occuparsi di George Soros che finanzia le Ong che raccolgono i «naufraghi» pare brutto. Invece lui è il signore del coltan, uno dei maggiori investitori in Tesla: la super car elettrica americana per un mondo pulito. Tesla compra le batterie dalla Lg chem sudcoreana, mentre la Samsung sdi, sempre sudcoreana, vende le batterie a Fca e Bmw. Sono fatte con il coltan (ovvero il cobalto) estratto a mano dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo da 40.000 bambini - secondo Amnesty ne muoiono 2.000 l'anno - tra i 7 e i 10 anni, pagati 2 dollari al giorno.
Ma perché parlarne? «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio… Rifuggendo la tentazione di guardare altrove». Parola di Sergio Mattarella.
Carlo Cambi
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi e i suoi trasformano l'agguato all'azzurra in «pestaggio xenofobo». I carabinieri: la banda ha colpito anche italiani.L'ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano. L'operaio ferito nel Vicentino dichiara: «Sono altre le cause». Pure l'uomo che gli ha sparato viene dall'estero. Il marocchino ucciso nel Lazio era in fuga e aveva lo zaino pieno di arnesi da scasso.Sergio Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati. Il presidente parla dei profughi, non dei nostri minori sfruttati. Accettano 2 euro all'ora in nero per aiutare le famiglie in crisi.Lo speciale contiene tre articoli.Ieri mattina, intorno alle 11.30, sulla prima pagina dell'edizione online di Repubblica è apparso un allarmante fascione rosso, di quelli che si utilizzano per le notizie deflagranti appena giunte in redazione: «Ultimora: Moncalieri, aggressione razzista a Daisy Osakue, azzurra dell'atletica», si leggeva. Nello stesso momento, tuttavia, la versione online di Repubblica Torino, forte di un maggiore approfondimento sulla cronaca locale, spiegava: «Al momento non è accertato se possa trattarsi di un gesto di discriminazione razziale». Curioso, non trovate? Stessa notizia, stesso giornale, due versioni abbastanza differenti. Non è difficile capire perché: all'edizione nazionale interessava spingere sull'aspetto politico della faccenda, alimentare l'allarme razzismo onde accusare l'attuale governo di essere spietato e xenofobo. Del resto, il Partito democratico ha fatto la stessa cosa. Alle 11.52 di ieri, su Twitter, il segretario dem, Maurizio Martina, scriveva: «Chi nega la spirale razzista che sta crescendo nel Paese se ne rende complice». Pochi minuti prima, Matteo Renzi aveva pubblicato un commento ancora più feroce: «Daisy Osakue», ha scritto, «è una campionessa italiana. Ieri è stata selvaggiamente picchiata da schifosi razzisti. Gli attacchi contro persone di diverso colore della pelle sono una emergenza. Ormai è un'evidenza, che nessuno può negare, specie se siede al governo». Renzi era così ansioso di twittare il suo sdegno che non si è nemmeno premurato di leggere con attenzione la notizia che stava commentando. Daisy Osakue è davvero una «campionessa italiana», ma non è stata «selvaggiamente picchiata». Matteo avrebbe potuto scoprirlo se solo si fosse dato il tempo di approfondire la questione, magari dando uno sguardo al comunicato stampa dei carabinieri. Vediamo allora di spiegare bene che cosa è accaduto davvero. Daisy Osakue è nata a Torino il 16 gennaio del 1996, da genitori nigeriani. È la primatista italiana under 23 di lancio del disco, un'atleta di altissimo livello che veste la maglia azzurra della Nazionale. Inoltre, è iscritta ai Giovani democratici, l'organizzazione giovanile del Pd. Nella notte tra domenica e lunedì ha subito una brutta aggressione a Moncalieri, dove vive. Ecco che cosa dice il comunicato stampa dei carabinieri, pubblicato ieri mattina: «Il 30 luglio 2018, ore 01.25 circa, a Moncalieri, Corso Roma angolo via Vico, alcune persone a bordo di Fiat Doblò non meglio indicato, lanciavano delle uova contro un gruppo di ragazze che si trovavano in strada, colpendo al volto una studentessa di colore, con la cittadinanza italiana, di 22 anni abitante a Moncalieri, campionessa italiana under 23 di lancio del disco. La medesima, soccorsa da personale del 118, è stata trasportata all'Ospedale Oftalmico di Torino, dove è stata riscontrata affetta da “lesione della cornea" [...]