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2024-03-03
Le spie russe umiliano Berlino. Parigi tiene in caldo le forze speciali
Olaf Scholz (Ansa)
È la guerra, bellezza. Sempre meno fredda. Con le basi Cia al confine tra Russia e Ucraina, le infiltrazioni di soldati occidentali, i voli degli F-35 americani. E le classiche spie di Mosca.
Come quelle che hanno captato le conversazioni di alcuni alti ufficiali dell’aeronautica tedesca, mentre discutevano della fornitura di missili Taurus a Kiev e del rischio che la resistenza li utilizzasse per colpire obiettivi sensibili. Ad esempio, il ponte che collega la Crimea al territorio della Federazione. La registrazione del colloquio è stata pubblicata dal canale Russia Today - oscurato nell’Ue - ed è stata diffusa sui social. Il ministero della Difesa di Berlino ha confermato che l’intercettazione c’è stata; tuttavia, non è in grado di stabilire «se siano state apportate modifiche alla versione registrata». L’esercito considera «autentico» il contenuto dell’audio e il governo assicura che il controspionaggio militare «ha adottato tutte le misure necessarie». Il regime di Vladimir Putin, però, alza le mani. Anzi, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha chiesto spiegazioni alla Germania.
L’episodio aumenta la pressione attorno al cancelliere Olaf Scholz. Ieri, a margine della sua visita in Vaticano, il leader dei socialdemocratici ha ammesso che quella della fuga di informazioni è «una questione molto seria» e ha promesso un’«indagine molto accurata, molto estesa e molto rapida». Nondimeno, al congresso del Pse a Roma, ha ribadito che «non manderemo truppe» in Ucraina «e faremo di tutto per evitare questa evoluzione».
Il capo dell’esecutivo è alle prese con l’incalzante richiesta di fornire agli ucraini i razzi a lunga gittata. Lui, restio alla consegna per timore di un’escalation con i russi, ha reagito alle insistenze della Gran Bretagna, svelando dettagli imbarazzanti sulle attività di inglesi e francesi al fronte. «Ciò che fanno in termini di controllo dei bersagli», ha precisato, «la Germania non può farlo». Scholz, in pratica, ha dichiarato pubblicamente che Londra e Parigi assistono Kiev nel lancio dei missili Storm shadow, suscitando le ire del ministro della Difesa inglese, Ben Wallace, il quale ha definito il politico tedesco «l’uomo sbagliato, al posto sbagliato, nel momento sbagliato».
Che uomini e mezzi di Paesi Nato operino in Ucraina, comunque, era il segreto di Pulcinella. Ieri, sulla Verità, vi abbiamo dato conto di ciò che è stato documentato finora: il ruolo dell’intelligence Usa, il contributo dei caccia di quinta generazione nell’individuazione delle batterie russe di terra-aria, la presenza sul campo di forze speciali di Lituania, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Francia. Che ormai è uscita allo scoperto.
A Emmanuel Macron non è bastato rivendicare le frasi sull’invio di truppe - ogni sua parola, ha garantito, è «pesata, pensata e misurata». Venerdì sera, Le Monde ha svelato cosa avrebbe in mente monsieur le président: vorrebbe consentire alle forze speciali di mettere gli stivali sul terreno, per porre la Russia dinanzi a un «dilemma strategico». Confiderebbe, così, di dissuadere Putin dall’attaccare le aree nelle quali sarebbero di stanza i transalpini. In realtà, si tratterebbe semplicemente di portare alla luce ciò che finora è avvenuto nell’ombra, anche con il contributo dei servizi segreti. I quali, ha ricordato al quotidiano francese un ex dipendente della direzione generale della Sicurezza esterna, Vincent Crouzet, «non sono soggetti alle leggi di guerra». Secondo una fonte di Kiev, tutte le nazioni alleate sarebbero già in Ucraina, sebbene non abbiano unità combattenti. Circostanza confermata da un funzionario della Difesa europea, che al Financial Times ha illustrato l’obiettivo della sortita di Macron: non tanto passare a una nuova fase dell’impegno bellico, dato che le forze speciali occidentali sono già coinvolte, quanto creare «deterrenza e ambiguità». In fondo, se subito dopo la sua proposta il presidente ha raccolto una bocciatura quasi unanime, inclusa quella del segretario della Nato, nelle ultime ore sono arrivate varie adesioni: quella di due Repubbliche baltiche, la lituana e l’estone, e quella del Canada. L’inquilino dell’Eliseo deve avere progetti abbastanza grandi da giustificare la convocazione, per giovedì prossimo, di tutti i capi dei partiti, per parlare della «situazione in Ucraina». S’incrociano due piani: quello delle ambizioni di Parigi, decisa ad approfittare della ritirata di Washington per imporre la propria egemonia sul Vecchio continente, anche attraverso il predominio militare; e il tentativo di scoraggiare eventuali colpi di coda dello zar, in una fase in cui l’inerzia del conflitto pende a favore di Mosca.
