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2023-04-17
Le bugie sulla cucina italiana smontate punto per punto
Ansa
Le seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false.
Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno...
«Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana...
Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano.
La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo.
La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste?
Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento
L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo.
Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico.
Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera.
Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia».
A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico.
«La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana.
Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano
Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy».
Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990.
La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci».
Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo
Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”».
Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta.
Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio».
Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni.
Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan
Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association.
Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
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Ha suscitato incredulità l’intervista del «Financial Times» ad Alberto Grandi sulla cucina italiana. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. La carbonara è probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia.Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». La dieta mediterranea è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma GrandiIl panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. «Posso smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano».Lo speciale contiene sei articoliLe seconde: «Posso parlare male di loro?». Grandi è descritto come accademico marxista, riluttante celebrità di podcast, giudice di quest’anno alla Tiramisu World Cup di Treviso, carriera dedicata a fare il debunking dei miti sulla cucina italiana, food expert e, da una sua affermazione nel podcast Doi (acronimo del titolo del suo libro «Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Mondadori), persona che deve uscire di casa «con le guardie del corpo, come Salman Rushdie». Considerato che di Rushdie Wikipedia scrive, riguardo al suo primo romanzo di successo percepito come anti indiano e precedente a quello percepito come anti musulmano «I versi satanici», «il successo delle reazioni che incitavano violenza nei confronti delle sue opere produsse molta pubblicità e libri venduti; una formula che ripeté nuovamente», non ci sembra un buon modello per quello che sarebbe uno storico e non uno scrittore di fantasia. Abbiamo ritenuto interessante operare il debunking delle tesi del debunker. Scoprendo che se il marketing, come dice Grandi, può emettere bugie, può anche essere che l’addotta affermazione falsa del marketing in realtà non sia mai stata proferita oppure sì ed è veritiera e che le affermazioni del debunker del marketing, invece, siano false. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-piatto-nato-in-america-ma-se-i-suoi-antenati-sono-nel-mezzogiorno" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Un piatto nato in America? Ma se i suoi antenati sono nel Mezzogiorno... «Per Grandi, la storia della carbonara racchiude perfettamente l’idea di Hobsbawm di “invenzione della tradizione”», dice la giornalista del Financial Times nell’intervista che ha fatto tanto scalpore. E poi, «per fare un po’ di luce» chiama un 97enne di Morlupo, oltre 30 km da Roma, che le dice: «Forse una volta all’anno mangiavamo l’amatriciana, quando potevamo permetterci di ammazzare un maiale. Ma non avevo mai sentito parlare della carbonara prima della guerra». Io sono romana, non ho mai mangiato la pajata, se sostenessi che siccome io non l’ho mai mangiata e non l’ho mai sentita nominare allora non esiste verrei presa giustamente a pernacchie e sarebbe carino spiegare al nonno testimone che poiché l’amatriciana si fa col guanciale, che si stagiona per conservarlo, non si deve ammazzare un maiale ogni volta che si fa l’amatriciana... Tornando alla carbonara, è molto più probabile che sia una versione romana di uno dei mille connubi di cacio e uova, o uova e maiale, o addirittura cacio uova e formaggio che sono attestati intorno a Roma, come gli strascinati di Cascia. Ed è facile che sia una versione «on the go» dei carbonai. Perché questa gente doveva mangiare, non è che c’era la mensa. La tesi che la carbonara sia americana deriva dal fatto che la prima ricetta attestata (attestata finora, ma possono esserci attestazioni non ancora ritrovate) sia stata pubblicata nel 1952 in una guida gastronomica di Chicago di Patricia Bronté, nella recensione di Armando’s, che faceva la carbonara. Ma questo Armando era praticamente italiano e cucinava italiano. Era figlio di italiani, nato in Usa, tornato a Lucca fino all’adolescenza e poi riemigrato in Usa. Quindi abbiamo già due elementi che fanno vacillare la tesi cui Grandi si attacca. La prima attestazione è solo una prima attestazione ed essendo la cucina, come la musica e la letteratura, una tradizione in prima battuta pratica e orale, già la ricetta sulla guida di Chicago non dimostra proprio niente. Crolla proprio del tutto, poi, la tesi dell’americanità considerato che Armando è italiano. La ricetta è reclamata come propria anche dal bolognese Renato Gualandi, che sosteneva di averla preparata col bacon, le uova disidratate e la cream degli americani per gli americani nel 1944. Queste le «pezze» d’appoggio dei teorici della carbonara Usa che spergiurano l’origine americana della carbonara, «dati» che a un esame logico e filologico serio reggerebbero come lo sputo al posto della colla e hanno solo l’effetto - e forse lo scopo - di screditare il primato culinario italiano nel mondo. La tesi più logica è che gli americani che avessero razioni per farsi le bacon eggs con cui fanno colazione abbiano intravisto negli spaghetti alla carbonara già esistenti una porzione di bacon eggs mescolata con della pasta e abbiano iniziato a mangiarli fatti o fatti fare con le loro scatolette. Per il resto, è molto più plausibile che la carbonara sia una versione più leggera degli strascinati di Cascia, appunto. Il critico gastronomico Luciano Pignataro ha stilato una sorprendente costellazione di piatti meridionali che coniugano uova e maiale e che potrebbero essere antenati della carbonara: la scarpella di Castelvenere, il pastiere montonerese, i vermicelli pertosani. Anche in Grecia si preparano le uova con la pancetta, anche in Gran Bretagna, in Lombardia c’è la frittata rognosa, con le salamelle: sono ricette americane anche tutte queste? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="quella-col-pomodoro-e-tutta-nostra-la-mangiava-de-sanctis-gia-nellottocento" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Quella col pomodoro è tutta nostra: la mangiava De Sanctis già nell’Ottocento L’autrice dell’intervista al Financial Times scrive: «Prima della guerra, mi racconta Grandi, la pizza si trovava solo in alcune città del sud Italia, dove era prodotta e consumata per strada dalle classi inferiori. Le sue ricerche suggeriscono che il primo ristorante che a tutti gli effetti serviva esclusivamente pizza non aprì in Italia, ma a New York nel 1911». Se ancora nell’Ottocento la pizza è preparata nei forni, e non in mezzo alla strada come sostiene Grandi, presto questi forni si industriano per servire le pizze non «a portar via» per il consumo in piedi o camminando in strada, ma seduti al tavolo. Francesco De Sanctis, nelle sue memorie, scrive, riferendosi all’anno in cui aveva sedici anni ossia il 1833: «La sera s’andava talora a mangiare la pizza in certe stanze al largo della Carità». Nel 1833 Antonio La Vecchia aveva infatti aperto Le stanze di Piazza Carità a Largo della Carità, ma la pizzeria Port’Alba aveva già le sedute nel 1830. La famosa prima pizzeria di New York è stata aperta nel 1905, non 1911, da Gennaro Lombardi a Little Italy, usando carbone invece che legna e soprattutto formaggio americano al posto della mozzarella. Dopo le polemiche seguenti all’intervista del Financial Times, Grandi è stato intervistato anche dal Corriere della Sera, dove ha rincarato la dose: «Finché è rimasta a Napoli la pizza è stata una grandissima schifezza. Ma quando è arrivata a New York si è riempita di prodotti nuovi e, in particolare, della salsa di pomodoro diventando la meraviglia che conosciamo oggi. Senza il viaggio degli italiani in America sono convinto che questa specialità sarebbe scomparsa». Ancora dalla storia della cucina italiana in formato graphic novel: «Prima della scoperta dell’America le pizze erano bianche condite con aglio, olio, pesciolini, origano, basilico e formaggio caciocavallo. Però il vero successo arrivò nell’800 quando sulla pizza venne messo il pomodoro e successivamente la mozzarella». Nel 1843, Alexandre Dumas padre descrisse la diversità dei condimenti della pizza nella raccolta di racconti Il corricolo, relativi al suo viaggio a Napoli nel 1835: «aromatizzata con olio, lardo, sego, formaggio, pomodoro, o acciughe sotto sale». Come riporta uno studio della facoltà di Agraria dell’Università di Udine, nel libro Napoli, contorni e dintorni del 1830, autore tale Riccio, si trova descritta la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico. Nel 2022 il giornalista napoletano Angelo Forgione interpella Alberto Grandi per correggerlo riguardo a queste stesse affermazioni, proposte pure allora: Forgione gli spiega che la pizza nasce come cibo di strada distribuito dagli ambulanti nel Settecento ma dal primo Ottocento nascono le pizzerie per mangiarla seduti, tanto che presso l’Archivio di Stato di Napoli si può consultare l’Elenco dei pizzajoli con bottega del 1807, a testimonianza che le pizze venivano distribuite agli ambulanti, ma anche vendute in loco, tanto che anche Francesco De Sanctis ne scrive. Grandi, scrive Forgione anche sui suoi profili social in questi giorni, gli risponde di aver rilasciato dichiarazioni errate sull’argomento, di non essere troppo esperto di pizza, di essere stato illuminato dalle affermazioni di De Sanctis apprese da Forgione e di aver voluto soltanto evidenziare quel fenomeno sociologico detto «effetto pizza» per cui un particolare di un popolo viene esaltato prima in un’altra nazione dove parte di quel popolo emigra e solo dopo nel resto dell’intera nazione originaria proprio grazie al tramite straniero, una specie di Tizio profeta in patria solo dopo esser stato riconosciuto profeta dalla non patria. L’illuminazione deve essere durata poco, avendo Grandi riproposto le stesse affermazioni rinnegate a Forgione al Financial Times e al Corriere della Sera. Ma esaminiamo la questione effetto pizza. Il teorico dell’«effetto pizza» è Agehananda Bharati, monaco indù di origine austriaca e docente di antropologia all’Università di Syracuse, che nel 1970 nel Journal of Asian Studies scrisse: «La pizza originariamente era un semplice pane cotto a caldo senza guarnizioni, l’alimentazione base dei contadini calabresi e siciliani da cui discende ben oltre il 90% di tutti gli italoamericani. Dopo la prima guerra mondiale, un piatto molto elaborato, la pizza americana di molte dimensioni, sapori e colori, ha fatto ritorno in Italia con i parenti in visita dall’America. Il termine e l’oggetto hanno acquisito un nuovo significato e un nuovo status, così come molti nuovi sapori nella terra d’origine, non solo nel sud, ma in tutta la lunghezza e la larghezza dell’Italia». A parte il fatto che ancora oggi molti italiani farebbero a brandelli le pizze effettivamente elaborate in America, da quella con l’ananas a quella col salame piccante pepperoni, non parliamo poi di quando vedono una Chicago deep dish pizza, la pizza napoletana era ciò che era ben prima del suo trasbordo insieme con l’emigrazione napoletana negli Usa, emigrazione cominciata tra fine Ottocento e inizio Novecento, e quello che accade è semplicemente che la pizza, già da un bel pezzo «co’ ‘a pummarola ‘ncoppa» come cantava pure la canzone, da Napoli si diffonde nel resto d’Italia, come avvenuto per mille altre preparazioni prima e dopo allora. Basti pensare al lagănum degli antichi Romani che lascia figli ovunque lungo lo Stivale. L’effetto pizza inteso come gli italiani che scoprirebbero la pizza che nascerebbe schifezza in Italia e diventerebbe leccornia e al pomodoro dopo un risciacquo dei suoi panni italici in Usa, con gli italiani che effettuano un’appropriazione culturale da deficienti ombelicali è un falso storico. Anche inteso come gli italiani che apprezzano la pizza solo dopo averla vista apprezzare in alcuni luoghi Usa resta un falso storico. «La cucina italiana è davvero più americana che italiana» ha detto Grandi al Financial Times. Peccato che questa affermazione sia falsa e se andiamo col bilancino e i libri di storia potremmo casomai affermare che la cucina americana è più italiana che americana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="macche-operazione-marketing-e-uno-stile-alimentare-salutare-e-le-eccellenze-non-centrano" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Macché operazione marketing. È uno stile alimentare salutare e le eccellenze non c’entrano Nel libro Denominazione di origine inventata, Alberto Grandi scrive che è «un’altra straordinaria invenzione […] da parte, guarda caso, di un fisiologo americano, Ancel Keys» il quale «fece una scoperta sensazionale: le persone denutrite non hanno problemi di colesterolo... Ma, al di là della facile ironia, resta il fatto che l’invenzione della “dieta mediterranea” e l’abile uso in termini di marketing che ne venne fatto, già dallo stesso Keys peraltro, rilanciò nel mondo un’idea di vita sana, bella e in grado di soddisfare i sensi, che diventerà una sorta di garanzia di qualità per tutto ciò che si può genericamente ricondurre al made in Italy». Ancel Keys e sua moglie Margaret, dei quali si può leggere La dieta mediterranea. Come mangiare bene e stare bene, Slow Food Editore, non hanno mai detto che i denutriti non hanno problemi di colesterolo: la teoria lipidica delle malattie cardiovascolari che oggi ci sembra ovvia si fece strada a fine Ottocento, inizio Novecento, per mano del medico olandese in Indonesia Cornelis de Langen, del medico olandese in Cina Isidore Snapper e del medico svedese Hqvin Malmrose. Ancel Keys postulò lo stesso loro collegamento e in più dimostrò che bassi valori di colesterolo nel sangue, caratteristica di chi seguiva una dieta salutare, e non insufficiente come afferma Grandi, si associavano a basso rischio di infarto miocardico. Keys, sua moglie e altri medici studiarono prima la dieta napoletana, sì, poi osservarono l’alimentazione a Città del Capo, a Cagliari, a Ilomantsi (Finlandia), a Fukuoka (Giappone), a Honolulu, a Bologna. Poi organizzarono in quelle nazioni il Seven Countries Study, uno studio epidemiologico multicentrico e pluriennale, rimasto leggendario nella storia della medicina, e omologato dall’Oms nel 1990. La dieta mediterranea per Keys è uno stile alimentare che non riguarda solo l’Italia, ma l’area mediterranea, che non ha niente a che vedere con le eccellenze italiane come invece afferma Grandi, anzi Keys annota che il colesterolo di chi mangia tutti i giorni «pasta condita con sugo di carne ricoperta con formaggio parmigiano, […] arrosto di carne […] secondo piatto, dessert gelato o ricchi dolci» era assai alto, mentre era basso quello di chi presentava «dieta comune scarsa di carne e prodotti caseari», con «la pasta» che «generalmente sostituiva la carne a cena» e «montagne di verdura»: la dieta «scarsa di carne e prodotti caseari» (attenzione, scarsa, non priva) era una «dieta salutare» e «motivo dell’assenza di disturbi cardiaci». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="altro-che-trovata-industriale-pure-i-panifici-piu-piccoli-lo-facevano-allo-stesso-modo" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Altro che trovata industriale: pure i panifici più piccoli lo facevano allo stesso modo Sempre dall’articolo del Financial Times: «Prima del XX secolo, il panettone era una focaccia sottile e dura farcita con una manciata di uvetta. Era mangiato solo dai poveri e non aveva legami con il Natale. Il panettone come lo conosciamo oggi è un’invenzione industriale. Negli anni ‘20 Angelo Motta del marchio alimentare Motta introdusse una nuova ricetta di impasto e diede inizio alla “tradizione” del panettone a forma di cupola. Poi, negli anni ‘70, di fronte alla crescente concorrenza dei supermercati, i panifici indipendenti iniziarono a produrre loro stessi panettoni a forma di cupola. Come scrive Grandi nel suo libro, “dopo un bizzarro viaggio a ritroso, il panettone è finalmente arrivato ad essere ciò che non era mai stato prima: un prodotto artigianale”». Il panettone non era assolutamente una focaccia piatta (con focaccia si intende una pizza che per tutta la sua area presenta la stessa altezza, come la focaccia barese o quella genovese) e dura, il panettone era una pagnotta dolce e aveva forma a cupola perché ogni pagnotta, anche di pane, ce l’ha. La forma a cupola del panettone col diametro appena più largo (e quindi un’altezza minore) di quello odierno si può vedere in tante illustrazioni pubblicitarie della stessa Motta. Angelo Motta avvia un forno artigianale nel 1919 a Milano specializzandosi nel panettone, che era il tipico dolce natalizio locale da un bel po’. Lo preparano già altri, tra cui Cova, pasticceria per ricchi, o Enrico Baj. Ciò che fa Motta, dichiarandolo, è riprendere l’uso precedente della lievitazione con lievito madre, che forse anche per via della guerra qualcuno aveva sostituito con lievito di birra o, peggio, lievito chimico, e arricchire l’impasto con maggiori dosi di uova e burro che tuttavia già sono usate anche dagli altri, idem i canditi, perché l’evoluzione del panettone da qualcosa che somiglia al pan tramvai verso ciò che è ora è cominciata da ben prima di Angelo Motta. Tornando al quale, spieghiamo a Grandi che Angelo e gli altri usano la fasciatura con carta a corona, in un primo tempo legata con lo spago. In un recente video visibile sul sito di «Italia squisita», Andrea Besuschio della Pasticceria Besuschio, attiva dal 1845 ad Abbiategrasso, davanti al forno originario in cui ancora oggi i Besuschio cuociono i panettoni, spiega: «All’inizio non c’erano i pirottini e quindi i panettoni venivano legati con della carta paglia e con uno spago, a volte si slegavano e quindi non si potevano vendere. Un amico di famiglia di mio nonno che aveva una cartotecnica ha fatto i primi pirottini per panettoni, e caso vuole che questi pirottini sono stati testati per la prima volta, ai primi degli anni ’50, all’interno di questo forno in compagnia di grandi pasticceri come il Cavalier Motta, Alemagna e mio nonno Giulio». Angelo Motta non inventa il panettone dal niente, non lo alza che di pochi centimetri, che sono quelli che sottrae alla larghezza, e agisce sempre da pasticcere, strumento, come altri, della naturale evoluzione di una ricetta lungo il corso dei secoli. L’evoluzione del forno in fabbrica per Motta e per altri non si configura mai come la trasformazione in industria intesa come luogo di produzione non artigianale di miliardi di pezzi opposta a «i panifici indipendenti». In quegli anni, alcuni panifici hanno successo e ampliano. Altri no. E parallelamente, sia il panificio che resta piccolo, sia quello che si espande, preparano il panettone allo stesso modo. Ciò che fa diventare nazionale il panettone è la diffusione di prodotti locali oltre i propri confini, mescola favorita anche dal progressivo avvento dei supermercati, sempre in quegli anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-bugie-sulla-cucina-italiana-smontate-punto-per-punto-2659863028.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="gusto-consistenza-tonalita-dimensioni-impossibile-che-discenda-dal-parmesan" data-post-id="2659863028" data-published-at="1681634294" data-use-pagination="False"> Gusto, consistenza, tonalità, dimensioni: impossibile che discenda dal parmesan Al Parmigiano Reggiano Dop Grandi contesta che prima degli anni ‘60 le forme pesassero solo circa 10 kg rispetto ai 40 kg di oggi, avessero la crosta nera, e consistenza più grassa e morbida. Tanto che «la sua esatta corrispondenza moderna è il parmigiano del Wisconsin». Ossia quel Parmesan che gli americani acquistano spesso credendolo fatto in Italia. Luciano Pignataro ha chiesto un’opinione a Gabriele Arlotti, uno dei due soli italiani che, ogni due anni, spiega il critico sul suo sito omonimo, è invitato nella patria dell’Italian sounding dei formaggi come giurato tra altri 60 colleghi al World Championship Cheese Contest, il più antico concorso internazionale di formaggi statunitense, organizzato proprio dalla potente organizzazione dei latticini americani, la Wisconsin Cheese makers Association. Sintetizziamo la risposta: «Il Parmigiano Reggiano è una Dop tutelata dall’Ue oltre che un marchio di certificazione tutelato dal Consorzio Parmigiano Reggiano negli Usa. Da un lato il professor Grandi afferma alcune verità (come il fatto che la cucina italiana è in evoluzione), ma dall’altro commette, forse a scopo propagandistico, alcuni errori grossolani come sostenere il fatto che il Parmigiano Reggiano dei nostri nonni sia più simile all’imitazione americana che non al Parmigiano Reggiano di oggi. Non è così né lo è mai stato. A prova di palato posso allora assolutamente smentire il fatto che ci sia qualche somiglianza tra il Parmigiano Reggiano dei nonni, che consumo con piacere dagli anni Settanta, e il parmesan americano. Il formaggio che gli americani chiamano commercialmente Parmesan raggruppa oggi una serie di caci estremamente diversi da loro. Quelli che ho avuto modo di assaggiare non hanno la caratteristica grana derivata dai cristalli di tirosina (che ha il Parmigiano Reggiano attuale ma anche quello passato), è pastoso, particolarmente grasso in linea con i loro gusti alimentari, di tonalità molto variabili, così come pezzature e dimensione, e prevede l’aggiunta di additivi: nulla a che fare col formaggio dei nostri nonni. È soprattutto privo delle caratteristiche sensoriali che conosciamo bene, dalle note lattiche a quelle fruttate e di noce secca, marcate all’aumentare della stagionatura, che ha, invece, il Parmigiano Reggiano».
Ansa
Mentre gli ex militari si preparavano a fare la loro sfilata conclusiva, infatti, il Liguria pride, che si terrà dal 6 al 13 giugno (il doppio rispetto all’adunata e vedremo se qualcuno si lamenterà di questo) ha pensato bene di pubblicare un carosello di immagini su Instagram con le seguenti parole: «Anche oggi siamo fuori dal coro e a gran voce diciamo Not all alpini gne gne gne». Fuori dal coro mica tanto, visto che una certa parte politica non ha fatto altro che rompere i cabbasisi montando assurde polemiche sulla presenza delle penne nere. Il carosello prosegue poi con la slide: «Al machismo e al militarismo, alle penne in erezione che occupano la nostra città preferiremo sempre delle favolose piume». Ora, i gusti sono gusti. Ma, nonostante i questionari di Non una di meno, in questi tre giorni di adunata non c’è stata alcuna molestia. Nessuna parola fuori posto. Se non quella segnalata da Alice Salvatore, ex consigliere regionale ligure ed ex candidata presidente della Regione con il Movimento 5 stelle, che ha annunciato sui social (senza però fare alcuna denuncia formale) di esser stata vittima di sguardi insistenti e penetranti da parte di un gruppo di attempati alpini.
Per diversi anni, il presidente del Liguria pride è stata Ilaria Gibelli. Un nome non nuovo, visto che solamente poche settimane fa, commentando un sondaggio di YouTrend sulle posizioni etiche degli elettori italiani, aveva scritto sui social: «Non fa una piega. I partiti più cattolici sono quelli più: omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi, maschilisti, si può continuare». Com’è ovvio che sia, ne è nato un caso politico, visto che la Gibelli ricopre l’incarico di consulente del Comune di Genova per la tutela dei diritti della comunità Lgbtqia+ e, almeno teoricamente, dovrebbe avere una posizione neutrale. Così ovviamente non è. Il suo curriculum, infatti, è quello di una militante (e ci mancherebbe altro): «Sono socia di Rete Lenford (avvocatura per i diritti LGBTQIA+) da più di dieci anni, e da qualche anno faccio parte del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno, associazioni nelle quali ho maturato una esperienza della tutela delle persone queer». Sul suo sito, poi, si legge ancora: «Attualmente offro consulenza legale nella sede del Liguria Pride odv, per le tematiche relative alle persone trans, e per tutte le questioni legali legate alle persone Lgbtqia+». Chissà se il sito dell’avvocato Gibelli non è stato aggiornato o se continua a fornire consulenza all’interno della sede del Liguria pride che, guarda caso, quest’anno tornerà a Genova con la Coloratacena, a cui l’ex sindaco Bucci aveva tolto il patrocinio.
Ora, è singolare che una figura come quella della Gibelli, così vicina al sindaco Silvia Salis, faccia parte di un’associazione che si fa gioco di un altro evento, l’adunata degli alpini, supportato istituzionalmente dal comune di Genova. Si tratta di una fluidità difficile da sostenere, pur provando a leggere la realtà con gli occhi Lgbtqia+. Anche perché proprio ieri, salutandoli, la stessa Salis ha detto: «In città abbiamo respirato un senso autentico di comunità: un’ulteriore dimostrazione di come gli alpini rappresentino una parte profonda dell’anima del nostro Paese, fatta di servizio, disciplina, memoria e presenza». Non proprio la descrizione fatta dal social media manager del Liguria pride. E, soprattutto, una realtà molto diversa da quella che è stata dipinta per giorni e giorni da Non una di meno (e in parte difesa dallo stesso sindaco). Su Genova non è mai stata in programma una calata di barbari molestatori. Era, quella, e saranno quelle del futuro, semplici adunate di penne nere. Uomini, ma pure donne, che hanno servito il Paese e che continuano a farlo, anche quando hanno qualche acciacco e, forse, preferirebbero fare altro. Ma che scelgono comunque di fare il proprio dovere. Una lezione di cui essere orgogliosi. Pride, quindi. Ma per davvero.
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Il campo profughi di Al Hol in Siria (Getty Images)
Era sempre la solita trafila. Sempre la solita storia. Gli uomini perdevano la battaglia e venivano lasciati lì dove avevano trovato la morte. Polvere erano e nella polvere del deserto sarebbero tornati. Le donne e i bambini, invece, venivano presi dai combattenti curdi e portati nel campo di Al Hol, nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Avrebbero passato lì i loro giorni e le loro notti. In quella prigione fatta di sabbia fine e secca. E baracche, tante baracche. Quelle necessarie per ospitare, ammesso e non concesso che si possa utilizzare questo verbo, 24.000 persone.
A guerra finita, i curdi pensavano che le donne, le ex jihadiste, avrebbero assaporato la libertà, seppure tra quelle quattro mura. Ma non era così. Imperterrite, le spose del Califfato continuavano a vestirsi coprendosi il corpo completamente di nero. Non vivevano un lutto, ma una fede. Pensavano di rappresentare la vita quando invece incarnavano la morte. Per anni hanno vissuto nel campo di Al Hol insieme ai loro figli. I figli della guerra. Quelli che hanno emesso il loro primo vagito insieme al boato delle bombe e agli spari del kalashnikov. Li hanno abbracciati nel nero dei loro veli, cercando di fare ombra per coprirli dal sole cocente del Medio Oriente. Li hanno invece soffocati sotto il peso di stoffe troppe pesanti e di un credo asfissiante.
Le donne e i bambini di Al Hol sono stati qui fino a pochi mesi fa. Fino a quando, in seguito ad un accordo tra le forze curde e il governo di Ahmad al-Sharaa, sono stati liberati. «Abbiamo constatato che mancavano le condizioni essenziali per abitarvi e abbiamo quindi deciso d’urgenza di spostare la popolazione», ha detto il capo ad interim del campo, Fadi al-Qassem. Qualcuno, nel caos di quei giorni, è riuscito a scappare. I curdi hanno accusato il governo di Damasco, che però ha rispedito tutto al mittente. La verità forse sta nel mezzo. Forse per i Peshmerga quel campo era diventato ormai ingestibile. Dall’altra parte, probabilmente Al Sharaa sentiva il dovere di liberare i parenti di chi lo aveva aiutato, in un modo o nell’altro, ad arrivare al potere. Un mistero, uno dei tanti, di questa terra martoriata che ha contato oltre mezzo milione di morti in una guerra civile che di civile aveva ben poco.
E se da una parte ci sono delle donne che hanno giurato fedeltà al Califfato, dall’altra ce ne sono molte che lo hanno combattuto. Bisogna fare qualche chilometro in macchina verso Ovest e arrivare a Kobane.
