True
2018-05-10
L’autopsia di Sana svela l’orrore: «Collo rotto, è stata strangolata»
ANSA
Strano «malore», quello che ha ucciso Sana Cheema, la 25enne italopakistana morta a metà aprile in circostanze misteriose, nel Paese di cui sono originari i suoi genitori. Di «malore», forse di un infarto, aveva parlato il padre, respingendo le accuse giunte dall'Italia che prefiguravano un delitto avvenuto in famiglia. C'è solo una piccola falla, nella versione dell'uomo: che tipo di malore è quello che spezza l'osso del collo?
I risultati dell'autopsia realizzata dal laboratorio forense del Punjab parlano chiaro: Sana è morta per strangolamento. Gli esami, di cui stanno parlando in queste ore i media pakistani, mostrano che «l'osso del collo è stato rotto». Tutto lascerebbe pensare, insomma, che la pista dell'omicidio acquisisca forza. Una vittoria, per quanto amara, degli amici italiani della ragazza, che a quella strana morte per un improbabile infarto. Loro la conoscevano, sapevano dei suoi conflitti familiari, di un matrimonio combinato a cui la giovane voleva sottrarsi. L'avevano vista partire e mai più tornare. Vedremo ora come si evolverà la vicenda da un punto di vista giudiziario.
Già il solo fatto di aver ottenuto l'esame autoptico, tuttavia, può essere considerato un passo importante. Sana, infatti era stata sepolta il 18 aprile scorso, in tutta fretta, dalla famiglia. Che aveva dimostrato ulteriore malafede arrivando a falsificare addirittura i certificati medici per avvalorare la tesi della morte per malattia. Man mano che la vicenda destava scalpore, prima in Italia e poi in Pakistan, il padre della ragazza aveva cercato di fornire una versione minimamente credibile della decesso, parlando di un lungo ricovero con relative cure ospedaliere. La struttura in questione, tuttavia, aveva smentito di aver ricoverato e curato Sana. «È stata nella clinica per una visita l'11 aprile, le sono stati prescritti farmaci contro la nausea ma non è stata trattenuta», avevano dichiarato i medici. I genitori della giovane, insomma, avevano consegnato documenti falsificati all'ambasciata italiana.
I risultati dell'autopsia sono stati diffusi on line anche da Jabran Fazal, presidente dell'associazione culturale Pak Brescia, che li ha messi sui social network e ha espresso la sua condanna per quello che ormai, a tutti gli effetti, possiamo considerare un omicidio. «La comunità pakistana di Brescia», ha detto ieri l'uomo, «ha appreso la notizia ed esprime oltre alla rabbia e dolore una forte condanna per questo atroce delitto. Stiamo organizzando una manifestazione di solidarietà e ricordo per Sana Cheema. Appena ci saranno gli aggiornamenti, saremo i primi a diffondere, perché siamo la verità e giustizia». La presa di distanza dal delitto, una volta tanto, sembra netta e priva di ambiguità: «Chi ha ucciso deve pagare, chi ha sbagliato deve essere perseguito. Nessuno pensi che siamo conniventi, che approviamo questo orrore, la comunità pakistana del Bresciano è composta da 12.000 persone e non puo essere condannata per il comportamento sbagliato di una persona, di una famiglia».
Adesso, per il padre della ragazza, Ghulam Mustafa, per il fratello, Adnan Mustafa , e per lo zio, Mazhar Iqbal, le cose si mettono decisamente male. I tre erano in arresto già da alcune settimane, segno che persino la polizia pakistana aveva ritenuto che la versione iniziale diffusa dalla famiglia faceva acqua da tutte la parti. O, almeno, la versione che veniva dalla parte maschile dalla famiglia, perché, in questa confusa storia, sembrerebbe che la madre di Sana abbia avuto un ruolo in controtendenza, denunciando anch'essa il possibile omicidio.
Sana Cheema, 25 anni, viveva da sempre a Brescia: dopo gli studi, aveva lavorato a Milano. Era anche fidanzata, con un ragazzo di origini pachistane e con cittadinanza italiana. Un giovane che dopo aver vissuto con lei per anni a Brescia le aveva proposto di seguirlo in Germania. La scelta del fidanzato della stessa nazionalità non era però bastata al padre padrone, che per la figlia aveva altri programmi. Tra cui, sembra, un matrimonio combinato. Con un altro pakistano, residente in patria, però, e magari lontano da deviazioni e tentazioni occidentali. Qualche mese fa, la ragazza era tornata in Pakistan, nel distretto di Gujrat, dove era nata. Dopo qualche giorno, la notizia della scomparsa accidentale, a cui i suoi amici non hanno creduto sin da subito.
«Questa vicenda terribile» , ha commentato il leghista Paolo Grimoldi, «conferma che un certo islam, quello più oltranzista, non è compatibile con il nostro modo di vivere, con i nostri valori e che è impossibile un'integrazione, da parte di certi islamici fondamentalisti, che non si trasformi in una sottomissione da parte nostra».
La squadra dei «profughi» scatena la rissa
Una partitella di campionato amatoriale, un fallo, una piccola rissa. Come accade spesso quando si sfidano le nuove leve. Solo che questa volta in campo ci sono i richiedenti asilo e uno dei giocatori ha pensato bene di andare fino in fondo alla faccenda.
A bordo campo, lo sportivo ha trovato un rastrello e, brandendolo con forza, ha cominciato ad inseguire gli avversari della squadra opposta, con tanta foga da costringere gli organizzatori a sospendere il gioco per evitare rischi.
È finito così il primo campionato disputato dalla selezione calcistica dei richiedenti asilo nell'ambito del progetto Sprar gestito dal Comune di Ravenna. La squadra di profughi (o presunti tali) è proprio lo Sprar Ravenna, voluta e strutturata secondo un programma del Comune e della cooperativa Persone in Movimento e poi lanciata nel mondo ufficiale del calcio. Visto come ennesimo potenziale sbocco per la presenza dei giovani immigrati, accolti, mantenuti e incoraggiati a tentare, perché no, anche questa strada.
L'idea, però, ha mostrato subito la corda. La squadra, infatti, al suo debutto in un torneo ufficiale, ha subito dimostrato «quale straordinario potenziale abbia lo sport come strumento di inclusione e di costruzione di nuovi modelli di integrazione», per dirla con le parole dell'assessore all'Immigrazione, Valentina Morigi, che un anno fa aveva presentato con orgoglio l'iniziativa.
L'episodio è avvenuto il 30 aprile scorso a Marina di Ravenna, durante i play off amatoriali della Uisp.
Secondo le ricostruzioni dei presenti, al metà del secondo tempo della partita, mentre lo Sprar era in vantaggio, un fallo di gioco avrebbe provocato una reazione di un calciatore della squadra avversaria.
Due spintoni, qualche manata in faccia e l'arbitro a sedare la rissa con un paio di cartellini rossi.
Tutto sembrava risolto, quando, dall'altra parte del campo, uno dei calciatori dello Sprar ha sferrato un calcio ad un avversario e, secondo il racconto di alcuni presenti, imbracciato un rastrello avrebbe cominciato ad inseguire gli avversari con l'intenzione di colpirli. Per calmare i bollenti spiriti del giocatore e per evitare pericolose conseguenze l'arbitro è stato costretto a sospendere il match e, vista la gravità dei fatti, dalla Uisp, qualche giorno dopo sono arrivate le sanzioni: tre anni di squalifica al protagonista della storia e qualche giornata ad altri compagni.
«La nostra squadra non ha dimostrato una maturità sufficiente per affrontare le situazioni di forte stress verificatesi in campo, tenendo comportamenti non adeguati e contrari allo spirito del campionato», ha spiegato la società che gestisce la squadra, comunicando il ritiro dal campionato, mentre la Commissione giudicante gare della Uisp ha messo le mani avanti per i prossimi incontri: «A partire da questo momento non verranno ulteriormente tollerati segnali di escandescenze, offese e comportamenti minacciosi di qualsiasi genere», ha scritto in una nota ufficiale dopo l'episodio.
«Ecco dove finisce l'integrazione forzata della sinistra: nella violenza che macchia un momento dedicato allo sport», ha commentato Andrea Liverani, consigliere regionale Lega Nord Emilia Romagna, intervenendo sull'accaduto. «Il protagonista è un richiedente asilo ospite di una struttura, uno di quelli a cui offriamo vitto alloggio e attività sportive gratuite», specifica Liverani. «Le cooperative dimostrano ancora una volta la loro incapacità nel gestire i sedicenti profughi che vengono loro affidati a suon di milioni di euro», e l'accaduto «dimostra quanto sia assurdo da parte della sinistra pensare di integrare attraverso momenti ludici clandestini di cui non sono noti passato e, spesso, nemmeno le generalità».
Ravenna già considerata capitale dei foreing fighters per l'alto numero di immigrati radicalizzati e, a suo tempo, partiti per il Medio Oriente, «utilizza risorse e progetti importanti a favore di questi personaggi, senza evidentemente valutare in modo sufficientemente accurato i soggetti a cui dedicarli», conclude il leghista.
Qualche settimana fa, sempre a Ravenna, alcuni richiedenti asilo si erano fatti notare mentre smerciavano droga nel parco cittadino ed erano stati arrestati. La notizia aveva fatto scalpore perché si trattava di sedicenti profughi alloggiati nelle case popolari cittadine ristrutturate con fondi ministeriali e sottoposte, grazie ad un progetto di accoglienza, a un vincolo di destinazione per richiedenti asilo.
Alessia Pedrielli
La prof di Traini: «Umanamente va sostenuto»
L'autore della caccia al nero di Macerata ha scelto il giudizio con rito abbreviato. Si procederà a porte chiuse, con gli unici atti già raccolti dall'accusa nella fase delle indagini, senza testimonianze e solo con le parti civili che non hanno subìto un danno diretto. Il Partito democratico e l'associazione culturale che eroga servizi agli immigrati quindi restano fuori dall'aula (ammessa invece la sezione Pd di Macerata, per il danneggiamento di una vetrata colpita da un proiettile). Unica richiesta della Procura: la perizia psichiatrica. E se l'istanza venisse accolta dalla Corte d'assise di Macerata, Luca Traini, il ventottenne di Tolentino accusato di strage aggravata dall'odio razziale, tentato omicidio, porto abusivo d'arma, danneggiamento e anche di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa per il raid a colpi di pistola in cui il 3 febbraio ferì sei migranti per vendicare Pamela Mastropietro, verrà esaminato dal professor Marco Marchetti, ordinario di Medicina Legale e Psicopatologia forense dell'Università del Molise.
Una settimana per decidere. La corte ha quindi fissato per il 16 maggio la prossima udienza. Camicia amaranto e pantaloni scuri, Traini è arrivato all'ingresso carraio del palazzo di giustizia su un furgone della polizia penitenziaria, dove ad attenderlo c'erano giornalisti, fotografi e curiosi. In aula, invece, lo aspettavano il sindaco di Macerata, Romano Carancini, e le vittime che, tramite i loro avvocati hanno chiesto la costituzione di parte civile insieme a una ulteriore contestazione: il reato di attentato per finalità terroristiche o di eversione.
Delle 15 richieste di costituzione di parte civile ne sono state ammesse 13. Ai feriti si sono aggiunti, quindi, oltre al Partito democratico e all'associazione culturale che eroga servizi agli immigrati, anche una settima persona scampata all'agguato, il Comune di Macerata, una donna la cui auto è stata danneggiata e i titolari del Terminal e del Babau, i due discoclub dove, alle 11 del 3 febbraio, è iniziato il raid.
Jennifer, la ragazza ferita che suscitò il pentimento di Traini, non era presente. Ma il suo legale, Raffaele Delle Fave, ha chiesto un risarcimento danni per 750.000 euro. Il malese Muhammad Touré ha tirato su la polo per mostrare l'ampia ferita al costato: era il più grave tra i feriti e il suo legale, Gianfranco Borgani, ha sottolineato prima di entrare in aula come «non sia facile spiegare perché qualcuno l'abbia individuato come bersaglio». «Bisogna pregare affinché dio tocchi il suo cuore», ha commentato Innocent Aymere, pastore evangelico nigeriano ferito a un orecchio vicino ai giardini Diaz (luogo in cui il nigeriano Innocent Oseghale accompagnò Pamela per procurarsi la droga).
«Non sembra, ma Luca Traini è un gigante buono e non è xenofobo», l'ha difeso il suo avvocato Giancarlo Giulianelli. Secondo il difensore, Traini ha avuto «un momento di defaillance a livello psicologico dovuto a un evidente disturbo della personalità». L'avvocato si è opposto alla perizia psichiatrica, che considera «irrituale», e ha spiegato: «Nella fase delle indagini ne abbiamo già fatto una ed è agli atti».
