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2023-05-05
La Lagarde aumenta ancora i tassi e chiede di non aiutare più le famiglie
Christine Lagarde (Getty Images)
Venticinque punti base. Un rialzo atteso. Non da falco, come sarebbe invece stato una spinta di 50 punti, ma da mezza colomba. La decisione del Consiglio direttivo della Bce annunciata ieri, infatti, porta i tassi di interesse di riferimento dell’eurozona al 3,75% il valore più elevato dall’ottobre del 2007. Segue un primo aumento da 50 punti base nel luglio di un anno fa, due aumenti da 75 punti base a settembre e ottobre e 3 ulteriori incrementi (a dicembre, febbraio e marzo) da 50 punti base. Il tasso sulle operazioni marginali sale al 4%, quello sui depositi parcheggiati dalle banche commerciali presso la stessa istituzione sale al 3,25 per cento. La stretta monetaria rallenta ma per ora non si ferma. Christine Lagarde, in conferenza stampa, ha precisato che «c’erano diverse opinioni al meeting, però siamo d’accordo che non stiamo facendo una pausa sul rialzo dei tassi e che la strada da percorrere è ancora lunga. Il lavoro di equilibri ha portato a una opinione quasi unanime».
Le «future decisioni» del Consiglio direttivo, aveva del resto spiegato il comunicato ufficiale pubblicato al termine della riunione, «assicureranno che i tassi di politica monetaria saranno portati a livelli sufficientemente restrittivi per ottenere un tempestivo ritorno dell’inflazione all’obiettivo di medio termine del 2% e saranno mantenuto a quei livelli quanto sarà necessario».
Quella annunciata ieri appare dunque come una soluzione di compromesso fra le varie anime del consiglio, fra falchi e colombe, considerato che come, come ammesso da Lagarde, alcuni governatori in sede di discussione hanno spinto per un rialzo di mezzo punto percentuale. Per soddisfare i falchi, il consiglio ha peraltro annunciato che da luglio «si aspetta» che i reinvestimenti dei titoli in scadenza acquistati nel corso del quantitative easing (il programma App) siano interrotti. Fino a giugno saranno pari a 15 miliardi al mese. Viene quindi varato un quantitative tightening totale (ovvero si riduce la liquidità in circolazione con lo scopo di frenare la crescita economica) stimato in 25 miliardi al mese. Un ritmo che porterebbe quel portafoglio a quota zero in 12-15 anni.
Bisogna fare di più, ha detto la presidente della Bce senza però precisare quale sarà il tasso terminale. «Lo scopriremo quando vi arriveremo, ovvero quando rileveremo che le misure prese sino ad ora stanno avendo l'effetto desiderato sulle aspettative di inflazione». Perché «i ritardi e la forza della trasmissione all’economia reale restano incerte», ha sottolineato Lagarde assicurando che anche in futuro ogni decisione continuerà a essere presa con un approccio «meeting dopo meeting», sulla base dei dati in arrivo. Nel frattempo, i vertici di Francoforte cercano alibi o quantomeno di condividere il peso dell’ennesimo aumento dei tassi. Ieri dall’Eurotower è così arrivato un richiamo ai governi, che, «in modo concertato», devono abrogare le misure di sostegno decise per contrastare la crisi energetica, per evitare che alimentino le pressioni sull’inflazione a medio termine: un simile scenario richiederebbe poi una «risposta più forte» della politica monetaria. «Le politiche fiscali dovrebbero essere orientate a rendere la nostra economia più produttiva e a ridurre gradualmente l’elevato debito pubblico», ha aggiunto Lagarde, e anche quelle volte «a migliorare la capacità di approvvigionamento dell’area dell’euro, soprattutto nel settore energetico, possono contribuire a ridurre le pressioni sui prezzi nel medio termine». A questo proposito, «accogliamo con favore la pubblicazione delle proposte legislative della Commissione europea per la riforma del quadro di governance economica dell'Unione Europea, che dovrebbe concludersi a breve». Poi, una annotazione sulle mosse di politica monetaria negli Stati Uniti. «Non dipendiamo dalla Fed», la Bce «può proseguire nella sua stretta anche se loro fanno una pausa». Riguardo alle turbolenze bancarie, che riguardano per ora soprattutto gli Stati Uniti, Lagarde ha ribadito che il comparto europeo