Due mondi contrapposti, entrambi segnati dalla guerra. È qui che ci sono le madri, donne comuni, che girano con fucili in spalla. Non cercano la guerra, non sono soldatesse. Ancora oggi difendono ciò che resta della loro vita e della loro comunità. Lo Stato islamico, almeno formalmente, non esiste più. Esiste però un altro nemico, che si muove attorno alla città: le milizie turche. Sono loro oggi gli avversari. Sono loro che sono pronti a colpire Kobane con droni e raid, mentre le unità di autodifesa locali continuano a pattugliare la zona. Descrivere la vita della città non è facile. Anche perché di essa, ormai, non se ne parla più. Sono ormai lontani i tempi in cui i peshmerga, i combattenti votati alla morte, avevano fatto di Kobane il centro della guerriglia contro i terroristi. Ora, nelle vie della città, restano l’incertezza e la paura. Unite al coraggio. Sembra concretizzarsi, tra quelle semplici case, ciò che scriveva Alfred Tennyson nel suo Ulysses: «Molto perdemmo, ma molto ci resta: Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi / mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; / un’eguale indole di eroici cuori, / fiaccati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà / di combattere, cercare, trovare, e di non cedere mai».
Da una parte Al Hol, dove vivono donne e bambini segnati dalla propaganda e dall’eredità dell’Isis. Il niqab che diventa una seconda pelle e il simbolo di un’identità imposta, così diversa da quella ricercata dalle donne curde, femminili anche quando nascondo i loro corpi nelle mimetiche. I bambini del campo di Al Hol crescono con l’etichetta di terrorista cucita addosso. È la loro lettera scarlatta. Non hanno colpe, ma molto spesso continuano a odiare. È come se avessero sorbito questo sentimento insieme al latte materno. Quelli di Kobane invece crescono con la consapevolezza di ciò che hanno fatto i loro genitori. Con quelle mamme così diverse, che non portavano la gonna ma i pantaloni. E che al posto della borsetta portavano sottobraccio un fucile. Nel campo di Al Hol anche i vivi sembrano morti. Sonia è una jihadista italiana che è arrivata in Siria nel 2015. È vedova di un uomo dell’Isis. Quando le si pone qualche domanda nega o minimizza il proprio coinvolgimento. Non si capisce se lo faccia per vergogna o perché ha qualcosa da nascondere (crediamo la seconda). Mostra però un lato di sé che ha a che fare con la sua radicalizzazione, che le permette di sopportare tutto, perfino il campo e la vita forzata. Ad Al Hol, come a Kobane, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. Nei campi la sopravvivenza è legata a ideologie che cancellano l’essenza delle persone. Nella città curda, invece, la resistenza al male è nata dal desiderio di proteggere i propri cari e la propria terra. Lo stesso territorio, a pochi chilometri di distanza, mostra due volti: da una parte capacità di resistere al dolore, alla guerra e alla sofferenza; dall’altra coercizione e radicalizzazione.
In mezzo, sparsi tra deserto, profondità del mare e cime delle alture, oltre 500.000 morti. Uomini, donne e bambini finiti nella grande storia, anche se avrebbero preferito farne a meno. Persone che sono diventate numeri. Morti per un ideale crudele o per un po’ di libertà. Che, ora che il regime è crollato, pare non arrivare. E forse non arriverà mai. Anche da qualche parte, in quel martoriato Paese, qualcuno mormora tra sé e sé che non cederà mai. Proprio come in quella poesia di Tennyson.
Il terrore non è ancora scomparso. Così si nasconde tra Africa e Asia
Sembra ormai un ricordo passato. Uno di quelli che riesci a portare alla memoria solamente in bianco e nero. Le urla in strada, gli spari, le decapitazioni trasmesse insieme ai video dell’orrore. L’urlo «Allah akbar», Dio è grande, che diventa parola di morte. E l’idea, quello di uno Stato islamico, che pare scomparsa tra le sabbie in cui era nata, tra la Siria e l’Iraq. Ma non è così. L’Isis non è sparito. C’è ancora, in attesa di tempi migliori. Ogni tanto torna a farsi sentire, a rivendicare attacchi ad ogni latitudine. Come spiega Fabrizio Guacci nel suo Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore).
Nel 2019 cade la sua ultima capitale, Baghuz, in Siria. A partire da quel momento i comandanti dello Stato islamico cambiano la propria strategia. La guerra cede il passo alla guerriglia e tornano ad agire le cellule sparse ad ogni latitudine del mondo. Dal sogno di uno Stato si passa alla clandestinità. Le decisioni non sono più nelle mani di pochi. L’Isis diventa agile e capace, come aveva già fatto, di adattarsi alle circostanze. Compie attacchi mirati per provocare un terrore costante. La paura si diffonde, anche grazie alla propaganda che sfrutta pure l’intelligenza artificiale. Del resto, erano stati proprio i responsabili della comunicazione dello Stato islamico a comprendere l’importanza dei video per diffondere il messaggio jihadista.
Lo Stato islamico crea alleanze con chiunque condivida la stessa ideologia di morte. In Africa, spiega Guacci, trova sponde con Boko Haram ma anche con la Wilayat Sinai, lo Stato islamico nel Grande Sahara. Si muove in Mozambico e in Somalia. E crea propaggini anche in Asia, con la Jemaah Snsha rut Daulah (Jad), l’Isis-Khorasan, la Neo-Jama’at Mujahideen Bangladesh, l’IsisPhilippines e la Wilayah al-Hind.
A distanza di sei anni dalla caduta del Califfato non bisogna più guardare in Medio Oriente per cercare quello che fu il Califfato. È necessario guardare a Sud, in Africa, e a Est, in Asia. Sono i dati a parlare. Secondo il Global Terrorism Index, la zona subsahariana rappresenta l’epicentro globale del terrorismo. È proprio qui che lo Stato islamico, insieme alle sue affiliate, resta l’organizzazione terroristica più letale del 2025. In Africa subsahariana, infatti, gli attacchi attribuiti all’Isis sono quasi raddoppiati in un anno, passando da 111 nel 2024 a 221 nel 2025. In Nigeria si è passati da 20 a 92 mentre le morti da 166 a 384; in Niger da 12 attacchi si è arrivati a 33, mentre i morti da 108 sono diventati 416 morti; nella Repubblica democratica del Congo le vittime degli attacchi del Califfato sono passate da 360 a 467. Ma non c’è solamente l’Africa, c’è anche l’Asia. Nel 2025, le Nazioni Unite hanno definito l’Isis-Khorasan una delle minacce più serie per l’Asia centrale. Il Global Terrorism Index segnala inoltre che l’Iskp è riuscito a rimanere resiliente, ampliando reclutamento e capacità di proiezione. Come segnala Guacci, nel Sud-Est asiatico il problema resta vivo soprattutto nel digitale: radicalizzazione online in Malaysia e Indonesia, reclutamento giovanile ancora radicato nel sud delle Filippine. Ci sono però anche dati in controtendenza. Nel 2025 Bangladesh e India hanno mostrato un miglioramento nei dati sugli attacchi, ma il tema non è scomparso. Tra i gruppi affiliati, spicca certamente l’Isis-Khorasan, uno dei più potenti e strutturati, che sta dimostrando di essere una minaccia globale considerevole, come dimostra l’attacco condotto ai danni della Russia nel 2024. La capacità di colpire in modo così eclatante anche fuori dai confini continentali dimostra come l’Isis stia riuscendo a consolidare il proprio potere.
