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2021-02-12
La Uefa smonta la balla dell’arbitro razzista
Sebastian Coltescu (Alex Nicodim/Anadolu Agency via Getty Images)
Diciamocela tutta: quando si esagera con la foga ideologica prescrittiva, il rischio di vedere le cose per come si vorrebbe fossero, anziché per come effettivamente sono, è dietro l'angolo. Lo sport non fa eccezione. Ecco allora che, dopo un procedimento aperto dall'Uefa sulla partita di Champions League tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir, interrotta per un presunto epiteto razzista del quarto uomo Sebastian Coltescu ai danni del vice allenatore della squadra turca, il camerunense Webo, arriva il responso dell'ispettore incaricato. Coltescu non disse nulla di sanzionabile. Niente razzismo. L'episodio, avvenuto l'8 dicembre scorso, destò scalpore. Dopo un quarto d'ora di gioco, a causa di alcune azioni dubbie nell'area di rigore avversaria, la panchina del Basaksehir iniziò a protestare nei confronti dell'arbitro. Il direttore di gara, per capire chi fosse l'artefice delle maggiori proteste, chiese conforto al suo collaboratore, il romeno Coltescu, che non ebbe dubbi nell'indicare il responsabile: «Quello nero», disse, con puro intento partitivo, non ricordandone il cognome, mentre nello stadio vuoto risuonava ogni sillaba alle orecchie dei presenti. Il problema alla base dell'incidente diplomatico conseguente è che «nero» in romeno si dice «negru», vocabolo però privo dell'incombenza discriminatoria assunta in altri idiomi. La reazione di alcuni giocatori, primo tra tutti il senegalese del Basaksehir Demba Ba, fu fragorosa, culminata con il ritiro della compagine dal campo e la sospensione della gara, recuperata il giorno dopo. I social e la stampa si affrettarono a crocifiggere Coltescu. Oggi però arriva la riabilitazione: non constat de contumelia, se si volesse parafrasare in maniera maccheronica il Sant'Uffizio. Nessuna offesa a sfondo etnico. Recita il rapporto dell'ispettore Uefa: «Dalle prove video e audio disponibili, è stato stabilito che Coltescu e Sovre (il guardalinee, ndr) hanno usato le espressioni in lingua romena semplicemente per identificare il secondo allenatore del Basaksehir, Webo. Secondo il rapporto linguistico, l'espressione romena «quello nero» non ha connotazioni discriminatorie o negative. Inoltre, la parola «nero» è utilizzata dalle organizzazioni antirazziste e dai loro milioni di seguaci proprio per combattere la discriminazione. L'ispettore designato per l'etica e la disciplina ritiene che l'indagine su un possibile comportamento razzista sia terminata senza la necessità di un'azione disciplinare». Coltescu è sollevato: «Ringrazio coloro che hanno presentato la notizia dal primo momento nel modo giusto». Tutto a posto, dunque? In quel caso sì, ma l'episodio è stato seguito da altri analoghi.
Ha tenuto banco per una settimana la scaramuccia tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku durante i quarti di finale di Coppa Italia tra Milan e Inter. Anche lì, nessun episodio di razzismo, solo ruggini tra i due attaccanti esplose in una circostanza precisa. I microfoni piazzati ovunque e lo stadio deserto hanno contribuito a mettere in piazza uno scambio di battute che in circostanze diverse, con il pubblico, non sarebbe stato amplificato. E però per giorni c'è chi ha stigmatizzato il botta e risposta: Ibrahimovic che indaga ironicamente sulle pratiche rituali della famiglia Lukaku dandogli del «somaro» (nello slang inglese, si definisce così un calciatore forte fisicamente, ma scarso con i piedi), Lukaku che reagisce minacciando proiettili e insidie poco galanti alla consorte del campione svedese. Momenti triviali, non certo razzisti, che però hanno attirato addirittura l'attenzione del Codacons soltanto ai danni di Ibra, chiedendo la cancellazione della sua presenza come ospite a Sanremo. Forse non ricordando che le regole d'ingaggio degli sport agonistici contemplano, da sempre, una certa qual tensione testosteronica che nel campo nasce e si esaurisce. Senza essa, probabilmente l'Italia non avrebbe vinto i Mondiali del 2006. Nella circostanza, durante la partita, l'osannato Marco Materazzi fece saltare i nervi a Zinedine Zidane con insinuazioni poco lusinghiere nei confronti del mestiere della sorella, e il francese reagì piazzandogli una testata in pieno petto che gli costò l'espulsione. Non scordando la zuffa tra Antonio Conte, oggi allenatore dell'Inter, e il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, durante la semifinale di Coppa Italia di martedì scorso. L'addio sbattendo la porta di Conte agli juventini nel 2014 e il suo accasarsi sulla panchina dell'Inter l'anno scorso, hanno contribuito ad alimentare un forte malumore tra i due. Il dito medio di Conte rivolto alla dirigenza bianconera e gli insulti di Agnelli ai suoi danni, hanno certificato una rottura umana pressoché definitiva. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento.
Ma al netto di situazioni volgarotte, il calcio si costituisce ancora oggi come il terreno delle appartenenze e delle diversità, che generano emozione, ricchezza culturale, talvolta sfottò. Bene fa chi, sui social e nelle sedi istituzionali, distingue tra la giusta necessità di drenarlo da ogni forma di vera discriminazione etnica, e quella di proteggerlo dagli apologeti della cancellazione linguistica e dell'appiattimento globale. Quelli che prescriverebbero non solo come dire e rinominare le cose, ma anche ciò che non si può più dire e talvolta nemmeno pensare, pena l'interdizione da ogni considerazione pubblica.
Dazn resta la favorita per i diritti tv ma il voto slitta di una settimana
Armistizio durante l'assemblea della Lega Serie A. Non c'è ancora l'accordo definitivo sull'assegnazione dei diritti televisivi per il triennio 2021-2024. Secondo fonti Ansa, uno dei motivi dello slittamento è stato il duro confronto avvenuto tra il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, e Stefano Campoccia, avvocato e vicepresidente dell'Udinese. Il tema che ha scaldato gli animi riguardava le offerte dei fondi di private equity per la media company della Lega, altro argomento assai caldo, tuttavia non inserito nell'ordine del giorno, focalizzato sui diritti tv. I presidenti delle squadre si rivedranno settimana prossima per una consultazione definitiva. Recita il comunicato ufficiale: «L'assemblea della Lega Serie A, riunitasi oggi pomeriggio (ieri, ndr) presso un Hotel in centro a Milano nel rispetto delle norme anti Covid-19, si è svolta con la partecipazione di tutte le società. Nel corso della riunione, Dazn e Sky hanno avuto la possibilità di illustrare ai club la propria offerta sui diritti televisivi per il territorio italiano, dettagliando le rispettive visioni strategiche per il prossimo triennio. Al termine delle presentazioni i club, per approfondire tutti gli aspetti legati alle proposte ricevute dagli operatori della comunicazione, hanno deliberato di aggiornarsi in una nuova assemblea per la prossima settimana». Durante la riunione pare che Milan, Lazio, Inter, Udinese, Napoli, Juve, Fiorentina, Atalanta e Cagliari fossero le più determinate a votare. Dazn avrebbe trionfato, tra le squadre più blasonate soltanto la Roma si sarebbe sfilata dalla convergenza nei confronti dell'emittente streaming. In verità un rinvio era già da molti considerato come l'ipotesi più plausibile. Soprattutto in virtù della rivoluzione copernicana che sta per presentarsi. Il cambio di operatore avverrebbe dopo oltre un decennio di collaborazione tra Serie A e Sky. Ma l'offerta del colosso della tv satellitare con sede a Rogoredo, periferia di Milano, nella fase di trattative tra club e tv, è stata superata da quella di Dazn: 700 milioni di euro offerti da Sky, 840 dai rivali. Nessuna possibilità per ora è riservata ad Amazon, interessata a un numero di partite troppo ridotto. Se si confermassero questi numeri, la spartizione della torta seguirebbe dinamiche analoghe a quelle dell'ultimo triennio, ma a parti invertite: a Dazn spetterebbero 7 partite su 10, a Sky le restanti. Resterebbero vive le incognite tecnologiche riguardo la trasmissione della maggioranza delle sfide su un canale che viaggia esclusivamente sul Internet, senza alcun coinvolgimento del satellite. Dal canto suo, Dazn confida in un potenziamento prossimo venturo della rete a banda larga sul territorio nazionale. C'è chi osserva pure come l'offerta più cospicua - gli 840 milioni di Dazn - sia bassa rispetto alle aspettative della Lega, che aveva inizialmente sperato di superare il miliardo. Tuttavia, aggiungendo i 70 milioni offerti da Sky per le tre gare in condivisione, oltre ai bonus, si raggiungerebbe una cifra complessiva vicina ai 973 milioni del triennio precedente.
