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2018-06-14
Lady Gaga batte la depressione con dolcezza
ANSA
Sono stati Miguel Benasayag e Gérard Schmit a spiegare, ormai parecchi anni fa, che viviamo nell'epoca delle «passioni tristi». La depressione, in particolare, è probabilmente il grande male dei nostri tempi. Se ne parla ovunque, forse persino troppo. Le librerie sono affollate da testi che insegnano ad affrontare il «cane nero» con i metodi più disparati, non sempre utili. Segno che questa «malattia del benessere» è effettivamente un'emergenza sociale.
«La depressione», scrive Dima Qato della University of Illinois in uno studio appena pubblicato sul Journal of the american medical association, «è una delle principali cause di disabilità negli Usa e i tassi di suicidio stanno aumentando di anno in anno; è necessario dunque ripensare in maniera innovativa alla depressione come problema di salute pubblica». Negli Stati Uniti, in effetti, il disastro riguarda tutti i livelli della società, dalle fasce economicamente più deboli della popolazione fino alle celebrità televisive. Il suicidio di Anthony Bourdain, chef di vaglia e scrittore di talento, ha scatenato un dibattito mediatico notevole riguardo alla depressione. Tra i vari interventi in merito vale la pena di approfondire quello di Stefani Joanne Angelina Germanotta, 32 anni, nota al grande pubblico come Lady Gaga. Assieme alla madre, Cynthia Germanotta, ha creato una fondazione chiamata Born This Way, che si occupa di aiutare i ragazzi con problemi mentali e malattie come, appunto, la depressione.
Per la sua attività benefica, Lady Gaga ha ottenuto un riconoscimento ai Global changemakers awards, e alla cerimonia di consegna ha colto l'occasione per parlare della sua esperienza. Tanto per cominciare, ha invitato chiunque soffra di patologie mentali o depressive a parlarne, «perché tenerle nascoste fa ammalare». Poi, la cantante ha letto il messaggio che le ha inviato un suo amico. «All'inizio pensavo di essere da solo e di essere una persona cattiva, ma poi sono stato in grado di essere onesto con il mio psichiatra», ha scritto il ragazzo. «L'onestà è stata accolta con sincero amore, preoccupazione e un sacco di sostegno dal mio team medico di salute mentale. Ho iniziato ad incontrare altri come me. (…) C'è tanto aiuto là fuori se hai il coraggio di essere onesto con te stesso e con gli altri su quello che stai passando».
Secondo Lady Gaga, un modo per affrontare la depressione consiste nell'utilizzare la gentilezza. «Facciamo in modo che le persone stiano insieme e abbiano conversazioni vere, oneste», ha detto. «E che soprattutto siano gentili. La gentilezza non è un ripensamento del nostro lavoro. È la forza trainante per tutto ciò che facciamo. È l'obiettivo di ogni sfida. Per me, quasi tutti i problemi a cui puoi pensare possono essere risolti con gentilezza».
Possono sembrare frasi di circostanza, dichiarazioni zuccherose buone per far commuovere i lettori dei rotocalchi. In verità, il messaggio di Lady Gaga è decisamente più serio e profondo di quanto possa sembrare a un primo sguardo. Sono anni che la cantante combatte contro l'ansia e di depressione. Ne ha parlato diffusamente, nel 2016, in un'intervista concessa alla rivista Billboard. «Ho sofferto di ansia e depressione per tutta la vita e ancora oggi ne soffro», disse. E spiegò di aver creato una fondazione proprio per aiutare gli adolescenti che sperimentano le sue stesse difficoltà: «Voglio che sappiano che quella profondità che sentono come esseri umani è normale».
In quell'intervista, la Germanotta non si fermò alla superficie, anzi toccò alcuni punti che sono centrali. «Siamo nati in questo modo», spiegò, riferendosi ai giovani fragili come lei. «E il fatto che oggi ci sentiamo meno vicini, meno collegati può essere una conseguenza dell'eccessiva individualità di questo tempo». Ecco qui il primo nodo: l'individualismo. Una delle cause principali del proliferare della depressione è l'eccessiva concentrazione sull'io. L'individuo è schiacciato da una pressione costante, quella a soddisfare i propri bisogni immediatamente. Ha scritto Claudio Risé: «Da qui ha origine la depressione occidentale, dalla riduzione della vita a immediato consumo. Che si rivela fatale perché taglia ogni legame con la trascendenza [...]. Senza trascendenza, il colloquio con l'Altro divino, tutto si riduce a consumo, e la depressione diventa la malattia fatale dell'umanità».
