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2020-05-04
Le incongruenze di Biden nel caso Tara Reade
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Joe Biden (Ansa)
Innanzitutto, si è assistito a un'evidente contraddizione di natura politica. Nel corso dell'intervista, il probabile candidato democratico alla Casa Bianca ha asserito: «Le donne hanno il diritto di essere ascoltate e la stampa dovrebbe indagare rigorosamente sulle affermazioni che fanno. Rispetterò sempre questo principio. Ma alla fine, in ogni caso, la verità è ciò che conta. E in questo caso, la verità è che le affermazioni sono false». Il principio, di per sé, non farebbe una piega, visto che banalmente un'accusa, per risultare fondata, deve essere provata o almeno suffragata da qualche evidenza o testimonianza. Peccato però che, nel 2018, Biden si fosse espresso in modo ben diverso. Nel settembre di quell'anno, il giudice conservatore Brett Kavanaugh - nominato da Donald Trump alla Corte Suprema - era stato accusato da tre donne di aggressione e molestie sessuali, più o meno in coincidenza dell'inizio del processo di ratifica al Senato. Per quanto nessuna delle tre accusatrici fosse all'epoca in grado di corroborare le proprie accuse, la linea del Partito democratico fu che costoro avrebbero dovuto comunque essere credute, visto che avevano avuto il coraggio di mettersi contro un uomo potente: questo coraggio, in altre parole, le avrebbe esentate dal produrre evidenze o testimonianze terze per suffragare le proprie accuse. In tal senso, nel settembre del 2018, Biden affermò: «Per una donna che decide di farsi avanti tra le luci abbaglianti della ribalta, a livello nazionale, devi partire dal presupposto che almeno l'essenza di ciò di cui sta parlando è reale, indipendentemente dal fatto che dimentica i fatti». Sulla medesima linea si collocò la senatrice californiana, Kamala Harris, che, nelle stesse ore, in riferimento all'imminente testimonianza in Senato della prima accusatrice di Kavanaugh, Christine Blasey Ford, ebbe a dire: «Io le credo. […] chiunque si presenti a questo punto per essere pronto a testimoniare al Senato degli Stati Uniti contro qualcuno che è stato nominato per una delle posizioni più potenti nel governo degli Stati Uniti, richiede uno straordinario coraggio».
Quindi, per ricapitolare: nel caso di Kavanaugh le accusatrici dovevano essere credute sulla parola, in quello di Tara Reade - al contrario - l'ex vicepresidente invoca delle prove. Tra l'altro, non bisogna neppure dimenticare che, nell'aprile del 2019, la stessa Harris si espresse sulle donne che avevano all'epoca accusato l'ex vicepresidente di molestie, dichiarando: «Credo loro e rispetto loro per essere in grado di raccontare la loro storia e per avere il coraggio di farlo». Si tratta tuttavia della stessa Harris che, interpellata pochi giorni fa sul caso Tara Reade, ha replicato: «Posso parlare soltanto del Joe Biden che conosco». Un bel cambio di linea. Tanto che, a voler essere maliziosi, si potrebbe pensare dettato da considerazioni di natura politica: non dimentichiamo infatti che la Harris compaia oggi tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Tra l'altro, non va neppure trascurato che, due anni fa, molti democratici chiesero il ritiro di Kavanaugh come giudice della Corte Suprema. Usando il loro stesso standard, oggi dovrebbero chiedere allora un passo indietro a Biden nella sua corsa verso la Casa Bianca. Perché non lo fanno?