. Prime verifiche hanno escluso che l'azione sia riconducibile a discriminazione razziale». Daisy, a quanto pare, camminava assieme ad alcune amiche. Era un poco più avanti rispetto al gruppo, quando un furgone si è avvicinato a tutta velocità. A bordo c'erano, sembra, due persone, che hanno lanciato uova fuori dal finestrino, colpendo in viso l'atleta. La Osakue ne ha ricavato abrasioni alla cornea, dovrà fermarsi per due giorni, un frammento d'uovo dovrà essere tolto dall'occhio e poi potrà riprendere ad allenarsi Il 9 agosto, infatti, la aspettano gli europei a Berlino. «Provo tanta rabbia. Ma andrò a Berlino», ha detto la ragazza alla Stampa. «Due giorni senza allenamento, poi mercoledì mattina un altro controllo a Torino all'Ospedale oftalmico e potrò ricominciare ad allenarmi giovedì». Il tema caldo, tuttavia, non riguarda la preparazione della giovane, quanto l'attacco razzista che avrebbe subito. Come abbiamo mostrato, da sinistra si sono gettati a pesce sulla polemica, senza nemmeno premurarsi di verificare i fatti accaduti. Che ci sia stata un'aggressione è fuori di dubbio, ma che sia stata «razzista», beh, è tutto da verificare. «Credo che non cercassero me, ma più in generale una ragazza di colore», ha detto Daisy alla Stampa. «In quella zona ci sono molte prostitute di origine africana, probabilmente volevano colpire una di loro per fare una bravata». Ma allora perché i carabinieri escludono il movente razziale? Tanto per cominciare, la stessa Osakue, inizialmente, ha fornito una versione leggermente diversa. Ai militari dell'Arma, infatti, ha dichiarato: «Il gesto non è stato accompagnato da insulti a sfondo razziale. Io penso che nessuno a mezzanotte vada in giro con un uovo in mano. Se non lo avessero lanciato contro di me forse lo avrebbero lanciato contro un palazzo». Insomma, sulle prime la ragazza non ha parlato di razzismo. Lo ha fatto solo dopo, con i telegiornali, quando ormai la polemica mediatica era esplosa (e qui, forse, la sua simpatia per il Pd ha pesato un po'). Tra l'altro, purtroppo, i lanci di uova in quella zona di Moncalieri non sono una rarità. Il primo episodio è avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 luglio, quando un pensionato ha segnalato un lancio contro la sua abitazione. Ma, soprattutto, c'è il caso del 25 luglio. Intorno alle 23.30 tre donne italiane - bianche, per inciso - sono state colpite da uova lanciate da un'auto in corsa («la stessa di ieri notte», precisano i carabinieri) mentre uscivano da un ristorante. Intendiamoci: l'aggressione, anche piuttosto vigliacca, c'è stata. Ma prima di raccontare di branchi di razzisti che picchiano selvaggiamente una ragazza nera bisognerebbe andarci cauti. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-uova-contro-daisy-sono-una-porcata-ma-non-sono-razziste-2591260928.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lipotesi-discriminazione-crolla-anche-nei-casi-di-aprilia-e-bassano" data-post-id="2591260928" data-published-at="1767997363" data-use-pagination="False"> L’ipotesi discriminazione crolla anche nei casi di Aprilia e Bassano Gli attacchi a sfondo razziale si susseguono: spari, fucilate, botte, persino omicidi. Da giorni il fronte progressista italiano non parla d'altro, fornendo lunghissimi elenchi di aggressioni ai danni di migranti e persone dalla pelle nera. In alcuni casi si tratta di innegabili episodi di razzismo, come la vicenda di Partinico, in