«Penalmente va perseguito, ma umanamente va sostenuto», ha commentato, invece, Patrizia Meloni, l'insegnante di storia di Traini all'epoca della terza media, che ha deciso di assistere all'udienza. «Luca aveva un voto altissimo in storia», ha detto ai cronisti la prof, «e alla fine della terza media mi ha confessato con un certo imbarazzo che ammirava Mussolini». Sul gesto del suo ex alunno, secondo l'insegnante, potrebbero aver influito anche cattive compagnie: «Penso che il contesto abbia agito molto negativamente su di lui».
A sentire l'interrogatorio di Traini (finito l'altro giorno sul sito Web di Repubblica), invece, il contesto che gli ha armato la mano è un altro: «Io volevo colpire chi spaccia, come quello che ha venduto la droga a Pamela. E non è colpa mia poi se a Macerata tutti gli spacciatori sono neri».
Fabio Amendolara
Nuova versione dell’Otello: il Moro ora diventa un rom
Ma come ha fatto William Shakespeare a non pensarci? Ma quale moro di Venezia, Otello era un rom. A colmare l'imperdonabile lacuna ci ha però pensato Ilaria Testoni, regista di un adattamento della tragedia del Bardo inglese che andrà in scena da oggi al 27 maggio al teatro Arcobaleno di Roma.
La particolarità di questo Otello è appunto nel fatto che il protagonista è di etnia rom. «Mi sono a lungo interrogata verso quale cultura, oggi, il nostro odio ha puntato il dito», ha spiegato la regista, «e sono arrivata alla conclusione che Otello non poteva che essere un rom nella visione contemporanea del testo. Così l'odio di Jago verso Otello, misto alla gelosia per l'incapacità di raggiungere il suo grado e i suoi meriti, diventa un odio feroce verso una cultura incomprensibile, “sconosciuta e quindi spaventosa". E per lasciare una buona contraddizione tipica dell'animo umano, Jago - nell'opera sposato con Emilia - convive con la sua donna che è anche lei rom. La disprezza, sì, ne abusa, ma la tiene con sé». Perché si sa, se la gente ce l'ha con gli zingari è per «gelosia», ma soprattutto per «per l'incapacità di raggiungere il loro grado e i loro meriti».
Non sono la delinquenza, il degrado, l'arroganza che risultano respingenti a tante fasce della popolazione, è semmai l'invidia verso certe brillanti carriere a cui noi non potremmo mai aspirare. Vorremmo vivere come i rom, ma non ne siamo all'altezza, quindi li detestiamo. Caso risolto, quindi. Vale peraltro la pena ricordare che Otello, nella tragedia di Shakespeare, era un comandante militare. Sarà forse una lacuna nostra, ma non abbiamo notizie di questa brillante tradizione guerresca interna al mondo rom. C'è infine da rilevare che l'Otello non è affatto la storia di un povero immigrato che fa carriera ma viene stroncato dal razzismo invidioso della bigotta società in cui desidera vivere.
Tanto per cominciare non esiste alcun indizio che riveli l'etnia del personaggio. Un «moro», nell'Inghilterra del 1600, poteva essere semplicemente uno con la pelle più scura dei pallidi albionici. O un generico musulmano. O ancora, secondo altre versioni, un ex musulmano convertito. In ogni caso è un uomo di successo, con un invidiabile status sociale. È «integrato», diremmo oggi. Solo che, in un crescendo di gelosia, finisce per uccidere la donna che ama, rivelando un'anima ferina nascosta ma non scomparsa. Il personaggio, quindi, non è la vittima incolpevole di una società intollerante. Insomma, Otello non è uno spot del politicamente corretto. Almeno non quello di William Shakespeare. A differenza di quello di Ilaria Testoni.
Fabrizio La Rocca
Continua a leggereRiduci
I medici forensi del Punjab fanno chiarezza sulla morte della ragazza pakistana di Brescia. A ucciderla non fu un malore, come sosteneva la famiglia. Il principale sospettato resta il padre. Il primo campionato del Ravenna Sprar, compagine calcistica di richiedenti asilo, finisce in malo modo. Durante una partita un migrante subisce fallo e si mette a inseguire un avversario con un rastrello. Gara sospesa e addio anticipato alla competizione. Anche l'ex insegnante di storia delle medie, Patrizia Meloni, all'udienza di Luca Traini, il ventottenne di Tolentino accusato di strage aggravata dall'odio razziale, tentato omicidio, porto abusivo d'arma, danneggiamento e anche di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa per il raid a colpi di pistola in cui il 3 febbraio ferì sei migranti per vendicare Pamela Mastropietro. La Procura chiede la perizia psichiatrica, l'avvocato si oppone. Ilaria Testoni, regista di un adattamento dell'Otello di Shakespeare in scena da oggi al 27 maggio al teatro Arcobaleno di Roma, trasforma il moro di Venezia in un rom. Un altro sfregio politicamente corretto al dramma del Bardo inglese. Lo speciale contiene quattro articoli. Strano «malore», quello che ha ucciso Sana Cheema, la 25enne italopakistana morta a metà aprile in circostanze misteriose, nel Paese di cui sono originari i suoi genitori. Di «malore», forse di un infarto, aveva parlato il padre, respingendo le accuse giunte dall'Italia che prefiguravano un delitto avvenuto in famiglia. C'è solo una piccola falla, nella versione dell'uomo: che tipo di malore è quello che spezza l'osso del collo? I risultati dell'autopsia realizzata dal laboratorio forense del Punjab parlano chiaro: Sana è morta per strangolamento. Gli esami, di cui stanno parlando in queste ore i media pakistani, mostrano che «l'osso del collo è stato rotto». Tutto lascerebbe pensare, insomma, che la pista dell'omicidio acquisisca forza. Una vittoria, per quanto amara, degli amici italiani della ragazza, che a quella strana morte per un improbabile infarto. Loro la conoscevano, sapevano dei suoi conflitti familiari, di un matrimonio combinato a cui la giovane voleva sottrarsi. L'avevano vista partire e mai più tornare. Vedremo ora come si evolverà la vicenda da un punto di vista giudiziario. Già il solo fatto di aver ottenuto l'esame autoptico, tuttavia, può essere considerato un passo importante. Sana, infatti era stata sepolta il 18 aprile scorso, in tutta fretta, dalla famiglia. Che aveva dimostrato ulteriore malafede arrivando a falsificare addirittura i certificati medici per avvalorare la tesi della morte per malattia. Man mano che la vicenda destava scalpore, prima in Italia e poi in Pakistan, il padre della ragazza aveva cercato di fornire una versione minimamente credibile della decesso, parlando di un lungo ricovero con relative cure ospedaliere. La struttura in questione, tuttavia, aveva smentito di aver ricoverato e curato Sana. «È stata nella clinica per una visita l'11 aprile, le sono stati prescritti farmaci contro la nausea ma non è stata trattenuta», avevano dichiarato i medici. I genitori della giovane, insomma, avevano consegnato documenti falsificati all'ambasciata italiana. I risultati dell'autopsia sono stati diffusi on line anche da Jabran Fazal, presidente dell'associazione culturale Pak Brescia, che li ha messi sui social network e ha espresso la sua condanna per quello che ormai, a tutti gli effetti, possiamo considerare un omicidio. «La comunità pakistana di Brescia», ha detto ieri l'uomo, «ha appreso la notizia ed esprime oltre alla rabbia e dolore una forte condanna per questo atroce delitto. Stiamo organizzando una manifestazione di solidarietà e ricordo per Sana Cheema. Appena ci saranno gli aggiornamenti, saremo i primi a diffondere, perché siamo la verità e giustizia». La presa di distanza dal delitto, una volta tanto, sembra netta e priva di ambiguità: «Chi ha ucciso deve pagare, chi ha sbagliato deve essere perseguito. Nessuno pensi che siamo conniventi, che approviamo questo orrore, la comunità pakistana del Bresciano è composta da 12.000 persone e non puo essere condannata per il comportamento sbagliato di una persona, di una famiglia». Adesso, per il padre della ragazza, Ghulam Mustafa, per il fratello, Adnan Mustafa , e per lo zio, Mazhar Iqbal, le cose si mettono decisamente male. I tre erano in arresto già da alcune settimane, segno che persino la polizia pakistana aveva ritenuto che la versione iniziale diffusa dalla famiglia faceva acqua da tutte