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2024-03-03
Le spie russe umiliano Berlino. Parigi tiene in caldo le forze speciali
Olaf Scholz (Ansa)
È la guerra, bellezza. Sempre meno fredda. Con le basi Cia al confine tra Russia e Ucraina, le infiltrazioni di soldati occidentali, i voli degli F-35 americani. E le classiche spie di Mosca.
Come quelle che hanno captato le conversazioni di alcuni alti ufficiali dell’aeronautica tedesca, mentre discutevano della fornitura di missili Taurus a Kiev e del rischio che la resistenza li utilizzasse per colpire obiettivi sensibili. Ad esempio, il ponte che collega la Crimea al territorio della Federazione. La registrazione del colloquio è stata pubblicata dal canale Russia Today - oscurato nell’Ue - ed è stata diffusa sui social. Il ministero della Difesa di Berlino ha confermato che l’intercettazione c’è stata; tuttavia, non è in grado di stabilire «se siano state apportate modifiche alla versione registrata». L’esercito considera «autentico» il contenuto dell’audio e il governo assicura che il controspionaggio militare «ha adottato tutte le misure necessarie». Il regime di Vladimir Putin, però, alza le mani. Anzi, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha chiesto spiegazioni alla Germania.
L’episodio aumenta la pressione attorno al cancelliere Olaf Scholz. Ieri, a margine della sua visita in Vaticano, il leader dei socialdemocratici ha ammesso che quella della fuga di informazioni è «una questione molto seria» e ha promesso un’«indagine molto accurata, molto estesa e molto rapida». Nondimeno, al congresso del Pse a Roma, ha ribadito che «non manderemo truppe» in Ucraina «e faremo di tutto per evitare questa evoluzione».
Il capo dell’esecutivo è alle prese con l’incalzante richiesta di fornire agli ucraini i razzi a lunga gittata. Lui, restio alla consegna per timore di un’escalation con i russi, ha reagito alle insistenze della Gran Bretagna, svelando dettagli imbarazzanti sulle attività di inglesi e francesi al fronte. «Ciò che fanno in termini di controllo dei bersagli», ha precisato, «la Germania non può farlo». Scholz, in pratica, ha dichiarato pubblicamente che Londra e Parigi assistono Kiev nel lancio dei missili Storm shadow, suscitando le ire del ministro della Difesa inglese, Ben Wallace, il quale ha definito il politico tedesco «l’uomo sbagliato, al posto sbagliato, nel momento sbagliato».
Che uomini e mezzi di Paesi Nato operino in Ucraina, comunque, era il segreto di Pulcinella. Ieri, sulla Verità, vi abbiamo dato conto di ciò che è stato documentato finora: il ruolo dell’intelligence Usa, il contributo dei caccia di quinta generazione nell’individuazione delle batterie russe di terra-aria, la presenza sul campo di forze speciali di Lituania, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Francia. Che ormai è uscita allo scoperto.
A Emmanuel Macron non è bastato rivendicare le frasi sull’invio di truppe - ogni sua parola, ha garantito, è «pesata, pensata e misurata». Venerdì sera, Le Monde ha svelato cosa avrebbe in mente monsieur le président: vorrebbe consentire alle forze speciali di mettere gli stivali sul terreno, per porre la Russia dinanzi a un «dilemma strategico». Confiderebbe, così, di dissuadere Putin dall’attaccare le aree nelle quali sarebbero di stanza i transalpini. In realtà, si tratterebbe semplicemente di portare alla luce ciò che finora è avvenuto nell’ombra, anche con il contributo dei servizi segreti. I quali, ha ricordato al quotidiano francese un ex dipendente della direzione generale della Sicurezza esterna, Vincent Crouzet, «non sono soggetti alle leggi di guerra». Secondo una fonte di Kiev, tutte le nazioni alleate sarebbero già in Ucraina, sebbene non abbiano unità combattenti. Circostanza confermata da un funzionario della Difesa europea, che al Financial Times ha illustrato l’obiettivo della sortita di Macron: non tanto passare a una nuova fase dell’impegno bellico, dato che le forze speciali occidentali sono già coinvolte, quanto creare «deterrenza e ambiguità». In fondo, se subito dopo la sua proposta il presidente ha raccolto una bocciatura quasi unanime, inclusa quella del segretario della Nato, nelle ultime ore sono arrivate varie adesioni: quella di due Repubbliche baltiche, la lituana e l’estone, e quella del Canada. L’inquilino dell’Eliseo deve avere progetti abbastanza grandi da giustificare la convocazione, per giovedì prossimo, di tutti i capi dei partiti, per parlare della «situazione in Ucraina». S’incrociano due piani: quello delle ambizioni di Parigi, decisa ad approfittare della ritirata di Washington per imporre la propria egemonia sul Vecchio continente, anche attraverso il predominio militare; e il tentativo di scoraggiare eventuali colpi di coda dello zar, in una fase in cui l’inerzia del conflitto pende a favore di Mosca.
