True
2024-01-15
Freddo, non ti temo
(IStock)
Siamo in pieno inverno e anche nel pieno di un’ondata di freddo abbastanza importante, nonché nel pieno dei saldi. Avrete certamente notato, se siete entrati in qualche negozio dei marchi multinazionali più famosi, che è rarissimo, e in alcuni è impossibile, trovare anche un solo capo in 100% lana.
Mentre invece trionfano le fibre sintetiche, strapompate per il fatto che molte sono pubblicizzate come fibre sintetiche da riciclo, quindi «ecologiche». Per alcuni, il vero ecologismo sarebbe non proporre continuamente nuove produzioni poi invitando a comprare, comprare, comprare e comprare anche tramite app, email e pubblicità personalizzate su Internet h24, consumando ulteriore energia. In effetti, non si può non notare come sia contraddittorio che proprio chi titilla sul risparmio, il non spreco e il riciclo poi iperproduca merce di cui iperstimola l’acquisto attraverso canali anch’essi impattanti sul consumo elettrico.
Non a caso, questo tipo di negozi si chiama fast fashion, cioè moda veloce che tradotto vuol dire continue collezioni di abiti di qualità non eccelsa a prezzo basso. Solo che mentre una volta tutti, o quasi, usavano il concetto di fast food in chiave negativa, oggi il fast fashion non viene pressoché accusato di niente e, anzi, grazie al maglione di poliestere riciclato che per alcuni è un ulteriore abbattimento di costo produttivo spacciato per impegno etico, quindi puro greenwashing, viene anche raccontato, dall’attuale green bombing, anch’esso operato da multinazionali per le quali il green è solo un grande e cinico affare, come negozio buono. E magari l’allevatore di pecore è accusato di inquinare e sfruttare. Sapete da cosa nasce il poliestere riciclato? Anche dal riciclo delle bottiglie di plastica. Bene, benissimo, meglio riciclate che galleggianti in mare, ma resta che un maglione di poliestere è un maglione di plastica. E molti lanciano anche allarmi sull’inquinamento ambientale di microparticelle plastiche che si opera quando si lava un maglione, un cappotto, un cappello in poliestere o altre fibre sintetiche. A prescindere che sia riciclato o appena prodotto, il tessuto di poliestere presenta delle caratteristiche diverse dal tessuto elettivo per l’inverno, cioè la lana. E poi c’è l’acrilico: è la stessa cosa del poliestere? Conosciamoli meglio.
La lana è una fibra naturale la cui presenza è già testimoniata nella preistoria, si ottiene dal vello cioè dal manto peloso di alcuni animali, come gli ovini. Oppure, dalle pecore: la famosa lana merinos deriva dalla pecora omonima, selezionata in Spagna tra XV e XVIII secolo e oggi allevata in altre varie parti del mondo. Ancora, dalle capre, la lana cashemere, per esempio, si ottiene dal sottopelo di capre che vivono per lo più sugli altopiani del Kashmir, regione dell’India settentrionale, della Mongolia, del nord della Cina, dell’Iran e dell’Afghanistan.
Particolare è la capra d’Angora, da cui si ricava la lana mohair. Si ottiene poi lana dal vello di camelidi come i cammelli (asiatici e dromedari africani): in questo caso non si tosa ma si raccoglie, perché in primavera il sottopelo del cammello si stacca spontaneamente, poi i raccoglitori di pelo a seguito della carovana lo recuperano e conservano per filarlo. Spesso, si chiama cammello qualunque lana beige ma soltanto quella fatta con pelo di cammello andrebbe chiamata così. Camelidi, dicevamo, come anche lama, alpaca (Ande) e vigogna (Ande peruviane). Minoritariamente, si ottiene lana anche dal vello dello yak e dell’antilope tibetana (shahtoosh), si ottiene poi lana d’angora dal pelo di una particolare razza di coniglio europeo originario della provincia di Ankara in Turchia che in passato si chiamava Angora. Esiste anche una lana ottenuta dal prelevamento del vello dopo la macellazione dell’animale, che si chiama lana di concia. C’è anche la lana rigenerata, ottenuta dagli scarti di produzione delle precedenti.