si è dimostrato solido e si è detta fiduciosa sulla prossima scadenza dei fondi presi in prestito dalle banche tramite le aste Tltro. «Sulle aste non c’è alcuna sorpresa. Abbiamo offerto la possibilità di anticipare i rimborsi per evitare l'effetto valanga che ci sarebbe stato a giugno con rimborsi per oltre mille miliardi. Invece con i rimborsi anticipati siamo scesi a 477 miliardi. Le banche si sono preparate per tempo per questa scadenza e c’è molta liquidità. In ogni caso non mi sorprenderebbe se alcuni strumenti esistenti come l’accoglimento in toto delle richieste di finanziamento venissero utilizzati nuovamente. Se qualcosa dovesse succedere, abbiamo dimostrato che sappiamo essere creativi». Secondo il vice presidente Luis de Guindos, «se guardiamo alle caratteristiche delle banche statunitensi andate in difficoltà, condividono alcuni fattori: sono di media grandezza, regionali, sono in qualche modo vulnerabili alle crisi. Penso che questo modello non sia comparabile con quello delle banche europee, resilienti per il livello di calpitali, liquidità, la qualità degli asset liquidi». Speriamo. Intanto, sempre ieri la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva al Brussels Economic Forum ha confermato che secondo le previsioni Fmi l’inflazione in Europa non tornerà all’obiettivo del 2% «fino al 2025» e ribadito la ripresa nel 2024 sarà «modesta». L'ultimo rapporto del Fmi di aprile non a caso si intitolava: «Una ripresa accidentata».
La prossima riunione a Francoforte è attesa per il prossimo 15 giugno. L’attesa degli analisti è per un altro rialzo di 25 punti base, rimanendo aperta la possibilità di un ulteriore rialzo della stessa entità nel meeting del 27 luglio.
Le Borse vanno giù. Oltre a Francoforte pesano le banche Usa
L’impatto sulle Borse dell’ennesimo rialzo dei tassi da parte della Bce è stato contenuto: in Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha lasciato sul terreno lo 0,61%, in linea con le altre piazze europee. Francoforte ha perso lo 0,51%, Parigi lo 0,85% mentre Londra ha ceduto l’1,1 per cento. Ad archiviare la giornata in rialzo, però, è stato lo spread tra Btp italiani ed omologhi Bund tedeschi che è salito a 192 punti, dopo aver aperto questa mattina a 187. Il rendimento dei titoli di Stato italiani resta sopra al 4% a 4,116%. L’annuncio della fine dell'Asset Purchase Program a luglio, secondo alcuni analisti, è stato un po’ più anticipato di quanto ci si aspettasse e questo potrebbe far salire ulteriormente i rendimenti dei titoli di Stato europei, soprattutto nelle aree geografiche più periferiche come l’Italia e la Grecia, dove in passato si è assistito al maggior numero di sostegni prolungati. Nel breve vi potrebbe quindi essere un temporaneo allargamento dello spread attorno ai 200-230 punti base in conseguenza anche della prospettiva di minore supporto derivante dai reinvestimenti dell’App della Bce, soprattutto ad ottobre, quando sarà raggiunto il picco 2023 mensile di scadenze di circa 53 miliardi. L’allargamento dovrebbe comunque rientrare mano a mano che si concluderanno le trattative anche sul nuovo patto di stabilità e crescita.
Nelle sale operative l’aumento di 25 punti base era lo «scenario con più elevate probabilità soprattutto dopo la pubblicazione qualche giorno fa dell’indagine sullo stato di salute del mercato del credito nell’Eurozona». I broker parlano di una soluzione di “compromesso” tra le istanze di falchi e colombe, lasciando ancora aperta la decisione sulla Tltro in scadenza a fine mese. Secondo Hsbc la Bce ha affermato che «l’inflazione dovrebbe rimanere troppo elevata per un periodo troppo lungo e non ha fornito alcuna indicazione esplicita di politica monetaria, se non quella di ribadire l’importanza di un approccio basato sui dati». Tuttavia, il fatto che la banca centrale europea abbia dichiarato che assicurerà che i «tassi di policy saranno ricondotti a livelli sufficientemente restrittivi lascia intendere che la traiettoria di rialzo dei tassi non è ancora giunta al termine. Ciò è in linea con la nostra stima secondo cui il mese prossimo ci sarà un altro rialzo dei tassi di 25 punti base, con il rischio che i rialzi proseguano fino a luglio».
Ieri, però, riflettori del mercato sono rimasti ben accesi anche su Wall Street che ha aperto in calo di tutti gli indici. E le vendite, soprattutto sul Dow Jones, sono accelerate a metà seduta. Mercoledì il presidente della Fed, Jerome Powell, ha alzato i tassi di 25 punti base lasciando la porta aperta a una pausa e assicurando che la crisi bancaria è archiviata. Ieri, però, un altro istituto è crollato in Borsa: PacWest, con sede a Beverly Hills, sta prendendo in considerazione uno spezzatino o un aumento di capitale, e il titolo ieri ha aperto a -45%, dopo aver perso fino al 58% mercoledì e il 28% martedì, quando gli investitori hanno venduto i titoli delle banche regionali in seguito all’accordo di Jp Morgan per rilevare First Republic Bank. La corsa ai depositi ha già colpito tre gruppi con sede in California e uno a New York: Silvergate Bank, Signature Bank, Silicon Valley Bank (Svb) e appunto la First Republic Bank. «La banca non ha registrato deflussi fuori dall’ordinario», ha assicurato PacWest mercoledì aggiungendo che di recente, «la banca è stata contattata da diversi potenziali partner e investitori, le discussioni sono in corso».
Nel frattempo, però, un anno di aumenti dei tassi di interesse ha abbattuto il valore delle partecipazioni obbligazionarie nel portafoglio delle banche Usa e ha portato la somma delle perdite non realizzate (teoriche, finchè i T-bond non sono venduti) degli istituti di credito a una cifra stimata, scrive l’agenzia Bloomberg, di 1,84 trilioni di dollari, con problemi correlati nel settore immobiliare. Queste pressioni al ribasso nel prezzo dei bond sono più evidenti nelle banche piccole, che hanno meno risorse per difendersi.
Gli investitori Usa stanno, infine, valutando gli ultimi dati macroeconomici e concentrano le preoccupazioni sul tetto del debito. La bilancia commerciale degli Stati Uniti ha registrato a marzo un deficit di 64,2 miliardi di dollari, rispetto al dato del mese precedente rivisto a 70,6 miliardi da 70,5 miliardi. Il disavanzo è migliore di quello previsto dagli economisti che si aspettavano un deficit pari a 70 miliardi. Ma le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione nel Paese (dato destagionalizzato) sono aumentate di 13mila unità a quota 242mila e il numero di sussidi continuativi al 22 aprile è sceso di 3.800 unità a quota 1,805 milioni.
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Il presidente della Bce ufficializza il rialzo di 0,25 punti al 3,75% e annuncia che le strette non sono finite. Poi invade il campo della politica: stop alle misure decise dai governi per contrastare la crisi energetica.Piazze europee in rosso anche per i timori che la crisi americana si aggravi. Nuovo crollo sul mercato per PacWest.Lo speciale contiene due articoli.Venticinque punti base. Un rialzo atteso. Non da falco, come sarebbe invece stato una spinta di 50 punti, ma da mezza colomba. La decisione del Consiglio direttivo della Bce annunciata ieri, infatti, porta i tassi di interesse di riferimento dell’eurozona al 3,75% il valore più elevato dall’ottobre del 2007. Segue un primo aumento da 50 punti base nel luglio di un anno fa, due aumenti da 75 punti base a settembre e ottobre e 3 ulteriori incrementi (a dicembre, febbraio e marzo) da 50 punti base. Il tasso sulle operazioni marginali sale al 4%, quello sui depositi parcheggiati dalle banche commerciali presso la stessa istituzione sale al 3,25 per cento. La stretta monetaria rallenta ma per ora non si ferma. Christine Lagarde, in conferenza stampa, ha precisato che «c’erano diverse opinioni al meeting, però siamo d’accordo che non stiamo facendo una pausa sul rialzo dei tassi e che la strada da percorrere è ancora lunga. Il lavoro di equilibri ha portato a una opinione quasi unanime». Le «future decisioni» del Consiglio direttivo, aveva del resto spiegato il comunicato ufficiale pubblicato al termine della riunione, «assicureranno che i tassi di politica monetaria saranno portati a livelli sufficientemente restrittivi per ottenere un tempestivo ritorno dell’inflazione all’obiettivo di medio termine del 2% e saranno mantenuto a quei livelli quanto sarà necessario». Quella annunciata ieri appare dunque come una soluzione di compromesso fra le varie anime del consiglio, fra falchi e colombe, considerato che come, come ammesso da Lagarde, alcuni governatori in sede di discussione hanno spinto per un rialzo di mezzo punto percentuale. Per soddisfare i falchi, il consiglio ha peraltro annunciato che da luglio «si aspetta» che i reinvestimenti dei titoli in scadenza acquistati nel corso del quantitative easing (il programma App) siano interrotti. Fino a giugno saranno pari a 15 miliardi al mese. Viene quindi varato un quantitative tightening totale (ovvero si riduce la liquidità in circolazione con lo scopo di frenare la crescita economica) stimato in 25 miliardi al mese. Un ritmo che porterebbe quel portafoglio a quota zero in 12-15 anni.Bisogna fare di più, ha detto la presidente della Bce senza però precisare quale sarà il tasso terminale. «Lo scopriremo quando vi arriveremo, ovvero quando rileveremo che le misure prese sino ad ora stanno avendo l'effetto desiderato sulle aspettative di inflazione». Perché «i ritardi e la forza della trasmissione all’economia reale restano incerte», ha sottolineato Lagarde assicurando che anche in futuro ogni decisione continuerà a essere presa con un approccio «meeting dopo meeting», sulla base dei dati in arrivo. Nel frattempo, i vertici di Francoforte cercano alibi o quantomeno di condividere il peso dell’ennesimo aumento dei tassi. Ieri dall’Eurotower è così arrivato un richiamo ai governi, che, «in modo concertato», devono abrogare le misure di sostegno decise per contrastare la crisi energetica, per evitare che alimentino le pressioni sull’inflazione a medio termine: un simile scenario richiederebbe poi una «risposta più forte» della politica monetaria. «Le politiche fiscali dovrebbero essere orientate a rendere la nostra economia più produttiva e a ridurre gradualmente l’elevato debito pubblico», ha aggiunto Lagarde, e anche quelle volte «a migliorare la capacità di approvvigionamento dell’area dell’euro, soprattutto nel settore energetico, possono contribuire a ridurre le pressioni sui prezzi nel medio termine». A questo proposito, «accogliamo con favore la pubblicazione delle proposte legislative della Commissione europea per la riforma del quadro di governance economica dell'Unione Europea, che dovrebbe concludersi a breve». Poi, una annotazione sulle mosse di politica monetaria negli Stati Uniti. «Non dipendiamo dalla Fed», la Bce «può proseguire nella sua stretta anche se loro fanno una pausa». Riguardo alle turbolenze bancarie, che riguardano per ora soprattutto gli Stati Uniti, Lagarde ha ribadito che il comparto europeo si è dimostrato solido e si è detta fiduciosa sulla prossima scadenza dei fondi presi in prestito dalle banche tramite le aste Tltro. «Sulle aste non c’è alcuna sorpresa. Abbiamo offerto la possibilità di anticipare i rimborsi per evitare l'effetto valanga che ci sarebbe stato a giugno con rimborsi per oltre mille miliardi. Invece con i rimborsi anticipati siamo scesi a 477 miliardi. Le banche si sono preparate per tempo per questa scadenza e c’è molta liquidità. In ogni caso non mi sorprenderebbe se alcuni strumenti esistenti come l’accoglimento in toto delle richieste di finanziamento venissero utilizzati nuovamente. Se qualcosa dovesse succedere, abbiamo dimostrato che sappiamo essere creativi». Secondo il vice presidente Luis de Guindos, «se guardiamo alle caratteristiche delle banche statunitensi andate in difficoltà, condividono alcuni fattori: sono di media grandezza, regionali, sono in qualche modo vulnerabili alle crisi. Penso che questo modello non sia comparabile con quello delle banche europee, resilienti per il livello di calpitali, liquidità, la qualità degli asset liquidi». Speriamo. Intanto, sempre ieri la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva al Brussels Economic Forum ha confermato che secondo le previsioni Fmi l’inflazione in Europa non tornerà all’obiettivo del 2% «fino al 2025» e ribadito la ripresa nel 2024 sarà «modesta». L'ultimo rapporto del Fmi di aprile non a caso si intitolava: «Una ripresa accidentata». La prossima riunione a Francoforte è attesa per il prossimo 15 giugno. L’attesa degli analisti è per un altro rialzo di 25 punti base, rimanendo aperta la possibilità di un ulteriore rialzo della stessa entità nel meeting del 27 luglio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lagarde-aumenta-ancora-tassi-2659954968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-borse-vanno-giu-oltre-a-francoforte-pesano-le-banche-usa" data-post-id="2659954968" data-published-at="1683255666" data-use-pagination="False"> Le Borse vanno giù. Oltre a Francoforte pesano le banche Usa L’impatto sulle Borse dell’ennesimo rialzo dei tassi da parte della Bce è stato contenuto: in Piazza Affari l’indice Ftse Mib ha lasciato sul terreno lo 0,61%, in linea con le altre piazze europee. Francoforte ha perso lo 