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2019-05-05
Gli sciacalli della sicurezza
La scena del crimine nel capoluogo partenopeo / Ansa
È bastato un tiepido sentore di primavera, ed ecco che gli sciacalli sono sgusciati fuori dalle loro tane. Sciacalli di una specie molto particolare, che al buio della notte preferisce la luce bollente dei riflettori. Si tratta degli sciacalli della sicurezza, predatori disposti a tutto pur di procacciarsi un lauto pasto mediatico. Nelle ultime ore si sono lanciati in branco contro Matteo Salvini, imputandogli ben due orrendi fatti di sangue: la sparatoria camorristica di Napoli che ha ridotto in fin di vita la piccola Noemi, 4 anni, e il brutale omicidio di Norveo Fedeli, commerciante di 74 anni, trucidato a sprangate nel suo negozio di Viterbo. «A Napoli si spara in piazza, a Viterbo viene ucciso un commerciante in negozio», ha scritto sui social Matteo Renzi. «Io mi chiedo: ma oggi c'è un ministro dell'interno in questo Paese? E se c'è cosa sta facendo oltre ai selfie e alle storie su Instagram?». A Laura Boldrini non è parso vero di potersi gettare nella mischia: «Invece di occuparti di me», ha scritto su Twitter rivolta al vicepremier leghista, «pensa alla sicurezza delle persone visto che a Napoli si spara per strada e a Viterbo un commerciante è stato ucciso a sprangate. Ti ricordo che sei il ministro dell'Interno e in queste ore dovresti fare riunioni di lavoro, non comizi in piazza». Nicola Morra, presidente a 5 stelle della Commissione parlamentare antimafia, ha cinguettato: «Piuttosto che terrorizzare sui migranti o visitare muri il titolare del Viminale si occupasse di contrasto alla mafia». Sulla sparatoria di Napoli è intervenuto pure Roberto Fico: «Mi aspetto che il ministro dell'Interno attenzioni Napoli ai massimi livelli», ha detto il presidente della Camera. «Io ho parlato e portato la questione all'attenzione di polizia e dirigenti. Dobbiamo debellare questo fenomeno. Bisogna agire».
Un bel coretto di ululati, dunque. Che sorprende per la veemenza dei toni ma anche per alcuni altri non trascurabili dettagli. Dopo aver accusato per mesi e mesi Salvini di essere un «imprenditore della paura» e di aver speculato sull'emergenza sicurezza, ora il mononeuronico fronte progressista si mette a blaterare di aggressioni e omicidi imputandoli al responsabile del Viminale. Ci vuole una notevole faccia tosta: se questo Paese è più insicuro, la maggiore responsabilità politica ricade sulla sinistra.
A Viterbo, per il massacro del negoziante, è stato fermato uno straniero residente in un paesino della zona. Ora, tanto per rendere l'idea: nei primi sei mesi del 2018 (con il centrosinistra al potere) la percentuale di stranieri denunciati nel nostro Paese è stata del 31,9%, contro il 27,4% del 2017 (dati ministeriali). Un aumento del 4,5%. Che gli immigrati (specie irregolari) delinquano più degli italiani è cosa nota. E se oggi siamo imbottiti di clandestini, la colpa di chi è? Di Salvini che in un soffio dovrebbe espellerli tutti? O dei professionisti dell'accoglienza che per anni hanno tifato invasione e adesso chiedono strade sicure? E sorvoliamo sui giudici che si mettono d'impegno a smontare le leggi per favorire i poveri richiedenti asilo...
Forse Renzi, la Boldrini e gli altri dovrebbero chiarirsi un poco le idee. Se Salvini chiede norme più restrittive, vuole fermare gli ingressi, insiste sulla legittima difesa e utilizza risorse per controllare maggiormente il territorio, i progressisti compatti gli dicono che è un fascista, un razzista e un pericoloso reazionario. Poi, però, sfruttano un fatto di sangue per scagliarsi contro il capo leghista. Per altro, l'azione delle forze dell'ordine, nella vicenda di Viterbo, è stata decisamente rapida: lo Stato ha fatto sentire la sua presenza.