La verità è che un dilemma strategico attanaglia pure noi. L’Occidente deve evitare una catastrofe planetaria, ma al contempo non può permettersi una capitolazione. Perdere l’Ucraina significherebbe trasmettere alle potenze che intendono sfidarne il primato - la Cina che punta a Taiwan, oltre ai nemici di Usa e Israele in Medio Oriente, Iran in testa - che l’ordine mondiale si può scompaginare. Ma nemmeno a Putin è consentito mollare l’osso: c’è in ballo la possibilità di assicurarsi uno sbocco nel Mediterraneo, di controllare l’istmo ponto-baltico e, soprattutto, di scongiurare quello che l’élite russa considera un assedio della Nato.
È un guaio, perché una trattativa di pace implica la disponibilità a un compromesso. Qui, invece, siamo dinanzi a uno stallo totale: nelle trincee e nelle valutazioni politiche delle parti. Man mano, aumenta il pericolo di finire trascinati in una guerra dai contorni apocalittici. Non è più fantastoria. Ci siamo dentro fino al collo.
«Putin paga i vostri media». E il «Corriere» rilancia senza uno straccio di prova
I funerali di Alexei Navalny, celebrati lo scorso venerdì, hanno giustamente attirato l’attenzione dei media occidentali, che quando svolgono correttamente il loro lavoro fungono, secondo la nota definizione, da «cani da guardia» del potere. La morte in prigione di un oppositore politico è senz’altro un avvenimento da mettere in risalto e un’occasione per interrogarsi su temi importanti, come tutte le edizioni dei quotidiani di ieri hanno fatto, ma anche in certi casi per lanciare messaggi di altro tipo. Accanto al racconto della cerimonia funebre e della sepoltura di Navalny, il Corriere della Sera ieri ha proposto un’intervista ad Alexander Nevzorov, giornalista e deputato della Duma dal 1993 al 2007, il quale vive in Italia sotto protezione dopo essere fuggito da Mosca, il 22 marzo del 2022, per scampare alle accuse di diffondere false informazioni, reato per cui secondo la legge russa rischierebbe fino a 15 anni. «Più pressione sul regime. Da voi tanti fan di Mosca», ha titolato la conversazione il giornale milanese di Via Solferino, facendo eco alle parole di Volodymyr Zelensky di qualche giorno fa, quando in occasione della firma del patto bilaterale con il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva dichiarato: «Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filoputiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea».La breve intervista a Nevzorov si concentra sulla situazione in Russia e sulla possibilità o meno di un cambiamento dall’interno, cosa che l’interlocutore tende a escludere, tuttavia anche in uno degli occhielli a lato dell’articolo, quelli che si leggono quando si sfoglia frettolosamente il quotidiano, vengono messe in risalto le parole riguardanti questa presunta schiera di opinionisti al soldo dello zar: «Vladimir Putin ha tanti soldi e da sempre compra sostenitori», si legge nelle righe di sommario. «L’Italia è un Paese grande ed è un mercato importante per lui. Lo ha fatto anche in altri Stati europei, ha creato una rete». Nell’intervista, in realtà, il rilievo è ancora più esplicito: «Ha creato una vera e propria rete e ha pagato tantissimi opinionisti italiani perché dicano quello che vuole lui. È una pratica in atto da anni». Al che la giornalista, giustamente, ha chiesto al russo: «È un’accusa molto grave, ha prove di quello che dice?». Una domanda più che legittima, a cui l’intervistato ha risposto: «No, non possiamo accusare qualcuno in particolare, ma sappiamo chi sono e vediamo il risultato». Quindi, ricapitolando: secondo Nevzorov in Italia ci sono non uno, non dieci, bensì «tantissimi opinionisti» al soldo di Putin, ma è lui stesso ad ammettere di non avere alcuna prova che lo dimostri. Ora, l’oppositore russo ha tutto il diritto di pensarlo, ma prima di gettare fango sulla stampa italiana e sui suoi opinionisti in generale, forse dovrebbe avere qualcosa in mano. E dovrebbe essere il principale quotidiano italiano a chiedergliene conto, prima di fare da semplice megafono.Se il messaggio che la morte di Navalny ha lasciato al mondo è il valore delle libertà politiche e civili, anche le accuse senza prove non fanno bene alla democrazia, come già sapevano oltre due millenni fa gli inventori di questa straordinaria forma di governo, gli ateniesi. Esiste anche la possibilità, ebbene sì, che chi esprime preoccupazioni per il sostegno a oltranza verso Kiev, viste anche le ultime affermazioni di un noto leader europeo, non sia pagato da Putin, ma abbia solo conservato un minimo di senno o semplicemente non condivida la pressione bellicista a reti unificate.