Che fare davanti a tutto questo? Sfruttare innanzitutto le capacità dell’intelligence. Bisogna prima di tutto conoscere ciò che sta accadendo per poi agire. Come ricorda Guacci nel suo libro, le agenzie hanno dovuto perfezionare le loro attività di contrasto del terrorismo islamico, rafforzando in particolar modo la già stretta cooperazione internazionale. In questi anni, le attività del Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica italiana sono state estremamente efficienti grazie anche alla collaborazione interna con tutte le forze di polizia giudiziaria che si occupano di antiterrorismo, garantita dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (Casa); un livello tale di cooperazione che, secondo l’opinione dell’ambasciatore Giampiero Massolo, non è così comune negli altri Paesi europei. Resta, tra i tanti, il pericolo del cyberterrorismo: il costante progresso tecnologico rende infatti questa minaccia sempre più accessibile anche a gruppi che, pur disponendo di risorse finanziarie limitate, dimostrano di avere competenze informatiche avanzate, come appunto nel caso dello Stato islamico. Questo era il passato dell’Isis. E questo potrebbe essere il suo futuro. Che non è mai dove immagineremmo che fosse.
«I cristiani massacrati nel silenzio»
Avvocato Luigi Trisolino, giurista della presidenza del Consiglio dei Ministri, giornalista, dottore di ricerca in Discipline giuridiche storico-filosofiche internazionali, fondatore e presidente dell’associazione «i RadicaTi dal diritto naturale alla legge»: aumentano le persecuzioni dei cristiani. Quali sono le aree in cui si registrano più violenze?
«L’Africa subsahariana e l’Asia orientale sono le fucine post contemporanee di anti cristianità armata, con un peggioramento della condizione cristiana in Medio Oriente. La vocazione imperialista del fondamentalismo jihadista si manifesta con troppi omicidi in Nigeria, dove c’è il più alto numero di cristiani uccisi per la fede. Anche in Somalia, Sudan ed Eritrea il livello di violenza è estremo, con connivenze tra gruppi jihadisti anti occidentali e regimi autoritari. Passando dall’Africa all’Asia mi viene in mente la Corea del Nord, considerata il Paese più pericoloso con tanti casi di internamento per chi professa il credo o possiede la Bibbia. Il comunismo cinese, poi, man mano che avanza nelle tecnologie avanza pure nei mezzi di spionaggio e repressione della libertà dei cristiani, con particolare odio verso i cattolici fedeli a Roma. Fonti missionarie mi hanno confermato il segreto internazionale di Pulcinella, ossia il fatto che la Cina passa sottobanco armi ai miliziani anticristiani in Myanmar per assestare il colpo di Stato. Il multiforme universo anti occidentale rappresenta l’atroce antitesi della cristianità».
Non ci sono però solo violenze fisiche. Esistono molti modi per mettere a disagio o discriminare una persona...
«Senza dubbio. La violenza contro i cristiani, oltre ad assumere forme fisiche, si manifesta pure con bossing o mobbing sul lavoro e censure su iniziative pro vita. Persino in Occidente la dittatura del massimalismo chic col politicamente corretto del centrosinistra, e la dittatura del massimalismo radical, tra cancel culture, woke e neo comunismi, occupano gli spazi accademici mainstream, emarginando o ridicolizzando le idee dei veri cattolici, che non sono i cattocomunisti. Per non parlare delle repressioni subdole che si consumano in Cina, dove malgrado l’istruzione ateista e l’indottrinamento socialista anche con l’IA, i divieti di catechizzazione cristiana sui minori, i controlli di massa attraverso biosorveglianze e riconoscimenti facciali, aumentano le conversioni. C’è bisogno di Cristo nella vita concreta».
La Cina rappresenta un’area molto difficile. Il Vaticano apre, Pechino pare invece di no.
«La Cina ha vissuto la sconfitta del socialismo reale di fine Novecento da revanscista globale, e corrompe l’opinione pubblica con narrative sinicamente corrette che la descriverebbero come più aperta alle religioni. Ma i religiosi cattolici per non avere problemi devono appartenere all’associazione patriottica del partito comunista unico. Chi ne è fuori aderisce alla Chiesa cattolica sotterranea o clandestina, che è martire. Ci eravamo illusi che il comunismo antireligioso fosse morto nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e invece mutatis mutandis vive ancora, e in Cina è più forte di prima. Nel 2018 sotto il papato di Francesco la Santa Sede con la Cina ha stretto accordi secretati, prorogati nel 2024 fino al 2028. Non vedo i risultati di tali accordi e ove vi fossero sono a favore della Cina, poiché le discriminazioni aumentano. Non posso comunicare liberamente con frati francescani che vivono lì facendo finta di essere studenti, i servizi cinesi sanno chi sono, ma al comunismo serve solo il silenzio, per me troppo assordante. Il martirio della pazienza fu il titolo del libro di memorie postume del card. Casaroli, che fu l’uomo della Ostpolitik vaticana nel 1963-89 con tentativi di dialogo tra Santa Sede e Paesi sovietici. Come allora il mondo cattolico si piegò al comunismo sovietico, così oggi con gli accordi del 2018 siamo di fronte a un altro martirio della pazienza davanti al comunismo cinese. Per l’Italia e l’Europa immagino invece accordi condizionati alla liberazione dei cristiani dai Laogai o campi di concentramento sinici, e alla libertà religiosa dei bambini provenienti da famiglie cattoliche della chiesa sotterranea. Questa mia idea l’ho chiamata “Piano Zen”, dal nome del card. Joseph Zen, simbolo della chiesa sotterranea. Solo la sua notorietà gli ha risparmiato decenni di prigioni e Laogai. Il “Piano Zen” aiuterebbe i cristiani e sosterrebbe il cardinale sul piano internazionale».
I numeri del Vecchio continente sono impietosi. Sempre meno fedeli, sempre più stranieri, specie di fede islamica. Il futuro è davvero così grigio?
«L’alleanza tra l’anti-occidentalismo woke e quello islamista si aggira per l’Europa, e i laicisti progressisti strizzano l’occhio a tale alleanza in funzione decristianizzante. Se sapremo convertirci alla conservazione delle radici dell’Europa potremo veder nascere più conversioni a Cristo. Oltre 388 milioni di cristiani nel mondo subiscono persecuzioni, ma l’Europa nei trattati Ue omette di menzionare le radici cristiane».
In Africa, accanto alle tante persecuzioni, si registrano pure segnali di speranza. L’evangelizzazione dell’Europa ripartirà da lì?
«Ottima notizia di speranza per la Chiesa e per l’Africa, ma aspettare cristiani da altri continenti significa rischiare sincretismi culturali diseuropei. Significa cancel culture ed eutanasia dell’Europa. Significa arrendersi alla fine dell’Europa in un suicidio ontologico-ambientale delle radici, col trionfo del flaccido nichilismo progressista, europeista ma anti europeo».
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Marco Tarchi (Ansa)
Professor Marco Tarchi, politologo e docente alla scuola di scienze politiche dell’università di Firenze: la Biennale di Venezia non è mai stata così al centro del dibattito. Da una parte il presidente Buttafuoco, che rivendica la sua scelta di aver consentito l’apertura del padiglione russo, dall’altra una parte del governo, a cominciare dal ministro Giuli, che dichiara: «La Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni». Rispetto a questa polemica, lei come si posiziona?
