True
2022-03-04
Le sanzioni si ritorcono contro di noi: Stellantis sospende la produzione
Ansa
I contraccolpi delle sanzioni cominciano a farsi sentire non solo sui prezzi e forniture di gas, petrolio e materie prime. Ma anche sull’operatività delle industrie e quindi sull’occupazione, già alle prese con il caro bollette e i problemi legati alla logistica. «Visto il perdurare della crisi per l’approvvigionamento dei semiconduttori», Stellantis ha comunicato «la sospensione dell’attività lavorativa fino alle ore 6 del 14 marzo prossimo nello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza». Lo hanno fatto sapere ieri i sindacati al termine di un incontro presso il sito produttivo lucano tra la direzione aziendale e l’Rsa della fabbrica da dove esce circa la metà di tutte le auto che il colosso nato dalle nozze tra Psa ed Fca produce in Italia annualmente. Nel corso della settimana ci sono stati fermi produttivi di due giorni pure a Cassino e anche sulla linea della 500e a Mirafiori si sono fermati tre turni di lavoro.
Anche Michelin ha fermato alcune attività negli impianti in Europa per difficoltà logistiche mentre Pirelli «allo stato attuale» non prevede di fermare la produzione «in nessuno stabilimento». Nel settore delle quattro ruote continua intanto la stretta verso la Russia. Volkswagen ha deciso di fermare la produzione nei siti di Kaluga e Nizhny Novgorod e di bloccare le esportazioni verso il Paese «fino a ulteriore comunicazione». Tutti i dipendenti coinvolti riceveranno comunque benefit, pagati da Volkswagen. Anche la giapponese Toyota ha annunciato la sospensione «fino a nuovo ordine» della sua produzione in Russia, a partire da oggi, e anche delle sue importazioni nel Paese, attribuendo la decisione a «interruzioni nella catena di approvvigionamento» legate al conflitto russo-ucraino.
Se l’auto rischia di finire in panne, le fonderie temono di rimanere a corto di ghisa. Per Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane (parliamo di un settore di oltre 1.000 imprese con 30.000 addetti), «le criticità riguardano principalmente l’approvvigionamento delle catene di fornitura, la logistica e l’energia» considerando che Russia e Ucraina sono ai vertici mondiali nella produzione di commodity determinanti per tutto il manifatturiero italiano, quali ghisa, alluminio, rame, nickel. Le stesse Fonderie Zanardi, in provincia di Verona, stanno affrontando un’altra escalation dei costi energetici tanto da essere costrette a sospendere immediatamente le attività fusorie e di trattamento, procedendo quindi allo spegnimento dei forni almeno per una settimana. Restano in difficoltà anche le acciaierie delle Ferriere Nord del gruppo Pittini. Un altro blocco, da ieri, ha interessato gli stabilimenti di Osoppo (Udine), Verona e Potenza. A seguire si fermerà anche la produzione dei laminatoi in tutti gli stabilimenti.
Sullo sfondo, restano i rischi per le forniture di gas: nel giorno in cui dal valico di Tarvisio (Udine) il gas proveniente dalla Russia è defluito regolarmente, con 82 milioni di metri cubi sui 300 di fabbisogno giornaliero, in Germania si è registrato uno stop. Dopo un drastico calo nelle ultime ore, i flussi dal gasdotto Yamal-Europa che dalla Russia attraversa la Polonia e arriva in Germania si sono azzerati, secondo la tedesca Gascade che lo gestisce. Yamal è uno dei tre gasdotti utilizzati dalla russa Gazprom che ieri ha annunciato di aver prenotato una capacità di transito aggiuntiva. Resta da capire se verrà utilizzata o meno. Intanto il ministro dell’Energia ucraino ha chiesto agli alleati europei di fermare gli avquisti di gas con la Russia. L’Italia ha già iniziato a smarcarsi da Mosca, che secondo i dati Snam nei primi due mesi dell’anno è stata sorpassata dall’Algeria. In gennaio sono giunti dal Paese nordafricano 1,92 miliardi di metri cubi e 1,6 dalla Russia. Sono cinque i valichi italiani che connettono la rete nazionale agli altri Paesi: Passo Gries (Verbania), collegato con il Nord Europa, Tarvisio (Udine) per il gas russo, Melendugno (Lecce) per quello proveniente dall'Azerbaijan, Melendugno (Trapani), per l’Algeria e Gela (Caltanissetta), collegata alla Libia. L’Italia poi è prima per stoccaggi di gas in nell’Unione europea: con un totale di 74,1724 Twh immagazzina il 23,4% dell’attuale capacità europea. Le scorte dell’Ue in questo momento sono al 28,64% del totale e quelle italiane sono al 37,51%, più che in Germania (28,16%) e in Francia (21,64%).
Dal fronte della finanza, si muovono anche le Generali: la compagnia triestina, il terzo assicuratore più grande d’Europa, chiuderà il proprio ufficio di rappresentanza a Mosca, lascerà gli incarichi ricoperti nel board della compagnia assicurativa russa Ingosstrakh, di cui detiene una quota di minoranza del 38,5%, e la controllata Europ assistance, che opera nel Paese, chiuderà la propria attività. «Per quanto riguarda gli investimenti finanziari e il business assicurativo, Generali sta valutando costantemente la propria marginale esposizione sul mercato russo ed è conforme al rispetto di tutte le sanzioni che potrebbero essere applicate», si legge in una nota. Restano invece per ora in Russia i suoi due azionisti di peso come Francesco Gaetano Caltagirone con Cementir e Leonardo Del Vecchio con Luxottica.
Allo scenario già cupo, si aggiungono le vendite che sono tornate sulle Borse europee dopo la pausa di mercoledì. A Piazza Affari il Ftse mib ha perso il 2,3% facendo segnare il nuovo minimo dal marzo 2021. Parigi ha ceduto l'1,8%, Londra il 2,5%, Madrid il 3,6% e Francoforte il 2,09%. Intanto, le agenzie Fitch e Moody’s hanno tagliato il rating sulla Russia il cui debito ora rientra tra gli investimenti speculativi, con giudizi a livello «junk». Spazzatura.
In Sardegna i primi licenziamenti
Dopo gli effetti negativi della guerra russo ucraina su gas e materie prime, ora iniziano a vedersi i primi problemi anche per l’occupazione italiana. In Costa Smeralda, infatti, sono molte le imprese immobiliari in capo a imprenditori russi che gestiscono residenze di pregio da affittare per le vacanze a facoltosi vacanzieri di Mosca e dintorni. Il problema è che le diverse ville presenti in Gallura venivano da sempre date in gestione da questi gruppi immobiliare a piccole società sarde che fornivano lavoro a muratori, elettricisti, governanti, sorveglianti o anche a professionisti del mondo del turismo. Ora che però il flusso di cassa in arrivo da Mosca si è interrotto, sono iniziati a fioccare i primi licenziamenti.
L’allarme è stato lanciato da Cisl Gallura in seguito a quanto già fatto notare dal sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda. Come ha spiegato all’agenzia Agi il segretario territoriale della Cisl, Mirko Idili, si tratta di «una situazione in divenire ma già alcuni manutentori e operai edili sono stati sollevati dall’incarico già da oggi (ieri, ndr) e qualcuno da lunedì prossimo». Secondo il sindacalista che cita l’Osservatorio Sardegna turismo, nel Nord Est dell’isola, più precisamente nella zona tra Olbia e Tempio Pausania, arrivavano ogni anno 40.000 russi, alcuni molto facoltosi, che davano lavoro, secondo la Cisl, a centinaia tra manutentori, colf, addetti alla vigilanza, cuochi, autisti e giardinieri. Come se non bastasse, il conflitto è arrivato dopo la pandemia, evento che aveva già messo a dura prova il turismo sardo. Così nel 2020, secondo Idili, c’è stato un calo dell’occupazione del 60% rispetto al 2019 e ora la preoccupazione è che il 2022 si presenti ancora più nefasto degli anni precedenti con tutti i turisti russi in ritirata.
Secondo Assoturismo, infatti, l’escalation militare in Ucraina priverà alberghi e strutture ricettive di qualcosa come 175.000 pernottamenti, con una perdita corrispondente a quasi 20 milioni di euro di fatturato.
Oltre alla Costa Smeralda, il timore è che gli stessi problemi si presentino ora in altre località ambite dai turisti russi come Portofino, Capri, Forte dei Marmi o Sabaudia. Sarebbero diversi, infatti, i russi che si stanno organizzando per gestire i propri possedimenti in Italia. In particolar modo, i molti yacht in capo agli oligarchi che prima facevano tappa nel Golfo del Tigullio, in Costiera Amalfitana e sulle coste toscane, ora faranno tappa verso il Montenegro o le Maldive, dove le sanzioni dell’Ue non hanno effetto.
Il punto è che questi giganti del mare danno lavoro a tecnici, skipper, cuochi, marinai e chi più ne ha, più ne metta. Tutti professionisti che ora potrebbero essere assunti fuori dall’Italia, dove la manodopera costa decisamente meno.
Come per la Costa Smeralda, dunque, ora si teme che tutte le grandi ville e proprietà sparse sul territorio italiano, fino all’anno scorso disponibili su svariati siti immobiliari rigorosamente in cirillico, ora finiscano per essere vuote e quindi senza personale. Un esempio è il Monastero di Torre Paola, sul litorale laziale, di proprietà di un anonimo magnate russo e prima intestato alla Reverenda camera apostolica che lo aveva trasformato in un albergo aperto a tutti. La proprietà, da quando è in mani russe, veniva utilizzata per paradisiache e costose vacanze appannaggio di oligarchi che ora potrebbero non venire più, preferendo mete meno complicate viste le sanzioni Ue.
Continua a leggereRiduci
Si fermano pure fonderie e acciaierie per i costi dell’energia. In Italia il gas continua ad arrivare con regolarità, ma in Germania sono stati azzerati i flussi dell’impianto Yamal. Gazprom però ha prenotato capacità in più.In Sardegna i primi licenziamenti. Gli oligarchi lasciano a casa il personale che si occupava delle ville: la Costa Smeralda accoglie ogni anni 40.000 russi. Mega yacht in fuga verso Paesi extra europei. Lo speciale comprende due articoli. I contraccolpi delle sanzioni cominciano a farsi sentire non solo sui prezzi e forniture di gas, petrolio e materie prime. Ma anche sull’operatività delle industrie e quindi sull’occupazione, già alle prese con il caro bollette e i problemi legati alla logistica. «Visto il perdurare della crisi per l’approvvigionamento dei semiconduttori», Stellantis ha comunicato «la sospensione dell’attività lavorativa fino alle ore 6 del 14 marzo prossimo nello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza». Lo hanno fatto sapere ieri i sindacati al termine di un incontro presso il sito produttivo lucano tra la direzione aziendale e l’Rsa della fabbrica da dove esce circa la metà di tutte le auto che il colosso nato dalle nozze tra Psa ed Fca produce in Italia annualmente. Nel corso della settimana ci sono stati fermi produttivi di due giorni pure a Cassino e anche sulla linea della 500e a Mirafiori si sono fermati tre turni di lavoro. Anche Michelin ha fermato alcune attività negli impianti in Europa per difficoltà logistiche mentre Pirelli «allo stato attuale» non prevede di fermare la produzione «in nessuno stabilimento». Nel settore delle quattro ruote continua intanto la stretta verso la Russia. Volkswagen ha deciso di fermare la produzione nei siti di Kaluga e Nizhny Novgorod e di bloccare le esportazioni verso il Paese «fino a ulteriore comunicazione». Tutti i dipendenti coinvolti riceveranno comunque benefit, pagati da Volkswagen. Anche la giapponese Toyota ha annunciato la sospensione «fino a nuovo ordine» della sua produzione in Russia, a partire da oggi, e anche delle sue importazioni nel Paese, attribuendo la decisione a «interruzioni nella catena di approvvigionamento» legate al conflitto russo-ucraino. Se l’auto rischia di finire in panne, le fonderie temono di rimanere a corto di ghisa. Per Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane (parliamo di un settore di oltre 1.000 imprese con 30.000 addetti), «le criticità riguardano principalmente l’approvvigionamento delle catene di fornitura, la logistica e l’energia» considerando che Russia e Ucraina sono ai vertici mondiali nella produzione di commodity determinanti per tutto il manifatturiero italiano, quali