Come ben ha spiegato il filosofo Byung Chyul Han, l'Altro è stato espulso dalla nostra società. L'Altro divino, certo, ma anche l'Altro umano. Siamo isolati, particelle elementari. E Lady Gaga ha colto perfettamente il punto: «Le persone ormai non si guardano l'un l'altro, i ragazzi si sentono isolati», ha raccontato. E ha criticato il «predominio dei cellulari», mettendo in guardia sulla rivoluzione digitale: «Internet è una toilette. Se usato bene può diventare una fantastica risorsa». È stata la psicologa americana Jean Twenge a dimostrare la correlazione fra l'utilizzo spasmodico dei dispositivi digitali e l'aumento della depressione. Magari Lady Gaga non ha letto i suoi saggi, però ha ugualmente centrato l'obiettivo. La gentilezza a cui la cantante fa riferimento non è una generica bontà d'animo, bensì una forma di empatia. Il suo è un invito a recuperare i rapporti umani, il legame con l'Altro che questa società livellante cancella, creando ferite che nemmeno il successo mondiale può curare.
Riccardo Torrescura
Un viaggio in profondità nella mente di Robin Williams, il comico triste
«Ciascuno di noi custodisce un segreto profondo». È la voce di Robin Williams, morto suicida l'11 agosto del 2014, a riecheggiare in Come Inside My Mind, documentario che ne ripercorre vita e carriera cercando di capire cosa, quell'estate di quattro anni fa, abbia potuto provocare un gesto tanto inconsulto. «Robin Williams», dicono gli amici più stretti, gli occhi puntati alla telecamera, «era a suo agio, quando stava sul palco. Si sentiva tremendamente sicuro, là sopra. Ma, fuori, sembrava faticasse a sopravvivere». Perché, però, è frutto di pareri contrastanti.
Il documentario che, diretto da Marina Zenovich, verrà trasmesso negli Stati Uniti il 16 giugno prossimo, raccoglie le tesi più disparate. Raccoglie le testimonianze dei colleghi, di Whoopi Goldberg e Steve Martin, di David Letterman e Billy Crystal.
E raccoglie la rassegnata tristezza di Zachary Williams, secondo il quale il padre non sarebbe mai riuscito a cogliere il proprio valore. «Mio papà», racconta il ragazzo, oggi trentacinquenne, nel trailer del lungometraggio, «non si è mai reso conto, davvero, di quanto successo stesse avendo». Poi, un sorriso amaro. «Eppure», prosegue, «era la persona più di successo che io abbia mai conosciuto».
Divertente, brillante, talentuoso. Robin Williams, che l'autopsia ha detto essere affetto dalla demenza da corpi di Lewy, era parte di quella cerchia ristretta cui solo gli attori più capaci, i geni, possono aver accesso.
Il pubblico lo adorava. La critica lo portava in palmo di mano. Ma fama e amore non erano abbastanza. Williams, che nel documentario parla in prima persona, rivangando il proprio passato, un'infanzia segnata dalla paura di essere abbandonato, custodiva in sé un «segreto profondo». Una tristezza atavica, cui lo spettacolo sapeva dare tregua. «La stand up comedy, per me, è sopravvivenza: è quello che devo fare», ammette, nel trailer della pellicola, ricordando a chiunque stia di là dalla telecamera che non c'è finzione nelle proprie esibizioni. «Le mie non sono barzellette: non faccio battute. Uso, al contrario, i personaggi come un veicolo attraverso il quale esprimere me stesso», spiega Williams, che nei due minuti di filmato non riesce a liberarsi di quel suo sguardo, insieme, buono e mesto. Delle due anime che, a quattro anni dalla sua morte, ancora faticano a incontrarsi.
L'opera di Marina Zenovich, presentata in anteprima allo scorso Sundance film festival, prova a riconciliare il Robin Williams attore con il Robin Williams uomo. Ma il tentativo, seppur lodevole, non ha alcuna soluzione. Robin Williams, alla fine del documentario, delle interviste e dei filmati inediti, resta la risultante di due forze opposte, luminosa l'una, oscura l'altra.
Capirne il meccanismo, è pressoché impossibile. Perciò, allo spettatore non resta che coglierne la complessità, meravigliandosi una volta di più di fronte allo spettacolo che ha saputo produrre.
