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2022-11-22
Lancia Fulvia HF, la regina di Monte Carlo. Dal 1972 icona tricolore.
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La Fulvia HF di Munari-Mannucci al rallye di Monte Carlo 1972 (Ansa/Stellantis)
Erano le 18:30 del 27 gennaio 1972 quando il pilota veneto Sandro Munari, noto anche come il «drago di Cavarzere» ingranò la prima marcia della sua Lancia Fulvia Coupé HF 1.600. Accanto a lui sedeva il navigatore Mario Mannucci, milanese classe 1932, scelto dal team manager «Squadra HF» Cesare Fiorio per il talento mostrato nelle stagioni precedenti. Lo scenario era quello di una buia serata invernale della città monegasca, che presto sarebbe mutato nei tornanti bianchi di ghiaccio e neve gelata del ultima prova del «Rallye dei Rallye», quello mitico di Monte Carlo.
Lancia Fulvia Coupé HF 1.6 numero 14 - TO E24266. L'impresa di una «piccola» tra le grandi.
La quarantunesima edizione della gara si giocò all’ultima prova notturna, dopo una durissima battaglia tra vetture italiane, francesi e tedesche. La Fulvia, derivata dalla coupé di serie che fu il sogno dei giovani-bene della seconda metà degli anni Sessanta, appariva tecnicamente un poco superata e di potenza nettamente inferiore rispetto alle Alpine Renault A110 (vincenti nel 1971) e le Porsche 911, trionfatrici per tre edizioni dal 1968 al 1970. Delle 269 auto iscritte al rally, soltanto 24 taglieranno l’ultimo traguardo. Una selezione durissima, che le Fulvia della «Squadra HF» riuscirono a superare per presentarsi all’ultima prova speciale, quella del Col de Turini (1607 metri slm.) un lungo e tortuoso percorso (650 Km in totale) di guida nelle tenebre, segnato da alti muri di neve. La Fulvia partiva in seconda posizione, con quasi mezzo minuto di distacco dalla Alpine Renault dello svedese Ove Andersson, mentre in classifica generale era l’altra Alpine, quella di Bernard Darniche, a stare davanti a Munari e Mannucci. I primi chilometri dell’ultima prova sembrarono confermare la situazione alla partenza con le vetture francesi favorite, anche perché la Fulvia montò i pneumatici chiodati sbagliati e perse ulteriore tempo. La svolta avvenne più tardi, nel mezzo delle prove speciali più dure, quando le Porsche dovettero abbandonare (l’eccessiva potenza del motore da 2,7 litri era ingestibile su quel terreno gelato) e la dirette avversarie di Munari e Mannucci, le Alpine Renault, furono messe fuori gioco progressivamente da uscite di strada e guai meccanici. Nell’ordine il leader alla partenza, Andersson, rompeva il cambio sul passo di Oucillole. Jean-Claude Andruet, altro pilota Alpine Renault, finiva la sua gara contro il fianco della montagna. Resisteva uno dei più temibili avversari del duo su Lancia Fulvia, Bernard Darniche. Almeno fino a tre ore prima del termine della gara quando, costretto ad una guida nervosa per tenere il passo, anche lui ruppe la trasmissione (tallone d’Achille delle coupé francesi). Sandro Munari invece riuscì a guidare pulito nel buio della tormenta di neve che si era abbattuta sulle alture della Costa Azzurra, guidato a sua volta con precisione dal «re delle note» (la mappa del navigatore, dove è appuntato il tracciato da spiegare al pilota ndr.) Mario Mannucci. Poco dopo le 7 del mattino il rombo del 4 cilindri a V stretta della Fulvia HF tagliò il traguardo della capitale monegasca per una vittoria tutta italiana, perché la Lancia vinse anche il campionato costruttori. Quella vittoria indimenticabile non fu tale soltanto sulle strade tormentate del più prestigioso dei rallye al mondo. Fu per Sandro Munari una doppia gioia, che lasciò il segno nella storia del marchio di Chivasso (di proprietà Fiat dal 1969), che nel 1972 si trovava in una crisi preoccupante. La stessa Fulvia coupé, in produzione in due serie dal 1965, stava segnando il passo tanto che la direzione del marchio aveva deciso di sospenderne la produzione proprio nel 1972. La scelta ebbe ovvie ripercussioni sulla forza lavoro Lancia con la decisione dei vertici verso una serie di licenziamenti programmati. Il trionfo di Munari e Mannucci contribuì in modo determinante all’allontanamento di questa prospettiva, perché dopo la vittoria di Monte Carlo gli ordini della Fulvia Coupé schizzarono alle stelle (oltre 50.000 in pochi giorni) e la casa di Chivasso cambiò rotta. Non solo i lavoratori rimasero alla linea di montaggio: dopo il trionfo al rallye la Lancia propose una serie limitata della Fulvia Coupé basata sul modello di serie 1.3 S battezzata «Monte Carlo», con i cofani dipinti in nero opaco in omaggio alla Fulvia HF numero 14 che tagliò per prima il traguardo. La coupé ebbe così altri anni di fronte a sé venendo prodotta, dopo un lieve restyling negli interni, fino al 1976.
