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2022-03-04
Le sanzioni si ritorcono contro di noi: Stellantis sospende la produzione
Ansa
I contraccolpi delle sanzioni cominciano a farsi sentire non solo sui prezzi e forniture di gas, petrolio e materie prime. Ma anche sull’operatività delle industrie e quindi sull’occupazione, già alle prese con il caro bollette e i problemi legati alla logistica. «Visto il perdurare della crisi per l’approvvigionamento dei semiconduttori», Stellantis ha comunicato «la sospensione dell’attività lavorativa fino alle ore 6 del 14 marzo prossimo nello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza». Lo hanno fatto sapere ieri i sindacati al termine di un incontro presso il sito produttivo lucano tra la direzione aziendale e l’Rsa della fabbrica da dove esce circa la metà di tutte le auto che il colosso nato dalle nozze tra Psa ed Fca produce in Italia annualmente. Nel corso della settimana ci sono stati fermi produttivi di due giorni pure a Cassino e anche sulla linea della 500e a Mirafiori si sono fermati tre turni di lavoro.
Anche Michelin ha fermato alcune attività negli impianti in Europa per difficoltà logistiche mentre Pirelli «allo stato attuale» non prevede di fermare la produzione «in nessuno stabilimento». Nel settore delle quattro ruote continua intanto la stretta verso la Russia. Volkswagen ha deciso di fermare la produzione nei siti di Kaluga e Nizhny Novgorod e di bloccare le esportazioni verso il Paese «fino a ulteriore comunicazione». Tutti i dipendenti coinvolti riceveranno comunque benefit, pagati da Volkswagen. Anche la giapponese Toyota ha annunciato la sospensione «fino a nuovo ordine» della sua produzione in Russia, a partire da oggi, e anche delle sue importazioni nel Paese, attribuendo la decisione a «interruzioni nella catena di approvvigionamento» legate al conflitto russo-ucraino.
Se l’auto rischia di finire in panne, le fonderie temono di rimanere a corto di ghisa. Per Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane (parliamo di un settore di oltre 1.000 imprese con 30.000 addetti), «le criticità riguardano principalmente l’approvvigionamento delle catene di fornitura, la logistica e l’energia» considerando che Russia e Ucraina sono ai vertici mondiali nella produzione di commodity determinanti per tutto il manifatturiero italiano, quali ghisa, alluminio, rame, nickel. Le stesse Fonderie Zanardi, in provincia di Verona, stanno affrontando un’altra escalation dei costi energetici tanto da essere costrette a sospendere immediatamente le attività fusorie e di trattamento, procedendo quindi allo spegnimento dei forni almeno per una settimana. Restano in difficoltà anche le acciaierie delle Ferriere Nord del gruppo Pittini. Un altro blocco, da ieri, ha interessato gli stabilimenti di Osoppo (Udine), Verona e Potenza. A seguire si fermerà anche la produzione dei laminatoi in tutti gli stabilimenti.
Sullo sfondo, restano i rischi per le forniture di gas: nel giorno in cui dal valico di Tarvisio (Udine) il gas proveniente dalla Russia è defluito regolarmente, con 82 milioni di metri cubi sui 300 di fabbisogno giornaliero, in Germania si è registrato uno stop. Dopo un drastico calo nelle ultime ore, i flussi dal gasdotto Yamal-Europa che dalla Russia attraversa la Polonia e arriva in Germania si sono azzerati, secondo la tedesca Gascade che lo gestisce. Yamal è uno dei tre gasdotti utilizzati dalla russa Gazprom che ieri ha annunciato di aver prenotato una capacità di transito aggiuntiva. Resta da capire se verrà utilizzata o meno. Intanto il ministro dell’Energia ucraino ha chiesto agli alleati europei di fermare gli avquisti di gas con la Russia. L’Italia ha già iniziato a smarcarsi da Mosca, che secondo i dati Snam nei primi due mesi dell’anno è stata sorpassata dall’Algeria. In gennaio sono giunti dal Paese nordafricano 1,92 miliardi di metri cubi e 1,6 dalla Russia. Sono cinque i valichi italiani che connettono la rete nazionale agli altri Paesi: Passo Gries (Verbania), collegato con il Nord Europa, Tarvisio (Udine) per il gas russo, Melendugno (Lecce) per quello proveniente dall'Azerbaijan, Melendugno (Trapani), per l’Algeria e Gela (Caltanissetta), collegata alla Libia. L’Italia poi è prima per stoccaggi di gas in nell’Unione europea: con un totale di 74,1724 Twh immagazzina il 23,4% dell’attuale capacità europea. Le scorte dell’Ue in questo momento sono al 28,64% del totale e quelle italiane sono al 37,51%, più che in Germania (28,16%) e in Francia (21,64%).
