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2018-07-17
L’asse tra Ue e pirati delle Ong per boicottarci
Ansa
È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro».
A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima).
Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia.
Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata.
In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati.
Francesco Borgonovo
Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato
Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più».
La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa».
Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi».
Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.
Antonio Grizzuti
Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva»
L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono.
Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015.
Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete».
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome».
Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro».
Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti.
In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».
Fabio Amendolara
Scout e Caritas contro il governo
I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce.
L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo».
Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani».
Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti».
Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.
Lorenzo Bertocchi
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Proactiva sfida l'esecutivo e manda due navi in Nordafrica. La Commissione regge il gioco e dice: «La Libia non è un porto sicuro». Però con i fondi comunitari Bruxelles finanzia proprio la Guardia costiera di Tripoli. O sono denari inutili, o qualcuno fa il furbo...Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato. La rigidità dei Paesi dell'Est tornerà utile alle elezioni 2019 per rompere il patto Ppe-Pse.Pure l'Irlanda prenderà i migranti. Giuseppe Conte: «Giusto scegliere chi arriva». Completato a Pozzallo lo sbarco delle 450 persone, molte delle quali con la scabbia. Il premier in visita a Sant'Egidio elogia i corridoi umanitari: «Numeri precisi, persone individuate, è immigrazione regolare».Scout e Caritas contro il governo. Dopo i digiuni solidali, più di 100 tra sacerdoti, laici e professori scrivono ai vescovi per contestare la linea dura dell'esecutivo sulle Ong. E nella Cei cresce l'imbarazzo.Lo speciale contiene quattro articoli. È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima). Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia. Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata. In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-blocco-di-visegrad-alza-il-muro-ma-in-europa-e-ancora-un-alleato" data-post-id="2587322810" data-published-at="1768804656" data-use-pagination="False"> Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più». La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa». Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi». Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-lirlanda-prendera-i-migranti-conte-giusto-scegliere-chi-arriva" data-post-id="2587322810" data-published-at="1768804656" data-use-pagination="False"> Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva» L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono. Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015. Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete». Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome». Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro». Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti. In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scout-e-caritas-contro-il-governo" data-post-id="2587322810" data-published-at="1768804656" data-use-pagination="False"> Scout e Caritas contro il governo I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce. L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo». Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani». Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti». Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.Lorenzo Bertocchi
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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