Quanto a Napoli, i paradossi sono ancora più evidenti. Nei giorni scorsi, quando dal Viminale partì la direttiva sulle «zone rosse» (utile a fornire più poteri ai prefetti per proteggere alcune zone particolarmente sensibili delle città) i «sindaci democratici» di tutta Italia si rivoltarono come un solo uomo. Tra i più accesi contestatori del documento c'era proprio il primo cittadino partenopeo, Luigi De Magistris. Delle due l'una: o si vuole più sicurezza, e allora si sostengono i provvedimenti necessari, oppure non la si vuole, e allora però, quando accade un fatto di sangue, ciascuno si prende la sua dose di colpe.
Dal Viminale fanno sapere che «a Napoli, nell'ultimo anno sono arrivati 137 poliziotti in più e il piano di riorganizzazione prevede una super questura: passerà dagli attuali 3.740 agenti a 4.332 con un incremento di 592 unità». Inoltre, «i militari impegnati per Strade sicure sono 690 [...]. Con i fondi del decreto Sicurezza, Napoli ha avuto 1,4 milioni. Il Comune ha assunto 53 agenti della polizia municipale grazie ai fondi della sicurezza urbana (altri 6,7 milioni di euro)». Sostenere che il ministero non abbia fatto la sua parte è un po' difficile, no?
Per gli sciacalli della sicurezza, tuttavia, ogni contorsione è possibile. Osteggiano il decreto Sicurezza, poi versano lacrime per la violenza. Tifano frontiere aperte, ma danno la colpa al governo se circolano criminali d'importazione. Chissà, magari il ventiduenne sudamericano fermato per l'omicidio del povero Fedeli sarebbe un ottimo testimonial per la campagna sullo ius soli.
Certo, è ovvio che la protezione del territorio e del popolo italiano dipenda dal Viminale. Ma bisogna dare atto a questo governo di aver messo in campo notevoli provvedimenti in proposito: norme più stringenti, maggiori risorse, una revisione del sistema d'accoglienza (per quanto lunga e difficile si stia rivelando). Che proprio da sinistra (e addirittura dall'ala guevarista dei 5 stelle) arrivino rimbrotti e frecciate è semplicemente grottesco. Gli sciacalli della sicurezza, per altro, stanno speculando su due vicende terribili, intrise di morte e di sofferenza. Il che è troppo persino per chi ci ha abituato al peggio.
Negoziante di Viterbo ammazzato a sprangate. Fermato un immigrato
Ha una identità il presunto boia di Viterbo accusato di aver ucciso con spietata freddezza un negoziante del centro città, forse per non saldare un conto lasciato in sospeso. È un giovane di 22 anni nato in Corea del Sud ma di nazionalità statunitense, che si trovava in Italia da qualche mese per motivi ancora da chiarire. Il fermo - necessario per evitare il pericolo di fuga - è stato messo in atto ieri alle ore 12, dopo che tra le forze dell'ordine erano state diffuse le immagini del sospettato. La vittima è Norveo Fedeli, 74 anni, barbaramente ucciso a sprangate e calci in testa all'interno del suo negozio di abbigliamento nel centro di Viterbo, due giorni fa. A inchiodare il presunto assassino le riprese delle telecamere di videosorveglianza che lo hanno inquadrato mentre usciva dal negozio e si incamminava su via San Luca, tra le più frequentate del centro. Il soggetto è stato individuato a Capodimonte, dopo una fuga durata meno di 24 ore. Secondo le prime ricostruzioni l'uomo, già cliente del negozio di Fedeli, una jeanseria molto nota in città, sarebbe entrato intorno all'ora di chiusura, venerdì, forse per il ritiro di alcuni capi. Per motivi ancora da chiarire tra i due sarebbe nata una discussione. Lo straniero avrebbe prima colpito Fedeli alla testa, più volte, con un pesante oggetto - forse uno sgabello di legno presente in negozio - e poi lo avrebbe finito con un calcio verso il basso che gli avrebbe schiacciato il cranio, sferrato senza pietà mentre l'anziano rantolava e cercava, ancora cosciente, di dirigersi verso il bancone per chiedere aiuto.
