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2023-04-17
Le bugie sulla cucina italiana smontate punto per punto
Ansa
Le seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false.
Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno...
«Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana...
Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano.
La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo.
La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste?
Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento
L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo.
Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico.
Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera.
Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia».
A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico.
«La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana.
Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano
Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy».
Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990.
La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci».
Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo
Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”».
Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta.
Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio».
Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni.
Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan
Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association.
Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
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Ha suscitato incredulità l’intervista del «Financial Times» ad Alberto Grandi sulla cucina italiana. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. La carbonara è probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia.Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». La dieta mediterranea è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma GrandiIl panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. «Posso smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano».Lo speciale contiene sei articoliLe seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-piatto-nato-in-america-ma-se-i-suoi-antenati-sono-nel-mezzogiorno" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno... «Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana... Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano. La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo. La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quella-col-pomodoro-e-tutta-nostra-la-mangiava-de-sanctis-gia-nellottocento" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo. Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico. Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera. Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia». A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico. «La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="macche-operazione-marketing-e-uno-stile-alimentare-salutare-e-le-eccellenze-non-centrano" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy». Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990. La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="altro-che-trovata-industriale-pure-i-panifici-piu-piccoli-lo-facevano-allo-stesso-modo" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”». Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta. Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio». Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="gusto-consistenza-tonalita-dimensioni-impossibile-che-discenda-dal-parmesan" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association. Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
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Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
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La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.
Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.
Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.
Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.
I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.
«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.
Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».
Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.
A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.
Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.
Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.
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