ghisa, alluminio, rame, nickel. Le stesse Fonderie Zanardi, in provincia di Verona, stanno affrontando un’altra escalation dei costi energetici tanto da essere costrette a sospendere immediatamente le attività fusorie e di trattamento, procedendo quindi allo spegnimento dei forni almeno per una settimana. Restano in difficoltà anche le acciaierie delle Ferriere Nord del gruppo Pittini. Un altro blocco, da ieri, ha interessato gli stabilimenti di Osoppo (Udine), Verona e Potenza. A seguire si fermerà anche la produzione dei laminatoi in tutti gli stabilimenti. Sullo sfondo, restano i rischi per le forniture di gas: nel giorno in cui dal valico di Tarvisio (Udine) il gas proveniente dalla Russia è defluito regolarmente, con 82 milioni di metri cubi sui 300 di fabbisogno giornaliero, in Germania si è registrato uno stop. Dopo un drastico calo nelle ultime ore, i flussi dal gasdotto Yamal-Europa che dalla Russia attraversa la Polonia e arriva in Germania si sono azzerati, secondo la tedesca Gascade che lo gestisce. Yamal è uno dei tre gasdotti utilizzati dalla russa Gazprom che ieri ha annunciato di aver prenotato una capacità di transito aggiuntiva. Resta da capire se verrà utilizzata o meno. Intanto il ministro dell’Energia ucraino ha chiesto agli alleati europei di fermare gli avquisti di gas con la Russia. L’Italia ha già iniziato a smarcarsi da Mosca, che secondo i dati Snam nei primi due mesi dell’anno è stata sorpassata dall’Algeria. In gennaio sono giunti dal Paese nordafricano 1,92 miliardi di metri cubi e 1,6 dalla Russia. Sono cinque i valichi italiani che connettono la rete nazionale agli altri Paesi: Passo Gries (Verbania), collegato con il Nord Europa, Tarvisio (Udine) per il gas russo, Melendugno (Lecce) per quello proveniente dall'Azerbaijan, Melendugno (Trapani), per l’Algeria e Gela (Caltanissetta), collegata alla Libia. L’Italia poi è prima per stoccaggi di gas in nell’Unione europea: con un totale di 74,1724 Twh immagazzina il 23,4% dell’attuale capacità europea. Le scorte dell’Ue in questo momento sono al 28,64% del totale e quelle italiane sono al 37,51%, più che in Germania (28,16%) e in Francia (21,64%). Dal fronte della finanza, si muovono anche le Generali: la compagnia triestina, il terzo assicuratore più grande d’Europa, chiuderà il proprio ufficio di rappresentanza a Mosca, lascerà gli incarichi ricoperti nel board della compagnia assicurativa russa Ingosstrakh, di cui detiene una quota di minoranza del 38,5%, e la controllata Europ assistance, che opera nel Paese, chiuderà la propria attività. «Per quanto riguarda gli investimenti finanziari e il business assicurativo, Generali sta valutando costantemente la propria marginale esposizione sul mercato russo ed è conforme al rispetto di tutte le sanzioni che potrebbero essere applicate», si legge in una nota. Restano invece per ora in Russia i suoi due azionisti di peso come Francesco Gaetano Caltagirone con Cementir e Leonardo Del Vecchio con Luxottica.Allo scenario già cupo, si aggiungono le vendite che sono tornate sulle Borse europee dopo la pausa di mercoledì. A Piazza Affari il Ftse mib ha perso il 2,3% facendo segnare il nuovo minimo dal marzo 2021. Parigi ha ceduto l'1,8%, Londra il 2,5%, Madrid il 3,6% e Francoforte il 2,09%. Intanto, le agenzie Fitch e Moody’s hanno tagliato il rating sulla Russia il cui debito ora rientra tra gli investimenti speculativi, con giudizi a livello «junk». Spazzatura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-sanzioni-si-ritorcono-contro-di-noi-stellantis-sospende-la-produzione-2656837989.