Sul cuoio capelluto di Fedeli sono state trovate tracce di fango. E il presunto assassino sarebbe uscito dal negozio - si vede nei video - con una scarpa infilata in una busta di plastica, forse proprio per evitare di lasciare impronte per la strada con il sangue dell'anziano ancora fresco addosso. Che l'esercente non fosse morto sul colpo gli inquirenti lo hanno ipotizzato osservando la scia di sangue lasciata sul pavimento del negozio. L'uomo era riverso a terra dietro al bancone però le tracce ematiche non erano solo sotto al corpo, bensì anche in altre zone della stanza. Come se avesse strisciato oppure come se il suo corpo fosse stato trascinato da qualcuno. A trovarlo è stata una conoscente: la parrucchiera il cui salone si trova a pochi metri dal negozio di Fedeli. Uscita per la pausa pranzo, la donna aveva notato le saracinesche della jeanseria ancora alzate, fatto molto insolito per Fedeli, il quale a detta di chi lo conosceva era un uomo «buono, meticoloso e abitudinario». Ogni giorno chiudeva il negozio alle 13 in punto e si recava a casa per il pranzo, avviandosi a piedi per quella strada - percorsa migliaia di volte - e in pochi minuti raggiungeva la sua abitazione che si trova a pochi metri dalla storica bottega. Per questo la parrucchiera vedendo ancora aperto alle 13.40, si è avvicinata. Capendo subito che qualcosa di strano doveva essere successo, ha chiesto ad alcuni operai di un cantiere vicino di accompagnarla dentro: appena affacciatasi alla porta ha visto la quantità di sangue a terra e ha cominciato a urlare. Le grida hanno richiamato l'attenzione della moglie della vittima, Maria Chiara Fedeli, che era in casa e che già da qualche decina di minuti stava cercando di contattare il marito al telefono, senza ricevere risposta. Accorsa sul posto, la donna ha accusato un malore ed è stata soccorsa. Le forze dell'ordine, appena entrate, hanno ritrovato il negozio completamente sottosopra, ma pur ipotizzando una rapina finita male non sono riusciti a individuare subito e chiaramente che cosa in effetti mancasse, se non appunto il cellulare della vittima, ritrovato alcune ore dopo in mezzo all'erba a 200 metri di distanza dal negozio, gettato a terra dall'assalitore forse nel tentativo di liberarsi di un oggetto su cui aveva lasciato le proprie impronte digitali. Secondo le prime informazioni, il presunto assassino era arrivato in Italia lo scorso febbraio attraverso un viaggio aereo proveniente da una nazione della Comunità europea, aveva già frequentato il negozio di Fedeli e a Capodimonte aveva dei conoscenti. A tradirlo sono state appunto le immagini della videosorveglianza installate nella zona centrale della città e anche un'impronta di scarpa lasciata - con il sangue della vittima - sul luogo del delitto. È stato bloccato per strada dai carabinieri di Capodimone, si trova ora in carcere e la sua abitazione è stata perquisita. La jeanseria Fedeli Vouge è stata una delle prime che ad aprire i battenti a Viterbo, circa 40 anni fa. «Norveo era una persona per bene, stimato in città e anche nella provincia», racconta chi lo conosceva. Sulla salma, portata all'istituto di medicina legale, sarà effettuata l'autopsia. Intanto il sindaco di Viterbo, Giovanni Maria Arena, ha proclamato una giornata di lutto cittadino per domani, con bandiere a mezz'asta sugli edifici comunali e un minuto di silenzio alle 12 negli uffici pubblici.
Ricorsi in massa per affossare il dl Salvini
A cosa serve che un legittimo Parlamento discuta per mesi su una legge e che l'approvi per due volte, prima al Senato e poi alla Camera, se alla fine i giudici non la applicano? Eppure in questo strano Paese funziona così. A Bologna e a Firenze due sentenze hanno obbligato le anagrafi comunali a registrare tre richiedenti asilo, contraddicendo lettera e volontà del decreto 113 dell'ottobre 2018, una legge che porta la firma del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e che il 27 novembre è stata varata definitivamente dalla Camera con 336 sì contro 249 no.