la parti. O, almeno, la versione che veniva dalla parte maschile dalla famiglia, perché, in questa confusa storia, sembrerebbe che la madre di Sana abbia avuto un ruolo in controtendenza, denunciando anch'essa il possibile omicidio. Sana Cheema, 25 anni, viveva da sempre a Brescia: dopo gli studi, aveva lavorato a Milano. Era anche fidanzata, con un ragazzo di origini pachistane e con cittadinanza italiana. Un giovane che dopo aver vissuto con lei per anni a Brescia le aveva proposto di seguirlo in Germania. La scelta del fidanzato della stessa nazionalità non era però bastata al padre padrone, che per la figlia aveva altri programmi. Tra cui, sembra, un matrimonio combinato. Con un altro pakistano, residente in patria, però, e magari lontano da deviazioni e tentazioni occidentali. Qualche mese fa, la ragazza era tornata in Pakistan, nel distretto di Gujrat, dove era nata. Dopo qualche giorno, la notizia della scomparsa accidentale, a cui i suoi amici non hanno creduto sin da subito. «Questa vicenda terribile» , ha commentato il leghista Paolo Grimoldi, «conferma che un certo islam, quello più oltranzista, non è compatibile con il nostro modo di vivere, con i nostri valori e che è impossibile un'integrazione, da parte di certi islamici fondamentalisti, che non si trasformi in una sottomissione da parte nostra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lautopsia-di-sana-svela-lorrore-collo-rotto-e-stata-strangolata-2567375800.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-squadra-dei-profughi-scatena-la-rissa" data-post-id="2567375800" data-published-at="1780882311" data-use-pagination="False"> La squadra dei «profughi» scatena la rissa Una partitella di campionato amatoriale, un fallo, una piccola rissa. Come accade spesso quando si sfidano le nuove leve. Solo che questa volta in campo ci sono i richiedenti asilo e uno dei giocatori ha pensato bene di andare fino in fondo alla faccenda. A bordo campo, lo sportivo ha trovato un rastrello e, brandendolo con forza, ha cominciato ad inseguire gli avversari della squadra opposta, con tanta foga da costringere gli organizzatori a sospendere il gioco per evitare rischi. È finito così il primo campionato disputato dalla selezione calcistica dei richiedenti asilo nell'ambito del progetto Sprar gestito dal Comune di Ravenna. La squadra di profughi (o presunti tali) è proprio lo Sprar Ravenna, voluta e strutturata secondo un programma del Comune e della cooperativa Persone in Movimento e poi lanciata nel mondo ufficiale del calcio. Visto come ennesimo potenziale sbocco per la presenza dei giovani immigrati, accolti, mantenuti e incoraggiati a tentare, perché no, anche questa strada. L'idea, però, ha mostrato subito la corda. La squadra, infatti, al suo debutto in un torneo ufficiale, ha subito dimostrato «quale straordinario potenziale abbia lo sport come strumento di inclusione e di costruzione di nuovi modelli di integrazione», per dirla con le parole dell'assessore all'Immigrazione, Valentina Morigi, che un anno fa aveva presentato con orgoglio l'iniziativa. L'episodio è avvenuto il 30 aprile scorso a Marina di Ravenna, durante i play off amatoriali della Uisp. Secondo le ricostruzioni dei presenti, al metà del secondo tempo della partita, mentre lo Sprar era in vantaggio, un fallo di gioco avrebbe provocato una reazione di un calciatore della squadra avversaria. Due spintoni, qualche manata in faccia e l'arbitro a sedare la rissa con un paio di cartellini rossi. Tutto sembrava risolto, quando, dall'altra parte del campo, uno dei calciatori dello Sprar ha sferrato un calcio ad un avversario e, secondo il racconto di alcuni presenti, imbracciato un rastrello avrebbe cominciato ad inseguire gli avversari con l'intenzione di colpirli. Per calmare i bollenti spiriti del giocatore e per evitare pericolose conseguenze l'arbitro è stato costretto a sospendere il match e, vista la gravità dei fatti, dalla Uisp, qualche giorno dopo sono arrivate le sanzioni: tre anni di squalifica al protagonista della storia e qualche giornata ad altri compagni. «La nostra squadra non ha dimostrato una maturità sufficiente per affrontare le situazioni di forte stress verificatesi in campo, tenendo comportamenti non adeguati e contrari allo spirito del campionato», ha spiegato la società che gestisce la squadra, comunicando il ritiro dal campionato, mentre la Commissione giudicante gare della Uisp ha messo le mani avanti per i prossimi incontri: «A partire da questo momento non verranno ulteriormente tollerati segnali di escandescenze, offese e comportamenti