Dal fronte della finanza, si muovono anche le Generali: la compagnia triestina, il terzo assicuratore più grande d’Europa, chiuderà il proprio ufficio di rappresentanza a Mosca, lascerà gli incarichi ricoperti nel board della compagnia assicurativa russa Ingosstrakh, di cui detiene una quota di minoranza del 38,5%, e la controllata Europ assistance, che opera nel Paese, chiuderà la propria attività. «Per quanto riguarda gli investimenti finanziari e il business assicurativo, Generali sta valutando costantemente la propria marginale esposizione sul mercato russo ed è conforme al rispetto di tutte le sanzioni che potrebbero essere applicate», si legge in una nota. Restano invece per ora in Russia i suoi due azionisti di peso come Francesco Gaetano Caltagirone con Cementir e Leonardo Del Vecchio con Luxottica.
Allo scenario già cupo, si aggiungono le vendite che sono tornate sulle Borse europee dopo la pausa di mercoledì. A Piazza Affari il Ftse mib ha perso il 2,3% facendo segnare il nuovo minimo dal marzo 2021. Parigi ha ceduto l'1,8%, Londra il 2,5%, Madrid il 3,6% e Francoforte il 2,09%. Intanto, le agenzie Fitch e Moody’s hanno tagliato il rating sulla Russia il cui debito ora rientra tra gli investimenti speculativi, con giudizi a livello «junk». Spazzatura.
In Sardegna i primi licenziamenti
Dopo gli effetti negativi della guerra russo ucraina su gas e materie prime, ora iniziano a vedersi i primi problemi anche per l’occupazione italiana. In Costa Smeralda, infatti, sono molte le imprese immobiliari in capo a imprenditori russi che gestiscono residenze di pregio da affittare per le vacanze a facoltosi vacanzieri di Mosca e dintorni. Il problema è che le diverse ville presenti in Gallura venivano da sempre date in gestione da questi gruppi immobiliare a piccole società sarde che fornivano lavoro a muratori, elettricisti, governanti, sorveglianti o anche a professionisti del mondo del turismo. Ora che però il flusso di cassa in arrivo da Mosca si è interrotto, sono iniziati a fioccare i primi licenziamenti.
L’allarme è stato lanciato da Cisl Gallura in seguito a quanto già fatto notare dal sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda. Come ha spiegato all’agenzia Agi il segretario territoriale della Cisl, Mirko Idili, si tratta di «una situazione in divenire ma già alcuni manutentori e operai edili sono stati sollevati dall’incarico già da oggi (ieri, ndr) e qualcuno da lunedì prossimo». Secondo il sindacalista che cita l’Osservatorio Sardegna turismo, nel Nord Est dell’isola, più precisamente nella zona tra Olbia e Tempio Pausania, arrivavano ogni anno 40.000 russi, alcuni molto facoltosi, che davano lavoro, secondo la Cisl, a centinaia tra manutentori, colf, addetti alla vigilanza, cuochi, autisti e giardinieri. Come se non bastasse, il conflitto è arrivato dopo la pandemia, evento che aveva già messo a dura prova il turismo sardo. Così nel 2020, secondo Idili, c’è stato un calo dell’occupazione del 60% rispetto al 2019 e ora la preoccupazione è che il 2022 si presenti ancora più nefasto degli anni precedenti con tutti i turisti russi in ritirata.