«In completo accordo con Buttafuoco. Fin dai primi giorni dell’attacco all’Ucraina ho espresso la mia contrarietà rispetto alla posizione assunta dal governo italiano, che avrebbe dovuto adoperarsi affinché l’Unione europea evitasse di adeguarsi supinamente agli interessi statunitensi e di quello che almeno sino ad allora era il loro braccio armato e assumesse invece un’iniziativa diplomatica per arrestare il conflitto nel più breve tempo possibile. E soprattutto ho deplorato l’esplosione di una vera e propria isteria antirussa mediatica e politica, spalleggiata da buona parte degli ambienti intellettuali progressisti. Dopo più di quattro anni, sarebbe l’ora di ragionare con il buonsenso e non con l’ideologia, rendendosi conto che fare della Russia il proprio nemico è una follia. Il ritiro delle sanzioni sarebbe lo strumento di trattativa più efficace per giungere alla fine delle ostilità. E la riapertura di un dialogo culturale – che la decisione del presidente della Biennale facilita – agirebbe nello stesso senso».
Ha fatto bene Buttafuoco a citare le parole del presidente Mattarella ai David di Donatello, riferendosi a «libertà e audacia» come mandato del lavoro artistico?
«Citare Mattarella, che è uno dei più tenaci assertori della linea atlantista di incondizionato sostegno a Kiev, per sostenere una decisione a lui certamente sgradita, è un capolavoro di sagacia retorica, una materia in cui Pietrangelo Buttafuoco si è da sempre dimostrato un maestro. Anche quando – mi è capitato poche volte, ma è accaduto – non mi sono trovato d’accordo con lui su qualche giudizio. E comunque sì, libertà e audacia sono ingredienti indispensabili dell’attività artistica».
Non crede che aprire il padiglione alla Russia possa compromettere l’immagine internazionale dell’Italia? Questa polemica rispecchia anche le divisioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con Mosca?
«Penso l’esatto contrario. L’Italia avrebbe tutto da guadagnare se assumesse, in materia di politica internazionale, una capacità d’iniziativa almeno in parte autonoma dai diktat d’oltreoceano o da quelli della Commissione di Bruxelles. Significherebbe rispettare concretamente le promesse di difesa degli interessi nazionali tante volte sbandierate da Giorgia Meloni prima e dopo l’approdo a Palazzo Chigi. È evidente che in questo campo la compagine di governo è condizionata dai veti di Forza Italia, ma se chi la guida non è in grado di superarli, finirà con pagarne il conto al momento delle elezioni. E magari si ritroverà disarcionata dall’ennesimo compromesso centrista per uno di quei governi delle larghe intese contro cui ha tuonato per un decennio».
Cosa pensa dell’intervento della Commissione europea, che minaccia di ritirare i finanziamenti alla Biennale? Scorge un’ipocrisia nella diversità di trattamento riservato ad Israele?
«Certamente sì. È l’ennesima prova della cecità geopolitica degli attuali dirigenti dell’Unione europea e della loro sudditanza – prima di tutto psicologica – ai voleri di un “alleato” che in realtà li ha sempre considerati poco più che dei servi e che adesso non si trattiene neanche più dal dirlo a chiare lettere. L’inazione dell’Ue nei confronti dei massacri e delle distruzioni perpetrati a Gaza, e oggi anche in Libano, è vergognosa».
Sempre a proposito del ministro Giuli, si è parlato di finanziamenti pubblici a film «immeritevoli». Ritiene giusto che lo Stato sovvenzioni il cinema nazionale, e come giudica certi criteri di assegnazione?
«Da bulimico appassionato di cinema, che utilizza gran parte del proprio tempo libero per vedere film in sala (astenendosi da qualunque serie o piattaforma), posso dire che l’orientamento ideologico della produzione cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona. Il che spiega perché il ministro di un governo di centrodestra possa essere imbarazzato nel foraggiare a spese dello Stato una produzione di questo tipo. Anche in questo settore, però, deve vigere la regola della libertà artistica e quindi l’unico criterio per l’assegnazione dei fondi deve essere la qualità dei lavori presentati. Che, rispetto alla produzione a cui accennavo, è molto ineguale. Ma immagino che per la parte politica che egemonizza questo campo ogni pellicola che veicola i suoi messaggi sia, di per sé, un capolavoro…».
Nel suo libro Le tre età della fiamma, lei indaga sull’identità del popolo di destra. Ritiene che sul piano culturale la destra italiana sia ancora succube dei progressisti?
«Più che succube, mi pare tuttora incapace di produrre alternative valide. Attaccare le cittadelle stabilmente presidiate dai custodi di un’egemonia più che cinquantennale è certamente un compito arduo, ma se si manca di strategia e ci si limita a proclami e iniziative sporadiche diventa impossibile. Gli ambienti neofascisti, spinti dal desiderio di uscire dal clima asfissiante del ghetto nostalgico, avevano prodotto un progetto metapolitico di lungo periodo, impropriamente definito “gramscismo di destra”, che i partiti postfascisti hanno ignorato o frainteso. Il risultato è uno stallo, determinato anche dall’incapacità – per gelosie, sensi di inferiorità o timori di concorrenza – di avvalersi delle energie intellettuali disponibili».
I reiterati attacchi di Trump nei confronti del Papa sono frutto – si è scritto – di due cristianesimi contrapposti: quello «radicale» di Trump e quello «universale» di Prevost. Come spiega il comportamento di Trump contro il Vaticano?
«Il cristianesimo che pervade certi ambienti conservatori statunitensi, e in particolare l’elettorato trumpiano, ha tratti di fanatismo millenaristico prossimo alla superstizione (si pensi al sionismo cristiano delle sette evangeliche), di complottismo, di sciovinismo che difficilmente si possono conciliare con il messaggio cattolico. E Trump si ritiene investito di un potere immune da qualsiasi limite imposto dall’esterno; vuole farsi passare, come dimostrano alcune sconcertanti immagini prodotte con l’intelligenza artificiale, per un inviato da Dio incaricato di interpretarne le volontà. Non stupisce che finisca per essere tentato dal giocare all’antipapa».
Pensa che sull’onda di Trump, che probabilmente verrà punito alle prossime elezioni di MidTerm, anche i partiti conservatori e populisti europei subiranno una débâcle?
«Dipende dal loro grado di appiattimento sul modello trumpiano, oggi sempre più impopolare. Marine Le Pen, ad esempio, ha sempre saputo tenersi lontana dagli esercizi di ammirazione verso l’instabile inquilino della Casa Bianca. Altri non l’hanno fatto e potrebbero risentirne».
L’attacco all’Iran testimonia la fine di un ordine mondiale dominato dagli americani? Dove dovrebbe schierarsi l’Italia nel nuovo mondo multipolare?
