
I vignaioli italiani dovrebbero ringraziare Donald Trump, è il solo che ha dato una mano alle nostre cantine che cominciano la vendemmia 2020 con un gravoso carico d'incertezze. Gli Usa hanno rinnovato i dazi contro i prodotti europei: hanno picchiato duro sui vini francesi, che hanno perso circa 800 milioni di fatturato americano, salvando i nostri. Per noi quello è il primo mercato estero: vendiamo bottiglie per quasi 1,5 miliardi su circa 6 miliari di export. Tutto il resto del mercato internazionale è crollato: la Germania vuole comprare sottocosto, in Gran Bretagna dove vanno pazzi per le nostre bollicine facciamo un meno 15% e in Cina vendite crollate del 40%, neppure 460 milioni. Fortuna che quando governava Matteo Renzi e ministro dell'agricoltura era Maurizio Martina (Pd) la Cina doveva essere il nostro bengodi.
La vendemmia 2020 sarebbe anche quasi un'ottima annata, se il meteo non si mette a fare i capricci nelle prossime tre-quattro settimane. In Franciacorta, dove già si sta raccogliendo lo Chardonnay, ci sono cali produttivi (attorno al 10%) ma le uve sono di buona qualità, in Sicilia - dove la vendemmia dei bianchi è già avanzata - la qualità è alta. Le stime dicono che faremo al massimo 45 milioni di ettolitri di vino con un calo del 5%. Fa sorridere che molti si strappino le vesti perché perderemo il primato mondiale di produzione. E meno male, visto che le cantine italiane hanno 42 milioni di ettolitri di giacenze (più 5% ed è quasi tutto vino di alta qualità invenduto causa Covid).
Il virus cinese pesa come un macigno. Pare che la Francia farà sui 46 milioni di ettolitri e la Spagna si dovrebbe avvicinare ai 43 milioni, ma sono dati che dicono quasi nulla. Tranne che guardando all'emisfero australe dove si è raccolto meno, ma di ottima qualità e ora dall'Australia al Cile dal Sudafrica alla Nuova Zelanda (hanno fatto tutti insieme 56 milioni di ettolitri, meno 15%) stanno scatenando un dumping energico sul mercato mondiale.
I problemi più gravi sono quattro: la caduta di redditività delle cantine con un mercato inchiodato e i ristoranti che non vendono e non pagano; le inefficaci misure del governo; i prezzi delle uve (ma anche del vino) in caduta e la mancanza di operai agricoli. Chi continua a raccontare la favola bella del vino italiano non dice la verità.
Oddio poi ci sono le comiche come quella del presidente degli enologi, Riccardo Cotarella, che fa il vino a chi ha un nome ma soprattutto quattrini da spendere - da Sting a Bruno Vespa passando per Massimo D'Alema - che se ne è uscito, lui che è un grande tecnico e si ritiene un ottimo comunicatore, con questa battuta: «Un consumo moderato di vino, legato al bere responsabile può contribuire a una migliore igienizzazione del cavo orale e della faringe: area, quest'ultima, dove si annidano i virus nel corso delle infezioni». Tradotto: bevi vino che il Covid si spaventa. Lo hanno spernacchiato perfino dall'Oms e di certo non è stato un buon servizio.
Ma neppure lo sono le misure prese dal ministro agricolo Teresa Bellanova. La lacrimosa sanatoria dei migranti non ha portato un operaio in più in campagna e la vendemmia rischia di saltare perché non sono arrivati gli stagionali confinati dal Covid in Romania e Bulgaria. In Toscana mancano 5.000 operai, in Veneto 4.000, tra Cuneo e Alessandria almeno 2.000 e la Coldidretti ha stimato che c'è bisogno subito di 25.000 operai agricoli per la raccolta in vigna. Chiedono i voucher per studenti, pensionati, disoccupati, ma il governo non ci sente. La Cia ha aggiunto: «Prima un operaio agricolo lo assumevamo in un'ora, con lo smartworking dell'Agenzia delle entrate per una pratica ora ci vogliono 15 giorni». L'uva rischia di marcire in pianta e così avverrà per pere e mele.
Se questo è un tasto dolente i problemi economici sono acutissimi. Le aziende che producono i vini di maggiore qualità (la produzione italiana è per circa il 70% costituita da Doc, Docg e Igt) hanno avuto dalla chiusura di ristoranti, enoteche, bar un colpo durissimo: perso circa il 40% del fatturato compensato in parte dall'aumento delle vendite on line (più 150%) e dall'incremento nella grande distribuzione che però ha interessato solo i vini di minor prezzo.
Le misure del governo non sono servite a molto. La distillazione di soccorso (per produrre anche i disinfettanti che serviranno alle scuole ammesso che riaprano) aveva un prezzo non remunerativo: meno di 28 centesimi al litro di vino ed è di fatto fallita. I sostegni per chi ha fatto diradamenti e potatura a verde (sfoltire le uve destinate a vini a denominazione) hanno una dotazione finanziaria esigua (100 milioni) e un iter burocratico così complesso che le cantine si sono trovate a iniziare la vendemmia a corto di liquidità. In questo quadro si stima una caduta del prezzo delle uve che va dal 15 al 35%. Alcune denominazioni come il Prosecco Doc hanno addirittura deciso di congelare la vendemmia 2020. Potrà essere spumantizzata solo dal primo gennaio prossimo: prima bisogna finire le scorte.
Così si va a vendemmiare - dicono le previsioni - un'annata buona, ottima per alcuni territori (Langa e Monferrato, Toscana , Umbria e Marche, Sicilia), contrastata in Veneto, discreta in Lombardia, scarsa eppure di alta qualità in Friuli, ma che forse non basta a consolidare il primo comparto per fatturato (15 miliardi) occupati (1,2 milioni) ed export (6 miliardi) della nostra agricoltura. All'insaputa del ministro Teresa Bellanova che abbraccia i non braccianti e piange come una vite tagliata.











