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2021-06-17
Lazio, Emilia e Puglia si ribellano al cocktail. Sì ad Astrazeneca anche agli under 60
Ansa
L'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato.
Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima».
Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna).
La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto».
In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle».
Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici».
Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.
Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più»
Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati?
Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici».
Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini».
Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità.
Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
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Regioni contro Roberto Speranza: via libera alla seconda dose col vaccino anglosvedese se il paziente lo richiede e il medico acconsenteSergio Abrignani spara stime a caso a difesa del miscuglio. Così però si terrorizza la popolazioneLo speciale contiene due articoliL'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato. Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima». Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna). La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto». In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle». Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici». Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazio-emilia-e-puglia-si-ribellano-al-cocktail-si-ad-astrazeneca-anche-agli-under-60-2653407080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cts-ormai-si-da-alla-divinazione-senza-il-mix-15-trombosi-in-piu" data-post-id="2653407080" data-published-at="1623873332" data-use-pagination="False"> Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più» Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati? Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici». Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini». Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità. Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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