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-sardegna-i-primi-licenziamenti" data-post-id="2656837989" data-published-at="1646353660" data-use-pagination="False"> In Sardegna i primi licenziamenti Dopo gli effetti negativi della guerra russo ucraina su gas e materie prime, ora iniziano a vedersi i primi problemi anche per l’occupazione italiana. In Costa Smeralda, infatti, sono molte le imprese immobiliari in capo a imprenditori russi che gestiscono residenze di pregio da affittare per le vacanze a facoltosi vacanzieri di Mosca e dintorni. Il problema è che le diverse ville presenti in Gallura venivano da sempre date in gestione da questi gruppi immobiliare a piccole società sarde che fornivano lavoro a muratori, elettricisti, governanti, sorveglianti o anche a professionisti del mondo del turismo. Ora che però il flusso di cassa in arrivo da Mosca si è interrotto, sono iniziati a fioccare i primi licenziamenti. L’allarme è stato lanciato da Cisl Gallura in seguito a quanto già fatto notare dal sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda. Come ha spiegato all’agenzia Agi il segretario territoriale della Cisl, Mirko Idili, si tratta di «una situazione in divenire ma già alcuni manutentori e operai edili sono stati sollevati dall’incarico già da oggi (ieri, ndr) e qualcuno da lunedì prossimo». Secondo il sindacalista che cita l’Osservatorio Sardegna turismo, nel Nord Est dell’isola, più precisamente nella zona tra Olbia e Tempio Pausania, arrivavano ogni anno 40.000 russi, alcuni molto facoltosi, che davano lavoro, secondo la Cisl, a centinaia tra manutentori, colf, addetti alla vigilanza, cuochi, autisti e giardinieri. Come se non bastasse, il conflitto è arrivato dopo la pandemia, evento che aveva già messo a dura prova il turismo sardo. Così nel 2020, secondo Idili, c’è stato un calo dell’occupazione del 60% rispetto al 2019 e ora la preoccupazione è che il 2022 si presenti ancora più nefasto degli anni precedenti con tutti i turisti russi in ritirata. Secondo Assoturismo, infatti, l’escalation militare in Ucraina priverà alberghi e strutture ricettive di qualcosa come 175.000 pernottamenti, con una perdita corrispondente a quasi 20 milioni di euro di fatturato. Oltre alla Costa Smeralda, il timore è che gli stessi problemi si presentino ora in altre località ambite dai turisti russi come Portofino, Capri, Forte dei Marmi o Sabaudia. Sarebbero diversi, infatti, i russi che si stanno organizzando per gestire i propri possedimenti in Italia. In particolar modo, i molti yacht in capo agli oligarchi che prima facevano tappa nel Golfo del Tigullio, in Costiera Amalfitana e sulle coste toscane, ora faranno tappa verso il Montenegro o le Maldive, dove le sanzioni dell’Ue non hanno effetto. Il punto è che questi giganti del mare danno lavoro a tecnici, skipper, cuochi, marinai e chi più ne ha, più ne metta. Tutti professionisti che ora potrebbero essere assunti fuori dall’Italia, dove la manodopera costa decisamente meno. Come per la Costa Smeralda, dunque, ora si teme che tutte le grandi ville e proprietà sparse sul territorio italiano, fino all’anno scorso disponibili su svariati siti immobiliari rigorosamente in cirillico, ora finiscano per essere vuote e quindi senza personale. Un esempio è il Monastero di Torre Paola, sul litorale laziale, di proprietà di un anonimo magnate russo e prima intestato alla Reverenda camera apostolica che lo aveva trasformato in un albergo aperto a tutti. La proprietà, da quando è in mani russe, veniva utilizzata per paradisiache e costose vacanze appannaggio di oligarchi che ora potrebbero non venire più, preferendo mete meno complicate viste le sanzioni Ue.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
Continua a leggereRiduci
Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
Continua a leggereRiduci
Eugenia Roccella (Ansa)
Cavallari e la moglie si trovavano a bordo di una piccola imbarcazione in località Fiorò, nel Comune di Ronciglione. Stando a una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri, l’uomo sarebbe riemerso per qualche istante dopo il tuffo, il tempo di dire alla moglie di non sentirsi bene. Ma la barca, che non era ancorata, nel frattempo si era allontanata, rendendo impossibile un intervento immediato.
È stata proprio la Roccella a dare l’allarme, facendo scattare la macchina dei soccorsi. L’incidente è avvenuto a poche decine di metri dalla riva, in una zona molto frequentata: nelle vicinanze c’erano numerosi bagnanti e i clienti di un ristorante affacciato sul lago. Dopo essere stata portata a riva, Roccella è stata accompagnata nella casa sua e del marito in provincia di Viterbo, in località Rio Vicano, dove attende notizie in uno stato di comprensibile disperazione.