Come dicevamo, la lana è un materiale molto antico: i reperti più remoti sono quelli relativi a quasi 2000 anni a.C., ma probabilmente la lana era già usata molto prima. Se nell’antichità più remota, però, il pelo veniva strappato a mano dal vello a ciuffi, con gli antichi Romani fanno la loro apparizione le cesoie per tosare. Il vello, infatti, si tosa, cioè se ne taglia il pelo e da questo gesto, che contribuisce al benessere dell’animale perché lo libera di un peso che altrimenti nel tempo diventerebbe eccessivo (e va svolto con rispetto e delicatezza per non ferirlo, ovviamente), parte la produzione della lana. Dopo la tosatura, due volte l’anno in autunno e inverno, si confeziona la lana in balle. Le balle arrivano poi nei lanifici dove si procede a selezionare, lavare, lubrificare (per diminuire l’elettrostaticità, comunque già bassa nella lana rispetto alle fibre sintetiche).
Poi, si fila, con filatura cardata se si tratta di fibre corte, con pettinatura se le fibre sono più lunghe. Poi si arrotola sul rocchetto e poi si tesse per ottenere il tessuto o si lavora in forma di filato.
La fibra di lana è fatta di cheratina, la stessa sostanza che si trova nei nostri capelli, peli e unghie. Anche per questo motivo il corpo umano e la sua pelle la, come dire, riconoscono, come non possono fare con le fibre sintetiche.
Pare non esistere allergia alla lana, quando si hanno reazioni epidermiche di prurito o irritazione si tratta di una questione meccanica di fibra dura oppure di allergia ad acari eventualmente contenuti nella lana. La fibra di lana ha una sezione circolare e all’esterno è ricoperta di squame. La fibra di lana resiste bene a muffe e batteri, ma oltre che dagli acari (che, va detto, possono attaccare tutti gli altri tessuti a parte quelli trattati come antiacaro), può essere attaccata dalle tarme. La lana è una fibra tessile naturale ottenuta da materia prima naturale.
Col tempo e l’industria, si sono affermate le fibre artificiali, tratte da sostanze fibrose già esistenti in natura ma elaborate in maniera chimica, come le fibre ottenute per trasformazione chimica di polimeri organici naturali (come cellulosa, cascina, proteine, alghe) quali rayon viscosa, acetato di cellulosa, cupro o algato. Le fibre artificiali sono abbastanza traspiranti e accumulano meno carica statica di quelle sintetiche.
Le fibre sintetiche sono invece ricavate da sostanze non esistenti in natura e prodotte dalla chimica per sintesi ossia polimerizzazione di monomeri organici quali poliammidi, poliesteri, poliuretani o derivati polivinilici: sono la fibra poliammidica anche detta poliammide o nylon, realizzata e brevettata dalla Du Pont nel secolo scorso, il poliestere, il terital, il pile, il polipropilene.
E l’acrilico che, in pratica, è una resina acrilica filata e poi tessuta. Le resine acriliche (poliacrilati) sono ottenute dalla polimerizzazione di monomeri acrilici, nacquero per uso principalmente edile, poi odontoiatrico e poi approdarono all’uso tessile. In genere, sono meno traspiranti delle fibre naturali e artificiali.
Come scegliere un golf o una felpa che ci tenga al caldo in modo sano
I valori che dobbiamo considerare delle fibre per operare un paragone utile a capire come ci proteggono dal freddo (e in generale) sono: il potere coibente, il potere traspirante, l’igroscopicità, l’idrofilia. Oltre che il peso e il prezzo. Il potere coibente dei materiali è legato al valore della «conducibilità termica» («lambda»); più piccolo è il valore della «lambda» maggiore sarà il potere isolante del materiale. Quindi, per isolare bene il corpo in inverno bisogna coprirlo con materiali dalla bassa conducibilità termica. Il potere traspirante del materiale dipende dalla «resistenza di diffusione al vapore» («mi»): più bassa è la resistenza di diffusione al vapore, più traspirante è il materiale.
La traspirabilità è la capacità o la possibilità per il vapore acqueo di uscire dall’interno di un tessuto. L’igroscopicità è indicata dalla ripresa di umidità, un valore che esprime l’attitudine delle fibre tessili ad assorbire e poi trattenere l’umidità esterna ambientale. Le fibre naturali sono quelle più igroscopiche, le fibre sintetiche lo sono molto meno e la corona di fibra naturale più igroscopica spetta alla lana, con un valore di ripresa di umidità di 18,25% se pettinata e 17 se cardata. Pensate che l’acrilico ha valore 2, il poliestere 1,50, il poliammide 3,50 (l’acetato 9). a lana assorbe umidità dall’esterno e la trattiene. L’idrofilia è diversa dall’igroscopia: l’igroscopia, come abbiamo visto, è la capacità di assorbire l’umidità ambientale, l’idrofilia è la capacità di assorbire acqua in forma liquida, non di vapore come è l’umidità. Un tessuto può essere molto igroscopico e poco idrofilo, il contrario dell’idrofilia è l’idrofobia e idrofobo vuol dire che repelle l’acqua. La lana è molto igroscopica e poco o zero idrofila, grazie anche alla lanolina che ne riveste le fibre rendendole appunto pressoché impermeabili. Per essere ben protetti dal freddo occorre che i materiali di cui ci vestiamo presentino alto potere coibente, ma anche alta traspirabilità. Altrimenti siamo come incellophanati, sottovuoto e la nostra pelle non può traspirare e traspirando essere calda, sì, ma anche asciutta. I tessuti altamente traspiranti sono anche antibatterici proprio perché mantengono la pelle asciutta: i batteri proliferano più rapidamente in ambiente caldo e umido causando anche cattivi odori. Il poliestere per essere traspirante deve essere lavorato in modo da presentare microfori espiranti, non lo sarebbe di suo e non lo è nemmeno lavorato all’uopo come è invece la lana. Un materiale con alto potere coibente evita la dispersione di calore della nostra temperatura corporea. E fa da barriera contro il freddo ambientale. Poi, grazie al suo alto potere traspirante migliora l’isolamento termico in quanto riduce la possibilità che si crei condensa; l’aria, infatti, in assenza di convezione è un buon isolante termico ma può perdere questa proprietà isolante in presenza di acqua.
La lana è estremamente termocoibente: le conformazione delle sue fibre fa sì che si creino delle microscopiche sacche d’aria che fungono da microcamere isolanti della nostra temperatura corporea rispetto alla temperatura esterna anche se gelida. L’isolamento termico di un tessuto è dato dalla quantità di aria che le sue fibre riescono ad intrappolare: più aria trattengono, maggiore è il potere isolante; pensate, mentre i normali tessuti sono fatti dal 75% di aria e dal 25% di fibra, un tessuto di lana ha il 90% di aria ed il 10% di fibra. La lana non è solo un materiale termocoibente, ma anche termoregolatore per la sua alta traspirabilità, ciò che la rende adatta a far traspirare il nostro eventuale sudore in inverno e soprattutto in estate, quando la dispersione di calore avviene anche per evaporazione dello stesso attraverso il sudore. Per quanto riguarda l’igroscopicità, cioè la capacità di assorbire l’umidità ambientale, la lana ne presenta un alto tasso. Può assorbire grandi quantità di umidità per poi farla evaporare, grazie alla sua alta traspirabilità, quindi gli indumenti di lana agiscono come un «muro» contro il freddo e anche contro l’umidità ambientale invernale. Prima di rilasciare una sensazione di bagnato sulla pelle, la lana può assorbire fino al 35% del suo peso. Quel suo peso, maggiore rispetto al poliestere, svolge una funzione. Mentre assorbe umidità, la lana rilascia calore, mantenendo chi la indossa più caldo e asciutto anche in condizioni ambientali di freddo e umido. Un chilogrammo di lana asciutta può rilasciare tanto calore quanto una coperta elettrica in otto ore. E infatti i «talebani» della lana parlano spesso di una sorta di sensazione di riscaldamento piacevole sulla pelle, quando indossano lana, che non sentono indossando sintetico, quando sentono, invece, come di essere chiusi in un abito che non fa respirare la pelle. Un test riportato su www.woolmark.it mostra come la lana mantenga il microclima della pelle del busto più asciutto e più caldo rispetto al poliestere. Il test è stato eseguito in condizioni di freddo e umido, durante una camminata a 5°C con l’85% di umidità relativa tra 22,1 e 22,9%, quella in poliestere tra 27,8 e 29,5%. Quanto alla temperatura, sotto la giacca di lana era tra 31,9 e 33,2 C, sotto quella di poliestere tra 29,5 e 30,7 C. Come si vede, anche il poliestere è termocoibente, grazie a un basso coefficiente di trasmissione del calore, ma lo è un po' meno della lana. Si tratta di un tessuto come abbiamo visto anch’esso traspirante se opportunamente lavorato, ma decisamente meno della lana. Come la lana è igroscopico e idrofobo. Certamente tutte queste caratteristiche dipendono anche dallo spessore, un poliestere spesso farà più di una lana molto sottile, ma le caratteristiche assolute determinano un primato della lana, anche se è più pesante ed anche se costa di più rispetto ad alcuni prodotti di poliestere.
Vi faccio un esempio. Il famoso Teddy Bear Icon Coat di Max Mara che quest’anno ha compiuto dieci anni è un cappotto realizzato in fibre di lana e alpaca o cammello su una base di seta che creano una sorta di faux fur - sembra montone - dove però la falsità della pelliccia è gagliardamente sostituita da materiali naturali come quella che rendono il cappotto, oltretutto accessoriato di fodera in seta, caldo come una pelliccia. Il costo del cappotto modello base si aggira intorno ai 2000 euro e poiché si tratta di un capospalla davvero iconico vanta infinite imitazioni, le quali sono realizzate in poliestere (anche la fodera): ciò garantisce di poter vendere il finto Teddy Bear Coat a 1 decimo, talvolta anche a 1/2 decimo del prezzo dell’originale, ma non garantisce la sensazione di avere addosso una protezione calda, performante e davvero ecologica come il cappottone imitato.
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In inverno è importante usare un abbigliamento adeguato, ma i capi in lana sono ormai una rarità. Ottenuta dal manto degli animali, esiste dalla preistoria ed è l’unica fibra naturale e anallergica.Non è sufficiente che i vestiti che portiamo ci facciano sentire tepore, è fondamentale che abbiano anche un forte potere traspirante, che gli permetta di rilasciare l’umidità. Lo speciale contiene due articoli.Siamo in pieno inverno e anche nel pieno di un’ondata di freddo abbastanza importante, nonché nel pieno dei saldi. Avrete certamente notato, se siete entrati in qualche negozio dei marchi multinazionali più famosi, che è rarissimo, e in alcuni è impossibile, trovare anche un solo capo in 100% lana. Mentre invece trionfano le fibre sintetiche, strapompate per il fatto che molte sono pubblicizzate come fibre sintetiche da riciclo, quindi «ecologiche». Per alcuni, il vero ecologismo sarebbe non proporre continuamente nuove produzioni poi invitando a comprare, comprare, comprare e comprare anche tramite app, email e pubblicità personalizzate su Internet h24, consumando ulteriore energia. In effetti, non si può non notare come sia contraddittorio che proprio chi titilla sul risparmio, il non spreco e il riciclo poi iperproduca merce di cui iperstimola l’acquisto attraverso canali anch’essi impattanti sul consumo elettrico. Non a caso, questo tipo di negozi si chiama fast fashion, cioè moda veloce che tradotto vuol dire continue collezioni di abiti di qualità non eccelsa a prezzo basso. Solo che mentre una volta tutti, o quasi, usavano il concetto di fast food in chiave negativa, oggi il fast fashion non viene pressoché accusato di niente e, anzi, grazie al maglione di poliestere riciclato che per alcuni è un ulteriore abbattimento di costo produttivo spacciato per impegno etico, quindi puro greenwashing, viene anche raccontato, dall’attuale green bombing, anch’esso operato da multinazionali per le quali il green è solo un grande e cinico affare, come negozio buono. E magari l’allevatore di pecore è accusato di inquinare e sfruttare. Sapete da cosa nasce il poliestere riciclato? Anche dal riciclo delle bottiglie di plastica. Bene, benissimo, meglio riciclate che galleggianti in mare, ma resta che un maglione di poliestere è un maglione di plastica. E molti lanciano anche allarmi sull’inquinamento ambientale di microparticelle plastiche che si opera quando si lava un maglione, un cappotto, un cappello in poliestere o altre fibre sintetiche. A prescindere che sia riciclato o appena prodotto, il tessuto di poliestere presenta delle caratteristiche diverse dal tessuto elettivo per l’inverno, cioè la lana. E poi c’è l’acrilico: è la stessa cosa del poliestere? Conosciamoli meglio.La lana è una fibra naturale la cui presenza è già testimoniata nella preistoria, si ottiene dal vello cioè dal manto peloso di alcuni animali, come gli ovini. Oppure, dalle pecore: la famosa lana merinos deriva dalla pecora