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2021-06-17
Lazio, Emilia e Puglia si ribellano al cocktail. Sì ad Astrazeneca anche agli under 60
Ansa
L'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato.
Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima».
Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna).
La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto».
In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle».
Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici».
Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.
Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più»
Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati?
Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici».
Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini».
Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità.
Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
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Regioni contro Roberto Speranza: via libera alla seconda dose col vaccino anglosvedese se il paziente lo richiede e il medico acconsenteSergio Abrignani spara stime a caso a difesa del miscuglio. Così però si terrorizza la popolazioneLo speciale contiene due articoliL'ennesima polemica tra regioni e governo si sta consumando, in questi giorni, sul mix vaccinale. Alla circolare del ministero della Salute - che quattro giorni fa ha anche bloccato la seconda somministrazione del prodotto di Astrazeneca alle persone sotto i 60 anni - la Regione Lazio oppone la questione del consenso informato per rispondere agli under 60 che rinunciano alla vaccinazione mista. «Abbiamo chiesto al ministero della Salute di dare un parere riguardo a uno specifico consenso informato, affinché possa decidere il medico in scienza e coscienza, poiché è importante, per raggiungere l'immunizzazione, che siano completati i percorsi vaccinali», ha scritto ieri, al Foglio, Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio. La questione si è posta perché «una quota di cittadini, ad oggi stimata intorno al 10%, nella fascia d'età 50/59 anni rifiuta il mix eterologo», dice in una nota D'Amato. Il problema non è di secondaria importanza, mentre arrivano dati che solo la vaccinazione completa (doppia dose) protegge dalle varianti del Sars-Cov2, in particolare la delta che ha già spostato di un mese le riaperture in Inghilterra. L'assessore chiede lumi su come procedere: lasciare queste persone «con un'unica somministrazione di vaccino, senza completare il percorso e senza di conseguenza rilasciare il certificato vaccinale? Oppure rimettere la valutazione al medico in scienza e coscienza? Noi crediamo che la strada sia quest'ultima». Senza chiedere chiarimenti, ha già introdotto questa prassi l'Emilia Romagna. La regione ha iniziato i richiami con vaccini diversi negli under 60, ma prevede, su specifica richiesta del paziente, che firma un «documento di accettazione volontaria», di somministrare il prodotto di Oxford, previa valutazione del medico. Con la previsione che il 50% dei pugliesi under 60 rifiuti la vaccinazione mista, anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è corso ai ripari: «Chi vorrà potrà farsi la seconda dose sempre con Astrazeneca» spiega «Consideriamo però il fatto che la vaccinazione è un atto singolo, è sempre il medico ad avere l'ultima parola». Ha invece ingranato la retromarcia la Campania. Domenica il presidente Vincenzo De Luca aveva sostenuto che non avrebbe più somministrato a nessuno sia Astrazeneca sia Johnson & Johnson, mentre ieri ha capitolato adeguandosi a quanto previsto dalla circolare: i due vaccini a vettore virale solo agli over 60, no al di sotto dei 60 anni e richiamo con un prodotto a mRna (Pfizer o Moderna). La spiazzante decisione di Aifa di autorizzare una pratica, come quella della vaccinazione eterologa, cioè con vaccini diversi, sulla base di pochi dati scientifici, non poteva che scatenare il caos nei territori. La Liguria, ad esempio, si è adeguata, anche se il governatore Giovanni Toti non ha perso l'occasione per ribadire che anche quando si è utilizzato Astrazeneca sotto i 60 anni ci si è attenuti alle indicazioni del Cts. Si sono allineati la Toscana, il Piemonte, la Sicilia e Umbria, anche se in quest'ultima solo il 30% ha accettato il richiamo con altro vaccino. Il Veneto di Luca Zaia ha dichiarato di applicare «pedissequamente quello che viene prescritto». In attesa di fare un po' di chiarezza nell'incontro di oggi in Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga e i presidenti non ci stanno però a passare per i responsabili del caos. «Non sono le Regioni ad andare in ordine sparso, c'è stata molta confusione da parte degli organismi regolatori» sottolinea ricordando che non sono loro ad aver indicato Astrazeneca prima per gli under 55, poi per tutti e infine solo per gli over 60. «Mi preoccupa questa comunicazione convulsa che rischia di danneggiare la campagna vaccinale». Una confusione confermata nella nota con cui l'Agenzia europea del farmaco (Ema), parlando di «disinformazione», ha ribadito che il vaccino di Astrazeneca «resta autorizzato per tutta la popolazione». L'Agenzia italiana (Aifa), invece, difende i mille casi testati con il mix vaccinale, contro i milioni di vaccinazioni complete del vaccino anglosvedese che dimostrano come gli effetti avversi ci siano solo con la prima dose. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, dal canto suo, si è vaccinato solo ieri dal suo medico, ma punta i piedi affermando che «le nostre indicazioni sono perentorie e devono essere seguite. Non è un dibattito politico, non è un presidente del consiglio, un ministro o un presidente di regione che decide: la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni su Astrazeneca che sono cambiate sulla base delle evidenze scientifiche e noi dobbiamo seguirle». Il ministro si riferisce ai «crossing vaccinale» già in corso in Germania, Francia e Spagna e che spaccia come «evidenze e studi scientifici». Peccato che il ministro non ricordi che la medicina non è una scienza perfetta, gli esseri umani non sono fatti in serie, ma i numeri fanno la differenza. Non a caso ci sono i medici: professionisti in grado di adeguare le statistiche al singolo paziente, perché non debba soccombere in balia di capriole politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lazio-emilia-e-puglia-si-ribellano-al-cocktail-si-ad-astrazeneca-anche-agli-under-60-2653407080.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-cts-ormai-si-da-alla-divinazione-senza-il-mix-15-trombosi-in-piu" data-post-id="2653407080" data-published-at="1623873332" data-use-pagination="False"> Il Cts ormai si dà alla divinazione: «Senza il mix 15 trombosi in più» Benedetto il Comitato tecnico scientifico che ci illumina e salva da morte sicura. In (un'intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, l'immunologo Sergio Abrignani ha detto che «i suggerimenti del Cts» di cui fa parte, cioè di somministrare la seconda dose con un vaccino diverso a chi ha ricevuto Vaxzevria di Astrazeneca, «probabilmente eviteranno almeno una quindicina di trombosi da vaccino, considerando che le dosi sarebbero andate a una decina di milioni di persone». Proviamo solo un attimo a riflettere sull'effetto di queste parole in tutti coloro che già sono stati immunizzati con il farmaco anglo svedese (e temono reazioni nel tempo), così pure in quanti rimangono in attesa della seconda dose. Sono esperti di cui fidarsi, quelli che parlano ai quattro venti cambiando in continuazione parere, o i riflettori mediatici li hanno completamente abbagliati? Ad aprile, il professore ordinario di patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, dichiarava all'agenzia di stampa Dire: «Per il richiamo di Astrazeneca sappiamo che alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi. Quasi sicuramente i casi trombotici si manifestano in chi fa il vaccino alla prima dose». Abrignani aveva anche aggiunto come esortazione: «Vaccinatevi, vaccinatevi, vaccinatevi. Non ascoltate i cialtroni dei no vax e non spaventatevi su tutto quello che diranno su Astrazeneca e J&J. Ricordiamoci che la vaccinazione è un evento medico e come sempre può avere rischi e benefici». Trascorrono meno di due mesi, e certezze quali «alla seconda dose non c'è nessun caso di trombosi» sono miseramente infrante, al punto che il professore si compiace perché ancora una volta è stato cambiato parere su quel benedetto farmaco. Così saranno salvate persone da possibili trombosi. L'esperto di sicuro non deve mai avere amato Astrazeneca, perché sul richiamo se ne uscì con: «Potendo scegliere, è chiaro che andrei anche io su Pfizer o Moderna, ma il problema è che abbiamo carenza di vaccini». Cts e governo hanno deciso di imporre la vaccinazione eterologa alla popolazione under 60 «pur in assenza di segnali di allerta preoccupanti», quindi non si capisce perché l'immunologo parli di scampato pericolo. Il rischio c'è o non c'è. Sempre ad aprile, alla domanda di The Watcher sul perché l'Italia non avesse pensato di far completare la vaccinazione con una seconda dose diversa, così come fanno Germania e Francia, l'esperto che era stato indicato per il Cts dalla Conferenza delle Regioni dichiarò: «Anzitutto perché non ci sono molti dati disponibili su questa opzione da prendere in considerazione». In meno di sessanta giorni poco è cambiato, sono sempre scarsi gli studi sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione eterologa, i risultati nemmeno sono stati pubblicati su riviste peer reviewed, cioè con una valutazione paritaria effettuata da esperti del settore per mantenere gli standard di qualità. Eppure una determina dell'Aifa, la nostra agenzia regolatoria, autorizza il mix vaccinale e il ministero della Salute addirittura lo impone fino ai 60 anni, impedendo la seconda dose con Astrazeneca. L'immunologo dà per scontate «almeno una quindicina di trombosi», se si proseguisse senza cambiare, il Cts parla di decisione presa «in ottemperanza a un principio di massima cautela». Il Comitato ha scelto la vaghezza per non riferire dati certi più preoccupanti, o è il professore che semina terrore? Dopo le sue ultime esternazioni, anche se volessero, ben pochi under 60 si sentirebbero tranquilli di completare l'immunizzazione con quel vaccino. L'obbligatorietà del mix, imposta dal ministro Roberto Speranza, sgombera il campo da ogni esitazione, ma non servivano le parole di Abrignani per affossare definitivamente un farmaco mal visto dai politici e dalle nostre autorità sanitarie.
Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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