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2024-09-29
Lavrov: «Contro Mosca avventura suicida»
Sergej Viktorovič Lavrov, ministro degli Affari esteri della Federazione russa (Ansa)
«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida».
Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».
Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito.
Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».
Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken.
Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».
Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati»
Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista.
«Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera.
È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni).
Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem.
Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato.
D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
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Il ministro degli Esteri russo all’Onu: «Insensato e pericoloso cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare». Il cinese Wang Yi: «Pechino non sta gettando benzina sul fuoco». Monito della Santa Sede: «Rispettare il diritto umanitario».Visitando la frontiera col Messico, la candidata dem Kamala Harris ha tuonato contro l’immigrazione.Lo speciale contiene due articoli«Usa e Regno Unito preparano l’Europa a un’avventura suicida contro la Russia», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quattro giorni dopo l’annuncio della nuova dottrina nucleare di Mosca, comunicato dal presidente russo Vladimir Putin mentre l’Ucraina cerca il via libera per colpire la Russia con armi a lungo raggio, Lavrov ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per cercare di «sconfiggere» Mosca strategicamente e «preparare l’Europa a buttarsi anche in questa scappatella suicida». Nel suo intervento, il ministro russo ha messo in guardia contro il coinvolgimento di altri Paesi nella guerra in Ucraina: «Non parlerò qui», ha dichiarato Lavrov, «dell’insensatezza e del pericolo dell’idea stessa di cercare di lottare per la vittoria contro una potenza nucleare come la Russia». Non è la prima volta che Mosca agita lo spettro delle minacce nucleari: già prima dell’attacco del 2022, Putin aveva ricordato al mondo che Mosca era «uno degli Stati nucleari più potenti» e anche mercoledì scorso, il presidente russo ha detto che se attaccato da qualsiasi Paese sostenuto da una nazione con armi nucleari, la Russia lo considererà un attacco e una «minaccia critica alla nostra sovranità».Ieri Lavrov ha evocato i piani degli alleati occidentali negli anni Quaranta per «distruggere» l’Unione Sovietica: «È stato annunciato l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, più o meno come Londra e Washington pianificarono nel maggio del 1945, sviluppando prima della fine della Seconda Guerra Mondiale un’operazione definita “impensabile” per distruggere l’Urss», ha richiamato il capo della diplomazia russa. «Allora fu mantenuto il più stretto riserbo, oggi gli strateghi anglosassoni non nascondono i loro piani e prevedono di sconfiggere la Russia per mano dell’illegittimo regime neonazista di Kiev. Ma stanno già preparando l’Europa a lanciarsi in un’avventura suicida», ha ammonito. Non si fermano, nel frattempo, le iniziative per arrivare a una soluzione del conflitto non gestita dall’Occidente: Lavrov ha nuovamente evidenziato la necessità di «trovare soluzioni diplomatiche e negoziati pacifici» per risolvere le tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Ucraina e i paesi confinanti. Quindi, a margine dei lavori dell’Assemblea, ha discusso del conflitto ucraino con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira. L’incontro è avvenuto poche ore dopo l’annuncio di Brasile e Cina - che con Mosca, India e Sudafrica costituiscono il gruppo dei Brics - della creazione di un gruppo di lavoro con altri quattordici Paesi del Sud del mondo, che ha l’obiettivo di sviluppare azioni concrete per porre fine alla guerra in Ucraina, proposta rimbalzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. All’iniziativa hanno aderito altri Paesi (che hanno presentato nei mesi scorsi richiesta di adesione formale ai Brics) come Egitto, Turchia e Indonesia, oltre al Sudafrica, mentre intendono partecipare, nella veste di «osservatori», la Francia, la Svizzera e l’Ungheria. Nessuno, però, ha intenzione di prendere una posizione netta: lo stesso Celso Amorim, consigliere per la politica estera del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha tenuto a sottolineare che Brasilia è equidistante, sottolineando che i membri del gruppo «non sono Paesi amici della Russia e neanche dell’Ucraina».Nel discorso di ieri alle Nazioni Unite, Lavrov ha ribadito l’importanza del rispetto del diritto internazionale e della sovranità nazionale, invitando alla moderazione e al dialogo come unica via per evitare una escalation della violenza e un ulteriore deterioramento delle relazioni tra le nazioni coinvolte. L’appello alla de-escalation è stata raccolta anche dal suo omologo cinese: «La fine della crisi in Ucraina rimane illusoria. Bisogna fare pressione su una de-escalation al più presto possibile», ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi parlando all’Onu. Wang ha tenuto ad assicurare che Pechino «non sta gettando benzina sul fuoco né sfruttando la situazione per guadagni egoistici» nel promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, ma il segretario di Stato americano Antony