0,51%, Parigi lo 0,85% mentre Londra ha ceduto l’1,1 per cento. Ad archiviare la giornata in rialzo, però, è stato lo spread tra Btp italiani ed omologhi Bund tedeschi che è salito a 192 punti, dopo aver aperto questa mattina a 187. Il rendimento dei titoli di Stato italiani resta sopra al 4% a 4,116%. L’annuncio della fine dell'Asset Purchase Program a luglio, secondo alcuni analisti, è stato un po’ più anticipato di quanto ci si aspettasse e questo potrebbe far salire ulteriormente i rendimenti dei titoli di Stato europei, soprattutto nelle aree geografiche più periferiche come l’Italia e la Grecia, dove in passato si è assistito al maggior numero di sostegni prolungati. Nel breve vi potrebbe quindi essere un temporaneo allargamento dello spread attorno ai 200-230 punti base in conseguenza anche della prospettiva di minore supporto derivante dai reinvestimenti dell’App della Bce, soprattutto ad ottobre, quando sarà raggiunto il picco 2023 mensile di scadenze di circa 53 miliardi. L’allargamento dovrebbe comunque rientrare mano a mano che si concluderanno le trattative anche sul nuovo patto di stabilità e crescita. Nelle sale operative l’aumento di 25 punti base era lo «scenario con più elevate probabilità soprattutto dopo la pubblicazione qualche giorno fa dell’indagine sullo stato di salute del mercato del credito nell’Eurozona». I broker parlano di una soluzione di “compromesso” tra le istanze di falchi e colombe, lasciando ancora aperta la decisione sulla Tltro in scadenza a fine mese. Secondo Hsbc la Bce ha affermato che «l’inflazione dovrebbe rimanere troppo elevata per un periodo troppo lungo e non ha fornito alcuna indicazione esplicita di politica monetaria, se non quella di ribadire l’importanza di un approccio basato sui dati». Tuttavia, il fatto che la banca centrale europea abbia dichiarato che assicurerà che i «tassi di policy saranno ricondotti a livelli sufficientemente restrittivi lascia intendere che la traiettoria di rialzo dei tassi non è ancora giunta al termine. Ciò è in linea con la nostra stima secondo cui il mese prossimo ci sarà un altro rialzo dei tassi di 25 punti base, con il rischio che i rialzi proseguano fino a luglio». Ieri, però, riflettori del mercato sono rimasti ben accesi anche su Wall Street che ha aperto in calo di tutti gli indici. E le vendite, soprattutto sul Dow Jones, sono accelerate a metà seduta. Mercoledì il presidente della Fed, Jerome Powell, ha alzato i tassi di 25 punti base lasciando la porta aperta a una pausa e assicurando che la crisi bancaria è archiviata. Ieri, però, un altro istituto è crollato in Borsa: PacWest, con sede a Beverly Hills, sta prendendo in considerazione uno spezzatino o un aumento di capitale, e il titolo ieri ha aperto a -45%, dopo aver perso fino al 58% mercoledì e il 28% martedì, quando gli investitori hanno venduto i titoli delle banche regionali in seguito all’accordo di Jp Morgan per rilevare First Republic Bank. La corsa ai depositi ha già colpito tre gruppi con sede in California e uno a New York: Silvergate Bank, Signature Bank, Silicon Valley Bank (Svb) e appunto la First Republic Bank. «La banca non ha registrato deflussi fuori dall’ordinario», ha assicurato PacWest mercoledì aggiungendo che di recente, «la banca è stata contattata da diversi potenziali partner e investitori, le discussioni sono in corso». Nel frattempo, però, un anno di aumenti dei tassi di interesse ha abbattuto il valore delle partecipazioni obbligazionarie nel portafoglio delle banche Usa e ha portato la somma delle perdite non realizzate (teoriche, finchè i T-bond non sono venduti) degli istituti di credito a una cifra stimata, scrive l’agenzia Bloomberg, di 1,84 trilioni di dollari, con problemi correlati nel settore immobiliare. Queste pressioni al ribasso nel prezzo dei bond sono più evidenti nelle banche piccole, che hanno meno risorse per difendersi. Gli investitori Usa stanno, infine, valutando gli ultimi dati macroeconomici e concentrano le preoccupazioni sul tetto del debito. La bilancia commerciale degli Stati Uniti ha registrato a marzo un deficit di 64,2 miliardi di dollari, rispetto al dato del mese precedente rivisto a 70,6 miliardi da 70,5 miliardi. Il disavanzo è migliore di quello previsto dagli economisti che si aspettavano un deficit pari a 70 miliardi. Ma le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione nel Paese (dato destagionalizzato) sono aumentate di 13mila unità a quota 242mila e il numero di sussidi continuativi al 22 aprile è sceso di 3.800 unità a quota 1,805 milioni.