La formidabile impresa di Munari e Mannucci fu all’origine di un’altra vettura di casa Lancia che passerà alla storia dell’automobilismo mondiale: la Stratos. Fortemente voluta da Cesare Fiorio come evoluzione della ormai superata Fulvia, incontrò inizialmente la resistenza di Enzo Ferrari che, secondo i progetti, avrebbe dovuto fornire il motore della nuova vettura da competizione. Il Drake declinò perché aveva in produzione un modello che avrebbe potuto essere danneggiato sul mercato e nelle corse dalla nuova Lancia, La Ferrari Dino 246 GT. Fiorio aveva chiesto proprio il V6 Ferrari, che il patron del cavallino inizialmente rifiutò di fornire alla Squadra HF, finché la vittoria della Fulvia a Monte Carlo non fu determinante. Enzo Ferrari propose uno scambio: Sandro Munari al volante di una Ferrari nella Targa Fiorio in cambio dei propulsori per la Stratos, che vedrà la luce nel 1973 (e che lo stesso Munari porterà al trionfo in coppia con Silvio Maiga nel 1976).
Ripartenze: dalla Fulvia in poi, un brand e il suo prossimo rilancio.
Quell’impresa di mezzo secolo fa scrisse a caratteri cubitali il nome Lancia, già prestigioso sin dalla fondazione da parte del valsesiano Vincenzo Lancia nel 1906, nell’albo d’oro dell’automobilismo. Da quel glorioso 1972 nei rallye il marchio di Chivasso non ebbe praticamente rivali sino a tutti gli anni Ottanta con i trionfi della Stratos e quindi della 037 e della iconica Delta HF Integrale. Dagli anni 2000 il brand Lancia iniziò a soffrire un’eclissi progressiva che a metà del decennio, sotto la FCA guidata da Sergio Marchionne, vide l’utilizzo del logo Lancia su modelli Chrysler rebrandizzati per terminare con un solo modello in listino, l’apprezzata citycar Ypsilon, erede della gloriosa Autobianchi Y10.
Il 28 novembre 2022 sarà il D-day per Lancia, dove «D» può tranquillamente stare per «design». Una data fondamentale per il futuro del marchio di casa Stellantis. Come anticipato dal ceo Luca Napolitano, attraverso tre nuovi futuri modelli (le nuove Ypsilon e Delta che saranno poi affiancate da un’ammiraglia) passerà quello che è stato definito il «Rinascimento» di casa Lancia, con un occhio all’innovazione e il cuore alla tradizione dello spirito e delle forme che nei decenni hanno reso la casa piemontese una delle espressioni del massimo prestigio nel campo automobilistico. Al primo appuntamento tra le Aurelia, Flaminia, Beta HPE e Delta ci sarà lei, la «Fulvietta». Che quella notte di cinquant’anni fa, vestita di rosso e nero, fu portata sul trono dell’età dell’oro dei rallye da un cavaliere dalla tempra inossidabile e le mani di velluto sul volante: Sandro Munari, il Drago di Cavarzere.