La legge, che nella sua parte sull'immigrazione ha l'obiettivo dichiarato di arginare gli ingressi dei falsi richiedenti asilo, stabilisce alcune regole chiare: l'Italia non concede più «permessi di soggiorno per motivi umanitari», il mezzo ambiguo che per anni ha garantito l'ingresso a decine di migliaia d'immigrati economici o provenienti da Paesi privi dei concreti requisiti per il vero asilo politico, come dittature, conflitti, guerre civili. La legge stabilisce anche che il permesso di soggiorno per chi ha fatto una richiesta d'asilo non possa più essere utilizzato per richiedere l'iscrizione anagrafica.
Proprio questo divieto «anagrafico» del decreto è stato, da subito, il più osteggiato dalla sinistra e dalle organizzazioni dell'accoglienza. E questo anche se la legge stabilisce che i richiedenti asilo abbiano comunque diritto ai servizi pubblici fondamentali. Sono le stesse centrali umanitarie a certificarlo. Sul sito online della Cild, Coalizione italiana libertà e diritti civili, che proclama di «lavorare per difendere e promuovere i diritti e le libertà di tutti con campagne pubbliche e azioni legali», si legge infatti che il pur detestabile decreto Salvini «garantisce espressamente ai richiedenti asilo l'accesso a tutti i servizi erogati dalla pubblica amministrazione (come, per esempio, l'iscrizione al servizio sanitario nazionale e ai centri per l'impiego) e a quelli «comunque erogati sul territorio» sulla base del domicilio dichiarato al momento della formalizzazione della domanda di riconoscimento della protezione internazionale».
Ma allora, se i diritti fondamentali sono garantiti, dove sta il problema? Sta nella negazione di una serie di altri vantaggi, quelli più controversi e meno giustificati secondo l'ottica leghista (e secondo la maggioranza dei nostri parlamentari), ma invece inviolabili secondo la sinistra. Perché l'iscrizione anagrafica è alla base del rilascio del certificato di residenza e dei documenti d'identità, e la Cild spiega che quelle carte servono per «l'accesso all'edilizia pubblica e per la concessione di sussidi o agevolazioni». È per questo se la Cild da mesi invita gli stranieri a fare ricorso contro il no delle anagrafi, sperando che un tribunale possa bloccare il decreto Salvini «sollevando una questione di legittimità costituzionale».
Finora questo non è accaduto: il tiro a segno dei tribunali non è ancora arrivato a quel punto. Da gennaio, però, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il suo collega di Palermo, Leoluca Orlando, guidano il sabotaggio del decreto con direttive che (illegittimamente) impongono alle rispettive anagrafi di disapplicare il divieto di registrazione. Ora la palla è passata ai giudici: quella che a Bologna ha «affondato» la legge è di Magistratura democratica, la corrente delle toghe di sinistra. Ieri il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Pasquale Grasso, ha negato che le sentenze anti decreto siano politiche: «Noi giudici svolgiamo solo attività d'interpretazione», ha detto, «e le toghe rosse non esistono». Sarà. Intanto sul sito di Md campeggia una vignetta di Vauro dove un giudice, per l'appunto, si toglie la toga e (come San Martino) l'appoggia sulle spalle di un immigrato.
Non è la prima volta che, in Italia, i tribunali sabotano leggi votate dal Parlamento. Sempre in materia d'immigrazione è stato così per la legge Bossi-Fini. È toccato all'ottima legge Pecorella, che evitava il giudizio d'appello contro chi fosse stato assolto in primo grado: i tribunali ne fecero strame. Ora tocca al decreto Salvini. L'associazione Avvocati di strada, la onlus molto democratica che ha assistito i due immigrati di Bologna, è pronta a scatenare l'inferno, peggio di Massimo Decio Meridio nel film Il Gladiatore. Antonio Mumolo, il presidente, annuncia che «se Salvini ci costringe, faremo ricorsi in tutte le 54 città italiane dove siamo presenti». Insomma: la maggioranza si scordi di poter governare.