La verità è che un dilemma strategico attanaglia pure noi. L’Occidente deve evitare una catastrofe planetaria, ma al contempo non può permettersi una capitolazione. Perdere l’Ucraina significherebbe trasmettere alle potenze che intendono sfidarne il primato - la Cina che punta a Taiwan, oltre ai nemici di Usa e Israele in Medio Oriente, Iran in testa - che l’ordine mondiale si può scompaginare. Ma nemmeno a Putin è consentito mollare l’osso: c’è in ballo la possibilità di assicurarsi uno sbocco nel Mediterraneo, di controllare l’istmo ponto-baltico e, soprattutto, di scongiurare quello che l’élite russa considera un assedio della Nato.
È un guaio, perché una trattativa di pace implica la disponibilità a un compromesso. Qui, invece, siamo dinanzi a uno stallo totale: nelle trincee e nelle valutazioni politiche delle parti. Man mano, aumenta il pericolo di finire trascinati in una guerra dai contorni apocalittici. Non è più fantastoria. Ci siamo dentro fino al collo.
«Putin paga i vostri media». E il «Corriere» rilancia senza uno straccio di prova
I funerali di Alexei Navalny, celebrati lo scorso venerdì, hanno giustamente attirato l’attenzione dei media occidentali, che quando svolgono correttamente il loro lavoro fungono, secondo la nota definizione, da «cani da guardia» del potere. La morte in prigione di un oppositore politico è senz’altro un avvenimento da mettere in risalto e un’occasione per interrogarsi su temi importanti, come tutte le edizioni dei quotidiani di ieri hanno fatto, ma anche in certi casi per lanciare messaggi di altro tipo. Accanto al racconto della cerimonia funebre e della sepoltura di Navalny, il Corriere della Sera ieri ha proposto un’intervista ad Alexander Nevzorov, giornalista e deputato della Duma dal 1993 al 2007, il quale vive in Italia sotto protezione dopo essere fuggito da Mosca, il 22 marzo del 2022, per scampare alle accuse di diffondere false informazioni, reato per cui secondo la legge russa rischierebbe fino a 15 anni. «Più pressione sul regime. Da voi tanti fan di Mosca», ha titolato la conversazione il giornale milanese di Via Solferino, facendo eco alle parole di Volodymyr Zelensky di qualche giorno fa, quando in occasione della firma del patto bilaterale con il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva dichiarato: «Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filoputiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea».La breve intervista a Nevzorov si concentra sulla situazione in Russia e sulla possibilità o meno di un cambiamento dall’interno, cosa che l’interlocutore tende a escludere, tuttavia anche in uno degli occhielli a lato dell’articolo, quelli che si leggono quando si sfoglia frettolosamente il quotidiano, vengono messe in risalto le parole riguardanti questa presunta schiera di opinionisti al soldo dello zar: «Vladimir Putin ha tanti soldi e da sempre compra sostenitori», si legge nelle righe di sommario. «L’Italia è un Paese grande ed è un mercato importante per lui. Lo ha fatto anche in altri Stati europei, ha creato una rete». Nell’intervista, in realtà, il rilievo è ancora più esplicito: «Ha creato una vera e propria rete e ha pagato tantissimi opinionisti italiani perché dicano quello che vuole lui. È una pratica in atto da anni». Al che la giornalista, giustamente, ha chiesto al russo: «È un’accusa molto grave, ha prove di quello che dice?». Una domanda più che legittima, a cui l’intervistato ha risposto: «No, non possiamo accusare qualcuno in particolare, ma sappiamo chi sono e vediamo il risultato». Quindi, ricapitolando: secondo Nevzorov in Italia ci sono non uno, non dieci, bensì «tantissimi opinionisti» al soldo di Putin, ma è lui stesso ad ammettere di non avere alcuna prova che lo dimostri. Ora, l’oppositore russo ha tutto il diritto di pensarlo, ma prima di gettare fango sulla stampa italiana e sui suoi opinionisti in generale, forse dovrebbe avere qualcosa in mano. E dovrebbe essere il principale quotidiano italiano a chiedergliene conto, prima di fare da semplice megafono.Se il messaggio che la morte di Navalny ha lasciato al mondo è il valore delle libertà politiche e civili, anche le accuse senza prove non fanno bene alla democrazia, come già sapevano oltre due millenni fa gli inventori di questa straordinaria forma di governo, gli ateniesi. Esiste anche la possibilità, ebbene sì, che chi esprime preoccupazioni per il sostegno a oltranza verso Kiev, viste anche le ultime affermazioni di un noto leader europeo, non sia pagato da Putin, ma abbia solo conservato un minimo di senno o semplicemente non condivida la pressione bellicista a reti unificate.
