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2024-09-29
Lavrov: «Contro Mosca avventura suicida»
Sergej Viktorovič Lavrov, ministro degli Affari esteri della Federazione russa (Ansa)
«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida».
Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».
Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito.
Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».
Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken.
Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».
Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati»
Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista.
«Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera.
È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni).
Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem.
Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato.
D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
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Il ministro degli Esteri russo all’Onu: «Insensato e pericoloso cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare». Il cinese Wang Yi: «Pechino non sta gettando benzina sul fuoco». Monito della Santa Sede: «Rispettare il diritto umanitario».Visitando la frontiera col Messico, la candidata dem Kamala Harris ha tuonato contro l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida». Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito. Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken. Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavrov-contro-mosca-avventura-suicida-2669292232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-kamala-parla-come-salvini-i-clandestini-saranno-arrestati" data-post-id="2669292232" data-published-at="1727595399" data-use-pagination="False"> Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati» Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista. «Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera. È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni). Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem. Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato. D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
Il deserto di Wadi Rum in Giordania (iStock)
Il Wadi Rum, una delle aree desertiche più iconiche al mondo e patrimonio dell’Unesco, punta a diventare progressivamente plastic free. Al centro del progetto ci sono la tutela di un ecosistema fragile e la creazione di almeno 100 nuovi posti di lavoro, con un’attenzione particolare all’inclusione femminile. L’iniziativa si svolge nel Sud della Giordania, tra Aqaba e l’area protetta del Wadi Rum, e vede l’Italia protagonista con il contributo di Plastic Free Onlus.
Il percorso è nato dal dialogo con Sua Eccellenza Thabet Al-Nabulsi, Commissario al Turismo e agli Affari del Sud del governo giordano, con l’obiettivo di definire una strategia concreta per ridurre la plastica nelle aree protette del Paese. La strategia si inserisce nella più ampia politica ambientale giordana, guidata dalla Casa Reale, che punta a trasformare la Giordania in uno dei Paesi più green del Medio Oriente.
Plastic Free Onlus, attiva dal 2019 nella lotta contro l’inquinamento da plastica, accompagna il progetto con la sua esperienza sul campo. Dal 2024, le missioni dell’associazione nel Wadi Rum hanno già portato alla rimozione di oltre tre tonnellate di rifiuti, tra plastica, lattine, copertoni e mozziconi di sigaretta, anche nelle zone più remote del deserto. Le operazioni sono state realizzate in collaborazione con i beduini locali e i ranger della riserva naturale.
Una delle operazioni di pulizia ambientale condotte da Plastic Free Onlus in Giordania
«L’incontro con Sua Eccellenza Al-Nabulsi rappresenta un passaggio strategico fondamentale per costruire un modello sostenibile che unisca tutela ambientale e sviluppo sociale – spiega Silvia Pettinicchio, Global strategy director di Plastic Free Onlus –. L’azione concreta sul campo è la base di ogni strategia credibile: abbiamo rimosso tonnellate di rifiuti e costruito relazioni solide con la comunità locale. Rendere plastic free il Wadi Rum significa proteggere uno degli ecosistemi più preziosi della regione e generare nuove opportunità economiche per le persone del territorio. Non c’è vera sostenibilità senza inclusione sociale, e per questo il coinvolgimento delle donne è centrale nel progetto».
Nei prossimi giorni sono previste nuove spedizioni di pulizia congiunte tra Plastic Free e i ranger del Wadi Rum. Saranno il primo passo concreto verso una trasformazione strutturale che punta a coniugare ambiente, sviluppo economico e cooperazione internazionale.
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Giovanni Lindo Ferretti (Getty Images)
E l’accadere nella vita di Ferretti è che a un certo punto doveva essere strappato all’eremo, tornare fra gli altri mortali. Il sentiero che lo ha riportato nel mondo è il cuore di Ora et labora (Compagnia editoriale Aliberti), la nuova edizione di un libro splendido che in origine era dedicato alla preghiera e che in questa versione aggiornata deve ritrovare anche il tempo della vita vissuta nel quotidiano: il lavoro, l’incontro con gli altri esseri umani, il ritorno di Giovanni Lindo sul palco, lì dove abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarne l’arte. «Prego, ogni giorno non sempre come vorrei, come si deve, ma prego ne sento necessità, ne traggo beneficio, comunque», scrive. «C’è altro? Sì, lavoro per quel che mi è dato, che so, che posso, fin che potrò ora et labora quindi. Sì, come sempre nei secoli dei secoli. Amen». Questo altro è appunto la riunione dei Cccp, le mostre celebrative, i concerti di successo, di nuovo le luci calde dei riflettori che si sostituiscono a quelle fioche della candela interiore dello spirito.
