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2018-07-17
L’asse tra Ue e pirati delle Ong per boicottarci
Ansa
È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro».
A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima).
Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia.
Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata.
In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati.
Francesco Borgonovo
Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato
Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più».
La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa».
Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi».
Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.
Antonio Grizzuti
Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva»
L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono.
Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015.
Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete».
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome».
Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro».
Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti.
In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».
Fabio Amendolara
Scout e Caritas contro il governo
I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce.
L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo».
Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani».
Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti».
Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.
Lorenzo Bertocchi
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Proactiva sfida l'esecutivo e manda due navi in Nordafrica. La Commissione regge il gioco e dice: «La Libia non è un porto sicuro». Però con i fondi comunitari Bruxelles finanzia proprio la Guardia costiera di Tripoli. O sono denari inutili, o qualcuno fa il furbo...Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato. La rigidità dei Paesi dell'Est tornerà utile alle elezioni 2019 per rompere il patto Ppe-Pse.Pure l'Irlanda prenderà i migranti. Giuseppe Conte: «Giusto scegliere chi arriva». Completato a Pozzallo lo sbarco delle 450 persone, molte delle quali con la scabbia. Il premier in visita a Sant'Egidio elogia i corridoi umanitari: «Numeri precisi, persone individuate, è immigrazione regolare».Scout e Caritas contro il governo. Dopo i digiuni solidali, più di 100 tra sacerdoti, laici e professori scrivono ai vescovi per contestare la linea dura dell'esecutivo sulle Ong. E nella Cei cresce l'imbarazzo.Lo speciale contiene quattro articoli. È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima). Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia. Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata. In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-blocco-di-visegrad-alza-il-muro-ma-in-europa-e-ancora-un-alleato" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781345902" data-use-pagination="False"> Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più». La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa». Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi». Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-lirlanda-prendera-i-migranti-conte-giusto-scegliere-chi-arriva" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781345902" data-use-pagination="False"> Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva» L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono. Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015. Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete». Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome». Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro». Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti. In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scout-e-caritas-contro-il-governo" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781345902" data-use-pagination="False"> Scout e Caritas contro il governo I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce. L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo». Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani». Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti». Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.Lorenzo Bertocchi
Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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