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2023-04-17
Le bugie sulla cucina italiana smontate punto per punto
Ansa
Le seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false.
Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno...
«Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana...
Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano.
La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo.
La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste?
Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento
L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo.
Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico.
Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera.
Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia».
A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico.
«La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana.
Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano
Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy».
Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990.
La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci».
Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo
Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”».
Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta.
Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio».
Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni.
Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan
Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association.
Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
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Ha suscitato incredulità l’intervista del «Financial Times» ad Alberto Grandi sulla cucina italiana. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. La carbonara è probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia.Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». La dieta mediterranea è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma GrandiIl panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. «Posso smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano».Lo speciale contiene sei articoliLe seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-piatto-nato-in-america-ma-se-i-suoi-antenati-sono-nel-mezzogiorno" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno... «Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana... Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano. La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo. La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quella-col-pomodoro-e-tutta-nostra-la-mangiava-de-sanctis-gia-nellottocento" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo. Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico. Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera. Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia». A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico. «La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="macche-operazione-marketing-e-uno-stile-alimentare-salutare-e-le-eccellenze-non-centrano" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy». Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990. La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="altro-che-trovata-industriale-pure-i-panifici-piu-piccoli-lo-facevano-allo-stesso-modo" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”». Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta. Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio». Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="gusto-consistenza-tonalita-dimensioni-impossibile-che-discenda-dal-parmesan" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association. Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
Edizione 2026 del premio David di Donatello a Cinecittà (Getty Images)
Gli attori difficilmente hanno curriculum scolastici che garantiscano una loro competenza e, anche quando di rado sono buoni attori, è sempre una pena ascoltare le loro disquisizioni sociali e geopolitiche. Da Pasolini a Volonté, da Petri a Rosi, il cinema italiano ha vissuto stagioni di feroce «impegno civile». L’impegno civile era una fedeltà totale, oserei dire canina, ai dettami del Partito comunista italiano. D’altra parte lavorava solo chi in tasca aveva la tessera del Pci.
Perlomeno Petri e Rosi erano bravini, non eccelsi, bravini. Ma nessuno potrà mai sapere quanto sarebbero stati più bravi di loro quelli che non hanno potuto lavorare perché non facevano parte del giro. Ora dei film di questi tizi non importa più un fico a nessuno, non sono sopravvissuti alla loro epoca. Continuiamo invece a guardare i film di Don Camillo, che furono girati da un regista francese con un attore francese, perché ai mediocri e asserviti registi italiani faceva orrore girare un film dove si prendesse in giro il loro amato partito, composto da gente tanto intelligente da lavorare per instaurare una dittatura stalinista.
Perlomeno Petri, Rosi e tutti gli altri un qualche valore ce l’avevano. Non eccelso. Diciamo che non ci hanno fatto mai gridare al capolavoro. Ho sempre trovato insopportabile Pasolini: un film come Salò può essere concepito solo da una mente deforme. Pasolini era stato in gioventù un appassionato fascista. Mentre lui scriveva elegie del Duce, suo fratello minore Guido diventava partigiano con la gloriosa divisione Osoppo, poi massacrata dai partigiani comunisti. Le righe di sperticato affetto di PPP per il Partito comunista sono le parole di una persona per chi gli ha massacrato il fratello. Comunque questi un po’ di talento, complessità, e cultura ce l’avevano. Oggi troppo spesso resta soltanto la liturgia dell’indignazione.
La quantità di quattrini che gli esausti contribuenti italiani hanno versato - già ai tempi di Franceschini, ma anche ora con Giuli - a film talmente scadenti che nessuno li va a vedere, è esorbitante. Il concetto che il cinema di qualità vada sovvenzionato perché il popolo bue poi non va a vederlo, prevede due punti deboli: l’idea che il popolo sia idiota e che esista una qualche persona in grado, con il suo giudizio, di stabilire cosa è qualità senza che il tutto finisca nel cosiddetto amichettismo, che è una forma di corruzione gravissima. I soldi sperperati in film inguardabili sono fiumi. C’è da inorridire non tanto per gli sprechi, che in Italia hanno ormai assunto la rassicurante regolarità delle stagioni, ma per il tono morale con cui questo sistema continua a presentarsi al pubblico: come un’élite perseguitata, resistente, quasi clandestina.
