L’accordo di Malta è una figura di palta

Siccome gli sbarchi dei migranti sono in aumento (dall’inizio di maggio sono arrivate oltre 4.000 persone), al Viminale hanno rispolverato due vecchi piani di emergenza, che già nel passato non sono serviti a nulla, se non a incentivare gli arrivi. Il primo consiste nelle navi quarantena, un modo per stipare i profughi e nasconderli agli occhi delle telecamere, provvedendo lentamente poi a rilasciarli sul territorio nazionale senza che nessuno se ne accorga.

L’isolamento in alto mare, che a differenza della mancata autorizzazione all’attracco di una nave carica di extracomunitari pare non prefigurare il sequestro di persona, consente di evitare quei pericolosi assembramenti di stranieri che abbiamo visto nei giorni scorsi sulle coste di Lampedusa. Al largo si possono così trattenere anche più di 5.000 migranti alla volta senza che nessuno protesti e, soprattutto, senza che qualche rompiscatole si lamenti per i danni al turismo, la cattiva pubblicità all’estero, i pericoli di diffusione del contagio da coronavirus e così via.

Peccato solo che le navi quarantena, oltre ad avere degli alti costi (i traghetti vanno affittati e in seguito c’è lo sgradevole obbligo di dover saldare le fatture milionarie degli armatori), abbiano un curioso effetto collaterale: prima o poi gli aspiranti profughi vanno fatti sbarcare e così il problema, momentaneamente rinviato, di dover trovare un posto dove collocare i nuovi arrivati, si ripresenta.

E, parlando di sistemazione, dopo la quarantena arriviamo al secondo piano di emergenza messo in campo dal ministero dell’Interno. Anche questo a dire il vero non proprio risolutivo, ma, anzi, per definirlo nei termini giusti: fallimentare. La ministra Luciana Lamorgese ne ha parlato la scorsa settimana, quando di fronte agli ultimi sbarchi ha preso la parola per affermare ai quattro venti che «servono concreti e solidi meccanismi di solidarietà, anche d’emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019». Eh, già, come avevamo fatto a non pensarci prima. La soluzione migliore è qualche cosa di concreto come l’accordo raggiunto un paio d’anni fa a La Valletta. Peccato che il metodo sia efficace solo a parole, perché la famosa intesa nel passato ha spostato al massimo qualche decina di migranti. In effetti anche adesso il patto partorito sull’isola e richiamato dalla ministra dell’Interno non pare proprio una via risolutiva. Tra i Paesi firmatari dell’accordo, tra i quali figurano Irlanda, Francia, Germania, Portogallo, oltre naturalmente a Italia e Malta, uno solo si è fatto avanti dicendosi disposto a prendersi una decina di migranti ed è il primo. Ma se Dublino si dice disposta ad accollarsi la redistribuzione di meno di un millesimo degli extracomunitari sbarcati sulle nostre coste, tutte le altre capitali europee, quelle che secondo la ministra Lamorgese dovrebbero farsi carico di «solidi meccanismi di solidarietà» fanno orecchie da mercante. Il che naturalmente non stupisce, perché già nel 2019, dopo aver sottoscritto a La Valletta l’intesa che avrebbe dovuto consentire i ricollocamenti dei profughi in tutta Europa Francia, Germania e Portogallo se ne infischiarono, lasciando che a occuparsi del problema continuassimo ad essere noi.

Del resto, che non si debba fare affidamento sull’Europa, la solidarietà, gli accordi comunitari e tutte le altre soluzioni abitualmente prospettate lo fa capire senza margine di dubbio una dichiarazione rilasciata proprio ieri da Bruxelles dal portavoce della Ue. Le agenzie di stampa, sotto il titolo «Dossier difficile ma non ci arrendiamo», intonano il de profundis per qualsiasi possibilità di soluzione comune.

«Le discussioni sul patto per le migrazioni e l’asilo non saranno mai facili. Vista la sensibilità del tema e delle difficoltà delle questioni da risolvere è un dossier che richiede molto negoziato». Traduzione del linguaggio ampolloso di Eric Mamer, significa che l’esecutivo dell’Unione non ha fatto nessun passo avanti e nessuno è in grado di dire se mai ne farà. In poche parole, sono affari nostri, non dell’Europa e nonostante le tante rassicurazioni starà a noi trovare una soluzione al problema.

Dunque, tornando ai pannicelli caldi forniti dal Viminale, le navi quarantena sono un modo per nascondere agli occhi dei turisti e degli operatori delle località marittime il problema dei profughi e l’invocazione di un intervento dell’Europa è come auspicare che si compia un miracolo. Al momento la sola cosa concreta sono i 13.303 profughi giunti sulle nostre coste in quattro mesi e mezzo, che se confrontati con quelli dello scorso anno sono circa il triplo, mentre paragonandoli alle cifre del 2019 sono più che decuplicati. Quindi, guardando i numeri, si capisce che non servono le navi quarantena e neppure gli accordi di Malta.

Basta fare ciò che si fece nel 2018: chiudere i porti, sequestrare le navi delle Ong e mandare al diavolo giuristi e buonisti. I quali, con la politica dell’accoglienza, incentivano la delinquenza dei trafficanti di uomini.

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