Blinken gli ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti sul sostegno della Repubblica Popolare Cinese alla base industriale di difesa della Russia e alla guerra di aggressione contro l’Ucraina, per non parlare dei timori di aggressioni ai Paesi vicini, a cominciare da Taiwan. Secondo Blinken, le affermazioni della Cina secondo cui Pechino cercherebbe la pace in Ucraina «non tornano: […] una pace in cui l’aggressore ottiene tutto ciò che cerca e in cui non vengono rispettati i diritti della vittima, non è una ricetta per una pace duratura e certamente non per una pace giusta», ha dichiarato Blinken. Ieri a New York ha preso la parola anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui «la Santa Sede chiede la rigorosa osservanza della legge internazionale umanitaria in tutti i conflitti armati, con particolare attenzione alla protezione dei luoghi di culto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lavrov-contro-mosca-avventura-suicida-2669292232.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-kamala-parla-come-salvini-i-clandestini-saranno-arrestati" data-post-id="2669292232" data-published-at="1727595399" data-use-pagination="False"> Ora Kamala parla come Salvini: «I clandestini saranno arrestati» Ai voltafaccia politici di Kamala Harris siamo ormai abituati. Ma stavolta la candidata dem ha superato sé stessa. Venerdì sera, mentre visitava la frontiera con il Messico in Arizona, ha tenuto un discorso in cui si è riscoperta non solo graniticamente contraria all’immigrazione clandestina ma addirittura sovranista. «Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana», ha detto. «E credo che abbiamo il dovere di stabilire delle regole ai nostri confini e di farle rispettare». «Coloro che attraversano i nostri confini illegalmente saranno arrestati, espulsi e non potranno rientrare per cinque anni», ha aggiunto. «Perseguiremo con accuse penali più gravi i trasgressori recidivi. E se qualcuno non fa richiesta di asilo in un punto legale di ingresso, e invece attraversa il nostro confine illegalmente, non potrà ricevere asilo», ha continuato, invocando inoltre «più risorse» per gli agenti di frontiera. È la stessa Harris che, da senatrice, nel 2017 disse che un «migrante senza documenti non era un criminale» e che, nel 2018, cantava slogan contro i rimpatri dei clandestini. La stessa che, nel 2019, sostenne il taglio dei finanziamenti all’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere e che bollò il muro di Donald Trump al confine col Messico come un «progetto velleitario», per poi definirlo, l’anno successivo, uno «spreco totale di denaro dei contribuenti». Parliamo della stessa Harris, per capirci, che, una volta diventata vicepresidente, fu incaricata da Joe Biden, a marzo 2021, di affrontare le cause strutturali dei flussi migratori, lavorando a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: compito che non è riuscita a portare a termine, visto che, nell’anno fiscale 2023, gli Usa hanno registrato il record storico di clandestini intercettati al confine meridionale (oltre 2,4 milioni). Certo, ieri la Harris ha cercato di scaricare le responsabilità della situazione su Trump, dicendo che il tycoon avrebbe fatto naufragare l’accordo parlamentare bipartisan sulla stretta al confine. Tuttavia urge qualche precisazione. Primo: quell’accordo era stato negoziato a cavallo tra il 2023 e il 2024. Non si capisce per quale motivo l’amministrazione Biden-Harris e i dem abbiano atteso oltre due anni prima di occuparsi della questione. Secondo: il mediatore repubblicano di quell’intesa, il senatore James Lankford, ha rivelato che la Harris non ebbe alcun ruolo nella sua negoziazione. Terzo: la vicepresidente ha omesso di ricordare che ad affossare quel disegno di legge, a maggio, sono stati anche alcuni senatori dem. Non solo. Venerdì, la Harris è stata criticata dal Nbpc, il sindacato che raccoglie 18.000 agenti di frontiera. «La vicepresidente Harris ha affermato in Arizona che gli agenti di frontiera avevano bisogno di più risorse. Abbiamo arrestato oltre otto milioni di immigrati clandestini negli ultimi quattro anni e ora, a 38 giorni dalle elezioni, ti rendi conto che abbiamo bisogno di più aiuto», ha tuonato. D’altronde, quest’ennesimo voltafaccia della Harris è determinato dal fatto che l’immigrazione clandestina è considerata un problema centrale da molti elettori. E la candidata dem sa bene di essere vulnerabile su questo fronte: non a caso, ha deciso di visitare la frontiera venerdì dopo anni (l’ultima volta che ci si recò era infatti giugno 2021). I sondaggi registrano che gli elettori si fidano più di Trump sulla gestione migratoria, mentre il 54% degli americani è attualmente favorevole ai rimpatri in massa degli irregolari. A peggiorare la situazione per la Harris sta il fatto che l’agenzia federale preposta al controllo delle frontiere ha recentemente riferito al deputato repubblicano Tony Gonzales che oltre 425.000 clandestini con precedenti penali (di cui 13.000 condannati per omicidio) sono attualmente a piede libero sul territorio statunitense. Tra l’altro, rispetto al 2020, la questione è maggiormente sentita anche nelle grandi città settentrionali, dopo che i governatori repubblicani di Texas e Florida, Greg Abbott e Ron DeSantis, hanno inviato bus carichi di migranti a Nord negli ultimi anni.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché l'Iran è uscito rafforzato dall'accordo con gli Usa.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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