Il cinema italiano contemporaneo sembra vivere dentro una curiosa anomalia psicologica: fallisce commercialmente ma si considera culturalmente vittorioso; perde spettatori ma impartisce lezioni e chiede finanziamenti pubblici con la stessa indignazione morale con cui un tempo i coraggiosi finivano in prigione. La 71ª edizione dei David di Donatello è stata la rappresentazione perfetta di questa deriva: quattro ore di autocelebrazione mesta, attraversata da sermoni geopolitici, slogan ideologici e appelli militanti pronunciati con la gravità sacerdotale di chi ritiene il proprio palco non un premio cinematografico ma una tribuna permanente delle proprie convinzioni scambiate per etica. Non era una cerimonia, ma un’assemblea di condominio del progressismo culturale italiano, con tanto di abiti da sera e orchestra.
Ed è qui che emerge il paradosso più interessante: il cinema italiano continua a parlare come se rappresentasse il popolo, mentre il popolo ha già lasciato la sala da tempo. I più grandi film, quelli più trionfalmente pieni di valori etici, sono stati tutti strepitosi successi al botteghino. C’è una differenza enorme tra arte impegnata e catechismo travestito da sceneggiatura. È qui che la questione smette di essere estetica e diventa politica. Perché, se davvero come sostengono diverse ricostruzioni giornalistiche, tra il 2017 e il 2025 il comparto cinematografico ha ricevuto oltre 7 miliardi di euro tra fondi, incentivi e tax credit, allora è inevitabile chiedersi quale sia stato il ritorno culturale, industriale e commerciale di questo investimento colossale. Sette miliardi sono il costo di una politica industriale. E una politica industriale dovrebbe produrre risultati tangibili: pubblico, esportazione culturale, occupazione stabile, competitività internazionale. Invece il cinema italiano contemporaneo sembra spesso produrre soprattutto festival, premi reciproci e dibattiti ideologici interni alla stessa élite culturale che li organizza. Alcuni casi appaiono perfino grotteschi. Film finanziati e mai realmente distribuiti. Produzioni incapaci di recuperare una minima parte dei costi. Opere viste da poche decine di spettatori ma sostenute da centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico. Titoli che sembrano esistere più per alimentare il circuito dei finanziamenti che per incontrare un pubblico reale. Forse il vero scandalo non sono nemmeno gli sprechi. In Italia gli sprechi passano quasi inosservati. Il vero scandalo è il tono con cui vengono difesi: come se criticare un sistema inefficiente equivalesse automaticamente ad attaccare l’arte, la libertà o addirittura la democrazia. Come ha detto Javier Milei, pirotecnico presidente dell’Argentina, pro life e fermamente convinto che al mondo ci siano solo maschi o femmine: «Se per vivere dell’arte hai bisogno di sussidi pubblici, non sei un artista, sei un impiegato statale. E se inoltre sei uno strumento di propaganda politica, stai facendo politica. Con l’arte non c’entra niente».
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri è ritenuto dai migliori un capolavoro. Io faccio parte dei peggiori. Qualcuno forse ha guardato più di una volta Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? A centinaia di migliaia abbiamo invece guardato decine di volte, se non centinaia, La vita è meravigliosa di Frank Capra, e tutte le volte ci sono colate le lacrime. Guardandolo, abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per essere migliori, coraggiosi, forti e onesti, fino all’ultimo atomo del nostro essere, nella speranza che in caso di guai tutto un paese avrebbe pregato per noi e che San Giuseppe ci avrebbe mandato in soccorso qualcuno, magari un angelo con il cervello di un coniglio e la fede di un bambino, che vuol dire la potenza di un leone. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto è un film che leva coraggio: tanto fa tutto schifo, perché battersi? Il suo scopo è scoraggiare al punto tale che la gente viene convinta che tanto fa tutto schifo, tutto è senza speranza, e così si lascia irretire dal comunismo che, in mano ai servi dei sovietici, mantenuti con denaro che arrivava dal Paese dei gulag, si presentavano come il partito degli «onesti», parola usata anche da Pasolini per adulare da ossequioso servo gli assassini di suo fratello. La vita è meravigliosa serve a dare coraggio. Tutte le volte che in vita mia ho avuto bisogno di fare scelte difficili e di pagarle, mi sono ricordata anche di George Bailey e dell’angelo Clearance che San Giuseppe manda in suo soccorso, per essere certa che ne valesse la pena.