John Bolton (Ansa)
Putin rifiuta l’incontro con Zelensky. La possibilità di trovare un accordo è ancora lontana?
«Penso, come hanno dichiarato molti analisti, che l’Ucraina in questo momento sia in vantaggio. Allo stesso tempo, però, tutto ciò non è sufficiente per cambiare radicalmente la natura del conflitto. Putin è stato probabilmente avvisato dai suoi militari del fatto che le forze ucraine non si sarebbero sgretolate entro l’estate come sosteneva il leader del Cremlino, anzi. Come ho detto, gli ucraini stanno combattendo molto bene e l’attacco a San Pietroburgo con l’invasione nel territorio avversario ne è la prova. Quindi, a un certo punto, Putin deve capire e ammettere che la guerra non sta andando come pensava. Sono ormai passati quattro anni ed è da due che Putin dovrebbe aver imparato il da farsi. Non è immaginabile che la sua propaganda della vittoria russa dietro l’angolo possa durare all’infinito. Non lo è, non è così. Quindi questo potrebbe far scoppiare presto un incendio a Mosca: forse Putin troverà un modo per spegnere l’incendio e trarre comunque credibilità dal conflitto per ricostruire l’economia e l’esercito. Ma questo non significa che la guerra sia finita. Il leader del Cremlino cerca di ricostruire l’impero russo. L’ha detto nel 2005. Temo ci speri ancora, e con lui molti russi. Possedere il 20% di Ucraina non è il suo obbiettivo. Lui vuole tutta l’Ucraina».
E quindi, Putin sta bluffando? O potrebbe esserci una tregua temporanea?
«La storia potrebbe ripetersi, come nel 2014 dopo l’invasione della Crimea, la guerra potrebbe durare ancora molti anni, tra alti e bassi. Può darsi possano esserci dei negoziati, ma temo che Putin non voglia ancora davvero trattare e chiudere la partita».
Anche il braccio di ferro tra Usa e Iran sembra non finire mai. L’Iran ha recentemente interrotto i negoziati con gli Usa: che interesse avrebbero gli ayatollah nel porre fine alla guerra?
«Allora, penso che al momento il regime stia guadagnando tempo. Credono che la loro determinazione sia più forte di quella di Trump. E pensano che Trump farà marcia indietro per ottenere un accordo che apra lo Stretto di Hormuz. Così il prezzo internazionale del petrolio scenderà e quindi il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti si abbasserà di conseguenza. Il tempo è dalla parte dell’Iran, anche se gli iraniani sono gravemente danneggiati dal blocco americano del loro petrolio. Credono che ci sia più pressione su Trump che su di loro. E comunque, si potrebbe arrivare a un accordo che alla fine apra lo Stretto di Hormuz. Ma anche senza sapere quali sarebbero i termini, ne beneficerà il regime in Iran più di quanto ne beneficerà Trump. E gli iraniani non si preoccupano della situazione economica del loro popolo. Si preoccupano della sopravvivenza del regime. Questo è il loro obiettivo primario».
Voglio parlare anche degli attacchi in Libano: il premier israeliano Netanyahu sta giocando la sua partita a scapito degli Usa?
