True
2021-02-12
La Uefa smonta la balla dell’arbitro razzista
Sebastian Coltescu (Alex Nicodim/Anadolu Agency via Getty Images)
Diciamocela tutta: quando si esagera con la foga ideologica prescrittiva, il rischio di vedere le cose per come si vorrebbe fossero, anziché per come effettivamente sono, è dietro l'angolo. Lo sport non fa eccezione. Ecco allora che, dopo un procedimento aperto dall'Uefa sulla partita di Champions League tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir, interrotta per un presunto epiteto razzista del quarto uomo Sebastian Coltescu ai danni del vice allenatore della squadra turca, il camerunense Webo, arriva il responso dell'ispettore incaricato. Coltescu non disse nulla di sanzionabile. Niente razzismo. L'episodio, avvenuto l'8 dicembre scorso, destò scalpore. Dopo un quarto d'ora di gioco, a causa di alcune azioni dubbie nell'area di rigore avversaria, la panchina del Basaksehir iniziò a protestare nei confronti dell'arbitro. Il direttore di gara, per capire chi fosse l'artefice delle maggiori proteste, chiese conforto al suo collaboratore, il romeno Coltescu, che non ebbe dubbi nell'indicare il responsabile: «Quello nero», disse, con puro intento partitivo, non ricordandone il cognome, mentre nello stadio vuoto risuonava ogni sillaba alle orecchie dei presenti. Il problema alla base dell'incidente diplomatico conseguente è che «nero» in romeno si dice «negru», vocabolo però privo dell'incombenza discriminatoria assunta in altri idiomi. La reazione di alcuni giocatori, primo tra tutti il senegalese del Basaksehir Demba Ba, fu fragorosa, culminata con il ritiro della compagine dal campo e la sospensione della gara, recuperata il giorno dopo. I social e la stampa si affrettarono a crocifiggere Coltescu. Oggi però arriva la riabilitazione: non constat de contumelia, se si volesse parafrasare in maniera maccheronica il Sant'Uffizio. Nessuna offesa a sfondo etnico. Recita il rapporto dell'ispettore Uefa: «Dalle prove video e audio disponibili, è stato stabilito che Coltescu e Sovre (il guardalinee, ndr) hanno usato le espressioni in lingua romena semplicemente per identificare il secondo allenatore del Basaksehir, Webo. Secondo il rapporto linguistico, l'espressione romena «quello nero» non ha connotazioni discriminatorie o negative. Inoltre, la parola «nero» è utilizzata dalle organizzazioni antirazziste e dai loro milioni di seguaci proprio per combattere la discriminazione. L'ispettore designato per l'etica e la disciplina ritiene che l'indagine su un possibile comportamento razzista sia terminata senza la necessità di un'azione disciplinare». Coltescu è sollevato: «Ringrazio coloro che hanno presentato la notizia dal primo momento nel modo giusto». Tutto a posto, dunque? In quel caso sì, ma l'episodio è stato seguito da altri analoghi.
Ha tenuto banco per una settimana la scaramuccia tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku durante i quarti di finale di Coppa Italia tra Milan e Inter. Anche lì, nessun episodio di razzismo, solo ruggini tra i due attaccanti esplose in una circostanza precisa. I microfoni piazzati ovunque e lo stadio deserto hanno contribuito a mettere in piazza uno scambio di battute che in circostanze diverse, con il pubblico, non sarebbe stato amplificato. E però per giorni c'è chi ha stigmatizzato il botta e risposta: Ibrahimovic che indaga ironicamente sulle pratiche rituali della famiglia Lukaku dandogli del «somaro» (nello slang inglese, si definisce così un calciatore forte fisicamente, ma scarso con i piedi), Lukaku che reagisce minacciando proiettili e insidie poco galanti alla consorte del campione svedese. Momenti triviali, non certo razzisti, che però hanno attirato addirittura l'attenzione del Codacons soltanto ai danni di Ibra, chiedendo la cancellazione della sua presenza come ospite a Sanremo. Forse non ricordando che le regole d'ingaggio degli sport agonistici contemplano, da sempre, una certa qual tensione testosteronica che nel campo nasce e si esaurisce. Senza essa, probabilmente l'Italia non avrebbe vinto i Mondiali del 2006. Nella circostanza, durante la partita, l'osannato Marco Materazzi fece saltare i nervi a Zinedine Zidane con insinuazioni poco lusinghiere nei confronti del mestiere della sorella, e il francese reagì piazzandogli una testata in pieno petto che gli costò l'espulsione. Non scordando la zuffa tra Antonio Conte, oggi allenatore dell'Inter, e il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, durante la semifinale di Coppa Italia di martedì scorso. L'addio sbattendo la porta di Conte agli juventini nel 2014 e il suo accasarsi sulla panchina dell'Inter l'anno scorso, hanno contribuito ad alimentare un forte malumore tra i due. Il dito medio di Conte rivolto alla dirigenza bianconera e gli insulti di Agnelli ai suoi danni, hanno certificato una rottura umana pressoché definitiva. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento.
Ma al netto di situazioni volgarotte, il calcio si costituisce ancora oggi come il terreno delle appartenenze e delle diversità, che generano emozione, ricchezza culturale, talvolta sfottò. Bene fa chi, sui social e nelle sedi istituzionali, distingue tra la giusta necessità di drenarlo da ogni forma di vera discriminazione etnica, e quella di proteggerlo dagli apologeti della cancellazione linguistica e dell'appiattimento globale. Quelli che prescriverebbero non solo come dire e rinominare le cose, ma anche ciò che non si può più dire e talvolta nemmeno pensare, pena l'interdizione da ogni considerazione pubblica.
Dazn resta la favorita per i diritti tv ma il voto slitta di una settimana
Armistizio durante l'assemblea della Lega Serie A. Non c'è ancora l'accordo definitivo sull'assegnazione dei diritti televisivi per il triennio 2021-2024. Secondo fonti Ansa, uno dei motivi dello slittamento è stato il duro confronto avvenuto tra il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, e Stefano Campoccia, avvocato e vicepresidente dell'Udinese. Il tema che ha scaldato gli animi riguardava le offerte dei fondi di private equity per la media company della Lega, altro argomento assai caldo, tuttavia non inserito nell'ordine del giorno, focalizzato sui diritti tv. I presidenti delle squadre si rivedranno settimana prossima per una consultazione definitiva. Recita il comunicato ufficiale: «L'assemblea della Lega Serie A, riunitasi oggi pomeriggio (ieri, ndr) presso un Hotel in centro a Milano nel rispetto delle norme anti Covid-19, si è svolta con la partecipazione di tutte le società. Nel corso della riunione, Dazn e Sky hanno avuto la possibilità di illustrare ai club la propria offerta sui diritti televisivi per il territorio italiano, dettagliando le rispettive visioni strategiche per il prossimo triennio. Al termine delle presentazioni i club, per approfondire tutti gli aspetti legati alle proposte ricevute dagli operatori della comunicazione, hanno deliberato di aggiornarsi in una nuova assemblea per la prossima settimana». Durante la riunione pare che Milan, Lazio, Inter, Udinese, Napoli, Juve, Fiorentina, Atalanta e Cagliari fossero le più determinate a votare. Dazn avrebbe trionfato, tra le squadre più blasonate soltanto la Roma si sarebbe sfilata dalla convergenza nei confronti dell'emittente streaming. In verità un rinvio era già da molti considerato come l'ipotesi più plausibile. Soprattutto in virtù della rivoluzione copernicana che sta per presentarsi. Il cambio di operatore avverrebbe dopo oltre un decennio di collaborazione tra Serie A e Sky. Ma l'offerta del colosso della tv satellitare con sede a Rogoredo, periferia di Milano, nella fase di trattative tra club e tv, è stata superata da quella di Dazn: 700 milioni di euro offerti da Sky, 840 dai rivali. Nessuna possibilità per ora è riservata ad Amazon, interessata a un numero di partite troppo ridotto. Se si confermassero questi numeri, la spartizione della torta seguirebbe dinamiche analoghe a quelle dell'ultimo triennio, ma a parti invertite: a Dazn spetterebbero 7 partite su 10, a Sky le restanti. Resterebbero vive le incognite tecnologiche riguardo la trasmissione della maggioranza delle sfide su un canale che viaggia esclusivamente sul Internet, senza alcun coinvolgimento del satellite. Dal canto suo, Dazn confida in un potenziamento prossimo venturo della rete a banda larga sul territorio nazionale. C'è chi osserva pure come l'offerta più cospicua - gli 840 milioni di Dazn - sia bassa rispetto alle aspettative della Lega, che aveva inizialmente sperato di superare il miliardo. Tuttavia, aggiungendo i 70 milioni offerti da Sky per le tre gare in condivisione, oltre ai bonus, si raggiungerebbe una cifra complessiva vicina ai 973 milioni del triennio precedente.
