True
2018-07-17
L’asse tra Ue e pirati delle Ong per boicottarci
Ansa
È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro».
A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima).
Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia.
Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata.
In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati.
Francesco Borgonovo
Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato
Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più».
La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa».
Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi».
Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.
Antonio Grizzuti
Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva»
L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono.
Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015.
Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete».
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome».
Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro».
Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti.
In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».
Fabio Amendolara
Scout e Caritas contro il governo
I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce.
L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo».
Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani».
Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti».
Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.
Lorenzo Bertocchi
Continua a leggereRiduci
Proactiva sfida l'esecutivo e manda due navi in Nordafrica. La Commissione regge il gioco e dice: «La Libia non è un porto sicuro». Però con i fondi comunitari Bruxelles finanzia proprio la Guardia costiera di Tripoli. O sono denari inutili, o qualcuno fa il furbo...Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato. La rigidità dei Paesi dell'Est tornerà utile alle elezioni 2019 per rompere il patto Ppe-Pse.Pure l'Irlanda prenderà i migranti. Giuseppe Conte: «Giusto scegliere chi arriva». Completato a Pozzallo lo sbarco delle 450 persone, molte delle quali con la scabbia. Il premier in visita a Sant'Egidio elogia i corridoi umanitari: «Numeri precisi, persone individuate, è immigrazione regolare».Scout e Caritas contro il governo. Dopo i digiuni solidali, più di 100 tra sacerdoti, laici e professori scrivono ai vescovi per contestare la linea dura dell'esecutivo sulle Ong. E nella Cei cresce l'imbarazzo.Lo speciale contiene quattro articoli. È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima). Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia. Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata. In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-blocco-di-visegrad-alza-il-muro-ma-in-europa-e-ancora-un-alleato" data-post-id="2587322810" data-published-at="1774137546" data-use-pagination="False"> Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più». La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa». Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi». Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-lirlanda-prendera-i-migranti-conte-giusto-scegliere-chi-arriva" data-post-id="2587322810" data-published-at="1774137546" data-use-pagination="False"> Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva» L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono. Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015. Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete». Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome». Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro». Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti. In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scout-e-caritas-contro-il-governo" data-post-id="2587322810" data-published-at="1774137546" data-use-pagination="False"> Scout e Caritas contro il governo I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce. L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo». Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani». Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti». Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.Lorenzo Bertocchi
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci