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2020-10-11
Le priorità dei giallorossi. Pillola alle minorenni, eutanasia e bavaglio Lgbt
Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti...
Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».
Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.
Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.
Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.
Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli.
Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze».
Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero.
Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi
Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo.
Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia.
Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza.
Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio.
Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi.
In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta.
È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
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Cattedre vuote e invasione incontrollata, ma la maggioranza spinge per fine vita e ddl Zan. Condanne a chi aiuta le mamme, mentre evitare le gravidanze è sempre più facile.Nel suo delirante libro, la sociologa Robin Diangelo criminalizza chiunque non abbia la pelle scura: una sorta di peccato originale. Perfino i fanatici dell'accoglienza sarebbero colpevoli dell'oppressione delle altre razze.Lo speciale contiene due articoli.Qualcuno, nottetempo, deve avere scombinato l'agenda della compagine giallorossa, creando una totale confusione e invertendo l'ordine delle priorità. Altrimenti non si spiega l'assurdità di alcune esternazioni e, soprattutto, l'ossessiva ostinazione con cui i nostri eroi si battono per alcune cause completamente altre. Il governo, tanto per fare un esempio, è in clamoroso e drammatico ritardo su tutto ciò che riguarda il (reale) contrasto al coronavirus: potenziamento di terapie intensive e subintensive, generale riassetto del sistema sanitario, messa in sicurezza delle scuole, reclutamento di nuovi insegnanti... Disastro anche su un altro tema almeno in parte connesso all'epidemia, ovvero l'immigrazione. Non è vero, come sostiene l'esecutivo, che gli sbarchi si siano arrestati. Proseguono e siamo a quota 24.505 arrivi nel 2020 contro i 7.939 di un anno fa. Nel frattempo la gestione degli stranieri contagiati si è rivelata del tutto inadeguata, con punte di orrore come la morte di un ragazzino di 15 anni ospitato su una nave quarantena. Registrati i fallimenti su due questioni centrali, bisogna prendere atto che i demostellati sono invece attivissimi su quelli che in genere si indicano come «temi etici».Giusto ieri il presidente della Camera, Roberto Fico, ha preteso un impegno del Parlamento affinché si «diano risposte». Su cosa? Forse sui docenti che mancano? Ma no! Sul fine vita, che diamine. Fico ha inviato un messaggio al XVII Congresso dell'associazione Luca Coscioni carico di emozione. «Le vostre battaglie, i temi rispetto a cui coraggiosamente avete portato avanti tante campagne, sono un costante pungolo per la politica e per l'intera società», ha scritto. «Penso a quelle sul fine vita, rispetto a cui il Parlamento non ha ancora dato risposte. Serve un impegno delle Camere a intervenire su questo fronte». In realtà sarebbe utile un impegno del governo sulla sanità, onde evitare che il fine vita diventi una prospettiva concreta per tanti malati che, data la mala gestione dell'emergenza Covid, passano in secondo piano. Ma a Fico preme di più insistere sull'eutanasia. Forse pensa che sia uno strumento utile a liberarsi di qualche italiano di troppo.Nel frattempo anche Beppe Sala, sindaco di Milano in quota democratica, non avendo evidentemente altro da fare, si è premurato di intervenire a sostegno del ddl Zan, cioè la legge bavaglio contro l'omotransfobia che il 20 ottobre riprenderà il suo percorso parlamentare (appena superate le regionali hanno