minacciosi di qualsiasi genere», ha scritto in una nota ufficiale dopo l'episodio. «Ecco dove finisce l'integrazione forzata della sinistra: nella violenza che macchia un momento dedicato allo sport», ha commentato Andrea Liverani, consigliere regionale Lega Nord Emilia Romagna, intervenendo sull'accaduto. «Il protagonista è un richiedente asilo ospite di una struttura, uno di quelli a cui offriamo vitto alloggio e attività sportive gratuite», specifica Liverani. «Le cooperative dimostrano ancora una volta la loro incapacità nel gestire i sedicenti profughi che vengono loro affidati a suon di milioni di euro», e l'accaduto «dimostra quanto sia assurdo da parte della sinistra pensare di integrare attraverso momenti ludici clandestini di cui non sono noti passato e, spesso, nemmeno le generalità». Ravenna già considerata capitale dei foreing fighters per l'alto numero di immigrati radicalizzati e, a suo tempo, partiti per il Medio Oriente, «utilizza risorse e progetti importanti a favore di questi personaggi, senza evidentemente valutare in modo sufficientemente accurato i soggetti a cui dedicarli», conclude il leghista. Qualche settimana fa, sempre a Ravenna, alcuni richiedenti asilo si erano fatti notare mentre smerciavano droga nel parco cittadino ed erano stati arrestati. La notizia aveva fatto scalpore perché si trattava di sedicenti profughi alloggiati nelle case popolari cittadine ristrutturate con fondi ministeriali e sottoposte, grazie ad un progetto di accoglienza, a un vincolo di destinazione per richiedenti asilo.Alessia Pedrielli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lautopsia-di-sana-svela-lorrore-collo-rotto-e-stata-strangolata-2567375800.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prof-di-traini-umanamente-va-sostenuto" data-post-id="2567375800" data-published-at="1780882311" data-use-pagination="False"> La prof di Traini: «Umanamente va sostenuto» L'autore della caccia al nero di Macerata ha scelto il giudizio con rito abbreviato. Si procederà a porte chiuse, con gli unici atti già raccolti dall'accusa nella fase delle indagini, senza testimonianze e solo con le parti civili che non hanno subìto un danno diretto. Il Partito democratico e l'associazione culturale che eroga servizi agli immigrati quindi restano fuori dall'aula (ammessa invece la sezione Pd di Macerata, per il danneggiamento di una vetrata colpita da un proiettile). Unica richiesta della Procura: la perizia psichiatrica. E se l'istanza venisse accolta dalla Corte d'assise di Macerata, Luca Traini, il ventottenne di Tolentino accusato di strage aggravata dall'odio razziale, tentato omicidio, porto abusivo d'arma, danneggiamento e anche di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa per il raid a colpi di pistola in cui il 3 febbraio ferì sei migranti per vendicare Pamela Mastropietro, verrà esaminato dal professor Marco Marchetti, ordinario di Medicina Legale e Psicopatologia forense dell'Università del Molise. Una settimana per decidere. La corte ha quindi fissato per il 16 maggio la prossima udienza. Camicia amaranto e pantaloni scuri, Traini è arrivato all'ingresso carraio del palazzo di giustizia su un furgone della polizia penitenziaria, dove ad attenderlo c'erano giornalisti, fotografi e curiosi. In aula, invece, lo aspettavano il sindaco di Macerata, Romano Carancini, e le vittime che, tramite i loro avvocati hanno chiesto la costituzione di parte civile insieme a una ulteriore contestazione: il reato di attentato per finalità terroristiche o di eversione. Delle 15 richieste di costituzione di parte civile ne sono state ammesse 13. Ai feriti si sono aggiunti, quindi, oltre al Partito democratico e all'associazione culturale che eroga servizi agli immigrati, anche una settima persona scampata all'agguato, il Comune di Macerata, una donna la cui auto è stata danneggiata e i titolari del Terminal e del Babau, i due discoclub dove, alle 11 del 3 febbraio, è iniziato il raid. Jennifer, la ragazza ferita che suscitò il pentimento di Traini, non era presente. Ma il suo legale, Raffaele Delle Fave, ha chiesto un risarcimento danni per 750.000 euro. Il malese Muhammad Touré ha tirato su la polo per mostrare l'ampia ferita al costato: era il più grave tra i feriti e il suo legale, Gianfranco Borgani, ha sottolineato prima di entrare in aula come «non sia facile spiegare perché qualcuno l'abbia individuato come bersaglio». «Bisogna pregare affinché dio tocchi il suo cuore», ha commentato Innocent Aymere, pastore evangelico nigeriano ferito a un orecchio vicino ai giardini Diaz (luogo in cui il nigeriano Innocent Oseghale accompagnò Pamela per procurarsi la droga). «Non sembra, ma Luca Traini è un gigante buono e non è xenofobo», l'ha difeso il suo avvocato Giancarlo Giulianelli. Secondo il difensore, Traini ha avuto «un momento di defaillance a livello psicologico dovuto a un evidente disturbo della personalità». L'avvocato si è opposto alla perizia psichiatrica, che considera «irrituale», e ha spiegato: «Nella fase delle indagini ne abbiamo già fatto una ed è agli atti». «Penalmente va perseguito, ma umanamente va sostenuto», ha commentato, invece, Patrizia Meloni, l'insegnante di storia di Traini all'epoca della terza media, che ha deciso di assistere all'udienza. «Luca aveva un voto altissimo in storia», ha detto ai cronisti la prof, «e alla fine della terza media mi ha confessato con un certo imbarazzo che ammirava Mussolini». Sul gesto del suo ex alunno, secondo l'insegnante, potrebbero aver influito anche cattive compagnie: «Penso che il contesto abbia agito molto negativamente su di lui». A sentire l'interrogatorio di Traini (finito l'altro giorno sul sito Web di Repubblica), invece, il contesto che gli ha armato la mano è un altro: «Io volevo colpire chi spaccia, come quello che ha venduto la droga a Pamela. E non è colpa mia poi se a Macerata tutti gli spacciatori sono neri».Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lautopsia-di-sana-svela-lorrore-collo-rotto-e-stata-strangolata-2567375800.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nuova-versione-dellotello-il-moro-ora-diventa-un-rom" data-post-id="2567375800" data-published-at="1780882311" data-use-pagination="False"> Nuova versione dell’Otello: il Moro ora diventa un rom Ma come ha fatto William Shakespeare a non pensarci? Ma quale moro di Venezia, Otello era un rom. A colmare l'imperdonabile lacuna ci ha però pensato Ilaria Testoni, regista di un adattamento della tragedia del Bardo inglese che andrà in scena da oggi al 27 maggio al teatro Arcobaleno di Roma. La particolarità di questo Otello è appunto nel fatto che il protagonista è di etnia rom. «Mi sono a lungo interrogata verso quale cultura, oggi, il nostro odio ha puntato il dito», ha spiegato la regista, «e sono arrivata alla conclusione che Otello non poteva che essere un rom nella visione contemporanea del testo. Così l'odio di Jago verso Otello, misto alla gelosia per l'incapacità di raggiungere il suo grado e i suoi meriti, diventa un odio feroce verso una cultura incomprensibile, “sconosciuta e quindi spaventosa". E per lasciare una buona contraddizione tipica dell'animo umano, Jago - nell'opera sposato con Emilia - convive con la sua donna che è anche lei rom. La disprezza, sì, ne abusa, ma la tiene con sé». Perché si sa, se la gente ce l'ha con gli zingari è per «gelosia», ma soprattutto per «per l'incapacità di raggiungere il loro grado e i loro meriti». Non sono la delinquenza, il degrado, l'arroganza che risultano respingenti a tante fasce della popolazione, è semmai l'invidia verso certe brillanti carriere a cui noi non potremmo mai aspirare. Vorremmo vivere come i rom, ma non ne siamo all'altezza, quindi li detestiamo. Caso risolto, quindi. Vale peraltro la pena ricordare che Otello, nella tragedia di Shakespeare, era un comandante militare. Sarà forse una lacuna nostra, ma non abbiamo notizie di questa brillante tradizione guerresca interna al mondo rom. C'è infine da rilevare che l'Otello non è affatto la storia di un povero immigrato che fa carriera ma viene stroncato dal razzismo invidioso della bigotta società in cui desidera vivere. Tanto per cominciare non esiste alcun indizio che riveli l'etnia del personaggio. Un «moro», nell'Inghilterra del 1600, poteva essere semplicemente uno con la pelle più scura dei pallidi albionici. O un generico musulmano. O ancora, secondo altre versioni, un ex musulmano convertito. In ogni caso è un uomo di successo, con un invidiabile status sociale. È «integrato», diremmo oggi. Solo che, in un crescendo di gelosia, finisce per uccidere la donna che ama, rivelando un'anima ferina nascosta ma non scomparsa. Il personaggio, quindi, non è la vittima incolpevole di una società intollerante. Insomma, Otello non è uno spot del politicamente corretto. Almeno non quello di William Shakespeare. A differenza di quello di Ilaria Testoni.Fabrizio La Rocca
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
Continua a leggereRiduci
Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
Continua a leggereRiduci
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
Continua a leggereRiduci