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Scholz ammette che Mosca ha intercettato i dialoghi riservati sui missili Taurus: «Fatto grave». Se i soldati tedeschi non partiranno, quelli francesi sembrano pronti a farlo: l’Eliseo convoca i partiti per un annuncio. Il principale quotidiano italiano fa da megafono alle accuse dell’oppositore Nevzorov. Che ammette: «Non ho riscontri».Lo speciale contiene due articoli.È la guerra, bellezza. Sempre meno fredda. Con le basi Cia al confine tra Russia e Ucraina, le infiltrazioni di soldati occidentali, i voli degli F-35 americani. E le classiche spie di Mosca.Come quelle che hanno captato le conversazioni di alcuni alti ufficiali dell’aeronautica tedesca, mentre discutevano della fornitura di missili Taurus a Kiev e del rischio che la resistenza li utilizzasse per colpire obiettivi sensibili. Ad esempio, il ponte che collega la Crimea al territorio della Federazione. La registrazione del colloquio è stata pubblicata dal canale Russia Today - oscurato nell’Ue - ed è stata diffusa sui social. Il ministero della Difesa di Berlino ha confermato che l’intercettazione c’è stata; tuttavia, non è in grado di stabilire «se siano state apportate modifiche alla versione registrata». L’esercito considera «autentico» il contenuto dell’audio e il governo assicura che il controspionaggio militare «ha adottato tutte le misure necessarie». Il regime di Vladimir Putin, però, alza le mani. Anzi, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha chiesto spiegazioni alla Germania. L’episodio aumenta la pressione attorno al cancelliere Olaf Scholz. Ieri, a margine della sua visita in Vaticano, il leader dei socialdemocratici ha ammesso che quella della fuga di informazioni è «una questione molto seria» e ha promesso un’«indagine molto accurata, molto estesa e molto rapida». Nondimeno, al congresso del Pse a Roma, ha ribadito che «non manderemo truppe» in Ucraina «e faremo di tutto per evitare questa evoluzione».Il capo dell’esecutivo è alle prese con l’incalzante richiesta di fornire agli ucraini i razzi a lunga gittata. Lui, restio alla consegna per timore di un’escalation con i russi, ha reagito alle insistenze della Gran Bretagna, svelando dettagli imbarazzanti sulle attività di inglesi e francesi al fronte. «Ciò che fanno in termini di controllo dei bersagli», ha precisato, «la Germania non può farlo». Scholz, in pratica, ha dichiarato pubblicamente che Londra e Parigi assistono Kiev nel lancio dei missili Storm shadow, suscitando le ire del ministro della Difesa inglese, Ben Wallace, il quale ha definito il politico tedesco «l’uomo sbagliato, al posto sbagliato, nel momento sbagliato». Che uomini e mezzi di Paesi Nato operino in Ucraina, comunque, era il segreto di Pulcinella. Ieri, sulla Verità, vi abbiamo dato conto di ciò che è stato documentato finora: il ruolo dell’intelligence Usa, il contributo dei caccia di quinta generazione nell’individuazione delle batterie russe di terra-aria, la presenza sul campo di forze speciali di Lituania, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Francia. Che ormai è uscita allo scoperto.A Emmanuel Macron non è bastato rivendicare le frasi sull’invio di truppe - ogni sua parola, ha garantito, è «pesata, pensata e misurata». Venerdì sera, Le Monde ha svelato cosa avrebbe in mente monsieur le président: vorrebbe consentire alle forze speciali di mettere gli stivali sul terreno, per porre la Russia dinanzi a un «dilemma strategico». Confiderebbe, così, di dissuadere Putin dall’attaccare le aree nelle quali sarebbero di stanza i transalpini. In realtà, si tratterebbe semplicemente di portare alla luce ciò che finora è avvenuto nell’ombra, anche con il contributo dei servizi segreti. I quali, ha ricordato al quotidiano francese un ex dipendente della direzione generale della Sicurezza esterna, Vincent Crouzet, «non sono soggetti alle leggi di guerra». Secondo una fonte di Kiev, tutte le nazioni alleate sarebbero già in Ucraina, sebbene non abbiano unità combattenti. Circostanza confermata da un funzionario della Difesa europea, che al Financial Times ha illustrato l’obiettivo della sortita di Macron: non tanto passare a una nuova fase dell’impegno bellico, dato che le forze speciali occidentali sono già coinvolte, quanto creare «deterrenza e ambiguità». In fondo, se subito dopo la sua proposta il presidente ha raccolto una bocciatura quasi unanime, inclusa quella del segretario della Nato, nelle ultime ore sono arrivate varie adesioni: quella di due Repubbliche baltiche, la lituana e l’estone, e quella del Canada. L’inquilino dell’Eliseo deve avere progetti abbastanza grandi da giustificare la convocazione, per giovedì prossimo, di tutti i capi dei partiti, per parlare della «situazione in Ucraina». S’incrociano due piani: quello delle ambizioni di Parigi, decisa ad approfittare della ritirata di Washington per imporre la propria egemonia sul Vecchio continente, anche attraverso il predominio militare; e il tentativo di scoraggiare eventuali colpi di coda dello zar, in una fase in cui l’inerzia del conflitto pende a favore di Mosca.La verità è che un dilemma strategico attanaglia pure noi. L’Occidente deve evitare una catastrofe planetaria, ma al contempo non può permettersi una capitolazione. Perdere l’Ucraina significherebbe trasmettere alle potenze che intendono sfidarne il primato - la Cina che punta a Taiwan, oltre ai nemici di Usa e Israele in Medio Oriente, Iran in testa - che l’ordine mondiale si può scompaginare. Ma nemmeno a Putin è consentito mollare l’osso: c’è in ballo la possibilità di assicurarsi uno sbocco nel Mediterraneo, di controllare l’istmo ponto-baltico e, soprattutto, di scongiurare quello che l’élite russa considera un assedio della Nato.