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2024-09-29
Lavrov: «Contro Mosca avventura suicida»
Sergej Viktorovič Lavrov, ministro degli Affari esteri della Federazione russa (Ansa)
«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida».
Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».
Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito.
Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».
Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken.
Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».
Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati»
Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista.
«Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera.
È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni).
Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem.
Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato.
D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
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Il ministro degli Esteri russo all’Onu: «Insensato e pericoloso cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare». Il cinese Wang Yi: «Pechino non sta gettando benzina sul fuoco». Monito della Santa Sede: «Rispettare il diritto umanitario».Visitando la frontiera col Messico, la candidata dem Kamala Harris ha tuonato contro l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida». Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito. Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken. Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavrov-contro-mosca-avventura-suicida-2669292232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-kamala-parla-come-salvini-i-clandestini-saranno-arrestati" data-post-id="2669292232" data-published-at="1727595399" data-use-pagination="False"> Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati» Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista. «Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera. È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni). Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem. Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato. D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
iStock
Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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