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2018-07-17
L’asse tra Ue e pirati delle Ong per boicottarci
Ansa
È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro».
A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima).
Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia.
Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata.
In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati.
Francesco Borgonovo
Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato
Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più».
La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa».
Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi».
Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.
Antonio Grizzuti
Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva»
L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono.
Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015.
Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete».
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome».
Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro».
Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti.
In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare».
Fabio Amendolara
Scout e Caritas contro il governo
I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce.
L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo».
Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani».
Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti».
Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.
Lorenzo Bertocchi
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Proactiva sfida l'esecutivo e manda due navi in Nordafrica. La Commissione regge il gioco e dice: «La Libia non è un porto sicuro». Però con i fondi comunitari Bruxelles finanzia proprio la Guardia costiera di Tripoli. O sono denari inutili, o qualcuno fa il furbo...Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato. La rigidità dei Paesi dell'Est tornerà utile alle elezioni 2019 per rompere il patto Ppe-Pse.Pure l'Irlanda prenderà i migranti. Giuseppe Conte: «Giusto scegliere chi arriva». Completato a Pozzallo lo sbarco delle 450 persone, molte delle quali con la scabbia. Il premier in visita a Sant'Egidio elogia i corridoi umanitari: «Numeri precisi, persone individuate, è immigrazione regolare».Scout e Caritas contro il governo. Dopo i digiuni solidali, più di 100 tra sacerdoti, laici e professori scrivono ai vescovi per contestare la linea dura dell'esecutivo sulle Ong. E nella Cei cresce l'imbarazzo.Lo speciale contiene quattro articoli. È davvero curioso che i pirati delle Ong e gli euroburocrati si trovino, ancora una volta, dalla stessa parte. Schierati contro il governo italiano e a favore delle frontiere aperte e, soprattutto, determinati a far rimanere l'Italia l'approdo principale dei migranti. Sia i tassisti del mare che la Commissione europea, infatti, insistono a ripetere che la Libia non è un approdo sicuro, e che gli stranieri debbono essere condotti qui. Le esternazioni dell'Ue sono arrivate in risposta ad alcune dichiarazioni di Matteo Salvini. Durante una conferenza stampa da Mosca, il ministro dell'Interno ha notato la contraddizione di Bruxelles: «Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici sicuri», ha detto. «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». A stretto giro, è giunta la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro», ha dichiarato. La gentile signora non ha fatto altro che ripetere ciò che aveva già detto all'inizio di luglio: «Non ci saranno mai», fece sapere la burocrate, «dei rimpatri dell'Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia. Le navi europee o delle Ong con bandiera europea che compiono salvataggi nel mar Mediterraneo non possono sbarcare migranti in un Paese non sicuro». Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione europea deve spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro presi dal Fondo europeo di emergenza per l'Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione medesima). Per altro, è almeno dal 2016 che Frontex - l'agenzia Ue che si occupa del controllo delle frontiere - organizza corsi di formazione rivolti proprio ai membri della Guardia costiera libica, per altro con il supporto degli esperti italiani in materia di salvataggi e recupero in mare. E non è mica finita. L'Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. Eppure, di nuovo, l'Unhcr e l'Onu sono tra i primi a ripetere che «la Libia non è un porto sicuro». Ma allora a che diamine servono tutti quei soldi? La stessa Oim, poi, riceve dall'Europa ulteriori 19.800.000 euro per «proteggere meglio e assistere i migranti più vulnerabili e aiutare le loro comunità di accoglienza in Libia». Insomma, qualcosa non torna. O gli investimenti europei in Nordafrica non servono a niente - e allora è il caso di sospenderli - oppure qualcuno sta facendo un po' il furbo, magari proprio allo scopo di ottenere altri denari. In ogni caso, è evidente che le burocrazie sovranazionali rappresentano un potente fronte di opposizione all'Italia. Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «la decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Già, le decisioni della Cedu sono un bel problema, perché è presso questo organismo che vengono presentati i ricorsi dei migranti respinti e rimandati in Libia. Nel maggio scorso, per esempio, l'organizzazione Global legal action network - in collaborazione con l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (l'Asgi, finanziata dalla Open Society di George Soros), l'università statunitense di Yale e l'Arci - ha presentato un ricorso alla Corte europea contro l'Italia, poiché «il 6 novembre 2017 l'Ong Sea Watch è stata ostacolata dalla Guardia costiera libica durante un'operazione di salvataggio di 130 cittadini migranti da un gommone alla deriva». Bisogna fare molta attenzione, dunque. Nei giorni scorsi il governo italiano ha ottenuto risultati clamorosi sul fronte europeo, convincendo altri Paesi membri a farsi carico di una parte dei migranti arrivati sulle nostre coste. Ma, a colpi di sentenze e cavilli burocratici, l'azione dell'esecutivo potrebbe essere fortemente rallentata. In aggiunta, c'è da considerare il fatto che le Ong non hanno alcuna intenzione di abbandonare il Mediterraneo. In particolare, la spagnola Proactiva ha già inviato verso le acque libiche le sue due navi, la Open Arms e la Astral. «Anche se l'Italia chiude i porti non può mettere le porte al mare», hanno scritto su Facebook i responsabili della Ong. «Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo». Una provocazione, questa, che potrebbe costare caro. Salvini ha fatto presente che i nostri porti restano serrati per i taxisti del mare. Ma se le navi di Proactiva recupereranno altri migranti e si ostineranno a dirigersi qui si potrebbero riproporre altre rogne diplomatiche. Se ciò dovesse avvenire, la responsabilità sarebbe esclusivamente della Ong, ma il nostro Paese sarebbe comunque tirato in mezzo per l'ennesima volta e altri migranti sarebbero messi in pericolo. Tutto perché qualcuno continua a voler violare la sovranità degli Stati. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-blocco-di-visegrad-alza-il-muro-ma-in-europa-e-ancora-un-alleato" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781382080" data-use-pagination="False"> Il blocco di Visegrad alza il muro. Ma in Europa è ancora un alleato Il nodo immigrazione continua a tenere banco fuori e dentro al governo. La prima notizia è che sono tutti a terra i circa 450 migranti che da sabato sostavano in rada a Pozzallo. Donne e minori erano già stati fatti scendere domenica, vista la necessità di prendersi cura dei bambini debilitati dalle lunghe ore passate sotto al sole cocente. «Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa», ha commentato Palazzo Chigi. L'allusione è nei confronti dei sette Paesi che, oltre all'Italia, hanno dato disponibilità a farsi carico delle persone sbarcate. Francia, Malta, Spagna, Germania e Portogallo si sono impegnate ad accogliere 50 persone ciascuno, mentre Belgio e Irlanda hanno dato disponibilità per riceverne 20 ciascuno. «Una vittoria politica», secondo il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Già sabato, annunciando il via libera allo sbarco dei soggetti più deboli, Salvini aveva twittato che «il nostro obiettivo per il futuro è che queste persone, innanzitutto donne e bambini, non partano e non muoiano, più». La necessità di una strategia a lungo termine per