«Gli iraniani credono di poter fare pressione su Trump perché faccia pressione su Netanyahu, così da fermare la guerra in Libano contro Hezbollah. Ogni giorno che gli israeliani attaccano Hezbollah e lo affondano, affondano anche l’Iran, questo è chiaro a tutti. E Trump non la vede così: sta iniziando a percepire gli israeliani come un ostacolo per raggiungere il suo accordo con l’Iran. Gli iraniani lo sanno. E quindi Teheran sta usando Trump come se fosse un proprio agente per fermare gli attacchi israeliani. Ora, non è ben chiaro cosa sia successo in Libano: Trump ha detto in un post sui social media che le forze israeliane stavano andando verso Beirut. Ma in realtà non ci sarebbero mai state forze israeliane che andavano verso Beirut. C’era stato un attacco aereo sulle postazioni di Hezbollah. Ma fino a oggi, le operazioni israeliane nel sud di Libano continuano, anche se non c’è un attacco di terra nei sobborghi di Beirut».
Ma cosa ne pensa della media di due post all’ora sui social di Trump? Un modo di fare comunicazione politica in tempo di guerra?
«Trump usa i social tutto il tempo, come tutti sanno. Non penso che sia un buon metodo per gestire gli affari internazionali. A volte stare in silenzio è la cosa migliore da fare. Ma questo è contro il Dna di Trump. Non può stopparsi, darsi un freno e provare a non parlare».
Tornando alla guerra: faccio una sintesi, mi dica se è corretta: gli Stati Uniti sono contro Teheran. Israele è contro il Libano. Troppo semplicistica?
«Penso che i due conflitti siano collegati, non importa come la si guardi. Se fossi al posto di Trump direi a Netanyahu di fare ciò che vuole con Hezbollah. E poi direi agli ayatollah che non si devono preoccupare di ridurre il proprio programma nucleare, tanto finché sarà così Netanyahu continuerà a fare ciò che vuole. Ma Trump non pensa in termini strategici. Non pensa in prospettiva, ma ragiona soltanto su ciò che sta davanti alla sua faccia. E in questo momento stiamo perdendo, anche dal punto di vista economico».
Cosa pensa l’opinione pubblica negli Stati Uniti del presidente Trump in merito alla sua condotta e alle guerre?
«Il suo consenso è in forte declino. E la preoccupazione degli americani per l’economia è aumentata, anzi aumenta giorno dopo giorno. È per questo che i repubblicani in Congresso e in vista delle elezioni sono così preoccupati: perché se il prezzo del petrolio non diminuisce, se l’effetto dei prezzi del gas sui cibi e sugli altri beni di prima necessità non migliora, allora sarà molto dura per loro vincere a novembre».
L’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino è da considerarsi un successo?
«In questo momento è chiaro che quell’incontro non ha portato a nulla. In apparenza Trump ha ottenuto una grande accoglienza, che è ciò che voleva. Ha ricevuto un benvenuto molto caloroso, così come quando era già andato nel 2017. Ma in termini di risultati tangibili, no. Il risultato più evidente finora è che Trump ha descritto la vendita di armi da 14 miliardi di dollari degli Stati Uniti a Taiwan come un’ottima moneta di scambio: e questo è stato un grande shock per le persone a Taiwan e un grande shock per molte persone del Congresso che pensano, invece, che sia importante vendere le armi a Taiwan e proteggere l’isola. Non stiamo regalando le armi, tra l’altro, ma le stiamo vendendo. Ed è importante offrire armi in modo che possano servire come deterrente contro l’aggressione cinese, è ovvio. Certo è che Trump ha ottenuto l’attenzione di tutti su Taiwan».
Ma per distogliere l’attenzione dal pantano Iran, invece, non c’è il rischio che Trump attacchi Cuba?
«Trovo ci sia molta speculazione su questo aspetto. Ma dobbiamo ammettere che esistono una serie di attacchi che sembrano essere sempre più vicini. Non penso che quello a Cuba sia probabile: il regime cubano è stato un fallimento, è vero. La pressione sull’economia per tagliare l’acquisto di petrolio è forte ma le persone dovrebbero ricordarsi che c’è una grande comunità cubana in Florida, e anche nel resto del Paese. Il governo non vuole un accordo con il regime, vuole che il regime si sottometta e basta. E alla Casa Bianca credono, avendo parlato con i giovani sull’isola che non hanno mai vissuto sotto altri governi, che i cubani siano molto insoddisfatti. Quindi vedono un’altissima opposizione al regime, un po’ come se i cubani chiedessero agli Stati Uniti di intervenire. E abbiamo il primo segretario di Stato cubano Marco Rubio, che ascolta le sue radici».