Ferretti si fa strappare alla sua dimora montana non senza fatica. «Ho già detto quanto il mio cristianesimo affiori da un substrato barbarico pagano, in continuità», racconta. «È una connotazione storico geografica culturale: le cose accadono, agli uomini farne tesoro, con tutta l’attenzione necessaria. Ancora pochi anni fa mi auguravo con nota di sarcasmo gli arresti domiciliari in senso lato: il perimetro della mia valle, l’ambito della mia comunità seppur residuale. La immaginavo comunità di destino. Qui stava il vivere, fuori la costrizione. Qui la pace, fuori l’inquietudine, il disagio. Poi tutto si è rigirato. Fuori Felicitazioni! Qui Condoglianze! Non è stato facile e non lo è. Una infinita tristezza ammanta lo sguardo ma non vorrei essere che qui, in questa incerta ora. Sia fatta la Tua volontà. È il cuore pacificato di chi prega ora et labora per quel che ti è dato. Amen. Così dopo i 70 avvenne che tornai sul palco».
Sembra il racconto del Parsifal: Ferretti, puro folle ritirato nel mezzo della natura, viene raggiunto dai cavalieri della tavola rotonda, al cui richiamo non gli è dato di resistere. Un giorno arrivano da lui in montagna i vecchi compagni di viaggio. «Fine di settembre... arrivano a Cerreto: Zamboni Annarella Fatur, una foto e un’intervista più di trent’anni dopo, niente di che oltre il piacere di ritrovarsi. Sciocco stupido Ferretti: si apre una voragine. L’ignoto del noto, tutto da scoprire, un pezzo per volta e... in questo presente che capire non sai l’ultima volta non arriva mai». Nel frattempo l’esistenza ritirata continua: «A dicembre muore Scampato, piccola cerimonia domestica: i cavalli per raggiunti limiti di età non saranno più cavalcati, ne siamo intristiti». Ma il seme piantato dalla visita degli amici antichi comincia a dare frutti. Segue una mostra a Reggio Emilia, poi un concerto sempre lì, nel Teatro Valli.
«L’imprevedibile si è imposto, obtorto collo, a tutt’altro interessato non l’ho desiderato. Zamboni, con lui ho scardinato/rimodellato la mia vita. Fatur già bronzo di Riace ora Buddha di giada e pura poesia sgorga in questo sfacelo di chiappe pance in cadenze ammalianti…vota Fatur vota Fatur… Annarella Benemerita Soubrette, Esecutore testamentario, Amministratore delegato, la Bene Gesserit di questo nostro distonico presente. L’imprevedibile si è imposto, funziona per moto proprio funziona proprio bene. Certificazione esterna. Doveva essere solo un’intervista per il film Kissing Gorbachov ma il ritrovarci ci ha travolti: cellula dormiente risvegliata al presente? Che fare? Un ultimo spettacolo. Immobile dove tutto era stato movimento, un ordine dove fu vortice e ordine mai si era visto». La giostra è ripartita, la musica è ricominciata.
«Com’è potuto succedere?», si domanda Ferretti. È solo colpa di Massimo Zamboni e della sua chitarra? «Cantando ho trascorso tutta la mia vita adulta, mi sono garantito sopravvivenza e decoro, mi sono preso cura della mia dimora e dei suoi vecchi. Dei miei giorni, di cani e cavalli. Mai stato facile mai troppo difficile. Mai pensato di fare/essere cantante. Agli inizi era il palco: urlavo, mi agitavo, esibivo strafottente il mio disagio. Sempre, alla mia destra, composto/ciondolante Zamboni, presto, alla mia sinistra, paesaggi mutevoli. Con Annarella e Fatur rigenerammo il palco in spazio teatrale primitivo, cerimoniale, carnale ed ossessivo, penetrato dalla parola e determinato da una musicalità austera e rigorosa. Una torcia accesa che bruciando illumina ed attrae, consumandosi. I concerti di Mosca e Leningrado, già rinominata San Pietroburgo, ne segnarono l’apice. Un ultimo disco, che poi nel tempo risulterà il primo di un nuovo ciclo, a decretarne la fine Epica Etica Etnica Pathos. Conturbante visionario. Pensai di essermi liberato, non ero nato per fare il cantante. Ne ero sicuro. Tornai a vivere sui monti, nella mia casa natale, comprai una cavallina a lungo cercata come viatico per un cammino a ritroso verso l’infanzia. Una necessità impellente improrogabile e mai più disattesa. Pochi anni dopo ero di nuovo sul palco. Un palco nuovo ottimi musicisti e il piacere della musica: CSI KODEMONDO... A tratti percepisco tra indistinto brusio... A ben vedere dal palco non sono più sceso. Potrei scandire la mia vita facendo il conto dei dischi registrati in studio». È vero in fondo: Ferretti dal palco non è più sceso, anche se si è allontanato ed è stato - ed è, con potenza - molto di più di un cantante. Ha scritto libri importanti, di recente ha pubblicato persino un graphic novel. E i suoi album sono stati tutto tranne che un mestiere o una faccenda di soldi, celebrità e applausi. Ha scelto una via impervia, Giovanni