omonima, selezionata in Spagna tra XV e XVIII secolo e oggi allevata in altre varie parti del mondo. Ancora, dalle capre, la lana cashemere, per esempio, si ottiene dal sottopelo di capre che vivono per lo più sugli altopiani del Kashmir, regione dell’India settentrionale, della Mongolia, del nord della Cina, dell’Iran e dell’Afghanistan. Particolare è la capra d’Angora, da cui si ricava la lana mohair. Si ottiene poi lana dal vello di camelidi come i cammelli (asiatici e dromedari africani): in questo caso non si tosa ma si raccoglie, perché in primavera il sottopelo del cammello si stacca spontaneamente, poi i raccoglitori di pelo a seguito della carovana lo recuperano e conservano per filarlo. Spesso, si chiama cammello qualunque lana beige ma soltanto quella fatta con pelo di cammello andrebbe chiamata così. Camelidi, dicevamo, come anche lama, alpaca (Ande) e vigogna (Ande peruviane). Minoritariamente, si ottiene lana anche dal vello dello yak e dell’antilope tibetana (shahtoosh), si ottiene poi lana d’angora dal pelo di una particolare razza di coniglio europeo originario della provincia di Ankara in Turchia che in passato si chiamava Angora. Esiste anche una lana ottenuta dal prelevamento del vello dopo la macellazione dell’animale, che si chiama lana di concia. C’è anche la lana rigenerata, ottenuta dagli scarti di produzione delle precedenti. Come dicevamo, la lana è un materiale molto antico: i reperti più remoti sono quelli relativi a quasi 2000 anni a.C., ma probabilmente la lana era già usata molto prima. Se nell’antichità più remota, però, il pelo veniva strappato a mano dal vello a ciuffi, con gli antichi Romani fanno la loro apparizione le cesoie per tosare. Il vello, infatti, si tosa, cioè se ne taglia il pelo e da questo gesto, che contribuisce al benessere dell’animale perché lo libera di un peso che altrimenti nel tempo diventerebbe eccessivo (e va svolto con rispetto e delicatezza per non ferirlo, ovviamente), parte la produzione della lana. Dopo la tosatura, due volte l’anno in autunno e inverno, si confeziona la lana in balle. Le balle arrivano poi nei lanifici dove si procede a selezionare, lavare, lubrificare (per diminuire l’elettrostaticità, comunque già bassa nella lana rispetto alle fibre sintetiche). Poi, si fila, con filatura cardata se si tratta di fibre corte, con pettinatura se le fibre sono più lunghe. Poi si arrotola sul rocchetto e poi si tesse per ottenere il tessuto o si lavora in forma di filato. La fibra di lana è fatta di cheratina, la stessa sostanza che si trova nei nostri capelli, peli e unghie. Anche per questo motivo il corpo umano e la sua pelle la, come dire, riconoscono, come non possono fare con le fibre sintetiche. Pare non esistere allergia alla lana, quando si hanno reazioni epidermiche di prurito o irritazione si tratta di una questione meccanica di fibra dura oppure di allergia ad acari eventualmente contenuti nella lana. La fibra di lana ha una sezione circolare e all’esterno è ricoperta di squame. La fibra di lana resiste bene a muffe e batteri, ma oltre che dagli acari (che, va detto, possono attaccare tutti gli altri tessuti a parte quelli trattati come antiacaro), può essere attaccata dalle tarme. La lana è una fibra tessile naturale ottenuta da materia prima naturale. Col tempo e l’industria, si sono affermate le fibre artificiali, tratte da sostanze fibrose già esistenti in natura ma elaborate in maniera chimica, come le fibre ottenute per trasformazione chimica di polimeri organici naturali (come cellulosa, cascina, proteine, alghe) quali rayon viscosa, acetato di cellulosa, cupro o algato. Le fibre artificiali sono abbastanza traspiranti e accumulano meno carica statica di quelle sintetiche. Le fibre sintetiche sono invece ricavate da sostanze non esistenti in natura e prodotte dalla chimica per sintesi ossia polimerizzazione di monomeri organici quali poliammidi, poliesteri, poliuretani o derivati polivinilici: sono la fibra poliammidica anche detta poliammide o nylon, realizzata e brevettata dalla Du Pont nel secolo scorso, il poliestere, il terital, il pile, il polipropilene. E l’acrilico che, in pratica, è una resina acrilica filata e poi tessuta. Le resine acriliche (poliacrilati) sono ottenute dalla polimerizzazione di monomeri acrilici, nacquero per uso principalmente edile, poi odontoiatrico e poi approdarono all’uso tessile. In genere, sono meno traspiranti delle fibre naturali e artificiali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lana-salute-scelta-moda-2666958583.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="come-scegliere-un-golf-o-una-felpa-che-ci-tenga-al-caldo-in-modo-sano" data-post-id="2666958583" data-published-at="1705329061" data-use-pagination="False"> Come scegliere un golf o una felpa che ci tenga al caldo in modo sano I valori che dobbiamo considerare delle fibre per operare un paragone utile a capire come ci proteggono dal freddo (e in generale) sono: il potere coibente, il potere traspirante, l’igroscopicità, l’idrofilia. Oltre che il peso e il prezzo. Il potere coibente dei materiali è legato al valore della «conducibilità termica» («lambda»); più piccolo è il valore della «lambda» maggiore sarà il potere isolante del materiale. Quindi, per isolare bene il corpo in inverno bisogna coprirlo con materiali dalla bassa conducibilità termica. Il potere traspirante del materiale dipende dalla «resistenza di diffusione al vapore» («mi»): più bassa è la resistenza di diffusione al vapore, più traspirante è il materiale. La traspirabilità è la capacità o la possibilità per il vapore acqueo di uscire dall’interno di un tessuto. L’igroscopicità è indicata dalla ripresa di umidità, un valore che esprime l’attitudine delle fibre tessili ad assorbire e poi trattenere l’umidità esterna ambientale. Le fibre naturali sono quelle più igroscopiche, le fibre sintetiche lo sono molto meno e la corona di fibra naturale più igroscopica spetta alla lana, con un valore di ripresa di umidità di 18,25% se pettinata e 17 se cardata. Pensate che l’acrilico ha valore 2, il poliestere 1,50, il poliammide 3,50 (l’acetato 9). a lana assorbe umidità dall’esterno e la trattiene. L’idrofilia è diversa dall’igroscopia: l’igroscopia, come abbiamo visto, è la capacità di assorbire l’umidità ambientale, l’idrofilia è la capacità di assorbire acqua in forma liquida, non di vapore come è l’umidità. Un tessuto può essere molto igroscopico e poco idrofilo, il contrario dell’idrofilia è l’idrofobia e idrofobo vuol dire che repelle l’acqua. La lana è molto igroscopica e poco o zero idrofila, grazie anche alla lanolina che ne riveste le fibre rendendole appunto pressoché impermeabili. Per essere ben protetti dal freddo occorre che i materiali di cui ci vestiamo presentino alto potere coibente, ma anche alta traspirabilità. Altrimenti siamo come incellophanati, sottovuoto e la nostra pelle non può traspirare e traspirando essere calda, sì, ma anche asciutta. I tessuti altamente traspiranti sono anche antibatterici proprio perché mantengono la pelle asciutta: i batteri proliferano più rapidamente in ambiente caldo e umido causando anche cattivi odori. Il poliestere per essere traspirante deve essere lavorato in modo da presentare microfori espiranti, non lo sarebbe di suo e non lo è nemmeno lavorato all’uopo come è invece la lana. Un materiale con alto potere coibente evita la dispersione di calore della nostra temperatura corporea. E fa da barriera contro il freddo ambientale. Poi, grazie al suo alto potere traspirante migliora l’isolamento termico in quanto riduce la possibilità che si crei condensa; l’aria, infatti, in assenza di convezione è un buon isolante termico ma può perdere questa proprietà isolante in presenza di acqua. La lana è estremamente