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Psg-Basaksehir di Champions fu sospesa e rigiocata poiché il quarto uomo romeno indicò con «negru» un tesserato dei turchi. Ci fu uno tsunami d'indignazione, ma l'inchiesta disciplinare scopre l'acqua calda: in Romania significa «nero», nessuna offesa.Fra le big solo la Roma vuole Sky. Lite in assemblea fra Enrico Preziosi e il vice dell'Udinese.Lo speciale contiene due articoli. Diciamocela tutta: quando si esagera con la foga ideologica prescrittiva, il rischio di vedere le cose per come si vorrebbe fossero, anziché per come effettivamente sono, è dietro l'angolo. Lo sport non fa eccezione. Ecco allora che, dopo un procedimento aperto dall'Uefa sulla partita di Champions League tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir, interrotta per un presunto epiteto razzista del quarto uomo Sebastian Coltescu ai danni del vice allenatore della squadra turca, il camerunense Webo, arriva il responso dell'ispettore incaricato. Coltescu non disse nulla di sanzionabile. Niente razzismo. L'episodio, avvenuto l'8 dicembre scorso, destò scalpore. Dopo un quarto d'ora di gioco, a causa di alcune azioni dubbie nell'area di rigore avversaria, la panchina del Basaksehir iniziò a protestare nei confronti dell'arbitro. Il direttore di gara, per capire chi fosse l'artefice delle maggiori proteste, chiese conforto al suo collaboratore, il romeno Coltescu, che non ebbe dubbi nell'indicare il responsabile: «Quello nero», disse, con puro intento partitivo, non ricordandone il cognome, mentre nello stadio vuoto risuonava ogni sillaba alle orecchie dei presenti. Il problema alla base dell'incidente diplomatico conseguente è che «nero» in romeno si dice «negru», vocabolo però privo dell'incombenza discriminatoria assunta in altri idiomi. La reazione di alcuni giocatori, primo tra tutti il senegalese del Basaksehir Demba Ba, fu fragorosa, culminata con il ritiro della compagine dal campo e la sospensione della gara, recuperata il giorno dopo. I social e la stampa si affrettarono a crocifiggere Coltescu. Oggi però arriva la riabilitazione: non constat de contumelia, se si volesse parafrasare in maniera maccheronica il Sant'Uffizio. Nessuna offesa a sfondo etnico. Recita il rapporto dell'ispettore Uefa: «Dalle prove video e audio disponibili, è stato stabilito che Coltescu e Sovre (il guardalinee, ndr) hanno usato le espressioni in lingua romena semplicemente per identificare il secondo allenatore del Basaksehir, Webo. Secondo il rapporto linguistico, l'espressione romena «quello nero» non ha connotazioni discriminatorie o negative. Inoltre, la parola «nero» è utilizzata dalle organizzazioni antirazziste e dai loro milioni di seguaci proprio per combattere la discriminazione. L'ispettore designato per l'etica e la disciplina ritiene che l'indagine su un possibile comportamento razzista sia terminata senza la necessità di un'azione disciplinare». Coltescu è sollevato: «Ringrazio coloro che hanno presentato la notizia dal primo momento nel modo giusto». Tutto a posto, dunque? In quel caso sì, ma l'episodio è stato seguito da altri analoghi. Ha tenuto banco per una settimana la scaramuccia tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku durante i quarti di finale di Coppa Italia tra Milan e Inter. Anche lì, nessun episodio di razzismo, solo ruggini tra i due attaccanti esplose in una circostanza precisa. I microfoni piazzati ovunque e lo stadio deserto hanno contribuito a mettere in piazza uno scambio di battute che in circostanze diverse, con il pubblico, non sarebbe stato amplificato. E però per giorni c'è chi ha stigmatizzato il botta e risposta: Ibrahimovic che indaga ironicamente sulle pratiche rituali della famiglia Lukaku dandogli del «somaro» (nello slang inglese, si definisce così un calciatore forte fisicamente, ma scarso con i piedi), Lukaku che reagisce minacciando proiettili e insidie poco galanti alla consorte del campione svedese. Momenti triviali, non certo razzisti, che però hanno attirato addirittura l'attenzione del Codacons soltanto ai danni di Ibra, chiedendo la cancellazione della sua presenza come ospite a Sanremo. Forse non ricordando che le regole d'ingaggio degli sport agonistici contemplano, da sempre, una certa qual tensione testosteronica che nel campo nasce e si esaurisce. Senza essa, probabilmente l'Italia non avrebbe vinto i Mondiali del 2006. Nella circostanza, durante la partita, l'osannato Marco Materazzi fece saltare i nervi a Zinedine Zidane con insinuazioni poco lusinghiere nei confronti del mestiere della sorella, e il francese reagì piazzandogli una testata in pieno petto che gli costò l'espulsione. Non scordando la zuffa tra Antonio Conte, oggi allenatore dell'Inter, e il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, durante la semifinale di Coppa Italia di martedì scorso. L'addio sbattendo la porta di Conte agli juventini nel 2014 e il suo accasarsi sulla panchina dell'Inter l'anno scorso, hanno contribuito ad alimentare un forte malumore tra i due. Il dito medio di Conte rivolto alla dirigenza bianconera e gli insulti di Agnelli ai suoi danni, hanno certificato una rottura umana pressoché definitiva. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento. Ma al netto di situazioni volgarotte, il calcio si costituisce ancora oggi come il terreno delle appartenenze e delle diversità, che generano emozione, ricchezza culturale, talvolta sfottò. Bene fa chi, sui social e nelle sedi istituzionali, distingue tra la giusta necessità di drenarlo da ogni forma di vera discriminazione etnica, e quella di proteggerlo dagli apologeti della cancellazione linguistica e dell'appiattimento globale. Quelli che prescriverebbero non solo come dire e rinominare le cose, ma anche ciò che non si può più dire e talvolta nemmeno pensare, pena l'interdizione da ogni considerazione pubblica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-uefa-smonta-la-balla-dellarbitro-razzista-2650500322.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazn-resta-la-favorita-per-i-diritti-tv-ma-il-voto-slitta-di-una-settimana" data-post-id="2650500322" data-published-at="1613073635" data-use-pagination="False"> Dazn resta la favorita per i diritti tv ma il voto slitta di una settimana Armistizio durante l'assemblea della Lega Serie A. Non c'è ancora l'accordo definitivo sull'assegnazione dei diritti televisivi per il triennio 2021-2024. Secondo fonti Ansa, uno dei motivi dello slittamento è stato il duro confronto avvenuto tra il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, e Stefano Campoccia, avvocato e vicepresidente dell'Udinese. Il tema che ha scaldato gli animi riguardava le offerte dei fondi di private equity per la media company della Lega, altro argomento assai caldo, tuttavia non inserito nell'ordine del giorno, focalizzato sui diritti tv. I presidenti delle squadre si rivedranno settimana prossima per una consultazione definitiva. Recita il comunicato ufficiale: «L'assemblea della Lega Serie A, riunitasi oggi pomeriggio (ieri, ndr) presso un Hotel in centro a Milano nel rispetto delle norme anti Covid-19, si è svolta con la partecipazione di tutte le società. Nel corso della riunione, Dazn e Sky hanno avuto la possibilità di illustrare ai club la propria offerta sui diritti televisivi per il territorio italiano, dettagliando le rispettive visioni strategiche per il prossimo triennio. Al termine delle presentazioni i club, per approfondire tutti gli aspetti legati alle proposte ricevute dagli operatori della comunicazione, hanno deliberato di aggiornarsi in una nuova assemblea per la prossima settimana». Durante la riunione pare che Milan, Lazio, Inter, Udinese, Napoli, Juve, Fiorentina, Atalanta e Cagliari fossero le più determinate a votare. Dazn avrebbe trionfato, tra le squadre più blasonate soltanto la Roma si sarebbe sfilata dalla convergenza nei confronti dell'emittente streaming. In verità un rinvio era già da molti considerato come l'ipotesi più plausibile. Soprattutto in virtù della rivoluzione copernicana che sta per presentarsi. Il cambio di operatore avverrebbe dopo oltre un decennio di collaborazione tra Serie A e Sky. Ma l'offerta del colosso della tv satellitare con sede a Rogoredo, periferia di Milano, nella fase di trattative tra club e tv, è stata superata da quella di Dazn: 700 milioni di euro offerti da Sky, 840 dai rivali. Nessuna possibilità per ora è riservata ad Amazon, interessata a un numero di partite troppo ridotto. Se si confermassero questi numeri, la spartizione della torta seguirebbe dinamiche analoghe a quelle dell'ultimo triennio, ma a parti invertite: a Dazn spetterebbero 7 partite su 10, a Sky le restanti. Resterebbero vive le incognite tecnologiche riguardo la trasmissione della maggioranza delle sfide su un canale che viaggia esclusivamente sul Internet, senza alcun coinvolgimento del satellite. Dal canto suo, Dazn confida in un potenziamento prossimo venturo della rete a banda larga sul territorio nazionale. C'è chi osserva pure come l'offerta più cospicua - gli 840 milioni di Dazn - sia bassa rispetto alle aspettative della Lega, che aveva inizialmente sperato di superare il miliardo. Tuttavia, aggiungendo i 70 milioni offerti da Sky per le tre gare in condivisione, oltre ai bonus, si raggiungerebbe una cifra complessiva vicina ai 973 milioni del triennio precedente.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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