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A cinquant'anni dal trionfo al rallye di Monte Carlo, la Fulvia HF di Sandro Munari e Mario Mannucci è ancora leggenda. Quell'impresa fu una vittoria doppia, perchè salvò il posto a centinaia di operai quando la vettura ormai a fine produzione riprese il volo nelle vendite. Oggi questo patrimonio è alla base del prossimo rilancio del brand. Erano le 18:30 del 27 gennaio 1972 quando il pilota veneto Sandro Munari, noto anche come il «drago di Cavarzere» ingranò la prima marcia della sua Lancia Fulvia Coupé HF 1.600. Accanto a lui sedeva il navigatore Mario Mannucci, milanese classe 1932, scelto dal team manager «Squadra HF» Cesare Fiorio per il talento mostrato nelle stagioni precedenti. Lo scenario era quello di una buia serata invernale della città monegasca, che presto sarebbe mutato nei tornanti bianchi di ghiaccio e neve gelata del ultima prova del «Rallye dei Rallye», quello mitico di Monte Carlo.Lancia Fulvia Coupé HF 1.6 numero 14 - TO E24266. L'impresa di una «piccola» tra le grandi.La quarantunesima edizione della gara si giocò all’ultima prova notturna, dopo una durissima battaglia tra vetture italiane, francesi e tedesche. La Fulvia, derivata dalla coupé di serie che fu il sogno dei giovani-bene della seconda metà degli anni Sessanta, appariva tecnicamente un poco superata e di potenza nettamente inferiore rispetto alle Alpine Renault A110 (vincenti nel 1971) e le Porsche 911, trionfatrici per tre edizioni dal 1968 al 1970. Delle 269 auto iscritte al rally, soltanto 24 taglieranno l’ultimo traguardo. Una selezione durissima, che le Fulvia della «Squadra HF» riuscirono a superare per presentarsi all’ultima prova speciale, quella del Col de Turini (1607 metri slm.) un lungo e tortuoso percorso (650 Km in totale) di guida nelle tenebre, segnato da alti muri di neve. La Fulvia partiva in seconda posizione, con quasi mezzo minuto di distacco dalla Alpine Renault dello svedese Ove Andersson, mentre in classifica generale era l’altra Alpine, quella di Bernard Darniche, a stare davanti a Munari e Mannucci. I primi chilometri dell’ultima prova sembrarono confermare la situazione alla partenza con le vetture francesi favorite, anche perché la Fulvia montò i pneumatici chiodati sbagliati e perse ulteriore tempo. La svolta avvenne più tardi, nel mezzo delle prove speciali più dure, quando le Porsche dovettero abbandonare (l’eccessiva potenza del motore da 2,7 litri era ingestibile su quel terreno gelato) e la dirette avversarie di Munari e Mannucci, le Alpine Renault, furono messe fuori gioco progressivamente da uscite di strada e guai meccanici. Nell’ordine il leader alla partenza, Andersson, rompeva il cambio sul passo di Oucillole. Jean-Claude Andruet, altro pilota Alpine Renault, finiva la sua gara contro il fianco della montagna. Resisteva uno dei più temibili avversari del duo su Lancia Fulvia, Bernard Darniche. Almeno fino a tre ore prima del termine della gara quando, costretto ad una guida nervosa per tenere il passo, anche lui ruppe la trasmissione (tallone d’Achille delle coupé francesi). Sandro Munari invece riuscì a guidare pulito nel buio della tormenta di neve che si era abbattuta sulle alture della Costa Azzurra, guidato a sua volta con precisione dal «re delle note» (la mappa del navigatore, dove è appuntato il tracciato da spiegare al pilota ndr.) Mario Mannucci. Poco dopo le 7 del mattino il rombo del 4 cilindri a V stretta della Fulvia HF tagliò il traguardo della capitale monegasca per una vittoria tutta italiana, perché la Lancia vinse anche il campionato costruttori. Quella vittoria indimenticabile non fu tale soltanto sulle strade tormentate del più prestigioso dei rallye al mondo. Fu per Sandro Munari una doppia gioia, che lasciò il segno nella storia del marchio di Chivasso (di proprietà Fiat