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Scholz ammette che Mosca ha intercettato i dialoghi riservati sui missili Taurus: «Fatto grave». Se i soldati tedeschi non partiranno, quelli francesi sembrano pronti a farlo: l’Eliseo convoca i partiti per un annuncio. Il principale quotidiano italiano fa da megafono alle accuse dell’oppositore Nevzorov. Che ammette: «Non ho riscontri».Lo speciale contiene due articoli.È la guerra, bellezza. Sempre meno fredda. Con le basi Cia al confine tra Russia e Ucraina, le infiltrazioni di soldati occidentali, i voli degli F-35 americani. E le classiche spie di Mosca.Come quelle che hanno captato le conversazioni di alcuni alti ufficiali dell’aeronautica tedesca, mentre discutevano della fornitura di missili Taurus a Kiev e del rischio che la resistenza li utilizzasse per colpire obiettivi sensibili. Ad esempio, il ponte che collega la Crimea al territorio della Federazione. La registrazione del colloquio è stata pubblicata dal canale Russia Today - oscurato nell’Ue - ed è stata diffusa sui social. Il ministero della Difesa di Berlino ha confermato che l’intercettazione c’è stata; tuttavia, non è in grado di stabilire «se siano state apportate modifiche alla versione registrata». L’esercito considera «autentico» il contenuto dell’audio e il governo assicura che il controspionaggio militare «ha adottato tutte le misure necessarie». Il regime di Vladimir Putin, però, alza le mani. Anzi, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha chiesto spiegazioni alla Germania. L’episodio aumenta la pressione attorno al cancelliere Olaf Scholz. Ieri, a margine della sua visita in Vaticano, il leader dei socialdemocratici ha ammesso che quella della fuga di informazioni è «una questione molto seria» e ha promesso un’«indagine molto accurata, molto estesa e molto rapida». Nondimeno, al congresso del Pse a Roma, ha ribadito che «non manderemo truppe» in Ucraina «e faremo di tutto per evitare questa evoluzione».Il capo dell’esecutivo è alle prese con l’incalzante richiesta di fornire agli ucraini i razzi a lunga gittata. Lui, restio alla consegna per timore di un’escalation con i russi, ha reagito alle insistenze della Gran Bretagna, svelando dettagli imbarazzanti sulle attività di inglesi e francesi al fronte. «Ciò che fanno in termini di controllo dei bersagli», ha precisato, «la Germania non può farlo». Scholz, in pratica, ha dichiarato pubblicamente che Londra e Parigi assistono Kiev nel lancio dei missili Storm shadow, suscitando le ire del ministro della Difesa inglese, Ben Wallace, il quale ha definito il politico tedesco «l’uomo sbagliato, al posto sbagliato, nel momento sbagliato». Che uomini e mezzi di Paesi Nato operino in Ucraina, comunque, era il segreto di Pulcinella. Ieri, sulla Verità, vi abbiamo dato conto di ciò che è stato documentato finora: il ruolo dell’intelligence Usa, il contributo dei caccia di quinta generazione nell’individuazione delle batterie russe di terra-aria, la presenza sul campo di forze speciali di Lituania, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Francia. Che ormai è uscita allo scoperto.A Emmanuel Macron non è bastato rivendicare le frasi sull’invio di truppe - ogni sua parola, ha garantito, è «pesata, pensata e misurata». Venerdì sera, Le Monde ha svelato cosa avrebbe in mente monsieur le président: vorrebbe consentire alle forze speciali di mettere gli stivali sul terreno, per porre la Russia dinanzi a un «dilemma strategico». Confiderebbe, così, di dissuadere Putin dall’attaccare le aree nelle quali sarebbero di stanza i transalpini. In realtà, si tratterebbe semplicemente di portare alla luce ciò che finora è avvenuto nell’ombra, anche con il contributo dei servizi segreti. I quali, ha ricordato al quotidiano francese un ex dipendente della direzione generale della Sicurezza esterna, Vincent Crouzet, «non sono soggetti alle leggi di guerra». Secondo una fonte di Kiev, tutte le nazioni alleate sarebbero già in Ucraina, sebbene non abbiano unità combattenti. Circostanza confermata da un funzionario della Difesa europea, che al Financial Times ha illustrato l’obiettivo della sortita di Macron: non tanto passare a una nuova fase dell’impegno bellico, dato che le forze speciali occidentali sono già coinvolte, quanto creare «deterrenza e ambiguità». In fondo, se subito dopo la sua proposta il presidente ha raccolto una bocciatura quasi unanime, inclusa quella del segretario della Nato, nelle ultime ore sono arrivate varie adesioni: quella di due Repubbliche baltiche, la lituana e l’estone, e quella del Canada. L’inquilino dell’Eliseo deve avere progetti abbastanza grandi da giustificare la convocazione, per giovedì prossimo, di tutti i capi dei partiti, per parlare della «situazione in Ucraina». S’incrociano