Continua a leggereRiduci
Psg-Basaksehir di Champions fu sospesa e rigiocata poiché il quarto uomo romeno indicò con «negru» un tesserato dei turchi. Ci fu uno tsunami d'indignazione, ma l'inchiesta disciplinare scopre l'acqua calda: in Romania significa «nero», nessuna offesa.Fra le big solo la Roma vuole Sky. Lite in assemblea fra Enrico Preziosi e il vice dell'Udinese.Lo speciale contiene due articoli. Diciamocela tutta: quando si esagera con la foga ideologica prescrittiva, il rischio di vedere le cose per come si vorrebbe fossero, anziché per come effettivamente sono, è dietro l'angolo. Lo sport non fa eccezione. Ecco allora che, dopo un procedimento aperto dall'Uefa sulla partita di Champions League tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir, interrotta per un presunto epiteto razzista del quarto uomo Sebastian Coltescu ai danni del vice allenatore della squadra turca, il camerunense Webo, arriva il responso dell'ispettore incaricato. Coltescu non disse nulla di sanzionabile. Niente razzismo. L'episodio, avvenuto l'8 dicembre scorso, destò scalpore. Dopo un quarto d'ora di gioco, a causa di alcune azioni dubbie nell'area di rigore avversaria, la panchina del Basaksehir iniziò a protestare nei confronti dell'arbitro. Il direttore di gara, per capire chi fosse l'artefice delle maggiori proteste, chiese conforto al suo collaboratore, il romeno Coltescu, che non ebbe dubbi nell'indicare il responsabile: «Quello nero», disse, con puro intento partitivo, non ricordandone il cognome, mentre nello stadio vuoto risuonava ogni sillaba alle orecchie dei presenti. Il problema alla base dell'incidente diplomatico conseguente è che «nero» in romeno si dice «negru», vocabolo però privo dell'incombenza discriminatoria assunta in altri idiomi. La reazione di alcuni giocatori, primo tra tutti il senegalese del Basaksehir Demba Ba, fu fragorosa, culminata con il ritiro della compagine dal campo e la sospensione della gara, recuperata il giorno dopo. I social e la stampa si affrettarono a crocifiggere Coltescu. Oggi però arriva la riabilitazione: non constat de contumelia, se si volesse parafrasare in maniera maccheronica il Sant'Uffizio. Nessuna offesa a sfondo etnico. Recita il rapporto dell'ispettore Uefa: «Dalle prove video e audio disponibili, è stato stabilito che Coltescu e Sovre (il guardalinee, ndr) hanno usato le espressioni in lingua romena semplicemente per identificare il secondo allenatore del Basaksehir, Webo. Secondo il rapporto linguistico, l'espressione romena «quello nero» non ha connotazioni discriminatorie o negative. Inoltre, la parola «nero» è utilizzata dalle organizzazioni antirazziste e dai loro milioni di seguaci proprio per combattere la discriminazione. L'ispettore designato per l'etica e la disciplina ritiene che l'indagine su un possibile comportamento razzista sia terminata senza la necessità di un'azione disciplinare». Coltescu è sollevato: «Ringrazio coloro che hanno presentato la notizia dal primo momento nel modo giusto». Tutto a posto, dunque? In quel caso sì, ma l'episodio è stato seguito da altri analoghi. Ha tenuto banco per una settimana la scaramuccia tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku durante i quarti di finale di Coppa Italia tra Milan e Inter. Anche lì, nessun episodio di razzismo, solo ruggini tra i due attaccanti esplose in una circostanza precisa. I microfoni piazzati ovunque e lo stadio deserto hanno contribuito a mettere in piazza uno scambio di battute che in circostanze diverse, con il pubblico, non sarebbe stato amplificato. E però per giorni c'è chi ha stigmatizzato il botta e risposta: Ibrahimovic che indaga ironicamente sulle pratiche rituali della famiglia Lukaku dandogli del «somaro» (nello slang inglese, si definisce così un calciatore forte fisicamente, ma scarso con i piedi), Lukaku che reagisce minacciando proiettili e insidie poco galanti alla consorte del campione svedese. Momenti triviali, non certo razzisti, che però hanno attirato addirittura l'attenzione del Codacons soltanto ai danni di Ibra, chiedendo la cancellazione della sua presenza come ospite a Sanremo. Forse non ricordando che le regole d'ingaggio degli sport agonistici contemplano, da sempre, una certa qual tensione testosteronica che nel campo nasce e si esaurisce. Senza essa, probabilmente l'Italia non avrebbe vinto i Mondiali del 2006. Nella circostanza, durante la partita, l'osannato Marco Materazzi fece saltare i nervi a Zinedine Zidane con insinuazioni poco lusinghiere nei confronti del mestiere della sorella, e il francese reagì piazzandogli una testata in pieno petto che gli costò l'espulsione. Non scordando la zuffa tra Antonio Conte, oggi allenatore dell'Inter, e il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, durante la semifinale di Coppa Italia di martedì scorso. L'addio sbattendo la porta di Conte agli juventini nel 2014 e il suo accasarsi sulla panchina dell'Inter l'anno scorso, hanno contribuito ad alimentare un forte malumore tra i due. Il dito medio di Conte rivolto alla dirigenza bianconera e gli insulti di Agnelli ai suoi danni, hanno certificato una rottura umana pressoché definitiva. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento. Ma al netto di situazioni volgarotte, il calcio si costituisce ancora oggi come il terreno delle appartenenze e delle diversità, che generano emozione, ricchezza culturale, talvolta sfottò. Bene fa chi, sui social e nelle sedi istituzionali, distingue tra la giusta necessità di drenarlo da ogni forma di vera discriminazione etnica, e quella di proteggerlo dagli apologeti della cancellazione linguistica e dell'appiattimento globale. Quelli che prescriverebbero non solo come dire e rinominare le cose, ma anche ciò che non si può più dire e talvolta nemmeno pensare, pena l'interdizione da ogni considerazione pubblica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-uefa-smonta-la-balla-dellarbitro-razzista-2650500322.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazn-resta-la-favorita-per-i-diritti-tv-ma-il-voto-slitta-di-una-settimana" data-post-id="2650500322" data-published-at="1613073635" data-use-pagination="False"> Dazn resta la favorita per i diritti tv ma il voto slitta di una settimana Armistizio durante l'assemblea della Lega Serie A. Non c'è ancora l'accordo definitivo sull'assegnazione dei diritti televisivi per il triennio 2021-2024. Secondo fonti Ansa, uno dei motivi dello slittamento è stato il duro confronto avvenuto tra il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, e Stefano Campoccia, avvocato e vicepresidente dell'Udinese. Il tema che ha scaldato gli animi riguardava le offerte dei fondi di private equity per la media company della Lega, altro argomento assai caldo, tuttavia non inserito nell'ordine del giorno, focalizzato sui diritti tv. I presidenti delle squadre si rivedranno settimana prossima per una consultazione definitiva. Recita il comunicato ufficiale: «L'assemblea della Lega Serie A, riunitasi oggi pomeriggio (ieri, ndr) presso un Hotel in centro a Milano nel rispetto delle norme anti Covid-19, si è svolta con la partecipazione di tutte le società. Nel corso della riunione, Dazn e Sky hanno avuto la possibilità di illustrare ai club la propria offerta sui diritti televisivi per il territorio italiano, dettagliando le rispettive visioni strategiche per il prossimo triennio. Al termine delle presentazioni i club, per approfondire tutti gli aspetti legati alle proposte ricevute dagli operatori della comunicazione, hanno deliberato di aggiornarsi in una nuova assemblea per la prossima settimana». Durante la riunione pare che Milan, Lazio, Inter, Udinese, Napoli, Juve, Fiorentina, Atalanta e Cagliari fossero le più determinate a votare. Dazn avrebbe trionfato, tra le squadre più blasonate soltanto la Roma si sarebbe sfilata dalla convergenza nei confronti dell'emittente streaming. In verità un rinvio era già da molti considerato come l'ipotesi più plausibile. Soprattutto in virtù della rivoluzione copernicana che sta per presentarsi. Il cambio di operatore avverrebbe dopo oltre un decennio di collaborazione tra Serie A e Sky. Ma l'offerta del colosso della tv satellitare con sede a Rogoredo, periferia di Milano, nella fase di trattative tra club e tv, è stata superata da quella di Dazn: 700 milioni di euro offerti da Sky, 840 dai rivali. Nessuna possibilità per ora è riservata ad Amazon, interessata a un numero di partite troppo ridotto. Se si confermassero questi numeri, la spartizione della torta seguirebbe dinamiche analoghe a quelle dell'ultimo triennio, ma a parti invertite: a Dazn spetterebbero 7 partite su 10, a Sky le restanti. Resterebbero vive le incognite tecnologiche riguardo la trasmissione della maggioranza delle sfide su un canale che viaggia esclusivamente sul Internet, senza alcun coinvolgimento del satellite. Dal canto suo, Dazn confida in un potenziamento prossimo venturo della rete a banda larga sul territorio nazionale. C'è chi osserva pure come l'offerta più cospicua - gli 840 milioni di Dazn - sia bassa rispetto alle aspettative della Lega, che aveva inizialmente sperato di superare il miliardo. Tuttavia, aggiungendo i 70 milioni offerti da Sky per le tre gare in condivisione, oltre ai bonus, si raggiungerebbe una cifra complessiva vicina ai 973 milioni del triennio precedente.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
Continua a leggereRiduci
«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
Continua a leggereRiduci