arginare gli sbarchi alla fonte sulla carta mette d'accordo tutti. L'immigrazione, però, è un problema con il quale si è costretti a fare i conti giorno per giorno, specie per un Paese di frontiera come l'Italia. Nel caso dei migranti sbarcati a Pozzallo, se le promesse verranno mantenute, rimane ancora un centinaio di individui da ricollocare. Il destino di queste persone rimane ancora da stabilire, ma una cosa pare certa: a farsene carico non sarà nessun Paese del blocco Visegrad (cioè Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). «Ho ricevuto la lettera del premier italiano Conte in cui chiede all'Ue di occuparsi di una parte delle 450 persone ora in mare. Un tale approccio è la strada per l'inferno», ha scritto su Twitter il premier ceco Andrej Babis. «Dobbiamo aiutare i migranti nei Paesi da cui provengono, al di fuori dei confini europei», ha affermato sempre Babis in un altro tweet. «Accettare le persone non è una soluzione, anzi aumenta ancora di più il problema che abbiamo in Europa». Rifiutando gli appelli alla solidarietà, gli stati dell'Est confermano la linea dura sul tema dell'immigrazione. Una parziale doccia fredda per Matteo Salvini, che nel vertice dei ministri dell'Interno svoltosi a Lussemburgo lo scorso giugno, aveva definito «una vittoria» l'intesa con il blocco V4 per il «no» al trattato di Dublino sulle politiche di asilo. Ma le rogne per il leader del Carroccio non arrivano solo da oltre confine. «Non staremo mai con Ppe e S&D, ma nemmeno con la destra egoista di Visegrad. Quella che piace a Salvini», ha dichiarato in un'intervista al Messaggero la capo delegazione del Movimento 5 stelle al Parlamento europeo, Laura Agea. «Con coerenza non appoggeremo mai politiche che minacciano l'Italia e gli italiani», ha aggiunto l'eurodeputata. «La verità è che in Europa ci sono troppi egoismi». Le parole della Agea dimostrano che il tema dell'immigrazione sarà uno spartiacque decisivo in vista delle prossime elezioni europee, in programma per la primavera del 2019. Secondo una proiezione effettuata per Il Messaggero dall'Istituto Cattaneo e basata sulla media delle rilevazioni delle intenzioni di voto nei Paesi europei, se si votasse oggi risulterebbero assai ridimensionati sia il Partito popolare europeo (in discesa al 25,5% dal 32% del 2014) e i socialdemocratici (al 20% contro il precedente 25%). Aumenta ma non troppo il consenso per le formazioni considerate sovraniste (Efdd, Enl e Ecr), che passano dal 16,5% al 21%. Un incremento paradossalmente tamponato dalla Brexit, dal momento che il prossimo anno il Regno Unito non voterà per il Parlamento europeo. Nel nostro Paese molto dipenderà dalle scelte dei due partiti di maggioranza. «Trasformerò la Lega in una forza europea», ha dichiarato Matteo Salvini un paio di settimane fa dal palco di Pontida. «Voglio dar voce a un'altra idea di Europa, quella della speranza del lavoro e della certezza». Un progetto ambizioso che rischia di arenarsi però proprio sul punto degli sbarchi.Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="pure-lirlanda-prendera-i-migranti-conte-giusto-scegliere-chi-arriva" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781382080" data-use-pagination="False"> Pure l’Irlanda prenderà i migranti Conte: «Giusto scegliere chi arriva» L'Irlanda ha detto «Sì». Dopo Malta, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, che ne prenderanno 50 a testa, da Dublino fanno sapere al governo italiano che ne potranno ospitare 20. Ora che le operazioni di sbarco a Pozzallo sono state completate, i 450 migranti verranno smistati. E sarà il Viminale a decidere sulla base di quali criteri verranno redistribuite le quote agli altri Paesi. Dal Belgio e dalla Svezia c'è un forse. Mentre i leader di Ungheria, Austria e Repubblica Ceca, il blocco di Visegrad, resistono. Ma Palazzo Chigi e Farnesina lavorano ai fianchi il presidente del Consiglio dell'Unione europea Donald Tusk e quello della Commissione europea Jean-Claude Junker per fare in modo che siano rese operative quanto prima le conclusioni del vertice di fine giugno. In attesa della riunione del Comitato politico e di sicurezza per modificare la missione militare Sophia (previsto per il 18 luglio) in modo da non fare dell'Italia l'unico porto di approdo dal Mediterraneo, come invece aveva accettato il governo Renzi nel 2015. Il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas, dando conferma di aver ricevuto la comunicazione del premier italiano Giuseppe Conte, fa sapere che «la Commissione condivide pienamente il senso di urgenza ed è impegnata nel dare seguito velocemente alle conclusioni raggiunte del Consiglio per quanto ci compete». Il ministro dell'Interno Matteo Salvini, nel frattempo, punta sulla Libia, dove anche l'Italia ha investito risorse per migliorare la qualità dei pattugliamenti in mare della Guardia costiera di Tripoli. La Commissione, però, ieri ha precisato di non considerare la Libia un porto sicuro. Gli unici che possono riportare i migranti soccorsi in mare in Libia sono le autorità libiche, non le navi europee. Addirittura anche le navi europee, se soccorrono migranti nell'area di soccorso libica, non possono riportare i migranti in Libia, ma devono sbarcarli in un porto sicuro, quindi in Europa. Salvini, però, è fermo: «O si cambia, o saremo costretti a muoverci da soli. L'Ue vuole continuare ad agevolare il lavoro sporco degli scafisti? Non lo farà in mio nome». Il vicepremier ha le idee chiare e da Mosca, dove ha avuto una serie di incontri con le autorità di sicurezza locali, ha dettato la linea: «C'è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Una contraddizione. Da rivedere. E infatti il 18 luglio ha intenzione di chiedere di rivedere i parametri della missione Sophia che riguardano l'Italia: «Ridiscutere la firma suicida del 2015, di cui dovete andare a chiedere conto al governo Renzi». Da Bruxelles l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si mette di traverso: «Che i porti libici non siano sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c'è decisione politica da prendere, ma è nelle mani di una corte indipendente». Allora perché investire sull'addestramento e sui mezzi della Guardia costiera libica? Le Ong, vista la situazione di incertezza, ci riprovano. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando il Viminale. Salvini ha ricordato che i porti sono chiusi e che in Italia non arriveranno. E ha chiosato: «Risparmino tempo, fatica e denaro». Nel frattempo, sette dei migrati che erano a bordo del barcone di legno sbarcato a Pozzallo sono stati portati dalla polizia negli hotspot per gli interrogatori. Si sospetta che possano essersi alternanti alla guida del peschereccio. Un aspetto che potrebbe configurare anche per loro l'accusa di concorso in favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il questore di Ragusa Salvatore La Rosa, che coordina le operazioni nell'hotspot di Pozzallo, ha fatto sapere che sono in corso anche delle verifiche, dopo la denuncia dell'Oim, su quattro somali morti in mare per annegamento prima delle operazioni di soccorso. Gli sbarcati sono quasi tutti in buone condizioni di salute. Sono stati segnalati alcuni casi di scabbia (una infestazione contagiosa della pelle che, però, è di facili cure) diagnosticati ad alcuni degli sbarcati medicati. Uno dei migranti, invece, è ricoverato per una polmonite. Ed è stata ricoverata anche una donna al sesto mesi di gravidanza sbarcata ieri da una motovedetta della Guardia di finanza di Bari che ha intercettato l'ennesimo yacht che puntava verso la costa italiana. Sulla barca, fermata a largo del Capo di Leuca in Puglia, c'erano oltre 70 persone di varie nazionalità: Pachistan, Afghanistan, Itan e Iraq. I due turchi che accompagnavano i migranti sono stati fermati, sospettati di essere gli scafisti. In giornata il premier Conte si è recato in visita alla comunità di Sant'Egidio, della quale ha lodato il modello dei corridoi umanitari: «Sono iniziative importanti perché fanno arrivare in Italia - e questo è in linea con la nostra proposta - dei migranti che hanno diritto alla protezione umanitaria. Numeri specifici, persone individuate. Si tratta di immigrazione regolare». Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lasse-tra-ue-e-pirati-delle-ong-per-boicottarci-2587322810.