È un guaio, perché una trattativa di pace implica la disponibilità a un compromesso. Qui, invece, siamo dinanzi a uno stallo totale: nelle trincee e nelle valutazioni politiche delle parti. Man mano, aumenta il pericolo di finire trascinati in una guerra dai contorni apocalittici. Non è più fantastoria. 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La morte in prigione di un oppositore politico è senz’altro un avvenimento da mettere in risalto e un’occasione per interrogarsi su temi importanti, come tutte le edizioni dei quotidiani di ieri hanno fatto, ma anche in certi casi per lanciare messaggi di altro tipo. Accanto al racconto della cerimonia funebre e della sepoltura di Navalny, il Corriere della Sera ieri ha proposto un’intervista ad Alexander Nevzorov, giornalista e deputato della Duma dal 1993 al 2007, il quale vive in Italia sotto protezione dopo essere fuggito da Mosca, il 22 marzo del 2022, per scampare alle accuse di diffondere false informazioni, reato per cui secondo la legge russa rischierebbe fino a 15 anni. «Più pressione sul regime. Da voi tanti fan di Mosca», ha titolato la conversazione il giornale milanese di Via Solferino, facendo eco alle parole di Volodymyr Zelensky di qualche giorno fa, quando in occasione della firma del patto bilaterale con il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva dichiarato: «Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filoputiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea».La breve intervista a Nevzorov si concentra sulla situazione in Russia e sulla possibilità o meno di un cambiamento dall’interno, cosa che l’interlocutore tende a escludere, tuttavia anche in uno degli occhielli a lato dell’articolo, quelli che si leggono quando si sfoglia frettolosamente il quotidiano, vengono messe in risalto le parole riguardanti questa presunta schiera di opinionisti al soldo dello zar: «Vladimir Putin ha tanti soldi e da sempre compra sostenitori», si legge nelle righe di sommario. «L’Italia è un Paese grande ed è un mercato importante per lui. Lo ha fatto anche in altri Stati europei, ha creato una rete». Nell’intervista, in realtà, il rilievo è ancora più esplicito: «Ha creato una vera e propria rete e ha pagato tantissimi opinionisti italiani perché dicano quello che vuole lui. È una pratica in atto da anni». Al che la giornalista, giustamente, ha chiesto al russo: «È un’accusa molto grave, ha prove di quello che dice?». Una domanda più che legittima, a cui l’intervistato ha risposto: «No, non possiamo accusare qualcuno in particolare, ma sappiamo chi sono e vediamo il risultato». Quindi, ricapitolando: secondo Nevzorov in Italia ci sono non uno, non dieci, bensì «tantissimi opinionisti» al soldo di Putin, ma è lui stesso ad ammettere di non avere alcuna prova che lo dimostri. Ora, l’oppositore russo ha tutto il diritto di pensarlo, ma prima di gettare fango sulla stampa italiana e sui suoi opinionisti in generale, forse dovrebbe avere qualcosa in mano. E dovrebbe essere il principale quotidiano italiano a chiedergliene conto, prima di fare da semplice megafono.Se il messaggio che la morte di Navalny ha lasciato al mondo è il valore delle libertà politiche e civili, anche le accuse senza prove non fanno bene alla democrazia, come già sapevano oltre due millenni fa gli inventori di questa straordinaria forma di governo, gli ateniesi. Esiste anche la possibilità, ebbene sì, che chi esprime preoccupazioni per il sostegno a oltranza verso Kiev, viste anche le ultime affermazioni di un noto leader europeo, non sia pagato da Putin, ma abbia solo conservato un minimo di senno o semplicemente non condivida la pressione bellicista a reti unificate.
La deputata repubblicana Nancy Mace. Nel riquadro, Virginia Giuffré (Getty Images)
«In coerenza con quanto previsto dalla legge, il Dipartimento [della Giustizia], previa consultazione con i legali delle vittime e con le vittime stesse, ha intrapreso un processo esteso per identificare e oscurare “le porzioni separabili dei documenti che (a) contengono informazioni personali identificative delle vittime […] la cui divulgazione costituirebbe un’invasione chiaramente ingiustificata della privacy personale; (b) raffigurano o contengono materiale di abuso sessuale su minori (Csam) […]; (c) metterebbero a rischio un’indagine federale in corso o un procedimento penale pendente, a condizione che tale trattenimento sia ristretto in modo mirato e temporaneo; e (d) raffigurano o contengono immagini di morte, abuso fisico o lesioni di qualsiasi persona”». L’ultimo Epstein file desecretato è di per sé inutile - una lunga lista di tutti gli individui politicamente esposti menzionati nei documenti - ma esplicita ancora una volta quanto previsto dall’Epstein Files Transparency Act, la legge che ha ordinato le desecretazioni: non tutto è stato pubblicato. Non appaiono, tra i milioni di file accessibili online, quelli contenenti scene di abusi sui minori, morte, maltrattamenti fisici e ferite.
La repubblicana Nancy Mace, tra i deputati insoddisfatti dall’operato del ministero americano, afferma che ci sono ancora file tenuti segreti nel cassetto. «Questa storia non finirà finché qualcuno non andrà in prigione», ha scritto polemicamente su X. Nei giorni scorsi, l’insistenza di alcuni rappresentanti ha costretto la procuratrice generale Pam Bondi e il suo vice Todd Blanche a diffondere alcuni nomi oscurati, tra cui quello del miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che con il faccendiere ebreo si scambiava «video di torture». In un’altra email finora rimasta sottotraccia, Epstein risponde così all’emiratino: «Grazie, loro sono un tesoro. Stanotte nessuna ragazza è al sicuro a Dubai». A chi o che cosa si riferisse il faccendiere con «tesoro», non è dato sapere.