due piani: quello delle ambizioni di Parigi, decisa ad approfittare della ritirata di Washington per imporre la propria egemonia sul Vecchio continente, anche attraverso il predominio militare; e il tentativo di scoraggiare eventuali colpi di coda dello zar, in una fase in cui l’inerzia del conflitto pende a favore di Mosca.La verità è che un dilemma strategico attanaglia pure noi. L’Occidente deve evitare una catastrofe planetaria, ma al contempo non può permettersi una capitolazione. Perdere l’Ucraina significherebbe trasmettere alle potenze che intendono sfidarne il primato - la Cina che punta a Taiwan, oltre ai nemici di Usa e Israele in Medio Oriente, Iran in testa - che l’ordine mondiale si può scompaginare. Ma nemmeno a Putin è consentito mollare l’osso: c’è in ballo la possibilità di assicurarsi uno sbocco nel Mediterraneo, di controllare l’istmo ponto-baltico e, soprattutto, di scongiurare quello che l’élite russa considera un assedio della Nato.È un guaio, perché una trattativa di pace implica la disponibilità a un compromesso. Qui, invece, siamo dinanzi a uno stallo totale: nelle trincee e nelle valutazioni politiche delle parti. Man mano, aumenta il pericolo di finire trascinati in una guerra dai contorni apocalittici. Non è più fantastoria. 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La morte in prigione di un oppositore politico è senz’altro un avvenimento da mettere in risalto e un’occasione per interrogarsi su temi importanti, come tutte le edizioni dei quotidiani di ieri hanno fatto, ma anche in certi casi per lanciare messaggi di altro tipo. Accanto al racconto della cerimonia funebre e della sepoltura di Navalny, il Corriere della Sera ieri ha proposto un’intervista ad Alexander Nevzorov, giornalista e deputato della Duma dal 1993 al 2007, il quale vive in Italia sotto protezione dopo essere fuggito da Mosca, il 22 marzo del 2022, per scampare alle accuse di diffondere false informazioni, reato per cui secondo la legge russa rischierebbe fino a 15 anni. «Più pressione sul regime. Da voi tanti fan di Mosca», ha titolato la conversazione il giornale milanese di Via Solferino, facendo eco alle parole di Volodymyr Zelensky di qualche giorno fa, quando in occasione della firma del patto bilaterale con il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva dichiarato: «Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filoputiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista, non solo riguardo all’Italia, da presentare alla Commissione europea».La breve intervista a Nevzorov si concentra sulla situazione in Russia e sulla possibilità o meno di un cambiamento dall’interno, cosa che l’interlocutore tende a escludere, tuttavia anche in uno degli occhielli a lato dell’articolo, quelli che si leggono quando si sfoglia frettolosamente il quotidiano, vengono messe in risalto le parole riguardanti questa presunta schiera di opinionisti al soldo dello zar: «Vladimir Putin ha tanti soldi e da sempre compra sostenitori», si legge nelle righe di sommario. «L’Italia è un Paese grande ed è un mercato importante per lui. Lo ha fatto anche in altri Stati europei, ha creato una rete». Nell’intervista, in realtà, il rilievo è ancora più esplicito: «Ha creato una vera e propria rete e ha pagato tantissimi opinionisti italiani perché dicano quello che vuole lui. È una pratica in atto da anni». Al che la giornalista, giustamente, ha chiesto al russo: «È un’accusa molto grave, ha prove di quello che dice?». Una domanda più che legittima, a cui l’intervistato ha risposto: «No, non possiamo accusare qualcuno in particolare, ma sappiamo chi sono e vediamo il risultato». Quindi, ricapitolando: secondo Nevzorov in Italia ci sono non uno, non dieci, bensì «tantissimi opinionisti» al soldo di Putin, ma è lui stesso ad ammettere di non avere alcuna prova che lo dimostri. Ora, l’oppositore russo ha tutto il diritto di pensarlo, ma prima di gettare fango sulla stampa italiana e sui suoi opinionisti in generale, forse dovrebbe avere qualcosa in mano. E dovrebbe essere il principale quotidiano italiano a chiedergliene conto, prima di fare da semplice megafono.Se il messaggio che la morte di Navalny ha lasciato al mondo è il valore delle libertà politiche e civili, anche le accuse senza prove non fanno bene alla democrazia, come già sapevano oltre due millenni fa gli inventori di questa straordinaria forma di governo, gli ateniesi. Esiste anche la possibilità, ebbene sì, che chi esprime preoccupazioni per il sostegno a oltranza verso Kiev, viste anche le ultime affermazioni di un noto leader europeo, non sia pagato da Putin, ma abbia solo conservato un minimo di senno o semplicemente non condivida la pressione bellicista a reti unificate.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.