Claudia Casiraghi
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Dopo il suicidio di Anthony Bourdain, la cantante racconta la sua esperienza con il «male oscuro». E spiega: è in aumento perché siamo sempre più isolati e le tecnologie digitali peggiorano la situazione. Il rimedio? Ritrovare empatia e gentilezza.Un viaggio in profondità nella mente di Robin Williams, il comico triste. Il documentario Come inside my mind esplora il disagio esistenziale dell'attore americano.Lo speciale contiene due articoliSono stati Miguel Benasayag e Gérard Schmit a spiegare, ormai parecchi anni fa, che viviamo nell'epoca delle «passioni tristi». La depressione, in particolare, è probabilmente il grande male dei nostri tempi. Se ne parla ovunque, forse persino troppo. Le librerie sono affollate da testi che insegnano ad affrontare il «cane nero» con i metodi più disparati, non sempre utili. Segno che questa «malattia del benessere» è effettivamente un'emergenza sociale. «La depressione», scrive Dima Qato della University of Illinois in uno studio appena pubblicato sul Journal of the american medical association, «è una delle principali cause di disabilità negli Usa e i tassi di suicidio stanno aumentando di anno in anno; è necessario dunque ripensare in maniera innovativa alla depressione come problema di salute pubblica». Negli Stati Uniti, in effetti, il disastro riguarda tutti i livelli della società, dalle fasce economicamente più deboli della popolazione fino alle celebrità televisive. Il suicidio di Anthony Bourdain, chef di vaglia e scrittore di talento, ha scatenato un dibattito mediatico notevole riguardo alla depressione. Tra i vari interventi in merito vale la pena di approfondire quello di Stefani Joanne Angelina Germanotta, 32 anni, nota al grande pubblico come Lady Gaga. Assieme alla madre, Cynthia Germanotta, ha creato una fondazione chiamata Born This Way, che si occupa di aiutare i ragazzi con problemi mentali e malattie come, appunto, la depressione. Per la sua attività benefica, Lady Gaga ha ottenuto un riconoscimento ai Global changemakers awards, e alla cerimonia di consegna ha colto l'occasione per parlare della sua esperienza. Tanto per cominciare, ha invitato chiunque soffra di patologie mentali o depressive a parlarne, «perché tenerle nascoste fa ammalare». Poi, la cantante ha letto il messaggio che le ha inviato un suo amico. «All'inizio pensavo di essere da solo e di essere una persona cattiva, ma poi sono stato in grado di essere onesto con il mio psichiatra», ha scritto il ragazzo. «L'onestà è stata accolta con sincero amore, preoccupazione e un sacco di sostegno dal mio team medico di salute mentale. Ho iniziato ad incontrare altri come me. (…) C'è tanto aiuto là fuori se hai il coraggio di essere onesto con te stesso e con gli altri su quello che stai passando». Secondo Lady Gaga, un modo per affrontare la depressione consiste nell'utilizzare la gentilezza. «Facciamo in modo che le persone stiano insieme e abbiano conversazioni vere, oneste», ha detto. «E che soprattutto siano gentili. La gentilezza non è un ripensamento del nostro lavoro. È la forza trainante per tutto ciò che facciamo. È l'obiettivo di ogni sfida. Per me, quasi tutti i problemi a cui puoi pensare possono essere risolti con gentilezza».Possono sembrare frasi di circostanza, dichiarazioni zuccherose buone per far commuovere i lettori dei rotocalchi. In verità, il messaggio di Lady Gaga è decisamente più serio e profondo di quanto possa sembrare a un primo sguardo. Sono anni che la cantante combatte contro l'ansia e di depressione. Ne ha parlato diffusamente, nel 2016, in un'intervista concessa alla rivista Billboard. «Ho sofferto di ansia e depressione per tutta la vita e ancora oggi ne soffro», disse. E spiegò di aver creato una fondazione proprio per aiutare gli adolescenti che sperimentano le sue stesse difficoltà: «Voglio che sappiano che quella profondità che sentono come esseri umani è normale». In quell'intervista, la Germanotta non si fermò alla superficie, anzi toccò alcuni punti che sono centrali. «Siamo nati in questo modo», spiegò, riferendosi ai giovani fragili come lei. «E il fatto che oggi ci sentiamo meno vicini, meno collegati può essere una conseguenza dell'eccessiva individualità di questo tempo». Ecco qui il primo nodo: l'individualismo. Una delle cause principali del proliferare della depressione è l'eccessiva concentrazione sull'io. L'individuo è schiacciato da una pressione costante, quella a soddisfare i propri bisogni immediatamente. Ha scritto Claudio Risé: «Da qui ha origine la depressione occidentale, dalla riduzione della vita a immediato consumo. Che si rivela fatale perché taglia ogni legame con la trascendenza [...]