Benché con l’amministrazione Trump si siano fatti enormi passi avanti sul piano della trasparenza, questa incompletezza gioca a favore di chi sospetta vi sia una schiera di papaveri impuniti. D’altronde Virginia Giuffrè, schiava sessuale di Epstein morta l’anno scorso (ufficialmente per suicidio) in Australia, in un’intervista del 2019 ha fornito buoni motivi per farlo: «Sono stata trafficata a tanti tipi diversi di uomini. Sono stata trafficata ad altri miliardari. Sono stata trafficata a politici, professori, persino a membri della royalty (la famiglia reale). Mi usava come strumento di ricatto, in modo che queste persone gli dovessero favori». «Mi guardava perfino andare al bagno», continuava, «guardava tutto quello che succedeva nella stanza dei massaggi. Mi guardava nella mia camera da letto. Tutto veniva registrato, ed è stato allora che ho capito che era così che riusciva a farla franca ricattando tutti».
A tal proposito, ieri sono spuntate nuove foto di Andrea Windsor che lo ritraggono con alcune giovani, incluse modelle e attrici, durante la sua permanenza in Cina come inviato per il Commercio del Regno Unito. Le immagini venivano spedite a Epstein dall’assistente del reale, David Stern, allo scopo, probabilmente, di raccogliere materiale compromettente. Al di qua della manica, le autorità francesi hanno perquisito la sede dell’Istituto del mondo arabo di Parigi (Ima), fino a pochi giorni fa diretto dall’ex ministro della cultura, il socialista Jack Lang, contro cui è stata avviata un’indagine per i suoi legami col faccendiere. Nel ciclone anche Naomi Campbell, una delle modelle più famose del mondo: dai file emergono sue permanenze sull’isola degli orrori e presso la residenza newyorkese delle finanziere, nonché richieste di passaggi sul sul suo jet, il Lolita express. La frequentazione continuò anche dopo la prima condanna di Epstein nel 2008. Parole dure sono arrivate ieri perfino dalle Nazioni Unite, che parlano di atti riconducibili «a schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio».
Tra i file più inquietanti c’è un’email del 2009 (link: https://shorturl.at/K6hhj) in cui Henry Jarecki, psichiatra e imprenditore (uno dei suoi libri più famosi fa riferimento a una «via alchemica»), invia a Epstein la proposta di collaborare alla stesura di un libro dal titolo What If I Get Caught? («Che fare se vengo catturato?»). Segue un elenco di «possibili» capitoli, a loro volta divisi per punti. Ne citiamo solo alcuni: «avere un capro espiatorio», «evitare spese tracciabili (non usare carte di credito)», «avere una scorta di contanti pronta: quanto basta?», «travestimenti», «chirurgo plastico», «generazione di documenti: certificato di nascita, patente di guida», «raccogliere prove sulla veridicità e sul carattere della/vittima/e e dei testimoni dell’accusa (investigatori privati e Internet)». Fino all’ultimo capitolo, «Fuga», con i punti «estradizione» (suddiviso in «legge tedesca», «legge israeliana» e «Brasile), «denaro all’estero», «contatti familiari quando si è latitanti o all’estero», «passaporti multipli».
Chi mai scriverebbe un libro del genere? E perché cofirmarlo proprio con Jeffrey Epstein nel 2009, un anno dopo la sua prima condanna (mitigata da un patteggiamento e un accordo che gli permisero di scontare pene irrisorie rispetto alle accuse a suo carico), l’uomo che ricattava i potenti? Aggiungiamo questa alle tante domande che attendono risposta. Altro che quelle di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i quali provano come sciacalli a usare la vicenda contro la maggioranza (in particolare presunti legami di Steve Bannon per la Lega) e hanno indetto per stamattina una conferenza stampa.
Quei legami degli atenei col pedofilo
C’è perfino un articolo uscito sulla rivista scientifica Nature a certificare i profondi legami di Jeffrey Epstein non soltanto con il mondo della politica e della finanza ma anche con il gotha della scienza e dell’istruzione globale. Uno dei file appena declassificati dal Dipartimento di Giustizia Usa rivela che il faccendiere pedofilo aveva stilato addirittura una lista di scienziati a libro paga, 27 per l’esattezza, tra i quali il famoso o famigerato Boris Nikolic, consulente scientifico di Bill Gates, oggi primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Epstein, documenta Nature, ha investito centinaia di milioni di dollari in progetti universitari, finanziando le prestigiose università della Ivy League e, soprattutto, ha stretto rapporti di amicizia con le figure di spicco della comunità scientifica mondiale. Si parte dall’ateneo per eccellenza, l’università di Harvard: il faccendiere pedofilo ha intrattenuto cordialissime relazioni con l’ex rettore ed ex presidente emerito Larry Summers, di fede ovviamente democratica, storico Segretario al Tesoro con Bill Clinton e poi direttore del National Economic Council sotto la presidenza di Barack Obama. Epstein si è impegnato a donare almeno 25 milioni di dollari ad Harvard durante il mandato di Summers, che gli aveva dato un ufficio ad uso personale («Jeffrey’s office»). Summers ha volato sull’aereo privato di Epstein sia quando era rettore che vicesegretario al Tesoro, gli ha chiesto «consigli per la filantropia su piccola scala» per l’organizzazione no profit della moglie. I due si sono sentiti fino al giorno prima dell’arresto di Epstein e il democratico Summers gli suggeriva che le donne in media hanno «un Qi inferiore rispetto agli uomini». La reputazione dell’ex uomo di Clinton e Obama è ormai a pezzi: Summers ha dovuto lasciare una serie infinita di incarichi tra cui quelli in Openai e Bloomberg, ma Harvard, che lo ha allontanato con effetto immediato, si rifiuta di restituire tutti i finanziamenti di Epstein.