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scout-e-caritas-contro-il-governo" data-post-id="2587322810" data-published-at="1781382080" data-use-pagination="False"> Scout e Caritas contro il governo I preti di strada erano già scesi in piazza a San Pietro con un digiuno a staffetta, adesso è la volta di 110 impegnatissimi cattolici, tra sacerdoti e laici. Ci sono responsabili di Caritas diocesane, capi scout, qualche docente in università pontificie, responsabili di pastorale, tutti insieme a scrivere alla Conferenza episcopale per riflettere «su quanto sta attraversando, dal punto di vista culturale, il nostro Paese e l'intera Europa». E perché alzino la voce. L'allarme è contro lo spettro «razzismo e xenofobia» che si aggira tra i popoli, e anche contro «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l'uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario o versetti della Scrittura, a volte blasfemo o offensivo». Per amor di chiarezza potevano almeno fare il nome di Matteo Salvini, come ha fatto il direttore emerito della rivista dei gesuiti La Civiltà cattolica. Sarà perché l'ex direttore porta lo stesso cognome del segretario della Lega, ma lui almeno l'ha detta chiara: «Il ministro dell'Interno», ha dichiarato a tiscali.it padre Gianpaolo Salvini, «probabilmente non accetta delle organizzazioni che sembrano agire al di fuori del suo controllo e delle norme italiane, che tende a interpretare o a modificare in senso restrittivo». Il senso di Matteo Salvini per i migranti non va giù alla chiesa più avanzata, nonostante i risultati del ministro dell'Interno siano concreti. E nonostante l'evidente consenso nel Paese rispetto alle politiche messe in campo dal vicepremier. No, lui è il nemico, accertato e certificato anche dal quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. «Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?», domandavano la settimana scorsa padre Alex Zanotelli, monsignor Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, don Alessandro Santoro a nome della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di «Casa Ruth» di Caserta, padre Giorgio Ghezzi religioso sacramentino, la Comunità del Sacro Convento di Assisi. Tutti insieme per la giornata di «giustizia in solidarietà con i migranti», perché questo, aggiungevano, «è anche il naufragio dell'Europa e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani». Dopo i radical chic con la maglietta rossa (ma anche il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, è stato ritratto in foto con sfoggio di magliette rosse a drappeggiare il tavolo da cui parlava), ci sono anche i cattolici «avanzati» a lanciare il grido contro quello che è ritenuto uno sfascio culturale. Però, il popolo non capisce, non sente l'afflato evangelico, resta sordo ai richiami dei pastori più impegnati. Allora si moltiplicano le rieducazioni con memorabili titoli di giornale, lettere, appelli e giornate di digiuno: il popolo sbaglia, ci spiace per il popolo. È un sensus fidei a velocità variabile quello applicato al popolo di Dio, in questo caso non si deve ascoltare il popolo, ma invocare qualche élite che lo sostituisca e gli insegni. Peraltro, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, dopo il voto aveva detto: «Continueremo a educare la popolazione ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti». Il punto, ovviamente, non è sul necessario atteggiamento umanitario che va riservato a chiunque si trovi in pericolo di vita, né il rispetto della dignità delle persone, in ballo c'è una visione politica del fenomeno migratorio su cui, è stato lo stesso papa Francesco a ricordarlo in più occasioni, va comunque applicata la virtù della prudenza, soprattutto nel bilanciare il bene di tutti, compreso quello dei paesi che accolgono. Eppure, alcuni vescovi e una parte di chiesa tengono un atteggiamento tutt'altro che prudente, orfani di un riferimento politico culturale che è in grande affanno in tutto il continente. La difficoltà rispetto al sentire della gente è enorme, perché preti e vescovi sanno molto bene quale sia oggi il sentire degli italiani (anche rispetto a un progetto europeo in cui non si riconoscono più). Nelle stanze della Cei si respira un clima di grande impasse, perché, va detto, non tutti i vescovi sottoscriverebbero la lettera dei 110 o gli appelli di padre Alex Zanotelli.Lorenzo Bertocchi
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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