Le operazioni si sono articolate su più fronti: ricerche visive da parte dei sommozzatori, impiego di Rov, ovvero sonde filoguidate dotate di telecamere, ecoscandagli e termocamere. La sfida più grande che le squadre di soccorso si trovano ad affrontare è la scarsissima visibilità sott’acqua. Lo ha spiegato chiaramente il vicario del prefetto di Viterbo, Andrea Nino Caputo, presente sul posto a coordinare le operazioni: «Stanno procedendo ininterrottamente le ricerche nel lago di Vico per individuare il coniuge del ministro Eugenia Roccella. Si sta procedendo con verifiche da parte dei sommozzatori ma anche con strumenti che aiutano l’operazione mirata nel lago. Si tratta di una ricerca particolarmente complessa per lo scenario: la visibilità è molto bassa già a pelo dell’acqua, quindi più si scende più si riduce ed è prossima allo zero».
Non appena la notizia della scomparsa di Cavallari si è diffusa in rete, su piattaforme come X, Facebook e Instagram si sono moltiplicati commenti di una ferocia inaudita. Chi si definisce «antifascista», chi si dichiara pro Palestina, chi semplicemente nutre un odio viscerale per il governo Meloni ha trasformato la tragedia di una famiglia in un’occasione di sfogo e di esultanza. C’è chi ha scritto «dovrebbero andare tutti lì», riferendosi agli altri ministri del governo e al lago teatro della tragedia. C’è chi ha tirato in ballo Gaza con una logica distorta: «Ora la Roccella proverà quello che provano le mogli e le madri di Gaza». C’è chi ha insinuato che il ministro avrebbe «consentito» a un uomo anziano di tuffarsi, attribuendole una responsabilità morale nell’accaduto. Qualcuno, con cinismo da brividi, ha commentato «se ne sarà scappato da lei». «Ora avrà meno tempo per provare ad abrogare le unioni civili», un altro vergognoso commento.
L’ondata di odio ha suscitato la feroce reazione del premier Giorgia Meloni: «C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona in un momento così, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. Questo schifo dovrebbe indignare tutti».
Continua a leggereRiduci
Walter Pfeiffer. Untitled, 1975 © Walter Pfeiffer. Courtesy the artist and Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan
Inaugurata nel 2002 per custodire le opere della collezione privata di Gianni e Marella Agnelli, la Pinacoteca che li ricorda nel nome e ne celebra la grande passione per l’arte non è mai stata un museo nel senso «più classico» del termine, ma una sorta di laboratorio culturale, multidisciplinare e dinamico, dove l’arte contemporanea è in costante dialogo con le opere della sua collezione storica, prezioso «scrigno» di capolavori assoluti di artisti come Matisse, Picasso, Renoir, Modigliani e Canaletto: uno «Scrigno» in acciaio e vetro, che l’archistar Renzo Piano ha voluto letteralmente sospeso a 34 metri d'altezza, sul tetto della storica fabbrica del Lingotto. Uno spazio espositivo unico, che prosegue con il più grande giardino pensile d’Europa, ricco di oltre 40.000 piante e ricavato dalla leggendaria pista di collaudo automobilistico (La Pista 500) posta sul tetto dell’ex fabbrica FIAT: è qui, in questo museo a cielo aperto, che periodicamente si ospitano installazioni site-specific e sculture di artisti internazionali, che regalano ai visitatori spettacolari passeggiate panoramiche nell’arte.
La Pinacoteca Agnelli non è un luogo fine a sé stesso, ma uno spazio aperto e «in movimento» che unisce collezione, architettura e ricerca e che, come recita il titolo de progetto che la anima dal 2022 (Beyond the Collection), vuole andare «Oltre la collezione»…E la programmazione espositiva per la primavera/estate di quest’anno non tradisce certo le aspettative, presentando al pubblico (da aprile a settembre) tre progettualità inedite: un'ampia monografica dedicata all'artista svizzero Walter Pfeiffer; una nuova edizione del ciclo Beyond the Collection, che vede protagonista Amedeo Modigliani e due nuove installazioni site-specific sulla Pista 500, una dell’artista francese Nathalie Du Pasquier e l’altra del notissimo Peter Fischli , presente - insieme all’amico e collega David Weiss – nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Percorsi espositivi diversi, ma che usano l’architettura come parte integrante del discorso critico e che ora conosciamo un po’ più da vicino. A partire dal fotografo svizzero Walter Pfeiffer.