Sicilia, dove Khalifa Djembe, un senegalese di 19 anni, è stato picchiato al grido di «sporco negro». Altri casi, però, con il razzismo c'entrano molto poco. Prendiamo gli ultimi due in ordine di tempo, avvenuti a Cassola, vicino a Bassano del Grappa, e ad Aprilia, in provincia di Latina. Partiamo dal Nord. Il 27 luglio, Gad Lerner ha suonato la carica su Twitter: «Oggi a Bassano l'ennesima fucilata contro uomo di colore», ha scritto. «Com'era purtroppo prevedibile, Luca Traini, il giustiziere fascioleghista di Macerata ha fatto scuola. Vigliacchi e razzisti, fa bene il presidente Mattarella a denunciarne l'escalation». Vediamo di riassumere l'accaduto. Succede che Lenny Delgado, 33 anni, nato a Capo Verde, in Africa e residente a Isola Vicentina, si trova a circa 7 metri di altezza su una pedana. Fa l'elettricista, sta lavorando assieme a un collega su un lampione. Avverte un dolore alla schiena, scende a terra e si accorge di essere ferito alla schiena. Gli hanno sparato, si scoprirà poi, con una carabina ad aria compressa. La ferita è stata subito suturata, nel giro di pochi giorni l'elettricista potrà rientrare al lavoro. Subito, però, si scatena il pandemonio politico. Emanuele Fiano del Pd è furente: «I leader di governo dovrebbero conoscere il peso delle parole, ma cercano solo consenso. Macerata, Forlì, Caserta, adesso Vicenza, la vicenda della bimba rom da chiarire. Non sono più casi». Solo che, appunto, tutti questi casi sono molto, molto diversi tra loro. E la storia di Bassano non è esattamente un episodio di razzismo. A sparare con l'arma ad aria compressa, infatti, è stato un uomo di nome Cristian Damian Zangari, 40 anni, disoccupato. È cittadino italiano, certo, ma in realtà è un immigrato pure lui. Viene dall'Argentina, e chi gli ha parlato spiega che il suo accento sudamericano non mente. Capite che la storia di Luca Traina è molto, molto diversa dalla sua. Se n'è accorta perfino la vittima, cioè Lenny Delgado. Intervistato dal Corriere della Sera, ha dichiarato a proposito del suo aggressore: «Credo che fosse solo uno che non aveva niente da fare, ha trovato l'occasione per provare questo fucile e mi ha colpito». Poi ha aggiunto: «Per me non ha niente a che fare con il razzismo, è qualcos'altro». Diciamo che, per lo meno, la faccenda è ambigua e converrebbe non gridare alla discriminazione per partito preso. Così come conviene esaminare a fondo la storia di Aprilia. Anche qui, immediatamente, i grandi giornali hanno sparato titoli su un «immigrato ucciso», facendo capire che la xenofobia c'entrasse in qualche modo. Di nuovo, però, la realtà è un po' diversa. Tutto inizia verso le 2 della notte fra sabato e domenica. Gli abitanti di via Guardapasso notano una Renault Megane che si aggira nel quartiere. Visto che nei giorni precedenti si sono verificati furti d'auto, i cittadini si insospettiscono e chiamano i carabinieri. A bordo della macchina ci sono due uomini. Quando si rendono conto di aver suscitato attenzioni indesiderate, fuggono sgommando. Tre residenti si lanciano all'inseguimento, per altro informando i carabinieri della loro posizione. La Megane corre veloce, a un certo punto imbocca una strada contromano, rischia un frontale e sbatte contro un marciapiedi. Pochi istanti dopo il conducente si ferma, esce dall'auto e scappa. Lo stanno ancora cercando. L'altro uomo, invece, non fugge. Si chiama Hady Zaitouni, 43 anni, marocchino. Ha precedenti penali, ma non «per qualche furtarello», come ha scritto Repubblica, bensì per aver violato ordini delle autorità. Può darsi, ma non è sicuro, che non abbia rispettato qualche decreto di espulsione. Ma torniamo ai fatti. Zaitouni viene raggiunto da due dei tre abitanti di Aprilia (il terzo va a parecheggiare la macchina). Non c'è stato un pestaggio, dice il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dell'Arma. C'è