«Per la verità, l’attacco all’Iran è stato motivato dalla volontà di ribadire il dominio statunitense a livello planetario, spingendosi ben al di là dei confini della dottrina Monroe. E le minacce a Cuba dimostrano che le velleità di Trump sono tutt’altro che esaurite. L’Italia, e soprattutto l’Europa, dovrebbero prendere sempre più le distanze da questo progetto e capire quali sono i loro veri nemici. Mentre mi pare che stiano facendo il contrario».
La Nato pensa sia giunta al capolinea, e forse Trump ne sarà il becchino, oppure ne uscirà semplicemente riformata?
«Checché oggi ne vada dicendo Trump, la Nato è uno strumento essenziale agli Stati Uniti per tenere sotto controllo i Paesi europei ed impedire ad essi di varare una politica di progressiva autonomia strategica politico-militare (di cui peraltro, nell’odierno governo dell’Ue, non si vede la benché minima traccia). Dubito quindi molto che esista una volontà dell’amministrazione di Washington di svuotarla progressivamente. Minacciare di dislocare altrove una parte dei propri effettivi militari non significa affatto rinunciare alle basi esistenti e agli armamenti (nucleari) di cui dispongono. E quanto alle riforme, gli Usa nei fatti bloccherebbero tutte quelle che portassero davvero ad una parità di ruoli fra le due sponde del campo atlantico. Che comunque un governo “sovranista” si rammarichi dell’ipotesi di perdere 5.000 soldati Usa accampati sul suo territorio è un paradosso emblematico».
La Francia intende estendere il suo ombrello nucleare ad altri Paesi europei. Quanto la preoccupa tutto questo?
«Non poco, anche se fra le parole e i fatti, come sempre, rischia di esserci una distanza significativa. Questo rigurgito di pseudo-bellicismo rivolto contro una potenza che avremmo tutto l’interesse a farci amica – e che, a sua volta, avrebbe tutto l’interesse ad accettare questa amicizia – potrebbe sfuggire di mano e creare disastri spaventosi. È meglio non ballare sull’orlo di un baratro».
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Vladimir Putin (Ansa)
«Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza», parola di Lev Tolstoj in Guerra e Pace.
Vladimir Putin, spiazzando molti osservatori improvvisati anche se paludati, ha scandito: «L’obiettivo dell’operazione speciale resta la vittoria, tuttavia la questione sta giungendo alla fine». In più i due mediatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi «presto» a Mosca. Perché? Le ragioni sono probabilmente due: da oltre quattro anni i russi combattono sul fronte ucraino e con l’arrivo dell’estate la guerra si sposta ad altezza droni dove Kiev ha un vantaggio tattico. Nell’annuncio Putin ha messo le mani avanti: «I nostri eroi combattono contro tutte le forze Nato, nonostante ciò continuano ad avanzare e la vittoria è stata nostra e lo sarà per sempre!». E la pazienza?È quella che Putin - che ha parlato dopo la parata del 9 maggio «giorno della vittoria» andata in scena in forma ridotta per precauzione - metterà in campo nelle trattative a cui «mai ci siamo sottratti». Donald Trump però non si metta di mezzo e se vuole e ne è capace l’Europa faccia la sua parte. Il primo lo ha liquidato affermando: «Questa rimane prima di tutto una questione tra Russia e Ucraina».
Bruxelles l’ha messa in mora sostenendo: «Mai rifiutati colloqui con l’Unione europea». E poi ha dato, metaforicamente, due schiaffoni a Ursula von der Leyen: «Per noi un mediatore gradito è Gerhard Schröder che non ha mai usato un linguaggio offensivo verso di noi». L’altro manrovescio diplomatico arriva dopo un colloquio riservato che Vladimir Putin ha avuto con Robert Fico, il leader della Slovacchia, contro il quale Ursula von der Leyen ha fatto di tutto accusandolo di putinismo perché Slovacchia e Ungheria pretendevano da Kiev il riallaccio dell’oleodotto russo che porta il petrolio a Bratislava e a Budapest. Robert Fico era tra i pochissimi invitati alla «parata della Vittoria» e aveva con sé una missiva con cui Volodymir Zelensky proponeva un incontro bilaterale ai russi. Putin l’ha così commentata: «La Russia non ha obiezioni agli incontri» e ha aggiunto «nemmeno a tenere colloqui in un paese terzo, a condizione che i colloqui mirino alla firma di un accordo». Da qui l’annuncio che la «questione sta giungendo alla fine». Putin, che per trattare si affida a Fico e Schröder, per la Von der Leyen è quanto di peggio poteva capitare: non può dire no, ma deve legittimare ciò che lei ha combattuto. Schröder nega con la sua stessa persona la sanzioni contro il gas e l’economia russi, di fatto le sole cose che ha fatto Ursula von der Leyen, al netto di aver agitato il pericolo per riarmare la Germania (e aiutarla così a uscire dalla sua crisi economica) e facilitare in ogni modo l’Ucraina attingendo dalle tasche dei contribuenti europei. Schröder, già leader dell’Spd e cancelliere tedesco, è da sempre amico di Putin: era nel board di Gazprom, il colosso del metano russo, è stato colui che ha elaborato la costruzione del Nord Stream (il gasdotto fatto saltare in aria dagli ucraini) e proporlo come mediatore è una sfida aperta all’Ue. Che tace lasciando che a reagire sia Berlino. Dal quartier generale dell’ex cancelliere socialdemocratico nessuna conferma, mentre Friederich Merz s’affida a una nota del portavoce del governo federale: «Abbiamo preso atto di queste dichiarazioni che si inseriscono in una serie di false offerte da parte della Russia: si tratta della lor ben nota strategia ibrida; se hanno intenzioni serie comincino col prolungare la tregua sul fronte ucraino».
Dove invece si è continuato a combattere con accuse reciproche di violazione della tregua (gli ucraini lamentano almeno tre morti a Zaporizhzhia e 17 feriti, i russi tre incursioni con droni). Chi ha parlato è il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov che ha riavvicinato il Cremlino alla Casa bianca e ha confermato che i due mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Mosca «per continuare presto il nostro dialogo». E poi ha fatto capire - da qui la pazienza - cosa Fico deve aver riferito a Putin: «In Ucraina sanno che dovrà essere ceduto il Donbass e lo faranno comunque, prima o poi».
Volodymir Zelensky non ha commentato direttamente le parole di Putin, ma Serhiy Leshchenko, consigliere presidenziale, ha risposto: «Zelensky è pronto a incontrare Putin ovunque, ma non a Mosca, perché è la capitale di uno Stato aggressore».
Chi invece si è tolto molte soddisfazioni è Robert Fico, che ha sottolineato: «È stato confermato ancora una volta che la mancanza di un dialogo politico a tutti gli effetti è un errore madornale. L’Ue si limita a imporre sanzioni che, tra l’altro, non fanno altro che rafforzare l’autosufficienza della Russia. Considero il caro prezzi energetico come una tassa che i cittadini devono pagare per la stupidità e l’ ideologica ossessione della Russia che ha l’Ue». Da ieri è un po’ più complicato dargli torto.
«L’Europa non lasci cadere nel vuoto l’apertura di Putin. Dopo quattro anni di guerra, morti e sanzioni, la parola torni alla diplomazia», l’appello della Lega.
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