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2024-09-29
Lavrov: «Contro Mosca avventura suicida»
Sergej Viktorovič Lavrov, ministro degli Affari esteri della Federazione russa (Ansa)
«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida».
Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».
Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito.
Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».
Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken.
Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».
Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati»
Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista.
«Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera.
È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni).
Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem.
Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato.
D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
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Il ministro degli Esteri russo all’Onu: «Insensato e pericoloso cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare». Il cinese Wang Yi: «Pechino non sta gettando benzina sul fuoco». Monito della Santa Sede: «Rispettare il diritto umanitario».Visitando la frontiera col Messico, la candidata dem Kamala Harris ha tuonato contro l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida». Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito. Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken. Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavrov-contro-mosca-avventura-suicida-2669292232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-kamala-parla-come-salvini-i-clandestini-saranno-arrestati" data-post-id="2669292232" data-published-at="1727595399" data-use-pagination="False"> Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati» Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista. «Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera. È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni). Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem. Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato. D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali provincie di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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