Un’altra stretta connessione dentro l’ateneo è stata con il matematico Martin Nowak, che ha portato in dote all’ateneo un assegno da 6,5 milioni di dollari di Epstein. In un’inquietante email il docente gli scrive: «La nostra spia è stata catturata dopo aver completato la missione», messaggio cui Epstein risponde: «L’hai torturata?». Anche Lisa Randall, fisica teorica di Harvard, scherzava con Epstein sui suoi arresti domiciliari, andandolo a trovare ai Caraibi.
Ma non c’è soltanto Harvard nel novero degli atenei prestigiosi collusi con il faccendiere: il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha accettato per anni donazioni da Epstein nonostante il pedofilo fosse stato bollato come «non idoneo» tra i benefattori, ostacolo superato da Joichi Ito, direttore del laboratorio, con il ricorso all’anonimato. L’ipotesi è che il pedofilo facesse da intermediario tra il laboratorio e altri donatori come Bill Gates e l’investitore Leon Black, che hanno versato al Mit rispettivamente 2 milioni e 5,5 milioni di dollari. I file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia Usa hanno reso nota, inoltre, la corrispondenza con il fisico teorico del Mit Lawrence Krauss, la cui organizzazione di «sensibilizzazione scientifica» ha ricevuto da Epstein 250.000 dollari.
Nell’orbita del grande corruttore della scienza è finita anche Yale: il docente di informatica David Gelernter proponeva al faccendiere pedofilo una «redattrice perfetta: Yale sr, ha lavorato a Vogue la scorsa estate, gestisce la rivista del campus, è specializzata in arte, completamente connessa, bionda molto piccola e bella». Mentre Nathan Wolfe, allora virologo della Stanford University, propose al faccendiere di finanziare uno studio sul comportamento sessuale degli studenti dell’ateneo. La Columbia University, invece, deve scontare l’onta di aver consentito, dietro lauta mancia di Epstein, l’ammissione irregolare della sua fidanzata Karina Shuliak, precedentemente rigettata.
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Alla XXI edizione di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai a Rimini, il titolo va a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi fondata nel 2012. Oltre 1.700 birre in gara e 212 produttori con 73 giudici provenienti da 19 Paesi e degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
A Rimini, nel cuore di Beer&Food Attraction, il brindisi più atteso è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Sul palco della XXI edizione di «Birra dell’Anno», il concorso organizzato da Unionbirrai, il titolo di Birrificio dell’Anno 2026 è andato a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi che ha messo in fila la concorrenza nel trentennale del movimento artigianale italiano.
I numeri aiutano a capire il peso della vittoria: 212 produttori in gara, 1.746 birre iscritte, 46 categorie. A valutare sono stati 73 giudici provenienti da 19 Paesi, con degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
Il birrificio umbro ha costruito il successo con una presenza costante ai vertici: otto podi complessivi – quattro ori, due argenti e due bronzi – distribuiti in sei categorie differenti. Non un exploit isolato, ma una performance ampia, che ha toccato stili diversi, dalle Ipa contemporanee alle birre affinate in legno, fino alle Italian Grape Ale. Una versatilità che ha convinto la giuria e che racconta un progetto produttivo solido. Fondato nel 2012, Birra dell’Eremo ha sviluppato negli anni un’identità tecnica precisa, con un lavoro riconosciuto sulla ricerca e sulla sperimentazione dei lieviti. Un percorso di crescita che l’ha portata a diventare una delle realtà più strutturate del panorama artigianale nazionale e che oggi trova nel titolo di Birrificio dell’Anno il suo punto più alto.
Accanto al premio principale, sono stati assegnati anche i riconoscimenti speciali. Il Best Collaboration Brew è andato alla Panatè Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata insieme a La Granda di Lagnasco. Il premio Best 100% Italian Beer è stato attribuito a Real IGA Gose de Il Mastio di Belforte del Chienti, prodotta esclusivamente con materie prime coltivate in Italia, segno di un legame sempre più stretto tra birra artigianale e filiera agricola nazionale. Tra le novità più significative di questa edizione c’è stata l’introduzione di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol, fino a 1,2% di gradazione. Un segmento in crescita anche nel mondo craft, che ha visto imporsi Hop Gainer del Birrificio Birranova di Conversano. Un segnale chiaro di come il settore stia intercettando nuove abitudini di consumo senza rinunciare alla qualità.