Al di là di questo, dall'intervista su Msnbc è emerso anche un elemento problematico che ha a che fare specificamente con l'accusa. Ricordiamo che la presunta aggressione sessuale sarebbe avvenuta nel 1993, quando Biden era senatore del Delaware. In tal senso, il candidato democratico ha detto venerdì che, se la Reade ha realmente presentato all'epoca una denuncia scritta, potrà nel caso essere reperibile all'interno dell'Archivio Nazionale. A quel punto, l'intervistatrice, Mika Brzezinski, gli ha domandato se intenda rendere pubblici anche i suoi documenti attualmente conservati dall'Università del Delaware: una richiesta che Biden ha seccamente respinto, sostenendo che quell'istituto non possegga documentazione attinente a collaboratori o ex collaboratori. Pur incalzato dalla giornalista, l'ex vicepresidente ha confermato la sua indisponibilità a concedere l'accesso a quegli archivi. La domanda è: perché? Pur ammettendo che l'Università del Delaware non contenga realmente materiali relativi a questa vicenda, non dovrebbe comunque essere primario interesse di Biden dissipare ogni dubbio sull'accusa di aggressione sessuale? Anche perché una tale reticenza non farà prevedibilmente che rinfocolare diffidenza e polemiche politiche, oltre all'ipotesi che quegli archivi possano contenere qualche informazione compromettente (non necessariamente collegata al caso Reade).
Certo: va indubbiamente sottolineato che la versione della Reade presenti dei punti non poco traballanti. Ha accusato soltanto recentemente Biden di aggressione sessuale, mentre prima si era limitata a parlare di molestie. Ha inoltre dichiarato pochi giorni fa di non aver inserito l'accusa di «aggressione sessuale» nella denuncia che asserisce di aver fatto nello stesso 1993. Nonostante questi indubbi punti oscuri, non va comunque dimenticato che la versione della Reade sia attualmente suffragata da una serie di testimonianze indirette, due delle quali raccolte dalla testata Business Insider. Una ex vicina di casa della donna ha affermato che la Reade le avrebbe raccontato dell'aggressione sessuale nel 1995 o nel 1996, mentre una sua ex collega ha riferito che, nello stesso periodo, la Reade stessa le avrebbe detto di essere stata molestata dal suo precedente capo. Anche un amico (che ha preferito restare anonimo) ha dichiarato che la donna gli avrebbe riferito dell'aggressione sessuale nel 1993. Ora, non è detto che queste testimonianze terze siano necessariamente attendibili e non vanno quindi ovviamente prese come oro colato. Resta tuttavia il fatto che, nel caso di Christine Blasey Ford due anni fa, la testimonianza di quest'ultima contro Kavanaugh non solo non venne corroborata ma fu addirittura contraddetta. Ciononostante i democratici chiesero egualmente all'epoca che venisse ritirata la candidatura del giudice alla Corte Suprema.
Ma non è tutto. Gli ambienti vicini a Biden stanno cercando di lasciare intendere che Tara Reade abbia lanciato la sua accusa per motivazioni politiche. In particolare, il riferimento è al fatto che, a partire da gennaio, la donna sia diventata sostenitrice di Bernie Sanders e che abbia spesso nutrito pubblicamente non poca simpatia per Vladimir Putin. Sennonché questo modo di ragionare tradisce due paradossi. Innanzitutto appare strano che il Partito democratico - da sempre autoproclamato paladino del movimento Me Too - subordini un'accusa di aggressione sessuale alla fede politica dell'accusatrice. Se volessimo comunque adottare questo standard, allora non dovremmo dimenticare che Christine Blasey Ford fosse iscritta al Partito democratico. E che, tra l'altro, i suoi avvocati, Debra Katz e Lisa Banks, fossero strettamente collegati all'asinello, oltre a risultare finanziatori di Barack Obama e Hillary Clinton. Perché allora solo la Reade dovrebbe essere oggi mossa da intenti politici e non all'epoca la Ford?
Il doppiopesismo, insomma, è lampante. E rischia di abbattersi come una pericolosa tegola sulla campagna elettorale di Biden, oltre che sull'intero Partito democratico. Perché il problema va al di là della veridicità delle accuse della Reade (su cui sarà l'autorità giudiziaria a dover far luce). La questione è infatti primariamente politica e chiama in causa la coerenza e l'onesta intellettuale di un partito - l'asinello - che cambia standard e criteri di valutazione in base alla propria convenienza. Un atteggiamento di cui a novembre molti elettori potrebbero ricordarsi.