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Un orfanotrofio cattolico in Mozambico (Getty Images)
Nel pomeriggio di giovedì 30 aprile, i jihadisti di Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, gruppo affiliato allo Stato Islamico, hanno assaltato il villaggio di Meza, nel distretto di Ancuabe, nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. I miliziani hanno incendiato la chiesa parrocchiale di São Luís de Monfort, simbolo storico della presenza cattolica nella regione fin dal 1946, insieme alla casa dei padri scolopi e all’asilo della missione. In poche ore l’intero complesso religioso è stato ridotto in macerie. A raccontare quanto accaduto è stata suor Laura Malnati, responsabile delle missionarie comboniane in Mozambico, intervistata da Avvenire. «Hanno bruciato la chiesa, la casa dei padri scolopi e l’asilo», ha spiegato la religiosa. I missionari erano riusciti a fuggire poco prima dell’arrivo dei terroristi grazie a un avvertimento ricevuto in anticipo. Diversi civili presenti nel villaggio sarebbero invece stati catturati e costretti ad assistere ai messaggi di propaganda dei jihadisti.
La conferma dell’attacco è arrivata anche da monsignor António Juliasse, vescovo di Pemba, capoluogo della provincia. Secondo il prelato, i miliziani sono entrati nella parrocchia nel tardo pomeriggio devastando tutto ciò che trovavano. «I missionari sono salvi, ma la comunità è sotto choc», ha dichiarato. «Ogni struttura è stata distrutta. Durante l’assalto i civili sono stati trattenuti e utilizzati come pubblico per messaggi d’odio». Nonostante la devastazione, il vescovo ha lanciato un messaggio di speranza: «La fede di questo popolo non sarà mai distrutta».
L’assalto di Meza rappresenta soltanto l’ultimo episodio della lunga offensiva jihadista che dal 2017 colpisce il nord del Mozambico. L’insurrezione è iniziata ufficialmente nell’ottobre di quell’anno con attacchi coordinati contro stazioni di polizia e sedi governative nella città di Mocímboa da Praia. Da allora la violenza si è progressivamente estesa in tutta la provincia di Cabo Delgado, trasformando la regione in uno dei principali fronti del jihadismo africano. Secondo le stime delle Nazioni Unite e del database internazionale Acled, il conflitto ha provocato circa 6.500 morti e oltre 1,3 milioni di sfollati. Interi villaggi sono stati abbandonati, migliaia di famiglie vivono nei campi profughi e vaste aree rurali sono ormai fuori dal controllo effettivo dello Stato.
Le autorità mozambicane hanno incontrato enormi difficoltà nel contrastare l’espansione dei jihadisti. Per anni l’esercito è stato accusato di scarsa preparazione, carenza di mezzi, corruzione e incapacità di controllare il territorio. I miliziani sfruttano infatti una geografia complessa fatta di foreste, villaggi isolati e aree costiere difficili da presidiare, riuscendo a spostarsi rapidamente e a colpire obiettivi civili prima dell’arrivo delle forze di sicurezza. Dopo che gli insorti avevano conquistato aree strategiche come Mocímboa da Praia e attaccato la città costiera di Palma, il governo di Maputo chiese assistenza internazionale. Nel 2021 il Ruanda ha dispiegato circa 1.000 soldati e poliziotti, riuscendo in breve tempo a riconquistare alcune roccaforti jihadiste e a mettere in sicurezza diverse aree chiave. Negli anni successivi il contingente ruandese è cresciuto fino a superare i 4.000 uomini, diventando il pilastro delle operazioni antiterrorismo nel nord del Paese. Nel 2024 Kigali ha inoltre rafforzato la propria presenza per colmare il vuoto lasciato dal progressivo ritiro della missione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc), anch’essa entrata in Mozambico nel 2021 ma indebolita da problemi logistici e finanziari. Tuttavia il futuro della missione ruandese appare incerto.
L’Unione europea aveva approvato nel 2024 un finanziamento di circa 23 milioni di dollari attraverso il Fondo europeo per la pace per sostenere le Forze di difesa del Ruanda impegnate a Cabo Delgado. I fondi erano destinati soprattutto a coprire costi logistici ed equipaggiamento. A marzo, però, funzionari europei hanno lasciato intendere che Bruxelles potrebbe non rinnovare il sostegno economico alla scadenza prevista per maggio. Il presidente ruandese Paul Kagame ha quindi avvertito che le truppe potrebbero ritirarsi in assenza di finanziamenti stabili e di lungo periodo mentre il portavoce del governo Yolande Makolo ha affermato che il costo reale del dispiegamento sarebbe almeno dieci volte superiore ai fondi europei ricevuti.
Le comunità cristiane sono diventate uno degli obiettivi principali della violenza jihadista. Chiese, scuole cattoliche, missioni e villaggi abitati da cristiani vengono frequentemente presi di mira come simboli della presenza occidentale e statale nella regione. In molte zone rurali sacerdoti, catechisti e religiosi vivono sotto costante minaccia. Numerosi villaggi sono stati svuotati dopo gli assalti e migliaia di famiglie cristiane sono fuggite verso le città costiere o nei campi per sfollati interni.