Il medagliere regionale conferma la Lombardia come territorio più premiato, con 10 ori e 57 riconoscimenti complessivi. Seguono Piemonte e Marche con 7 ori ciascuna, poi Emilia-Romagna e Umbria. Ma al di là delle classifiche, colpisce la distribuzione capillare dei premi lungo tutta la penisola: dall’Abruzzo alla Puglia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, la mappa della birra artigianale italiana appare ormai completa.
Trent’anni dopo il primo fermento del 1996, il movimento craft italiano mostra così un volto maturo. In una fase non semplice, con i consumi fuori casa in calo, il concorso organizzato da Unionbirrai diventa anche un termometro dello stato di salute del comparto. Il recente taglio delle accise per i piccoli produttori, ricordato nel corso della premiazione, è stato indicato come un segnale di attenzione verso un settore che continua a investire in qualità e identità.
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(IStock)
Ma la norma che fa più discutere è quella contenuta nell’articolo 5 della bozza sul tavolo degli operatori. Al comma 1 è previsto che i produttori che utilizzano il gas per produrre energia elettrica siano rimborsati per alcuni corrispettivi oggi compresi nelle tariffe di trasporto del gas. Al comma 2 si prevede che ai produttori termoelettrici vengano rimborsati anche i costi sostenuti per adempiere al sistema Ets, cioè il pagamento dei permessi di emissione di CO2. Tali costi sarebbero rimborsati ai produttori termoelettrici applicando un nuovo onere nella bolletta dei clienti finali. In pratica, con questo meccanismo si tolgono i costi del sistema Ets dal prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, spalmandoli a valle su una platea più ampia di soggetti, con il risultato atteso di un abbassamento generalizzato delle bollette. La norma avrebbe effetto per un periodo di tempo limitato, da definire.
Le anticipazioni sui contenuti del decreto però hanno avuto un effetto negativo a Piazza Affari, dove alcune aziende produttrici sono quotate. Enel ha perso ieri l’1,49%, mentre A2a l’1,74% ed Erg lo 0,46%.
Il perché è presto detto. In astratto, il meccanismo può portare a un effettivo abbassamento del prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso, perché i produttori di energia termoelettrica non sosterrebbero più i costi diretti del sistema Ets, dunque offrirebbero la loro energia ad un prezzo marginale più basso (in teoria). Per un produttore da fonte rinnovabile però questo abbassamento di prezzo si traduce in un abbassamento dei margini di profitto, perché essi non sostengono i costi dell’Ets. Oggi, il sistema degli oneri per la CO2 è un costo per i produttori termoelettrici, ma è un margine puro per i produttori da fonte rinnovabile, quando sono gli impianti a gas a fissare il prezzo marginale nel mercato giornaliero. Con i prezzi attuali dei permessi di emissione, circa 70 €/tonnellata, si tratta di circa 25-30 €/MWh di mancato margine per i produttori da rinnovabile. Così si spiega il calo in Borsa dei tre maggiori produttori da fonte rinnovabile in Italia, Enel, Erg e A2a appunto.
Al di là degli impatti sulle singole aziende, vi sono però alcuni dubbi dal punto di vista della praticabilità e delle effettive conseguenze di questa norma.
Quanto alla praticabilità, il decreto equivale a una sospensione delle regole europee sull’Ets, applicata solo a una parte degli obbligati, i termoelettrici, mentre tutti gli altri (chi utilizza il gas per il calore, o i cogeneratori) dovrebbero continuare a sostenerne i costi. L’Unione europea accetterà tale sospensione unilaterale, per di più asimmetrica? Le discussioni europee ad alto livello degli ultimi giorni su un possibile ammorbidimento dell’Ets riguardano un futuro ancora lontano. Non è dato sapere se su questo punto specifico vi siano già state interlocuzioni tra il governo e Bruxelles. Immaginiamo di sì, e sarà allora interessante conoscerne gli esiti.
Dal punto di vista degli effetti pratici, i problemi che emergono sono almeno tre. Il primo è legato al fatto che gli investimenti in fonti rinnovabili potrebbero subire dei contraccolpi negativi per il venir meno (temporaneo, certo) di uno dei pilastri delle politiche green. La reazione di ieri della Borsa è indicativa. È un tema che andrà gestito.
Poi, perché il prezzo all’ingrosso si abbassi davvero è necessario che i produttori termoelettrici offrano la loro energia al costo marginale escludendo i costi della CO2. Ma il regolatore (l’autorità di settore Arera) dovrebbe conoscere i costi marginali di ogni impianto, per essere sicuro che il produttore non carichi comunque tutto o parte di quel costo sul prezzo, intascandosi lo sconto. Arera dovrebbe cioè sapere quanto costa il gas per ogni impianto e conoscere l’efficienza di quegli impianti, come minimo, per poter vigilare. Quanto sarebbe praticabile questa sorveglianza?
Infine, abbassando il prezzo dell’energia elettrica in Italia, la nostra energia dalla Zona Nord potrebbe essere esportata occasionalmente, in alcune ore e in alcuni giorni, nei Paesi interconnessi. I produttori riceverebbero il rimborso dalle bollette italiane anche per quella energia venduta all’estero? Si avrebbe un effetto bizzarro di sovvenzione.
