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2020-10-11
Le priorità dei giallorossi. Pillola alle minorenni, eutanasia e bavaglio Lgbt
Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti...
Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».
Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.
Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.
Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.
Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli.
Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze».
Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero.
Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi
Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo.
Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia.
Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza.
Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio.
Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi.
In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta.
È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
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Cattedre vuote e invasione incontrollata, ma la maggioranza spinge per fine vita e ddl Zan. Condanne a chi aiuta le mamme, mentre evitare le gravidanze è sempre più facile.Nel suo delirante libro, la sociologa Robin Diangelo criminalizza chiunque non abbia la pelle scura: una sorta di peccato originale. Perfino i fanatici dell'accoglienza sarebbero colpevoli dell'oppressione delle altre razze.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti... Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli. Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze». Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-priorita-dei-giallorossi-pillola-alle-minorenni-eutanasia-e-bavaglio-lgbt-2648161734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-il-manuale-antirazzista-per-spingere-i-bambini-bianchi-a-eliminarsi" data-post-id="2648161734" data-published-at="1602357209" data-use-pagination="False"> Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo. Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia. Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza. Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio. Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi. In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta. È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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