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2021-06-17
Lazio, Emilia e Puglia si ribellano al cocktail. Sì ad Astrazeneca anche agli under 60
Ansa
L'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato.
Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima».
Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna).
La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto».
In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle».
Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici».
Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.
Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più»
Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati?
Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici».
Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini».
Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità.
Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
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Regioni contro Roberto Speranza: via libera alla seconda dose col vaccino anglosvedese se il paziente lo richiede e il medico acconsenteSergio Abrignani spara stime a caso a difesa del miscuglio. Così però si terrorizza la popolazioneLo speciale contiene due articoliL'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato. Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima». Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna). La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto». In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle». Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici». Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazio-emilia-e-puglia-si-ribellano-al-cocktail-si-ad-astrazeneca-anche-agli-under-60-2653407080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cts-ormai-si-da-alla-divinazione-senza-il-mix-15-trombosi-in-piu" data-post-id="2653407080" data-published-at="1623873332" data-use-pagination="False"> Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più» Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati? Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici». Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini». Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità. Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.
«Voglio ringraziare anche i Vigili del fuoco, il lavoro fatto come sempre è straordinario e preziosissimo. A loro dobbiamo dire grazie perché sono sempre la prima fila del pericolo, siete sempre a supporto della Nazione e questo fa la differenza». Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenendo alla riunione sull’emergenza maltempo a Catania dopo il sorvolo in elicottero, un sopralluogo nelle zone colpite dal maltempo in Sicilia. «Voglio ringraziare Fabio Ciciliano e tutta la Protezione Civile per un lavoro che è stato fatto oggettivamente straordinario, intanto di prevenzione perché i piani di prevenzione hanno funzionato bene e questa è la ragione per cui noi oggi parliamo di ricostruire e non piangiamo delle vittime», ha concluso in un video diffuso da Palazzo Chigi.