pensato bene di sbrigarsi a rimetterla in calendario). Via Twitter, Sala ha issato la bandiera arcobaleno: «Chiedo al Parlamento di accelerare la discussione sul disegno di legge Zan», ha scritto, «e di farlo in tempi rapidi, superando gli ostruzionismi che ne rallentano l'approvazione. Qui non si tratta di politica, ma di diritti umani. Subito una legge contro l'omotransfobia e la misoginia». Ovvio: in questo momento abbiamo bisogno come del pane di una norma utile soltanto a ridurre al silenzio chi non si piega ai dettami dell'ideologia Lgbt. Tutto il resto può aspettare, ma il bavaglio arcobaleno no. Magari potranno andare in giro a metterlo ai milanesi gli stessi agenti che si aggirano in cerca di pericolosi sovversivi con la mascherina abbassata da multare.Sabato prossimo, a Roma, si terrà una grande manifestazione per la libertà di pensiero contro la mordacchia, segno che non tutta la popolazione è entusiasta del ddl censorio. Ma ai giallorossi non interessa. Anzi si impegnano al massimo per osteggiare qualsiasi iniziativa contraria al pensiero dominante, specie in materia di tutela della vita.Il colmo si è raggiunto un paio di giorni fa grazie alla responsabile diritti del Pd, Monica Cirinnà. Costei si è scagliata contro una iniziativa di un gruppo di amministratori bresciani (di Fdi e Lega) i quali hanno deciso di sostenere con 400 euro a bambino le donne che rinunciano ad abortire. Secondo la vestale dem si tratta di un «grave attacco alla libertà delle donne». A suo dire, «la scelta di diventare madre o no non si compra, ma deve restare affidata alla responsabilità e alla libertà della donna di autodeterminarsi senza costrizioni». Dove stia la costrizione nel dare aiuto a una donna che liberamente sceglie di essere madre non è dato sapere. Ed è anche curioso che una «esperta di diritti» tenti di toglierli, questi famigerati diritti, invece di concederli. Da ieri, per altro, in Italia è ancora più semplice evitare la gravidanza. L'Agenzia italiana del farmaco ha infatti stabilito che non sarà più necessaria la prescrizione medica per somministrare alle ragazze minorenni la «pillola dei 5 giorni dopo», cioè l'Ulipistral acetato utilizzato per la «contraccezione d'emergenza». Secondo il direttore dell'Aifa, Nicola Magrini - questa pillola è addirittura «uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze». Che splendore, questo democraticissimo mondo al contrario: è «etico» dare la pillola senza ricetta alle ragazzine, ma è da fascisti aiutare le donne che vogliono partorire; è giusto che lo Stato fornisca gratis i farmaci per cambiare sesso (perché chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole), però vogliono toglierci per decreto il diritto di opporci all'ideologia Lgbt. E mentre i giallorossi al governo si sbracciano sul «fine vita», un'intera nazione sperimenta già l'eutanasia del pensiero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-priorita-dei-giallorossi-pillola-alle-minorenni-eutanasia-e-bavaglio-lgbt-2648161734.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-il-manuale-antirazzista-per-spingere-i-bambini-bianchi-a-eliminarsi" data-post-id="2648161734" data-published-at="1602357209" data-use-pagination="False"> Arriva il manuale «antirazzista» per spingere i bambini bianchi a eliminarsi Nel 1967, la femminista Valerie Solanas pubblicò un «manifesto per l'eliminazione dei maschi». Oltre mezzo secolo dopo, la sociologa Robin Diangelo è riuscita perfino a superarla, proponendo un singolare metodo per l'eliminazione dei bianchi. Tutti quanti, maschi e femmine. Ragione dello sterminio? Molto semplice: i bianchi sono irrimediabilmente razzisti. Anche quelli che pensano di non esserlo, persino quelli che si dichiarano progressisti, antirazzisti e fanatici del multiculturalismo. La vena di follia che riluce all'interno di questo discorso è piuttosto evidente, eppure il libro della Diangelo - appena uscito in Italia con il titolo Fragilità bianca. Perché è così difficile per i bianchi parlare di razzismo (Chiarelettere) - è