Ma ci sarebbe differenza tra un blitz a Cuba e l’attacco di gennaio in Venezuela?
«Per gli americani Cuba è ̀ diversa da tutto il resto del mondo. Ogni bambino a scuola impara che cosa c’è a pochi chilometri dalle nostre spiagge e non bisogna ricordare la guerra fredda per sapere che Cuba fa parte della storia degli Stati Uniti. Quindi ci sono molte persone con amici e parenti lì: è quasi come se fosse un Paese europeo, l’Irlanda, l’Italia o qualsiasi altra nazione che abbia discendenti negli Stati Uniti. E questa relazione rende diversa Cuba dal Venezuela, dall’Iran o da qualunque altro luogo e obiettivo militare».
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Keir Starmer (Ansa)
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.
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A rompere gli indugi è stato Banco Bpm. Era nell’aria da mesi. E ieri, all’ora di pranzo, è uscito il comunicato: l’istituto milanese chiede a Mps di andare a nozze. Nessuna Opa. Solo «concordare un’operazione di aggregazione». Operazione finalizzata alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, si legge nella nota. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei «cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture», prosegue il comunicato.
Secondo operatore nazionale per dimensioni… Bnp Paribas stima che le nozze potrebbero creare sì un terzo polo bancario, dopo Unicredit e Intesa Sanpaolo, ma appunto il secondo per asset (450 miliardi circa), con un 15% di market share nei prestiti, il 13% nei depositi e 2.900 filiali. L’istituto di Piazza Meda potrebbe contare su sinergie superiori a 1,1 miliardi lordi annui e una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore a 50 miliardi (attualmente siamo sui 28 miliardi per Siena a 20 per Bpm). L’istituto guidato da Giuseppe Castagna stima inoltre una potenziale generazione di profitto netto a regime pari a 6 miliardi, con una crescita degli utili per azione a doppia cifra.
Numeri incredibili. Ma i numeri sono paradossalmente niente in confronto al centro di potere che «passa da Siena» con questa aggregazione, come ha detto pochi giorni fa Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Montepaschi. Mps controlla oltre l’85% di Mediobanca. Mediobanca che ha in mano il 13,2% di Generali, primo azionista del Leone. Non è finita, perché il primo socio del Monte è Delfin - la holding degli eredi di Leonardo Del Vecchio - con il 17,5%, ma Delfin è pure secondo socio nel capitale del Leone di Trieste con il 10,1%. Nel caso di fusione Siena-Milano l’azionista più importante sarebbe sempre Delfin con circa l’11%. Seguito da Credit Agricole. La banca francese, storicamente presente in Italia con Cariparma, Friuladria e non solo, ha iniziato una scalata a Bpm che l’ha portata al 22,9% del capitale. La Banque Verte transalpina potrebbe inoltre essere interessata ad acquistare gli sportelli che il gruppo Bpm-Mps dovrebbe cedere per questioni di Antitrust: 130 filiali, il 4% della futura super banca, calcolano Bnp Paribas e Morgan Stanley. L’Agricole sarebbe così protagonista della finanza italiana, un gradino sotto Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che in questi giorni sta per mettere le mani sul 37,5% di Delfin, rilevando quote dai fratelli grazie a un prestito da circa 11 miliardi che vede in prima fila come finanziatori Unicredit (azionista di Generali con l’8,9% e con Delfin socia della banca di piazza Gae Aulenti con il 2,85%) e proprio Credit Agricole.
Visto il potere in ballo, a metà pomeriggio, arriva la controproposta. Da parte di chi? Secondo il Financial Times Intesa Sanpaolo sta preparando un’offerta congiunta con Bpere Unipol su Monte dei Paschi. L’istituto modenese - quinto in Italia per dimensioni con l’assicurazione guidata da Carlo Cimbri come primo azionista - acquisterebbe le attività bancarie del Monte, mentre la banca di Carlo Messina, ne acquisterebbe la recente unità Mediobanca e, di conseguenza, la quota del 13% in Generali. Da Siena non commentano. Oggi però il cda di Mps approfitterà della riunione già convocata per dare le prime risposte.
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