dal 1969), che nel 1972 si trovava in una crisi preoccupante. La stessa Fulvia coupé, in produzione in due serie dal 1965, stava segnando il passo tanto che la direzione del marchio aveva deciso di sospenderne la produzione proprio nel 1972. La scelta ebbe ovvie ripercussioni sulla forza lavoro Lancia con la decisione dei vertici verso una serie di licenziamenti programmati. Il trionfo di Munari e Mannucci contribuì in modo determinante all’allontanamento di questa prospettiva, perché dopo la vittoria di Monte Carlo gli ordini della Fulvia Coupé schizzarono alle stelle (oltre 50.000 in pochi giorni) e la casa di Chivasso cambiò rotta. Non solo i lavoratori rimasero alla linea di montaggio: dopo il trionfo al rallye la Lancia propose una serie limitata della Fulvia Coupé basata sul modello di serie 1.3 S battezzata «Monte Carlo», con i cofani dipinti in nero opaco in omaggio alla Fulvia HF numero 14 che tagliò per prima il traguardo. La coupé ebbe così altri anni di fronte a sé venendo prodotta, dopo un lieve restyling negli interni, fino al 1976. La formidabile impresa di Munari e Mannucci fu all’origine di un’altra vettura di casa Lancia che passerà alla storia dell’automobilismo mondiale: la Stratos. Fortemente voluta da Cesare Fiorio come evoluzione della ormai superata Fulvia, incontrò inizialmente la resistenza di Enzo Ferrari che, secondo i progetti, avrebbe dovuto fornire il motore della nuova vettura da competizione. Il Drake declinò perché aveva in produzione un modello che avrebbe potuto essere danneggiato sul mercato e nelle corse dalla nuova Lancia, La Ferrari Dino 246 GT. Fiorio aveva chiesto proprio il V6 Ferrari, che il patron del cavallino inizialmente rifiutò di fornire alla Squadra HF, finché la vittoria della Fulvia a Monte Carlo non fu determinante. Enzo Ferrari propose uno scambio: Sandro Munari al volante di una Ferrari nella Targa Fiorio in cambio dei propulsori per la Stratos, che vedrà la luce nel 1973 (e che lo stesso Munari porterà al trionfo in coppia con Silvio Maiga nel 1976).Ripartenze: dalla Fulvia in poi, un brand e il suo prossimo rilancio.Quell’impresa di mezzo secolo fa scrisse a caratteri cubitali il nome Lancia, già prestigioso sin dalla fondazione da parte del valsesiano Vincenzo Lancia nel 1906, nell’albo d’oro dell’automobilismo. Da quel glorioso 1972 nei rallye il marchio di Chivasso non ebbe praticamente rivali sino a tutti gli anni Ottanta con i trionfi della Stratos e quindi della 037 e della iconica Delta HF Integrale. Dagli anni 2000 il brand Lancia iniziò a soffrire un’eclissi progressiva che a metà del decennio, sotto la FCA guidata da Sergio Marchionne, vide l’utilizzo del logo Lancia su modelli Chrysler rebrandizzati per terminare con un solo modello in listino, l’apprezzata citycar Ypsilon, erede della gloriosa Autobianchi Y10. Il 28 novembre 2022 sarà il D-day per Lancia, dove «D» può tranquillamente stare per «design». Una data fondamentale per il futuro del marchio di casa Stellantis. Come anticipato dal ceo Luca Napolitano, attraverso tre nuovi futuri modelli (le nuove Ypsilon e Delta che saranno poi affiancate da un’ammiraglia) passerà quello che è stato definito il «Rinascimento» di casa Lancia, con un occhio all’innovazione e il cuore alla tradizione dello spirito e delle forme che nei decenni hanno reso la casa piemontese una delle espressioni del massimo prestigio nel campo automobilistico. Al primo appuntamento tra le Aurelia, Flaminia, Beta HPE e Delta ci sarà lei, la «Fulvietta». Che quella notte di cinquant’anni fa, vestita di rosso e nero, fu portata sul trono dell’età dell’oro dei rallye da un cavaliere dalla tempra inossidabile e le mani di velluto sul volante: Sandro Munari, il Drago di Cavarzere.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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