rimasto per oltre settanta settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, diventando un incredibile caso editoriale in tutto il mondo anglofono. Come è facile intuire, il volume ha beneficiato dell'onda di attenzione mediatica sollevata da Black lives matter, dagli abbattitori di statue e da altri esagitati «antifa» ostili a Donald Trump. Tuttavia le tesi della saggista americana meritano di essere prese sul serio, perché sono emblematiche del delirio in cui l'Europa e gli Stati Uniti sono immersi da qualche tempo. Bisogna precisare, intanto, che la signora è bianca. Di più: il suo tomo si rivolge esclusivamente ai bianchi. Anzi, a una categoria ben precisa di bianchi, come lei stessa ha spiegato in una lunga intervista al Venerdì di Repubblica: «Il mio libro non è pensato per i suprematisti bianchi. Ma per quella parte di società civile e progressista che può e vuole fare meglio. Cerco di aiutarla a guardarsi allo specchio. E a migliorare. Molti mi hanno detto di aver iniziato il libro con scetticismo e, poi, di essercisi riconosciuti». Da un certo punto di vista, viene da sorridere. Immaginiamo lo smacco dei sinceri democratici, convinti da una vita di essere moralmente superiori e «Buoni® », che si ritrovano all'improvviso accusati del peggiore dei peccati. «Il nostro progressismo mantiene e perpetua il razzismo perché, asserragliati dietro la nostra falsa certezza», scrive la studiosa-attivista, «ci precludiamo di comprendere la verità». E la «verità» è che i bianchi nel loro complesso sono responsabili della peggiore oppressione della Storia. Per la Diangelo, «in senso biologico le razze non esistono, ma come costrutti sociali hanno un peso enorme e informano ogni aspetto delle nostre vite». Una curiosa contraddizione: per essere un'antirazzista, la sociologa attribuisce alla razza un'importanza incredibile. E, di nuovo, rifila un colpo mortale ai progressisti di casa nostra, i quali vorrebbero eliminare la parola «razza», mentre gli attivisti americani ne sono ossessionati e non fanno che rimarcane l'esistenza. Questa razza, tuttavia, nella concezione di teorici come la Diangelo assomiglia molto al gender: è appunto un «costrutto sociale», creato appositamente da una categoria di persone (i bianchi) per opprimere tutti gli altri, e in particolare i neri. Secondo la signora - e numerosi altri attivisti - il «bianco» non si definisce per il suo colore della pelle, ma per il mondo in cui si comporta, per il sistema di potere di cui si fa ingranaggio. Il razzista non è «una persona che disprezza scientemente qualcuno per via della razza». No, sarebbe troppo facile. Un bianco non ha bisogno di disprezzare nessuno: è razzista in quanto bianco, poiché «il razzismo è un sistema» e tutti i bianchi non fanno altro che perpetrarlo. Come se ne esce? Poiché la razza è un costrutto sociale, dice la Diangelo, allora la si può smontare. Quindi la soluzione è smettere di essere bianchi o comunque «diventare meno bianchi», distruggere la «bianchezza» che è in noi. In che modo? Chiaro: i bianchi devono sottoporsi all'autodafé, riconoscere il proprio ruolo di carnefici e passare - dopo opportuna rieducazione - lo scettro del potere alle vittime, cioè ai neri. I quali, poiché non sono parte del «sistema» dominante, possono anche nutrire pregiudizi verso chicchessia, ma non possono mai e poi mai essere definiti razzisti. Ovviamente, poi, a chi ha le pelle scura non è affatto richiesto di rinunciare alla propria razza o di cancellarla: deve al contrario difenderla, esaltarla, usarla come strumento di lotta. È l'approdo di decenni di politicamente corretto. Si è arrivati a teorizzare l'autocancellazione dei bianchi, a indicare la «bianchezza» come il peccato originale. Se ci pensate, questo castello di idee si fonda su una discriminazione spaventosa, su un odio razziale terrificante e, soprattutto, sull'odio di sé. Fra un po', il solo modo per evitare l'accusa di razzismo sarà strapparsi la pelle di dosso.
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.