Walter Pfeiffer. In Good Company
Pop prima del pop, queer prima che fosse categoria, Walter Pfeiffer - svizzero di Beggingen, classe 1946 – è capace di muoversi con disinvoltura fra diversi soggetti e generi, rappresentando con ironia e grande senso dell’umorismo top model e gente comune, erotismo gay e scene di vita quotidiana. Presente al Lingotto con oltre cento scatti , dagli anni Settanta ad oggi, la sua è una fotografia «spiazzante», per soggetti e uso del colore, una fotografia fatta di forti contrasti cromatici, che rifiuta le gerarchie, non cerca lo scandalo, ma che osserva (e immortala) con sguardo particolarmente incisivo i ruoli di genere e la cultura del consumo. In un susseguirsi di scatti iconici e immagini inedite, la mostra torinese ci restituisce «l’autoritratto» di un artista capace di spaziare con maestria dalla moda alla fotografia indipendente, capace di reinventarsi costantemente insieme ai suoi soggetti. Fra i suoi scatti più originali, sicuramente Untitled, 2015 , dove dita affusolate di donna stringono il ritratto di una nobildonna settecentesca da cui spuntano due paia di lunghe gambe femminili…
Modigliani sottopelle. Quattro capolavori
Accostare Pfeiffer e Modigliani è un azzardo, ma anche una mossa azzeccata,. Siamo davanti a due modi opposti di trattare il corpo: uno, Pfeiffer, lo veste di luce, l’altro, Modì, lo scava fino all’osso, in una mostra che già a partire dal titolo - Modigliani sottopelle. Quattro capolavori - invita il pubblico ad andare oltre la superficie visibile delle opere, interrogando ogni dettaglio e portando alla luce tracce nascoste, grazie al lavoro di storici dell’arte, restauratori e scienziati.
Fulcro dell’esposizione il famoso Nu couché (straordinaria tela dell’artista livornese acquistata da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960), che in mostra dialoga con altri tre grandi capolavori di Modigliani: Female Nude Reclining on a White Pillow, in prestito dalla Staatsgalerie di Stoccarda, il ritratto di Gaston Modot e Maternité, entrambi provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. Un percorso espositivo breve ma interessante, che accanto alle quattro opere pittoriche presenta una raccolta di documenti d’archivio e interessanti risultati di indagini scientifiche, che grazie allo studio della tecnica e dei materiali utilizzati dall’artista ( in particolar modo tre rotoli di tela utilizzati da Modigliani tra il 1917 e il 1919) rivelano i segreti nascosti sotto la superficie pittorica, arrivando a stabilire nuove datazioni e addirittura quali tele provengano dallo stesso rotolo. Una mostra che va oltre «i colli lunghi e gli occhi senza pupille», superando l’immagine stereotipata del Modigliani bohémien per regalarci quella di un’artista che supera l’anedotto per rientrare nella storia...
La Pista 500: Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli
Dallo Scrigno alla Pista 500 il passo è breve e qui, sul tetto del Lingotto, in questo enorme spazio espositivo a cielo aperto, regna l’arte contemporanea. Sculture e installazioni che si susseguono, corrono dove un tempo correvano le automobili FIAT e che quest’anno si arricchiscono di nuove opere, create per l'occasione da Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, artisti contemporanei di spessore internazionale.
In perfetta armonia con l’architettura industriale dello spazio che li ospita, i quindici gonfaloni colorati pensati da Nathalie Du Pasquier svettano sulla facciata est del Lingotto, Bandiere per Zefiro (questo il titolo dell’installazione) mosse dal vento in modo dinamico e giocoso, fondendo forma, colore e paesaggio.
Ad attraversare verticalmente lo spazio della rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT è invece Addition, Subtraction, Multtipication, l’opera di Peter Fischli che si ispira ai trenini turistici su ruote per unire, metaforicamente, la base «operaia e commerciale» dell’edificio al suo vertice culturale, rappresentato dal museo sulla pista automobilistica. Un’installazione di grande impatto visivo, che richiama vagamente i canoni del Futurismo ( Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente in primis…) e un’idea di modernità e progresso di cui il Lingotto è simbolo.
Continua a leggereRiduci