La guerra jihadista in Mozambico ha già colpito direttamente anche missionari e religiosi stranieri. Nel settembre 2022 venne uccisa suor Maria De Coppi, missionaria comboniana italiana originaria del Veneto, assassinata durante un attacco jihadista alla missione cattolica di Chipene, nella provincia di Nampula. I terroristi incendiarono la chiesa, l’ospedale e le opere della missione, mentre la religiosa, 83 anni, fu colpita mortalmente durante l’assalto. La sua morte scosse profondamente la Chiesa cattolica e divenne uno dei simboli della persecuzione contro le comunità cristiane nel nord del Mozambico.
Il Mozambico porta ancora oggi le profonde ferite della propria storia politica. Ex colonia portoghese fino al 1975, il Paese ottenne l’indipendenza dopo una lunga guerra guidata dal Fronte di liberazione del Mozambico (Frelimo), movimento marxista che prese il potere instaurando un sistema a partito unico vicino all’Unione sovietica e a Cuba. Poco dopo l’indipendenza scoppiò una devastante guerra civile contro la Renamo, gruppo ribelle sostenuto inizialmente dalla Rhodesia e poi dal Sudafrica dell’apartheid. Il conflitto, terminato ufficialmente nel 1992, provocò circa un milione di morti e lasciò il Paese distrutto economicamente e socialmente.
Nonostante gli accordi di pace e l’apertura al multipartitismo, il Mozambico non è mai riuscito a eliminare profonde disuguaglianze territoriali e sociali. Il Frelimo continua a dominare la vita politica nazionale, mentre molte regioni periferiche accusano il governo centrale di corruzione, esclusione economica e scarsa redistribuzione delle ricchezze. Cabo Delgado rappresenta l’esempio più evidente di questa frattura: una provincia ricchissima di risorse naturali ma tra le più povere del Paese. Sul fondo della guerra c’è infatti il controllo di una delle aree più ricche di risorse naturali dell’intera Africa australe. Cabo Delgado possiede enormi giacimenti di gas naturale offshore, oltre a rubini, grafite, oro, legname e altre materie prime strategiche. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nella regione, trasformandola in un territorio di enorme valore geopolitico ed economico senza però migliorare concretamente le condizioni della popolazione locale. Molti analisti ritengono che povertà estrema, marginalizzazione sociale, corruzione locale e competizione per le risorse abbiano favorito il radicamento del jihadismo. È in questo contesto di esclusione e fragilità che Ahlu al-Sunna wa al-Jama’a, nato come movimento islamista radicale nel nord del Paese e poi affiliatosi allo Stato Islamico nel 2019, è riuscito a trasformarsi in una delle organizzazioni jihadiste più pericolose dell’Africa australe.
Corsa a ostacoli per gas e terre rare
La provincia di Cabo Delgado, situata nell’estremo nord del Mozambico e affacciata sull’Oceano Indiano, è diventata negli ultimi anni uno dei territori più strategici dell’intero continente africano. L’area custodisce infatti enormi riserve di gas naturale offshore considerate tra le più importanti scoperte energetiche mondiali degli ultimi decenni. Secondo le stime internazionali, i giacimenti presenti nel bacino del Rovuma potrebbero trasformare il Mozambico in uno dei principali esportatori globali di gas naturale liquefatto, modificando profondamente gli equilibri energetici regionali, attirando l’interesse delle grandi potenze internazionali.
Accanto al gas, Cabo Delgado possiede anche immense ricchezze minerarie e naturali. La provincia è nota per i suoi giacimenti di rubini, considerati tra i più preziosi al mondo, ma dispone anche di grafite, oro, terre rare, legname pregiato e altre materie prime strategiche fondamentali per l’industria tecnologica e manifatturiera globale. La grafite, ad esempio, rappresenta una risorsa chiave per la produzione di batterie elettriche e tecnologie legate alla transizione energetica, aumentando ulteriormente il valore geopolitico della regione. Negli ultimi anni colossi energetici internazionali hanno investito miliardi di dollari nello sviluppo dei progetti offshore e delle infrastrutture collegate. Aziende provenienti da Europa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente hanno avviato programmi per l’estrazione e l’esportazione di gas naturale liquefatto, mentre governi stranieri hanno rafforzato la propria presenza diplomatica e strategica nell’area. L’obiettivo è garantirsi accesso a risorse considerate decisive per il futuro energetico globale, soprattutto in una fase segnata dalle tensioni internazionali sui mercati dell’energia e dalla ricerca di alternative ai fornitori tradizionali.