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Ha negato seccamente. Intervistato venerdì scorso su Msnbc, Joe Biden ha respinto le accuse di aggressione sessuale, mossegli lo scorso marzo dall'ex collaboratrice, Tara Reade. «Non è vero. Sto dicendo in modo inequivocabile che non è mai, mai successo, e non è mai successo. Non è mai successo», ha dichiarato l'ex vicepresidente. Eppure, nonostante la veemenza della sua difesa, ci sono alcuni punti di incongruenza, che vale forse la pena di prendere in considerazione.Innanzitutto, si è assistito a un'evidente contraddizione di natura politica. Nel corso dell'intervista, il probabile candidato democratico alla Casa Bianca ha asserito: «Le donne hanno il diritto di essere ascoltate e la stampa dovrebbe indagare rigorosamente sulle affermazioni che fanno. Rispetterò sempre questo principio. Ma alla fine, in ogni caso, la verità è ciò che conta. E in questo caso, la verità è che le affermazioni sono false». Il principio, di per sé, non farebbe una piega, visto che banalmente un'accusa, per risultare fondata, deve essere provata o almeno suffragata da qualche evidenza o testimonianza. Peccato però che, nel 2018, Biden si fosse espresso in modo ben diverso. Nel settembre di quell'anno, il giudice conservatore Brett Kavanaugh - nominato da Donald Trump alla Corte Suprema - era stato accusato da tre donne di aggressione e molestie sessuali, più o meno in coincidenza dell'inizio del processo di ratifica al Senato. Per quanto nessuna delle tre accusatrici fosse all'epoca in grado di corroborare le proprie accuse, la linea del Partito democratico fu che costoro avrebbero dovuto comunque essere credute, visto che avevano avuto il coraggio di mettersi contro un uomo potente: questo coraggio, in altre parole, le avrebbe esentate dal produrre evidenze o testimonianze terze per suffragare le proprie accuse. In tal senso, nel settembre del 2018, Biden affermò: «Per una donna che decide di farsi avanti tra le luci abbaglianti della ribalta, a livello nazionale, devi partire dal presupposto che almeno l'essenza di ciò di cui sta parlando è reale, indipendentemente dal fatto che dimentica i fatti». Sulla medesima linea si collocò la senatrice californiana, Kamala Harris, che, nelle stesse ore, in riferimento all'imminente testimonianza in Senato della prima accusatrice di Kavanaugh, Christine Blasey Ford, ebbe a dire: «Io le credo. […] chiunque si presenti a questo punto per essere pronto a testimoniare al Senato degli Stati Uniti contro qualcuno che è stato nominato per una delle posizioni più potenti nel governo degli Stati Uniti, richiede uno straordinario coraggio».Quindi, per ricapitolare: nel caso di Kavanaugh le accusatrici dovevano essere credute sulla parola, in quello di Tara Reade - al contrario - l'ex vicepresidente invoca delle prove. Tra l'altro, non bisogna neppure dimenticare che, nell'aprile del 2019, la stessa Harris si espresse sulle donne che avevano all'epoca accusato l'ex vicepresidente di molestie, dichiarando: «Credo loro e rispetto loro per essere in grado di raccontare la loro storia e per avere il coraggio di farlo». Si tratta tuttavia della stessa Harris che, interpellata pochi giorni fa sul caso Tara Reade, ha replicato: «Posso parlare soltanto del Joe Biden che conosco». Un bel cambio di linea. Tanto che, a voler essere maliziosi, si potrebbe pensare dettato da considerazioni di natura politica: non dimentichiamo infatti che la Harris compaia oggi tra le papabili candidate alla vicepresidenza a fianco di Biden. Tra l'altro, non va neppure trascurato che, due anni fa, molti democratici chiesero il ritiro di Kavanaugh come giudice della Corte Suprema. Usando il loro stesso standard, oggi dovrebbero chiedere allora un passo indietro a Biden nella sua corsa verso la Casa Bianca. Perché non lo fanno?Al di là di questo, dall'intervista su Msnbc è emerso anche un elemento problematico che ha a che fare specificamente con l'accusa. Ricordiamo che la presunta aggressione sessuale sarebbe avvenuta nel 1993, quando Biden era senatore del Delaware. In tal senso, il candidato democratico ha detto venerdì che, se la Reade ha realmente presentato all'epoca una denuncia scritta, potrà nel caso essere reperibile all'interno dell'Archivio Nazionale. A quel punto, l'intervistatrice, Mika Brzezinski, gli ha domandato se intenda rendere pubblici anche i suoi documenti attualmente conservati dall'Università del Delaware: una richiesta che Biden ha seccamente respinto, sostenendo che quell'istituto non possegga documentazione attinente a collaboratori o ex collaboratori. Pur incalzato dalla giornalista, l'ex vicepresidente ha confermato la sua indisponibilità a concedere l'accesso a quegli archivi. La domanda è: perché? Pur ammettendo che l'Università del Delaware non contenga realmente materiali relativi a questa vicenda, non dovrebbe comunque essere primario interesse di Biden dissipare ogni dubbio sull'accusa di aggressione sessuale? Anche perché una tale reticenza non farà prevedibilmente che rinfocolare diffidenza e polemiche politiche, oltre all'ipotesi che quegli archivi possano contenere qualche informazione compromettente (non necessariamente collegata al caso Reade).Certo: va indubbiamente sottolineato che la versione della Reade presenti dei punti non poco traballanti. Ha accusato soltanto recentemente Biden di aggressione sessuale, mentre prima si era limitata a parlare di molestie. Ha inoltre dichiarato pochi giorni fa di non aver inserito l'accusa di «aggressione sessuale» nella denuncia che asserisce di aver fatto nello stesso 1993. Nonostante questi indubbi punti oscuri, non va comunque dimenticato che la versione della Reade sia attualmente suffragata da una serie di testimonianze indirette, due delle quali raccolte dalla testata Business Insider. Una ex vicina di casa della donna ha affermato che la Reade le avrebbe raccontato dell'aggressione sessuale nel 1995 o nel 1996, mentre una sua ex collega ha riferito che, nello stesso periodo, la Reade stessa le avrebbe detto di essere stata molestata dal suo precedente capo. Anche un amico (che ha preferito restare anonimo) ha dichiarato che la donna gli avrebbe riferito dell'aggressione sessuale nel 1993. Ora, non è detto che queste testimonianze terze siano necessariamente attendibili e non vanno quindi ovviamente prese come oro colato. Resta tuttavia il fatto che, nel caso di Christine Blasey Ford due anni fa, la testimonianza di quest'ultima contro Kavanaugh non solo non venne corroborata ma fu addirittura contraddetta. Ciononostante i democratici chiesero egualmente all'epoca che venisse ritirata la candidatura del giudice alla Corte Suprema.Ma non è tutto. Gli ambienti vicini a Biden stanno cercando di lasciare intendere che Tara Reade abbia lanciato la sua accusa per motivazioni politiche. In particolare, il riferimento è al fatto che, a partire da gennaio, la donna sia diventata sostenitrice di Bernie Sanders e che abbia spesso nutrito pubblicamente non poca simpatia per Vladimir Putin. Sennonché questo modo di ragionare tradisce due paradossi. Innanzitutto appare strano che il Partito democratico - da sempre autoproclamato paladino del movimento Me Too - subordini un'accusa di aggressione sessuale alla fede politica dell'accusatrice. Se volessimo comunque adottare questo standard, allora non dovremmo dimenticare che Christine Blasey Ford fosse iscritta al Partito democratico. E che, tra l'altro, i suoi avvocati, Debra Katz e Lisa Banks, fossero strettamente collegati all'asinello, oltre a risultare finanziatori di Barack Obama e Hillary Clinton. Perché allora solo la Reade dovrebbe essere oggi mossa da intenti politici e non all'epoca la Ford?Il doppiopesismo, insomma, è lampante. E rischia di abbattersi come una pericolosa tegola sulla campagna elettorale di Biden, oltre che sull'intero Partito democratico. Perché il problema va al di là della veridicità delle accuse della Reade (su cui sarà l'autorità giudiziaria a dover far luce). La questione è infatti primariamente politica e chiama in causa la coerenza e l'onesta intellettuale di un partito - l'asinello - che cambia standard e criteri di valutazione in base alla propria convenienza. Un atteggiamento di cui a novembre molti elettori potrebbero ricordarsi.
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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