Le intenzioni del decreto sono buone, ma se si vuole procedere sulla strada della sterilizzazione dell’Ets per abbassare i costi dell’energia la via migliore appare una sospensione a livello europeo. Sapendo però che gli investimenti nelle fonti rinnovabili ne avrebbero come minimo un rallentamento.
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La manifestazione in onore di Quentin Deranque a Parigi (Ansa)
Di fronte alla gravità della situazione il presidente Emmanuel Macron ha scritto su X che «nella Repubblica, nessuna causa, nessuna ideologia giustificheranno mai il fatto di uccidere». Macron ha parlato della necessità di «trascinare davanti alla giustizia e condannare gli autori di questa ignominia» e lanciato un appello «alla calma, alla moderazione e al rispetto». Domenica, negli studi della trasmissione Grand Jury trasmessa da Le Figaro, Rtl, Public Sénat e M6, il ministro della giustizia Gérald Darmanin ha dichiarato che «la retorica politica violenta porta alla violenza fisica. C’è una complicità all’interno di La France Insoumise nei confronti della violenza politica».
Sempre l’altro ieri dal ministro dell’interno, Laurent Nunez, sono arrivate parole pesanti come macigni. Per prima cosa, il ministro ha definito un «linciaggio», l’aggressione subita da Quentin Deranque aggiungendo che «chiaramente, dietro tutto questo c’era l’estrema sinistra». «L’indagine confermerà o smentirà se fossero membri della Jeune Garde» (sciolta dal ministero dell’interno nel 2025, ndr). Ma, ha aggiunto Nunez, «le testimonianze puntano chiaramente in quella direzione». Con un comunicato, la Jeune Garde ha affermato di non poter «essere ritenuta responsabile» della morte del ventitreenne Deranque.
Dura la posizione ufficiale del governo, ribadita dalla portavoce Maud Bregeon che, rispondendo alle domande di Bfm-Rmc, ha dichiarato: «Per anni, La France Insoumise ha fomentato un clima di violenza. Lfi ha avuto e riconosciuto legami con gruppi di estrema sinistra estremamente violenti». Secondo Bregeon ci sarebbe una «responsabilità morale di Lfi in questo clima di violenza».
Anche tra le file della sinistra non sono mancate le condanne. Su Franceinfo, Alexis Corbière, deputato di Seine-Saint-Denis ex-Lfi, è stato categorico: «Nulla dovrebbe giustificare la violenza». Il deputato di sinistra ha espresso «una condanna molto chiara» dei fatti di Lione. L’Università Lione-2 ha espresso «profonda tristezza».
Più moderata invece la posizione di Raphaël Glucksmann: «Ora dobbiamo porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico» ha dichiarato Glucksmann su radio Rtl, parlando anche delle «responsabilità di tutti i leader politici che incitano all’odio, compresi quelli di La France Insoumise». Ma dopo aver dato un colpo alla botte, Glucksmann ne ha dato uno al cerchio, dichiarando che «ci sono anche morti causate dalle milizie di estrema destra», e che il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella «oggi minaccia di prendere il potere in Francia» e «di far scivolare la Francia nel campo trumpiano e putiniano». Glucksmann ha promesso di diventare una «diga» per la «difesa della democrazia» e che il suo partito non farà «alleanze con movimenti che minano la democrazia, tra cui La France insoumise».
In risposta alle condanne, Lfi ha cercato di farsi passare come la vittima. Da un lato, Jean-Luc Mélenchon ha dichiarato di voler esprimere «la nostra costernazione, ma anche la nostra empatia e compassione per la famiglia» (della vittima, ndr) e ricordato di aver detto «decine di volte che siamo ostili e contrari alla violenza». Dall’altro lato però, Mélenchon, ha cercato di capovolgere la situazione affermando: «Siamo noi a essere attaccati!». L’esponente dei Verdi Sandrine Rousseau ha ribadito su Franceinfo la necessità di avere «nel momento che stiamo vivendo in Francia, dei militanti antifascisti». Tuttavia, per Rousseau, questi «non devono utilizzare la violenza fisica né assumere un atteggiamento virilista attorno alla politica».
Nel frattempo, ieri, la presidente dell’assemblea nazionale Yaël Braun-Pivet ha sospeso «a titolo precauzionale» l’accesso alla Camera bassa all’assistente parlamentare del deputato della Lfi Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, sospettato di essere coinvolto nei fatti di Lione. Alcuni testimoni citati da Le Figaro avrebbero detto di aver riconosciuto Favrot tra gli aggressori di Quentin.
Ieri pomeriggio il procuratore di Lione, Thierry Dran, ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha fornito una ricostruzione dell’aggressione che ha causato la morte di Quentin Deranque. Dran ha parlato di «diverse testimonianze significative» e dell’apertura dell’inchiesta per «violenze aggravate» e «colpi mortali».
Il procuratore ha menzionato anche «l’autopsia effettuata [lunedì] mattina» che «ha permesso di determinare essenzialmente lesioni alla testa, tra cui un grave trauma cranio-encefalico e una frattura temporale destra». Per Dran, il giovane Deranque sarebbe stato picchiato e buttato per terra «da almeno sei» persone.
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