Questa enorme ricchezza ha però trasformato Cabo Delgado anche in un territorio segnato da forti tensioni e instabilità. Negli ultimi anni la provincia è stata travolta dalla violenta insurrezione jihadista che ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. I gruppi armati affiliati allo Stato Islamico hanno colpito villaggi, infrastrutture e centri abitati, sfruttando il malcontento sociale, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze economiche presenti nella regione. Nonostante le enormi risorse naturali, gran parte della popolazione locale continua a vivere in condizioni estremamente difficili, con scarso accesso ai servizi essenziali e poche opportunità economiche. L’avanzata dei gruppi jihadisti ha messo in pericolo anche i grandi investimenti energetici internazionali. Alcuni progetti miliardari sono stati sospesi o rallentati a causa dell’insicurezza crescente, costringendo il governo mozambicano a chiedere supporto militare esterno. L’intervento delle forze straniere ha permesso di riconquistare alcune aree chiave, ma la situazione resta fragile e il rischio di nuovi attacchi continua a preoccupare governi e investitori.
La combinazione tra immense risorse naturali, interessi energetici globali, presenza jihadista e competizione geopolitica internazionale ha trasformato Cabo Delgado in uno dei fronti più delicati dell’Africa contemporanea. Il futuro della provincia non dipenderà soltanto dalla sicurezza militare, ma anche dalla capacità del Mozambico di distribuire in modo più equo la ricchezza generata dalle sue risorse naturali, evitando che il divario tra profitti miliardari e povertà locale continui ad alimentare instabilità e radicalizzazione. Ma su questo è lecito avere molti dubbi.
«Formiamo gli orfani perché investano sul loro territorio»
Fra Luca Santato è missionario cappuccino a Boane (Mozambico)
Fra Luca, da dove nasce l’idea di avviare il suo progetto in Mozambico e quali esigenze avete trovato sul territorio?
«Io sono arrivato in Mozambico nel 2016 e per i primi cinque anni ho vissuto al centro-nord del Paese, poi dal 2021 mi sono spostato nel sud, proprio nella capitale Maputo, e lì ho conosciuto la realtà delicata e nello stesso tempo preoccupante dei tanti bambini di strada, molti dei quali abbandonati e senza futuro. Di fronte a ciò nel gennaio del 2021 si è iniziato a studiare un progetto (che poi sono diventati due) per dare attenzione a loro: in modo particolare un’attenzione sanitaria adeguata e l’inserimento nella scuola. Il progetto “Fratelli tutti” (inaugurato nel maggio del 2024) si è posto tre obiettivi: centro pediatrico, centro nutrizionale e centro di alfabetizzazione. Il secondo progetto, “Casa San Francesco e Santa Chiara”, da gennaio 2027 ospiterà bambini e bambine orfani».
Temete che l’espansione del terrorismo nella regione possa rappresentare una minaccia anche per la vostra area operativa?
«La situazione della guerra nel nord del Paese preoccupa tantissimo, e dispiace per il grande dramma che stanno vivendo centinaia e centinaia di famiglie, molte di loro hanno perso o dovuto abbandonare la propria casa. È vero però che la guerra è distante circa 3.000 km da dove operiamo noi e questo ci rassicura sul presente e sul futuro. Fino ad oggi non abbiamo avuto nessun segnale o nessuna minaccia riguardo alla nostra presenza sul territorio e riguardo al nostro lavoro quotidiano».
Che cos’è la «Fattoria didattica per orfani» e quale ruolo svolge concretamente nella vita dei bambini che accoglie?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara”, l’orfanotrofio per bambini e bambine orfane, vuole avere la peculiarità di funzionare come una fattoria didattica, perché riteniamo che la conoscenza della terra e il poter offrire a loro, crescendo, una formazione agronoma, sia per gli orfani una possibilità per un domani di avere la capacità di lavorare la terra, e di poter investire proprio nel loro territorio. Noi ci crediamo parecchio all’agricoltura perché la terra del Mozambico è ricca d’acqua ed è molto fertile e queste sono risorse importanti per il futuro dei bambini e ragazzi. Per noi francescani la natura è molto importante, il cantico delle creature di San Francesco ci fa capire la bellezza e l’importanza del creato, speriamo che questo progetto possa trasmettere questi valori ai bambini che vivranno in questa casa, con la consapevolezza che la terra può essere ancora oggi una risorsa per la vita umana».
Quanti minori assistete oggi e quali sono le principali difficoltà che affrontano quotidianamente?