stato «un contatto fisico, un pugno, poi un calcio o uno spintone». Il marocchino muore, e saranno i risultati dell'autopsia fatta ieri a stabilire la causa del decesso. Forse, cadendo, ha battuto la testa a terra. Ma è anche probabile che, quando la sua auto ha sbattuto contro il marciapiede, l'uomo abbia riportato delle lesioni. Quel che è certo è che questo signore aveva con sé uno zaino pieno di materiale per lo scasso. Di sicuro, dunque, non era un comune cittadino che è stato linciato dalla folla perché straniero. Due dei tre residenti di Aprilia che hanno partecipato all'inseguimento sono accusati di omicidio preterintenzionale, e c'è chi sostiene che fossero dei giustizieri, che avessero organizzato delle «ronde» contro i criminali stranieri. Ma, di nuovo, i carabinieri ci vanno con i piedi di piombo: «Non lo escludo, non abbiamo però ancora elementi per poterlo affermare, e se così fosse ne sarei stupito», dice il colonnello Vitagliano. «Lì era un casino, ci siamo rovinati», hanno detto, tra le lacrime, i due italiani indagati ai carabinieri. Ieri sono circolati sul Web anche alcuni video che proverebbero il pestaggio ai danni del marocchino. Tale «pestaggio», tuttavia, non si vede. Appare, in tasca a uno degli italiani (una guardia giurata) una pistola, che però, a quanto risulta, non è stata utilizzata. Come vedete, se osservato nel dettaglio, ogni caso è diverso. E non sempre il razzismo è protagonista. Anzi, in alcuni casi non c'entra proprio niente. Le bravate finite male, le stupidaggini sfociate in tragedia sono cose orrende, come no. Ma non bastano per parlare di razzismo diffuso ed emergenza sociale. Riccardo Torrescura <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-uova-contro-daisy-sono-una-porcata-ma-non-sono-razziste-2591260928.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mattarella-dimentica-gli-schiavi-italiani-sono-260-000-i-bimbi-ai-lavori-forzati" data-post-id="2591260928" data-published-at="1767997363" data-use-pagination="False"> Mattarella dimentica gli schiavi italiani: sono 260.000 i bimbi ai lavori forzati Un altro mistero avvolge la Repubblica italiana: chi scrive i discorsi di Sergio Mattarella? Stavolta è scivolato sulla retorica pro migranti. Il Quirinale fa a gara con il Vaticano, dimenticando che il Papa ha un magistero di fede - stavolta elogiato pure da Matteo Salvini - e il presidente della Repubblica ha un dovere istituzionale: la Costituzione, articolo 7, lo dice proprio. Si capisce anche che a Sergio Mattarella questo governo e in particolare il ministro dell'Interno non stanno simpatici. Perché Mattarella parla dei migranti, ma tace - sarà carità di patria? - sui minori italiani sfruttati, si duole per i barconi, ma non per i cinesi che hanno il record di schiavi. Celebrando un'ennesima giornata mondiale, quella che l'Onu come lavacro di coscienza dedica a stigmatizzare la tratta di esseri umani, ha affermato: «La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità». E dopo una durissima condanna Mattarella aggiunge: «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio. Una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani. Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con un'Unione europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità». Mattarella ha anche dato le cifre: «l'Organizzazione internazionale del lavoro», osserva, «denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato». Per la verità gli schiavi nel mondo sono tre volte tanti e sorge una domanda: è la schiavitù che genera immigrazione, o l'immigrazione che genera la schiavitù? Perché lo stesso Mattarella il 21 febbraio 2017 ha detto a Pechino: «Siamo qui per fare un ulteriore passo avanti nella grande amicizia che c'è e nella collaborazione che è molto intensa sotto tanti profili: da quello economico commerciale a quello culturale»? La Cina è il secondo Paese al mondo per numero di schiavi: ne conta ben 3,1 milioni. Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio, il 1° novembre 2017 ha affermato: «Sono felice di visitare l'India». Le ragioni di collaborazione economica, mettendo da parte anche un po' i marò -Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati ingiustamente dagli indiani e di cui più nessuno si occupa -hanno determinato tanto entusiasmo. L'India è il primo Paese per numero di schiavi: 14 milioni. Ma gli schiavi sono i migranti e appunto non bisogna guardare altrove. Perché se si guardasse in casa nostra si scoprirebbe che l'Italia - stando ad un rapporto di Walk free fundation redatto nel 2017 e che metteva sotto accusa le politiche dei governi dal 2010 - è il terzo Paese europeo per schiavi: ne abbiamo 129.000. Prima è la Turchia, quella a cui l'Europa invocata da Mattarella dà 6 miliardi perché si tenga i profughi che non fanno più comodo alla Germania. Ankara ha 600.000 schiavi ed è anche il principale mercato di donne e bambini yazidi (etnia curdo irachena) «proprietà» dell'Isis che li vende -dopo averli usati - tra 2.000 e 4.000 dollari per finanziare il terrorismo. A Mattarella qualcuno avrebbe dovuto spiegare che in Italia ci sono, secondo l'Unicef, 260.000 bambini sfruttati, una goccia nel mare dei 150 milioni di bimbi «usati» del mondo. Ma qui sono i nostri figli, soprattutto nel Sud, avviati a lavori precari e pericolosi perché la crisi che ha prodotto in Italia 18,1 milioni di poveri (dovremo potarli a 12,9 milioni entro il 2020 per rispettare i parametri europei) ha convinto a far lavorare i minori pur di mangiare. Un studio di Giuseppe Mele di Paidoss, associazione che si occupa di infanzia e adolescenza, ha rivelato che 30.000 dei 260.000 under 16 lavorano di notte pagati meno di 2 euro l'ora e solo 20.000 non sono italiani perché per il 54% delle famiglie se c'è bisogno è giusto far lavorare i bambini (la legge lo vieta prima dei 16 anni). Il 26% dei genitori, con punte del 33% al Sud, approva, il 20% lo ritiene possibile. Ma le vittime sono i migranti. A sfruttarli sono altri immigrati, soprattutto cinesi. Nel quadrilatero del tessile e della concia in Toscana (Prato-Vaiano-Monemurlo-Santa Croce) e nei distretti calzaturieri marchigiani ci sono i tariffari: i cinesi lavorano a cottimo, gli italiani (pochi) sono pagati quasi regolarmente, senza contributi e con gli straordinari fuori busta perché, come dice Tito Boeri, presidente dell'Inps, in un Paese in cui ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero che il suo istituto non sa perseguire, sono «gli immigrati regolari a pagarci le pensioni». I pakistani, che sono i più numerosi in questi settori, prendono 900 euro al mese per 72 ore settimanali, gli africani 700. Ma il problema sono i barconi. Perché occuparsi di George Soros che finanzia le Ong che raccolgono i «naufraghi» pare brutto. Invece lui è il signore del coltan, uno dei maggiori investitori in Tesla: la super car elettrica americana per un mondo pulito. Tesla compra le batterie dalla Lg chem sudcoreana, mentre la Samsung sdi, sempre sudcoreana, vende le batterie a Fca e Bmw. Sono fatte con il coltan (ovvero il cobalto) estratto a mano dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo da 40.000 bambini - secondo Amnesty ne muoiono 2.000 l'anno - tra i 7 e i 10 anni, pagati 2 dollari al giorno. Ma perché parlarne? «Terreno agevole per le nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio… Rifuggendo la tentazione di guardare altrove». Parola di Sergio Mattarella. Carlo Cambi
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
Continua a leggereRiduci
«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
Continua a leggereRiduci
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.