Lindo, e non era nemmeno scontato che i fan di un tempo volessero stare a riascoltarlo dal vivo, dopo tutto quello che molti gli hanno tirato addosso negli anni, quando la sua fede cristiana è diventata felicemente pubblica. Eppure, forse, non poteva fare altrimenti. Doveva continuare a pregare, sì, ma non lontano da tutto. Deve pregare per combattere meglio, specie in questo presente frastornato e depresso. «Quando il mondo era giovane gli uomini sembravano non temere nulla se non che il cielo cadesse», scrive Ferretti. «L’ira degli dei, la punizione divina. Il nostro mondo è vecchio, ossessionato da sé stesso, quante paure lo attanagliano? Il mondo si sgretola rotola via. Sembra che il mondo vada a puttane è locuzione volgare ma la considero boccata d’aria fresca, altro tempo, altra baldanza. Quando ero bimbo gli uomini parlavano così». Già, il mondo forse va in rovina, ma ci sono ancora le preghiere a salvarlo, preghiere di pochi forse, ma forti. E poi, con la preghiera, c’è anche il canto. «Il mondo va a puttane è un giudizio inesorabile sul presente, aggiungo quindi alle mie preghiere quotidiane parti del Dies irae con la speranza di volgerle in canto». Il canto di Ferretti che lo ha strappato al suo eremo, ma che per tanti di noi è rassicurante e benefico, curativo. Come sempre, come una preghiera.
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La giudice ha spiegato che l’azienda non può scegliere «a piacere» chi sospendere dal lavoro. La scelta deve seguire regole corrette, fatte con buona fede, senza favoritismi e senza discriminazioni, anche quando alcuni lavoratori hanno limitazioni nello svolgere certe mansioni.
Un punto importante della sentenza riguarda il numero minimo di giornate lavorate durante gli ammortizzatori sociali. Il Tribunale dice che non basta rispettare la percentuale solo formalmente: se poi, nella pratica, alcuni dipendenti restano quasi sempre a casa e altri vengono chiamati molto più spesso, il sistema non è corretto. Questo vale soprattutto quando i lavoratori possono essere spostati su mansioni simili (cioè quando c’è «fungibilità»). Per questi motivi, Stellantis è stata condannata a pagare le differenze di stipendio e anche i due terzi delle spese legali.
In dettaglio, la sentenza si apre con un chiarimento sul quadro di legge: il Decreto legislativo 148/2015 non impone in modo esplicito la rotazione nella Cassa integrazione ordinaria. Però questo non dà all’azienda «carta bianca». La giudice richiama la Cassazione e ricorda che «il potere di scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione […] non è incondizionato»: l’impresa deve comunque rispettare «i doveri di correttezza e buona fede» e non può creare discriminazioni, comprese quelle legate a «invalidità o presunta ridotta capacità lavorativa». Il punto centrale è che, anche se la legge non parla di rotazione come obbligo formale, resta un principio di equità e di tutela che non può essere aggirato.
Il Tribunale aggiunge poi che la rotazione diventa concreta e pretendibile quando i lavoratori sono «pienamente fungibili», cioè quando fanno lo stesso lavoro o lavori molto simili. Ed è qui che viene criticato il comportamento aziendale dell’ex Fca: Stellantis, secondo la sentenza, non ha mai spiegato alle rappresentanze sindacali con quali criteri scegliesse chi sospendere, limitandosi a indicare quanti lavoratori erano coinvolti e per quali periodi. Come osserva la giudice, nelle comunicazioni dell’azienda «viene riportato soltanto il numero dei lavoratori interessati […] senza alcun richiamo ai criteri utilizzati». In un contesto come quello delle linee di Termoli, dove la fungibilità è ampia, questa mancanza pesa in modo decisivo.
È un problema che l’Unione sindacale di base denuncia da tempo: dietro la regola del «minimo», spesso si finisce per penalizzare sempre le stesse persone. La sentenza riconosce che una regola che sembra neutra può creare, nei fatti, un’ingiustizia. Non è accettabile aggirare la rotazione lasciando sempre gli stessi lavoratori fuori dal lavoro.
«La pronuncia del giudice di Larino», si legge nella nota dell’Usb lavoro privato Abruzzo e Molise e Rsa Usb Stellantis Termoli, «non è la prima a favore di lavoratori rappresentati dalla nostra organizzazione sindacale ed è un riferimento importante anche per altri dipendenti di Stellantis che ritengano di aver subito trattamenti analoghi. Ancora una volta emerge il ruolo passivo delle organizzazioni sindacali firmatarie del contatto collettivo specifico di lavoro che in questi anni hanno sempre abdicato al ruolo di controllo e di tutela dei lavoratori».
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