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2020-10-11
Le priorità dei giallorossi. Pillola alle minorenni, eutanasia e bavaglio Lgbt
Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti...
Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».
Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.
Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.
Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.
Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli.
Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze».
Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero.
Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi
Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo.
Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia.
Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza.
Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio.
Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi.
In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta.
È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
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Cattedre vuote e invasione incontrollata, ma la maggioranza spinge per fine vita e ddl Zan. Condanne a chi aiuta le mamme, mentre evitare le gravidanze è sempre più facile.Nel suo delirante libro, la sociologa Robin Diangelo criminalizza chiunque non abbia la pelle scura: una sorta di peccato originale. Perfino i fanatici dell'accoglienza sarebbero colpevoli dell'oppressione delle altre razze.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti... Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli. Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze». Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-priorita-dei-giallorossi-pillola-alle-minorenni-eutanasia-e-bavaglio-lgbt-2648161734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-il-manuale-antirazzista-per-spingere-i-bambini-bianchi-a-eliminarsi" data-post-id="2648161734" data-published-at="1602357209" data-use-pagination="False"> Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo. Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia. Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza. Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio. Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi. In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta. È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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