Secondo Assoturismo, infatti, l’escalation militare in Ucraina priverà alberghi e strutture ricettive di qualcosa come 175.000 pernottamenti, con una perdita corrispondente a quasi 20 milioni di euro di fatturato.
Oltre alla Costa Smeralda, il timore è che gli stessi problemi si presentino ora in altre località ambite dai turisti russi come Portofino, Capri, Forte dei Marmi o Sabaudia. Sarebbero diversi, infatti, i russi che si stanno organizzando per gestire i propri possedimenti in Italia. In particolar modo, i molti yacht in capo agli oligarchi che prima facevano tappa nel Golfo del Tigullio, in Costiera Amalfitana e sulle coste toscane, ora faranno tappa verso il Montenegro o le Maldive, dove le sanzioni dell’Ue non hanno effetto.
Il punto è che questi giganti del mare danno lavoro a tecnici, skipper, cuochi, marinai e chi più ne ha, più ne metta. Tutti professionisti che ora potrebbero essere assunti fuori dall’Italia, dove la manodopera costa decisamente meno.
Come per la Costa Smeralda, dunque, ora si teme che tutte le grandi ville e proprietà sparse sul territorio italiano, fino all’anno scorso disponibili su svariati siti immobiliari rigorosamente in cirillico, ora finiscano per essere vuote e quindi senza personale. Un esempio è il Monastero di Torre Paola, sul litorale laziale, di proprietà di un anonimo magnate russo e prima intestato alla Reverenda camera apostolica che lo aveva trasformato in un albergo aperto a tutti. La proprietà, da quando è in mani russe, veniva utilizzata per paradisiache e costose vacanze appannaggio di oligarchi che ora potrebbero non venire più, preferendo mete meno complicate viste le sanzioni Ue.
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Si fermano pure fonderie e acciaierie per i costi dell’energia. In Italia il gas continua ad arrivare con regolarità, ma in Germania sono stati azzerati i flussi dell’impianto Yamal. Gazprom però ha prenotato capacità in più.In Sardegna i primi licenziamenti. Gli oligarchi lasciano a casa il personale che si occupava delle ville: la Costa Smeralda accoglie ogni anni 40.000 russi. Mega yacht in fuga verso Paesi extra europei. Lo speciale comprende due articoli. I contraccolpi delle sanzioni cominciano a farsi sentire non solo sui prezzi e forniture di gas, petrolio e materie prime. Ma anche sull’operatività delle industrie e quindi sull’occupazione, già alle prese con il caro bollette e i problemi legati alla logistica. «Visto il perdurare della crisi per l’approvvigionamento dei semiconduttori», Stellantis ha comunicato «la sospensione dell’attività lavorativa fino alle ore 6 del 14 marzo prossimo nello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza». Lo hanno fatto sapere ieri i sindacati al termine di un incontro presso il sito produttivo lucano tra la direzione aziendale e l’Rsa della fabbrica da dove esce circa la metà di tutte le auto che il colosso nato dalle nozze tra Psa ed Fca produce in Italia annualmente. Nel corso della settimana ci sono stati fermi produttivi di due giorni pure a Cassino e anche sulla linea della 500e a Mirafiori si sono fermati tre turni di lavoro. Anche Michelin ha fermato alcune attività negli impianti in Europa per difficoltà logistiche mentre Pirelli «allo stato attuale» non prevede di fermare la produzione «in nessuno stabilimento». Nel settore delle quattro ruote continua intanto la stretta verso la Russia. Volkswagen ha deciso di fermare la produzione nei siti di Kaluga e Nizhny Novgorod e di bloccare le esportazioni verso il Paese «fino a ulteriore comunicazione». Tutti i dipendenti coinvolti riceveranno comunque benefit, pagati da Volkswagen. Anche la giapponese Toyota ha annunciato la sospensione «fino a nuovo