termocoibente: le conformazione delle sue fibre fa sì che si creino delle microscopiche sacche d’aria che fungono da microcamere isolanti della nostra temperatura corporea rispetto alla temperatura esterna anche se gelida. L’isolamento termico di un tessuto è dato dalla quantità di aria che le sue fibre riescono ad intrappolare: più aria trattengono, maggiore è il potere isolante; pensate, mentre i normali tessuti sono fatti dal 75% di aria e dal 25% di fibra, un tessuto di lana ha il 90% di aria ed il 10% di fibra. La lana non è solo un materiale termocoibente, ma anche termoregolatore per la sua alta traspirabilità, ciò che la rende adatta a far traspirare il nostro eventuale sudore in inverno e soprattutto in estate, quando la dispersione di calore avviene anche per evaporazione dello stesso attraverso il sudore. Per quanto riguarda l’igroscopicità, cioè la capacità di assorbire l’umidità ambientale, la lana ne presenta un alto tasso. Può assorbire grandi quantità di umidità per poi farla evaporare, grazie alla sua alta traspirabilità, quindi gli indumenti di lana agiscono come un «muro» contro il freddo e anche contro l’umidità ambientale invernale. Prima di rilasciare una sensazione di bagnato sulla pelle, la lana può assorbire fino al 35% del suo peso. Quel suo peso, maggiore rispetto al poliestere, svolge una funzione. Mentre assorbe umidità, la lana rilascia calore, mantenendo chi la indossa più caldo e asciutto anche in condizioni ambientali di freddo e umido. Un chilogrammo di lana asciutta può rilasciare tanto calore quanto una coperta elettrica in otto ore. E infatti i «talebani» della lana parlano spesso di una sorta di sensazione di riscaldamento piacevole sulla pelle, quando indossano lana, che non sentono indossando sintetico, quando sentono, invece, come di essere chiusi in un abito che non fa respirare la pelle. Un test riportato su www.woolmark.it mostra come la lana mantenga il microclima della pelle del busto più asciutto e più caldo rispetto al poliestere. Il test è stato eseguito in condizioni di freddo e umido, durante una camminata a 5°C con l’85% di umidità relativa tra 22,1 e 22,9%, quella in poliestere tra 27,8 e 29,5%. Quanto alla temperatura, sotto la giacca di lana era tra 31,9 e 33,2 C, sotto quella di poliestere tra 29,5 e 30,7 C. Come si vede, anche il poliestere è termocoibente, grazie a un basso coefficiente di trasmissione del calore, ma lo è un po' meno della lana. Si tratta di un tessuto come abbiamo visto anch’esso traspirante se opportunamente lavorato, ma decisamente meno della lana. Come la lana è igroscopico e idrofobo. Certamente tutte queste caratteristiche dipendono anche dallo spessore, un poliestere spesso farà più di una lana molto sottile, ma le caratteristiche assolute determinano un primato della lana, anche se è più pesante ed anche se costa di più rispetto ad alcuni prodotti di poliestere. Vi faccio un esempio. Il famoso Teddy Bear Icon Coat di Max Mara che quest’anno ha compiuto dieci anni è un cappotto realizzato in fibre di lana e alpaca o cammello su una base di seta che creano una sorta di faux fur - sembra montone - dove però la falsità della pelliccia è gagliardamente sostituita da materiali naturali come quella che rendono il cappotto, oltretutto accessoriato di fodera in seta, caldo come una pelliccia. Il costo del cappotto modello base si aggira intorno ai 2000 euro e poiché si tratta di un capospalla davvero iconico vanta infinite imitazioni, le quali sono realizzate in poliestere (anche la fodera): ciò garantisce di poter vendere il finto Teddy Bear Coat a 1 decimo, talvolta anche a 1/2 decimo del prezzo dell’originale, ma non garantisce la sensazione di avere addosso una protezione calda, performante e davvero ecologica come il cappottone imitato.
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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