«Nel progetto “Fratelli tutti” ogni giorno accogliamo circa 500 tra bambini e ragazzi. La priorità è il centro pediatrico perché cerchiamo di assicurare a chi ha bisogno un’assistenza sanitaria adeguata, poi diamo attenzione al loro percorso scolastico, aiutandoli nello studio e procurando per i bambini e i ragazzi il materiale necessario per andare a scuola, e quando possiamo, in modo particolare il sabato e la domenica, offriamo loro un pasto caldo. Le spese sono davvero tante ma la Provvidenza mai ci ha abbandonato e l’attenzione è davvero tanta. Oltre a gestire queste attività nel progetto, quotidianamente, io vado nel campo “profughi” dove vivono circa 2.000 famiglie che hanno perso la loro casa a causa delle alluvioni che hanno colpito il Mozambico dal 2023 ad oggi, e lì la situazione è molto preoccupante: manca acqua e energia e il cibo scarseggia. Le condizioni igienico sanitarie sono preoccupanti e anche il percorso scolastico dei bambini e ragazzi che vivono in questa realtà non è garantito. Il lavoro da fare in questo campo è veramente tanto».
A che punto è il progetto e qual è l’obiettivo finale che vi siete prefissati?
«Il progetto “Casa San Francesco e Santa Chiara” è a buon punto, spero di completare il lavoro entro fine 2026 per accogliere i bambini già da gennaio 2027. Il refettorio, le cucine, le sale di studio e di formazione, il dormitorio maschile, le lavanderie e il posto medico sono quasi ultimati, ciò che facciamo fatica a completare è il dormitorio femminile, ci mancano circa 20.000 euro per poter pagare la ditta e costruire i padiglioni. Speriamo veramente che anche questa volta la Provvidenza ci aiuti. Una volta aperto il progetto, un’associazione italiana garantirà la permanenza dei bambini e bambine nel progetto con le adozioni a distanza».
Quando il progetto sarà completato, quale sarà il suo futuro impegno in Mozambico?
«L’esperienza di questi ultimi tre anni, legata alla progettazione e costruzione dei progetti, mi ha fatto conoscere la grande realtà di una rete sociale di carità e attenzione verso i nostri progetti. Fondazioni, banche, scuole, parrocchie, giornali, tv e privati hanno reso possibile tutto ciò seguendo e aiutando il percorso iniziale di queste nuove realtà della nostra presenza in Mozambico. Terminati i lavori mi piacerebbe tantissimo coltivare di più questi legami, condividendo il percorso futuro dei progetti, raccontando le storie dei bambini che ci vivranno, studiando insieme strategie future e dando la possibilità a chi potrà di poter vivere un’esperienza missionaria lì in Mozambico. Ci terrei veramente a costruire un ponte di idee, di risorse umane e strategie economiche per dare un cammino certo a tutto ciò che è stato costruito in questi ultimi tre anni. È stato importante chiedere aiuto, è importante ringraziare e sarà ancora più importante saper tener vivi questi legami di amicizia, di capacità e di disponibilità, in questo modo il Bene sarà ancora più grande. Mi vedo in futuro con un piede in Mozambico per seguire l’evolversi dei progetti, ma nello stesso tempo anche qui in Italia per tenere viva questa rete di solidarietà che è stata la carta vincente di questi nuovi progetti».
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Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec
Da 20 a 250 milioni di fatturato in meno di un decennio, poi la frenata, la ristrutturazione e una nuova partenza con basi più solide. Fino ai 370 milioni dell’esercizio 2025. Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec - gruppo quotato alla Borsa di Milano, attivo nella progettazione e produzione di sistemi complessi per il settore navale, residenziale e commerciale - va in controtendenza.
Presidente, Somec ha attraversato una fase difficile prima di tornare a crescere. Cosa ha messo più a dura prova il gruppo, e quando ha capito che il peggio era passato?
«Somec è nata nel 1978, ma quando l’ho acquisita alla fine del 2013 era un’azienda mono-cliente con un fatturato di circa 20 milioni di euro. La strategia era chiara: fare acquisizioni e crescere velocemente. E ci siamo riusciti - siamo passati da 20 a 250 milioni di fatturato, con una decina di aziende nel gruppo e 800 milioni di euro in portafoglio ordini».