ordine» della sua produzione in Russia, a partire da oggi, e anche delle sue importazioni nel Paese, attribuendo la decisione a «interruzioni nella catena di approvvigionamento» legate al conflitto russo-ucraino. Se l’auto rischia di finire in panne, le fonderie temono di rimanere a corto di ghisa. Per Fabio Zanardi, presidente di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane (parliamo di un settore di oltre 1.000 imprese con 30.000 addetti), «le criticità riguardano principalmente l’approvvigionamento delle catene di fornitura, la logistica e l’energia» considerando che Russia e Ucraina sono ai vertici mondiali nella produzione di commodity determinanti per tutto il manifatturiero italiano, quali ghisa, alluminio, rame, nickel. Le stesse Fonderie Zanardi, in provincia di Verona, stanno affrontando un’altra escalation dei costi energetici tanto da essere costrette a sospendere immediatamente le attività fusorie e di trattamento, procedendo quindi allo spegnimento dei forni almeno per una settimana. Restano in difficoltà anche le acciaierie delle Ferriere Nord del gruppo Pittini. Un altro blocco, da ieri, ha interessato gli stabilimenti di Osoppo (Udine), Verona e Potenza. A seguire si fermerà anche la produzione dei laminatoi in tutti gli stabilimenti. Sullo sfondo, restano i rischi per le forniture di gas: nel giorno in cui dal valico di Tarvisio (Udine) il gas proveniente dalla Russia è defluito regolarmente, con 82 milioni di metri cubi sui 300 di fabbisogno giornaliero, in Germania si è registrato uno stop. Dopo un drastico calo nelle ultime ore, i flussi dal gasdotto Yamal-Europa che dalla Russia attraversa la Polonia e arriva in Germania si sono azzerati, secondo la tedesca Gascade che lo gestisce. Yamal è uno dei tre gasdotti utilizzati dalla russa Gazprom che ieri ha annunciato di aver prenotato una capacità di transito aggiuntiva. Resta da capire se verrà utilizzata o meno. Intanto il ministro dell’Energia ucraino ha chiesto agli alleati europei di fermare gli avquisti di gas con la Russia. L’Italia ha già iniziato a smarcarsi da Mosca, che secondo i dati Snam nei primi due mesi dell’anno è stata sorpassata dall’Algeria. In gennaio sono giunti dal Paese nordafricano 1,92 miliardi di metri cubi e 1,6 dalla Russia. Sono cinque i valichi italiani che connettono la rete nazionale agli altri Paesi: Passo Gries (Verbania), collegato con il Nord Europa, Tarvisio (Udine) per il gas russo, Melendugno (Lecce) per quello proveniente dall'Azerbaijan, Melendugno (Trapani), per l’Algeria e Gela (Caltanissetta), collegata alla Libia. L’Italia poi è prima per stoccaggi di gas in nell’Unione europea: con un totale di 74,1724 Twh immagazzina il 23,4% dell’attuale capacità europea. Le scorte dell’Ue in questo momento sono al 28,64% del totale e quelle italiane sono al 37,51%, più che in Germania (28,16%) e in Francia (21,64%). Dal fronte della finanza, si muovono anche le Generali: la compagnia triestina, il terzo assicuratore più grande d’Europa, chiuderà il proprio ufficio di rappresentanza a Mosca, lascerà gli incarichi ricoperti nel board della compagnia assicurativa russa Ingosstrakh, di cui detiene una quota di minoranza del 38,5%, e la controllata Europ assistance, che opera nel Paese, chiuderà la propria attività. «Per quanto riguarda gli investimenti finanziari e il business assicurativo, Generali sta valutando costantemente la propria marginale esposizione sul mercato russo ed è conforme al rispetto di tutte le sanzioni che potrebbero essere applicate», si legge in una nota. Restano invece per ora in Russia i suoi due azionisti di peso come Francesco Gaetano Caltagirone con Cementir e Leonardo Del Vecchio con Luxottica.Allo scenario già cupo, si aggiungono le vendite che sono tornate sulle Borse europee dopo la pausa di mercoledì. A Piazza Affari il Ftse mib ha perso il 2,3% facendo segnare il nuovo minimo dal marzo 2021. Parigi ha ceduto l'1,8%, Londra il 2,5%, Madrid il 3,6% e Francoforte il 2,09%. Intanto, le agenzie Fitch e Moody’s hanno tagliato il rating sulla Russia il cui debito ora rientra tra gli investimenti speculativi, con giudizi a livello «junk». 