True
2018-07-17
L’asse tra Ue e pirati delle Ong per boicottarci
Ansa
È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro».
A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima).
Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia.
Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata.
In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati.
Francesco Borgonovo
Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato
Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più».
La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa».
Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi».
Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.
Antonio Grizzuti
Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva»
L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono.
Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015.
Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete».
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome».
Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro».
Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti.
In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».
Fabio Amendolara
Scout e Caritas contro il governo
I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce.
L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo».
Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani».
Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti».
Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.
Lorenzo Bertocchi
Continua a leggereRiduci
Proactiva sfida l'esecutivo e manda due navi in Nordafrica. La Commissione regge il gioco e dice: «La Libia non è un porto sicuro». Però con i fondi comunitari Bruxelles finanzia proprio la Guardia costiera di Tripoli. O sono denari inutili, o qualcuno fa il furbo...Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato. La rigidità dei Paesi dell'Est tornerà utile alle elezioni 2019 per rompere il patto Ppe-Pse.Pure l'Irlanda prenderà i migranti. Giuseppe Conte: «Giusto scegliere chi arriva». Completato a Pozzallo lo sbarco delle 450 persone, molte delle quali con la scabbia. Il premier in visita a Sant'Egidio elogia i corridoi umanitari: «Numeri precisi, persone individuate, è immigrazione regolare».Scout e Caritas contro il governo. Dopo i digiuni solidali, più di 100 tra sacerdoti, laici e professori scrivono ai vescovi per contestare la linea dura dell'esecutivo sulle Ong. E nella Cei cresce l'imbarazzo.Lo speciale contiene quattro articoli. È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima). Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia. Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata. In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-blocco-di-visegrad-alza-il-muro-ma-in-europa-e-ancora-un-alleato" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781265508" data-use-pagination="False"> Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più». La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa». Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi». Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-lirlanda-prendera-i-migranti-conte-giusto-scegliere-chi-arriva" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781265508" data-use-pagination="False"> Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva» L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono. Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015. Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete». Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome». Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro». Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti. In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scout-e-caritas-contro-il-governo" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781265508" data-use-pagination="False"> Scout e Caritas contro il governo I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce. L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo». Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani». Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti». Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.Lorenzo Bertocchi
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci