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2021-11-16
L’arroganza al servizio di dati fasulli
Fabrizio Pregliasco (Ansa)
Come si sa, la televisione, con la notorietà che comporta per chi la frequenta assiduamente, può dare alla testa e cambiare le persone. Non dico che il fatto di stare ogni giorno a dispensare pareri, passando da un canale all'altro, abbia dato alla testa al professor Pregliasco, ma di certo lo ha cambiato. Da misurato e rassicurante che era, ora si è fatto più aggressivo e non di rado alza i toni, quasi mai con l'intenzione di rasserenare gli animi. Si dirà che la pandemia, i contagi e l'incredibile numero di decessi, negli ultimi due anni potrebbero averne indurito l'animo, spingendolo a toni che prima non gli erano congeniali. Può essere. Sta di fatto, che quando lo vedo impegnato in alcuni talk show, stento a riconoscerlo. Soprattutto se dispensa informazioni con assoluta certezza, quando quasi due anni di pandemia ci hanno insegnato che di certezze ce ne sono poche, anche se a parlare sono fior di professoroni. Le ultime asserzioni che gli ho sentito pronunciare mi hanno lasciato addirittura senza parole. Su La 7 ha spiegato che l'80 per cento dei ricoverati in ospedale per Covid è costituito da persone non vaccinate. Peccato che i dati diffusi dall'Istituto superiore di sanità dicano altro. Nel mese di ottobre, in corsia sono finiti 2.890 pazienti non vaccinati, 144 vaccinati con una sola dose, 1.774 vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi, 618 vaccinati con ciclo completo dopo più di sei mesi e 17 persone che avevano ricevuto anche la terza dose. A casa mia, ma credo anche in quella di tanti italiani, questo significa che il 53 per cento dei ricoverati non era immunizzato, il 45,3 lo era con doppia o tripla dose e il 2,6 non aveva ancora fatto il richiamo. Ciò vuol dire che chi ha ricevuto l'iniezione si ammala come chi non l'ha avuta? No, perché sul totale della popolazione, i primi sono 8 milioni e i secondi circa 45 milioni: ma che senso ha «taroccare» i dati, dicendo una cosa non vera? In terapia intensiva, nel mese di ottobre c'erano 370 non vaccinati, ma anche 178 malati con doppia o tripla dose, il che equivale a un 66 per cento di non immunizzati, ma il 34 per cento vuol dire che lo erano. Perché dunque mentire in tv?
Altro esempio. Qualche giorno fa, nel programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4, rispondendo a un ospite che parlava di anticorpi per spiegare come mai non fosse stato vaccinato, Pregliasco se n'è uscito con le seguenti frasi: «La valutazione degli anticorpi non è ancora una valutazione standardizzata che garantisca rappresentatività della situazione di protezione o meno». E, per evitare che qualcuno avesse capito male, poi ha aggiunto: «Il test sierologico è un'indicazione quantitativa, ma non standardizzata e vediamo il calo di efficacia su studi rispetto al numero di persone che si reinfettano passando il tempo». Chiaro il concetto? Per Pregliasco, il sierologico per appurare gli anticorpi anti Covid serve a poco. E forse anche gli stessi anticorpi non sono un indicatore decisivo, «perché c'è una risposta di altro tipo che non viene misurata se non in alcuni studi sperimentali che facciamo su piccoli campioni». Insomma, Il messaggio non lascia spazio a dubbi: fate il vaccino e basta, a prescindere che abbiate avuto il Covid o abbiate ricevuto due dosi, che abbiate gli anticorpi oppure no. Parola di esperto. Poi uno cambia canale e si trova davanti la faccia di Massimo Galli, quello che a proposito di tamponi diceva che non servono a niente e organizzava il concorso universitario per far vincere un suo allievo, il quale spiega che «stiamo basando tutte le decisioni che vengono prese su studi che riguardano la risposta anticorpale. Bisogna avere il coraggio di dire che il sierologico è indispensabile». Cioè il contrario di quanto sostenuto da Pregliasco. Vabbè che con la scienza si procede per tentativi e dunque bisogna sempre tener presente che quando si parla di metodo scientifico non significa che il metodo preveda una risposta esatta, ma viste le diverse opinioni, non sarebbe stato meglio che Pregliasco e come lui Galli evitassero tanta assertività, riconoscendo che anche i virologi da salotto, al pari dei comuni cittadini, non hanno la verità in tasca e dunque non possono promettere nulla? Dopo non ci si può lamentare se qualcuno non crede ai presunti esperti…
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Fabrizio Pregliasco è il direttore sanitario dell'Istituto ortopedico Galeazzi di Milano. Prima che scoppiasse la pandemia, quando ancora conducevo un programma tv su Rete 4, mi capitava ogni tanto di incontrarlo nei corridoi di Mediaset, dove veniva invitato per parlare dei disturbi di stagione e di medicina preventiva. Il professore è un signore a modo, molto cortese, che in studio dava consigli di buon senso di medicina spicciola. Ma poi, con il Covid è cambiato tutto, perché da quando il virus ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite, non solo il buon senso è stato messo da parte, ma i virologi - e Pregliasco è tra questi - si sono trasferiti in pianta stabile davanti alle telecamere.Come si sa, la televisione, con la notorietà che comporta per chi la frequenta assiduamente, può dare alla testa e cambiare le persone. Non dico che il fatto di stare ogni giorno a dispensare pareri, passando da un canale all'altro, abbia dato alla testa al professor Pregliasco, ma di certo lo ha cambiato. Da misurato e rassicurante che era, ora si è fatto più aggressivo e non di rado alza i toni, quasi mai con l'intenzione di rasserenare gli animi. Si dirà che la pandemia, i contagi e l'incredibile numero di decessi, negli ultimi due anni potrebbero averne indurito l'animo, spingendolo a toni che prima non gli erano congeniali. Può essere. Sta di fatto, che quando lo vedo impegnato in alcuni talk show, stento a riconoscerlo. Soprattutto se dispensa informazioni con assoluta certezza, quando quasi due anni di pandemia ci hanno insegnato che di certezze ce ne sono poche, anche se a parlare sono fior di professoroni. Le ultime asserzioni che gli ho sentito pronunciare mi hanno lasciato addirittura senza parole. Su La 7 ha spiegato che l'80 per cento dei ricoverati in ospedale per Covid è costituito da persone non vaccinate. Peccato che i dati diffusi dall'Istituto superiore di sanità dicano altro. Nel mese di ottobre, in corsia sono finiti 2.890 pazienti non vaccinati, 144 vaccinati con una sola dose, 1.774 vaccinati con ciclo completo entro i sei mesi, 618 vaccinati con ciclo completo dopo più di sei mesi e 17 persone che avevano ricevuto anche la terza dose. A casa mia, ma credo anche in quella di tanti italiani, questo significa che il 53 per cento dei ricoverati non era immunizzato, il 45,3 lo era con doppia o tripla dose e il 2,6 non aveva ancora fatto il richiamo. Ciò vuol dire che chi ha ricevuto l'iniezione si ammala come chi non l'ha avuta? No, perché sul totale della popolazione, i primi sono 8 milioni e i secondi circa 45 milioni: ma che senso ha «taroccare» i dati, dicendo una cosa non vera? In terapia intensiva, nel mese di ottobre c'erano 370 non vaccinati, ma anche 178 malati con doppia o tripla dose, il che equivale a un 66 per cento di non immunizzati, ma il 34 per cento vuol dire che lo erano. Perché dunque mentire in tv?Altro esempio. Qualche giorno fa, nel programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4, rispondendo a un ospite che parlava di anticorpi per spiegare come mai non fosse stato vaccinato, Pregliasco se n'è uscito con le seguenti frasi: «La valutazione degli anticorpi non è ancora una valutazione standardizzata che garantisca rappresentatività della situazione di protezione o meno». E, per evitare che qualcuno avesse capito male, poi ha aggiunto: «Il test sierologico è un'indicazione quantitativa, ma non standardizzata e vediamo il calo di efficacia su studi rispetto al numero di persone che si reinfettano passando il tempo». Chiaro il concetto? Per Pregliasco, il sierologico per appurare gli anticorpi anti Covid serve a poco. E forse anche gli stessi anticorpi non sono un indicatore decisivo, «perché c'è una risposta di altro tipo che non viene misurata se non in alcuni studi sperimentali che facciamo su piccoli campioni». Insomma, Il messaggio non lascia spazio a dubbi: fate il vaccino e basta, a prescindere che abbiate avuto il Covid o abbiate ricevuto due dosi, che abbiate gli anticorpi oppure no. Parola di esperto. Poi uno cambia canale e si trova davanti la faccia di Massimo Galli, quello che a proposito di tamponi diceva che non servono a niente e organizzava il concorso universitario per far vincere un suo allievo, il quale spiega che «stiamo basando tutte le decisioni che vengono prese su studi che riguardano la risposta anticorpale. Bisogna avere il coraggio di dire che il sierologico è indispensabile». Cioè il contrario di quanto sostenuto da Pregliasco. Vabbè che con la scienza si procede per tentativi e dunque bisogna sempre tener presente che quando si parla di metodo scientifico non significa che il metodo preveda una risposta esatta, ma viste le diverse opinioni, non sarebbe stato meglio che Pregliasco e come lui Galli evitassero tanta assertività, riconoscendo che anche i virologi da salotto, al pari dei comuni cittadini, non hanno la verità in tasca e dunque non possono promettere nulla? Dopo non ci si può lamentare se qualcuno non crede ai presunti esperti…
«Gina Lollobrigida - Diva Contesa» (HBO Max)
Soprattutto, è un tentativo di capire cos'abbia segnato gli ultimi momenti della sua esistenza e cosa abbia portato all'esplosione mediatica di quel che, poi, è stato ribattezzato come vero «caso». La serie televisiva, tre episodi disponibili online a partire da venerdì 3 aprile, percorre veloce l'epoca dei fasti, quasi ad averne bisogno come contrappunto. Come alibi, come a dire che non è sempre stato così, che un'alternativa, una finestra in cui la Lollo sia stato altro, c'è stata, splendida e ampia. Gli esordi, il cinema, la consacrazione a diva. Poi, verso la fine, l'involuzione. E, nel mezzo, una riflessione sulla fama, gioie e dolori.
Gina Lollobrigida - Diva Contesa, pur restituendo un'immagine vivida dell'attrice, corre veloce fino agli anni precedenti la sua morte. Quelli in cui Javier Rigau, imprenditore spagnolo che si dice abbia frequentato la Lollo sin dal 1976, dai suoi quindici anni contro i quarantanove di lei, ha provato a vendersi come marito dell'attrice, cercando parimenti di allungare le mani sul suo patrimonio. Lo spagnolo, la cui esistenza è stata tenuta segreta fino al 2006, quando la diva ha reso nota l'intenzione di voler convolare a nozze, avrebbe sposato l'attrice per procura, il 29 novembre 2011. Avrebbe, perché la Lollobrigida in seguito ha dichiarato di non aver mai delegato le proprie funzioni.
Dunque, l'intervento di Papa Francesco, che nel 2019 ha chiesto alla Sacra Rota di annullare il matrimonio, definito inesistente. Rigau non avrebbe mai ricoperto il ruolo di marito. Eppure, negli anni, sarebbe riuscito a instaurare un ottimo rapporto con il figlio dell'attrice, Milko Skofic. Ed è con lui che, alla morte dell'amata, avvenuta il 16 gennaio 2023, ha polemizzato. La ripartizione dei beni della diva, stimati tra i dieci e i venti milioni di valore, sarebbe stata ingiusta. Di qui, la richiesta di avere oltre un milione di euro di eredità. Una richiesta giudicata folle e sconsiderata da Andrea Piazzolla, assistente di Gina Lollobrigida. Sono stati questi tre uomini, Rigau, Piazzolla e Skofic, a mettere in piedi il gran caso della diva contesa, ciascuno promettendo e strepitando di conoscerla meglio degli altri e di loro amarla. Sono stati loro ad accusarsi, reciprocamente, di plagio e ruberie, di truffa, senza però arrivare ad un dunque. Rigau, che da quel gennaio 2023 reclama il ruolo di vedovo ufficiale, è stato escluso dal testamento della Lollo, la quale ha deciso, invece, di lasciare metà del suo patrimonio al figlio, metà all'assistente.
Nulla di sindacabile, sulla carta. Peccato, però, che negli anni i beni dell'attrice si siano notevolmente ridotti. Quel tesoretto di dieci-venti milioni di euro, comprensivo dell'arcinota e magnifica villa sull'Appia Antica, è stato eroso, lasciando spazio a debiti e ombre. Piazzolla, nel frattempo, è stato condannato per aver sottratto alla diva parti consistenti del suo patrimonio, negli anni compresi fra il 2013 e il 2018. Ma la condanna non lo ha portato a perdere i propri diritti sul lascito della Lollobrigida, conteso come da titolo dello show.
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