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Il problema è che le diverse ville presenti in Gallura venivano da sempre date in gestione da questi gruppi immobiliare a piccole società sarde che fornivano lavoro a muratori, elettricisti, governanti, sorveglianti o anche a professionisti del mondo del turismo. Ora che però il flusso di cassa in arrivo da Mosca si è interrotto, sono iniziati a fioccare i primi licenziamenti. L’allarme è stato lanciato da Cisl Gallura in seguito a quanto già fatto notare dal sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda. Come ha spiegato all’agenzia Agi il segretario territoriale della Cisl, Mirko Idili, si tratta di «una situazione in divenire ma già alcuni manutentori e operai edili sono stati sollevati dall’incarico già da oggi (ieri, ndr) e qualcuno da lunedì prossimo». Secondo il sindacalista che cita l’Osservatorio Sardegna turismo, nel Nord Est dell’isola, più precisamente nella zona tra Olbia e Tempio Pausania, arrivavano ogni anno 40.000 russi, alcuni molto facoltosi, che davano lavoro, secondo la Cisl, a centinaia tra manutentori, colf, addetti alla vigilanza, cuochi, autisti e giardinieri. Come se non bastasse, il conflitto è arrivato dopo la pandemia, evento che aveva già messo a dura prova il turismo sardo. Così nel 2020, secondo Idili, c’è stato un calo dell’occupazione del 60% rispetto al 2019 e ora la preoccupazione è che il 2022 si presenti ancora più nefasto degli anni precedenti con tutti i turisti russi in ritirata. Secondo Assoturismo, infatti, l’escalation militare in Ucraina priverà alberghi e strutture ricettive di qualcosa come 175.000 pernottamenti, con una perdita corrispondente a quasi 20 milioni di euro di fatturato. Oltre alla Costa Smeralda, il timore è che gli stessi problemi si presentino ora in altre località ambite dai turisti russi come Portofino, Capri, Forte dei Marmi o Sabaudia. Sarebbero diversi, infatti, i russi che si stanno organizzando per gestire i propri possedimenti in Italia. In particolar modo, i molti yacht in capo agli oligarchi che prima facevano tappa nel Golfo del Tigullio, in Costiera Amalfitana e sulle coste toscane, ora faranno tappa verso il Montenegro o le Maldive, dove le sanzioni dell’Ue non hanno effetto. Il punto è che questi giganti del mare danno lavoro a tecnici, skipper, cuochi, marinai e chi più ne ha, più ne metta. Tutti professionisti che ora potrebbero essere assunti fuori dall’Italia, dove la manodopera costa decisamente meno. Come per la Costa Smeralda, dunque, ora si teme che tutte le grandi ville e proprietà sparse sul territorio italiano, fino all’anno scorso disponibili su svariati siti immobiliari rigorosamente in cirillico, ora finiscano per essere vuote e quindi senza personale. Un esempio è il Monastero di Torre Paola, sul litorale laziale, di proprietà di un anonimo magnate russo e prima intestato alla Reverenda camera apostolica che lo aveva trasformato in un albergo aperto a tutti. La proprietà, da quando è in mani russe, veniva utilizzata per paradisiache e costose vacanze appannaggio di oligarchi che ora potrebbero non venire più, preferendo mete meno complicate viste le sanzioni Ue.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
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