Poi è arrivato il Covid…
«Eravamo nel pieno di un’espansione accelerata, e la pandemia ci ha colto in una fase delicata: gli ordini erano sostanzialmente piatti, i prezzi delle materie prime sono esplosi e la marginalità ha iniziato a calare. A questo si è aggiunto il fatto che la nostra organizzazione non era ancora adeguata a gestire un gruppo di quella dimensione. Condurre un’azienda che vale 250 milioni è completamente diverso rispetto a una da 20: cambiano la strategia, la velocità decisionale, le priorità. E poi sono arrivati i problemi geopolitici, che hanno ulteriormente complicato il quadro. Oggi siamo a 28 aziende nel gruppo. Abbiamo affrontato una fase di indebitamento e marginalità in calo che ci ha imposto una ristrutturazione profonda. Nel 2024 e nel 2025 abbiamo applicato una politica rigorosa di riduzione del debito, riuscendo a generare 50 milioni di cassa in due anni e a raggiungere i 370 milioni di fatturato. Per il 2026 l’obiettivo è aumentare utile e generazione di cassa per arrivare a una posizione finanziaria netta positiva. Solo a quel punto torneremo a valutare operazioni straordinarie».
Perché avete scelto di quotarvi in Borsa nel 2018?
«Inizialmente la quotazione era funzionale a un’operazione straordinaria negli Stati Uniti. Ma poi ho capito che aveva un valore in sé: ti obbliga a una disciplina gestionale che fa bene all’azienda, e ti dà visibilità che altrimenti sarebbe molto difficile ottenere. A volte ti demoralizza - i titoli delle Pmi sono spesso sottovalutati rispetto ai fondamentali, e c’è poco interesse strutturale da parte degli investitori istituzionali. Ma è uno strumento che, se usato bene, può fare la differenza».
Le Borse hanno rivisto i massimi, ma c’è un diffuso pessimismo legato alle tensioni geopolitiche, alla guerra in Ucraina, ai conflitti in Medio Oriente. Lo condivide, o ritiene che per chi sa posizionarsi bene esistano comunque opportunità?
«Io ogni mattina leggo cinque giornali, e ogni giorno mi trovo davanti a notizie che sembrano progettate per scoraggiare. Ma il mio lavoro - e quello di chiunque guidi un’azienda - è trasformare le notizie negative in opportunità. Il pessimismo è un lusso che non posso permettermi. Certo, le tensioni internazionali hanno un impatto reale: Medio Oriente e Russia fanno salire le materie prime e l’inflazione. Ma noi abbiamo una struttura geografica che ci permette di non essere esposti direttamente a nessun singolo mercato di crisi. Le opportunità ci sono per chi è posizionato bene e noi lavoriamo ogni giorno per esserlo».
Le tensioni internazionali hanno cambiato il modo in cui i vostri clienti decidono gli investimenti? Nei grandi committenti - cantieri navali, costruttori di edifici di pregio - vede un atteggiamento di attesa o la domanda tiene?
«Il rischio dell’attesa esiste ed è reale: conosco imprenditori con utili solidi e cassa abbondante che hanno bloccato gli investimenti in attesa di capire come si evolve la situazione. Questo meccanismo di paralisi è uno dei freni più pericolosi per l’economia, perché è autoreferenziale - più si aspetta, più si crea incertezza, e più si aspetta ancora. Nel nostro settore specifico, però, la domanda tiene. Sono appena tornato da una fiera del settore crocieristico a Miami, dove i quattro maggiori armatori al mondo - con un fatturato aggregato di circa 70 miliardi di dollari l’anno - si sono mostrati molto positivi. Hanno ordini di navi fermi fino al 2038. I numeri del comparto parlano chiaro: nel 1985 i passeggeri crocieristi nel mondo erano 1,9 milioni; nel 2025 siamo arrivati a 37 milioni. Questa crescita strutturale si traduce in ordini sui cantieri europei, che costruiscono la quasi totalità delle grandi navi da crociera del mondo».
Il settore navale è particolarmente esposto alle dinamiche geopolitiche. Come si comporta la domanda di navi da crociera e superyacht in un clima di incertezza globale?
«La domanda di superyacht è più ciclica e risente di più delle oscillazioni del sentiment dei grandi patrimoni, ma anche lì non vediamo una contrazione preoccupante. La verità è che chi ha grandi risorse continua a investire, anche in fasi di incertezza geopolitica - spesso anzi accelera, cercando beni rifugio o esperienze di alto valore».
Lei aveva detto che i dazi non la preoccupano perché producete negli Stati Uniti per il mercato americano. Ne vale davvero la pena, produrre negli Usa?
«Assolutamente sì. E non solo per i dazi. Produrre negli Stati Uniti significa essere vicini al cliente, rispondere rapidamente, non subire i costi e i ritardi della logistica internazionale. Significa anche capire il mercato dall’interno. Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è la velocità burocratica: negli Usa, se devo costruire un capannone, in un mese ho tutte le autorizzazioni. Da noi possono volerci anni. Questa differenza di velocità si traduce direttamente in competitività».
Gli Stati Uniti crescono a ritmi quattro o cinque volte superiori a quelli dell’eurozona. Lo vede anche nei vostri ordini? Da cosa dipende, secondo lei, questo divario così marcato?
«Lo vedo eccome. Il mio socio americano è molto ottimista: con tassi in calo si stanno riaprendo grandi investimenti e grandi progetti. La dinamica americana è quella di una crisi a V - scendi e risali altrettanto velocemente. Quella europea è una crisi a L: scendi, e poi resti lì. Il motivo fondamentale è la velocità delle decisioni. In Europa ci siamo ingessati in una burocrazia che rallenta tutto. Speriamo che qualche scossone - e qualcuno sta arrivando - possa spingere verso la costruzione di un’Europa vera, capace di decidere e agire. Perché oggi la debolezza dell’Unione europea è strutturale: non decide, non agisce, subisce. Prendiamo il tema delle energie rinnovabili e dell’automotive elettrico: sono obiettivi giusti, ma devono essere realizzati in modo da creare business, non da distruggerlo. Invece abbiamo consegnato tecnologie strategiche a potenze con interessi divergenti dai nostri, e abbiamo smantellato interi comparti industriali sulla base di decisioni di cui ancora non si capisce bene la paternità. Stiamo buttando via ottant’anni di lavoro industriale».
Il mercato Usa è ancora in espansione o comincia a dare segnali di saturazione?
«È ancora in espansione. La riduzione dei tassi d’interesse sta liberando una quantità enorme di investimenti che erano stati sospesi. I grandi progetti nel navale e nel residenziale di pregio stanno ripartendo. La domanda americana rimane la più dinamica al mondo in questo momento, e noi siamo ben posizionati per coglierla».
Quali sono, a suo giudizio, i tre ostacoli strutturali principali che frenano la competitività europea?
«Burocrazia e lentezza decisionale, prima di tutto. Poi la mancanza di una strategia industriale coerente: si inseguono obiettivi ambientali sacrosanti senza pensare alle conseguenze per la base produttiva, e si finisce per favorire i concorrenti invece di rafforzarsi. Terzo, il sistema finanziario: le banche europee stanno riducendo i prestiti alle imprese, il che ingessa le aziende e frena la crescita proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. Il risparmio privato esiste in abbondanza - il problema è che non viene incanalato verso l’economia reale».
Il gap di crescita tra Usa ed Europa è destinato ad allargarsi ancora, o c’è la possibilità di un’inversione di tendenza? Cosa servirebbe?
«Dipende dalla velocità con cui l’Europa deciderà di riformarsi. Oggi la traiettoria è quella di un allargamento del gap. Per invertirla servirebbe un piano serio di supporto alle piccole e medie imprese - che sono la spina dorsale dell’economia italiana ed europea - e una politica di incentivi che faccia lavorare il risparmio privato in modo produttivo. I Pir, per esempio, nel 2018 avevano creato un meccanismo interessante per portare capitali sulle Pmi quotate. Poi sono stati smontati male, e molti investitori si sono bruciati. Bisogna tornare a ragionare in quella direzione, ma farlo bene».
L’Italia, in questo quadro, ha ancora un ruolo specifico da giocare, o rischia di essere marginalizzata? Dove sta la vera forza competitiva del nostro Paese?
«L’Italia ha una forza competitiva che spesso non riconosciamo abbastanza: siamo bravi, creativi, e più veloci di quanto si pensi. Siamo più casinisti di un tedesco, ma questa apparente disorganizzazione nasconde una capacità di adattamento e di risposta che in molti ci invidiano. Sulla mia scrivania ogni giorno ci sono cinquanta lavori aperti in parallelo - e vanno avanti tutti. È un modello che funziona, a patto di saperlo gestire. Il problema dell’Italia non è la mancanza di capacità, ma la mancanza di sicurezza e stabilità nel contesto in cui le imprese operano. Quando manca quella certezza, gli imprenditori si bloccano. E un Paese che si blocca non cresce. L’Italia è tenuta in piedi dalle piccole e medie imprese: se le lasciamo senza supporto finanziario, senza incentivi e senza un sistema bancario che le accompagni, rischiamo davvero di perdere il nostro vantaggio competitivo».
E la Cina? È un mercato da presidiare o da guardare con cautela?
«Prima di Natale ero a Shanghai. La Cina costruirà navi più piccole, un segmento interessante in cui siamo già presenti con produzione locale e partnership locali. Sono avanti su molte cose - non bisogna sottovalutarli - ma la chiave è esserci, capire il mercato dall’interno e trovare i partner giusti. Noi lo stiamo facendo».
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