. Senza trascendenza, il colloquio con l'Altro divino, tutto si riduce a consumo, e la depressione diventa la malattia fatale dell'umanità». Come ben ha spiegato il filosofo Byung Chyul Han, l'Altro è stato espulso dalla nostra società. L'Altro divino, certo, ma anche l'Altro umano. Siamo isolati, particelle elementari. E Lady Gaga ha colto perfettamente il punto: «Le persone ormai non si guardano l'un l'altro, i ragazzi si sentono isolati», ha raccontato. E ha criticato il «predominio dei cellulari», mettendo in guardia sulla rivoluzione digitale: «Internet è una toilette. Se usato bene può diventare una fantastica risorsa». È stata la psicologa americana Jean Twenge a dimostrare la correlazione fra l'utilizzo spasmodico dei dispositivi digitali e l'aumento della depressione. Magari Lady Gaga non ha letto i suoi saggi, però ha ugualmente centrato l'obiettivo. La gentilezza a cui la cantante fa riferimento non è una generica bontà d'animo, bensì una forma di empatia. Il suo è un invito a recuperare i rapporti umani, il legame con l'Altro che questa società livellante cancella, creando ferite che nemmeno il successo mondiale può curare.Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lady-gaga-batte-la-depressione-con-dolcezza-2577824510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-viaggio-in-profondita-nella-mente-di-robin-williams-il-comico-triste" data-post-id="2577824510" data-published-at="1778860742" data-use-pagination="False"> Un viaggio in profondità nella mente di Robin Williams, il comico triste «Ciascuno di noi custodisce un segreto profondo». È la voce di Robin Williams, morto suicida l'11 agosto del 2014, a riecheggiare in Come Inside My Mind, documentario che ne ripercorre vita e carriera cercando di capire cosa, quell'estate di quattro anni fa, abbia potuto provocare un gesto tanto inconsulto. «Robin Williams», dicono gli amici più stretti, gli occhi puntati alla telecamera, «era a suo agio, quando stava sul palco. Si sentiva tremendamente sicuro, là sopra. Ma, fuori, sembrava faticasse a sopravvivere». Perché, però, è frutto di pareri contrastanti. Il documentario che, diretto da Marina Zenovich, verrà trasmesso negli Stati Uniti il 16 giugno prossimo, raccoglie le tesi più disparate. Raccoglie le testimonianze dei colleghi, di Whoopi Goldberg e Steve Martin, di David Letterman e Billy Crystal. E raccoglie la rassegnata tristezza di Zachary Williams, secondo il quale il padre non sarebbe mai riuscito a cogliere il proprio valore. «Mio papà», racconta il ragazzo, oggi trentacinquenne, nel trailer del lungometraggio, «non si è mai reso conto, davvero, di quanto successo stesse avendo». Poi, un sorriso amaro. «Eppure», prosegue, «era la persona più di successo che io abbia mai conosciuto». Divertente, brillante, talentuoso. Robin Williams, che l'autopsia ha detto essere affetto dalla demenza da corpi di Lewy, era parte di quella cerchia ristretta cui solo gli attori più capaci, i geni, possono aver accesso. Il pubblico lo adorava. La critica lo portava in palmo di mano. Ma fama e amore non erano abbastanza. Williams, che nel documentario parla in prima persona, rivangando il proprio passato, un'infanzia segnata dalla paura di essere abbandonato, custodiva in sé un «segreto profondo». Una tristezza atavica, cui lo spettacolo sapeva dare tregua. «La stand up comedy, per me, è sopravvivenza: è quello che devo fare», ammette, nel trailer della pellicola, ricordando a chiunque stia di là dalla telecamera che non c'è finzione nelle proprie esibizioni. «Le mie non sono barzellette: non faccio battute. Uso, al contrario, i personaggi come un veicolo attraverso il quale esprimere me stesso», spiega Williams, che nei due minuti di filmato non riesce a liberarsi di quel suo sguardo, insieme, buono e mesto. Delle due anime che, a quattro anni dalla sua morte, ancora faticano a incontrarsi. L'opera di Marina Zenovich, presentata in anteprima allo scorso Sundance film festival, prova a riconciliare il Robin Williams attore con il Robin Williams uomo. Ma il tentativo, seppur lodevole, non ha alcuna soluzione. Robin Williams, alla fine del documentario, delle interviste e dei filmati inediti, resta la risultante di due forze opposte, luminosa l'una, oscura l'altra. Capirne il meccanismo, è pressoché impossibile. Perciò, allo spettatore non resta che coglierne la complessità, meravigliandosi una volta di più di fronte allo spettacolo che ha saputo produrre. Claudia Casiraghi
iStock
Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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