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La bimba ferita dai camorristi a Napoli è grave: da Roberto Fico a Matteo Renzi tutti accusano il ministro dell'Interno. Ma il caos parte da loro.Negoziante di Viterbo ammazzato a sprangate. Fermato un immigrato. È un americano di 22 anni, incastrato dalle telecamere del centro storico. Matteo Salvini si congratula per la cattura lampo: «Niente polemiche, parlo coi fatti».Ricorsi in massa per affossare il dl Salvini. L'Anm nega l'evidenza, ma la sentenza di Bologna spalanca la strada ai profughi per iscriversi in anagrafe.Lo speciale comprende tre articoli. È bastato un tiepido sentore di primavera, ed ecco che gli sciacalli sono sgusciati fuori dalle loro tane. Sciacalli di una specie molto particolare, che al buio della notte preferisce la luce bollente dei riflettori. Si tratta degli sciacalli della sicurezza, predatori disposti a tutto pur di procacciarsi un lauto pasto mediatico. Nelle ultime ore si sono lanciati in branco contro Matteo Salvini, imputandogli ben due orrendi fatti di sangue: la sparatoria camorristica di Napoli che ha ridotto in fin di vita la piccola Noemi, 4 anni, e il brutale omicidio di Norveo Fedeli, commerciante di 74 anni, trucidato a sprangate nel suo negozio di Viterbo. «A Napoli si spara in piazza, a Viterbo viene ucciso un commerciante in negozio», ha scritto sui social Matteo Renzi. «Io mi chiedo: ma oggi c'è un ministro dell'interno in questo Paese? E se c'è cosa sta facendo oltre ai selfie e alle storie su Instagram?». A Laura Boldrini non è parso vero di potersi gettare nella mischia: «Invece di occuparti di me», ha scritto su Twitter rivolta al vicepremier leghista, «pensa alla sicurezza delle persone visto che a Napoli si spara per strada e a Viterbo un commerciante è stato ucciso a sprangate. Ti ricordo che sei il ministro dell'Interno e in queste ore dovresti fare riunioni di lavoro, non comizi in piazza». Nicola Morra, presidente a 5 stelle della Commissione parlamentare antimafia, ha cinguettato: «Piuttosto che terrorizzare sui migranti o visitare muri il titolare del Viminale si occupasse di contrasto alla mafia». Sulla sparatoria di Napoli è intervenuto pure Roberto Fico: «Mi aspetto che il ministro dell'Interno attenzioni Napoli ai massimi livelli», ha detto il presidente della Camera. «Io ho parlato e portato la questione all'attenzione di polizia e dirigenti. Dobbiamo debellare questo fenomeno. Bisogna agire». Un bel coretto di ululati, dunque. Che sorprende per la veemenza dei toni ma anche per alcuni altri non trascurabili dettagli. Dopo aver accusato per mesi e mesi Salvini di essere un «imprenditore della paura» e di aver speculato sull'emergenza sicurezza, ora il mononeuronico fronte progressista si mette a blaterare di aggressioni e omicidi imputandoli al responsabile del Viminale. Ci vuole una notevole faccia tosta: se questo Paese è più insicuro, la maggiore responsabilità politica ricade sulla sinistra. A Viterbo, per il massacro del negoziante, è stato fermato uno straniero residente in un paesino della zona. Ora, tanto per rendere l'idea: nei primi sei mesi del 2018 (con il centrosinistra al potere) la percentuale di stranieri denunciati nel nostro Paese è stata del 31,9%, contro il 27,4% del 2017 (dati ministeriali). Un aumento del 4,5%. Che gli immigrati (specie irregolari) delinquano più degli italiani è cosa nota. E se oggi siamo imbottiti di clandestini, la colpa di chi è? Di Salvini che in un soffio dovrebbe espellerli tutti? O dei professionisti dell'accoglienza che per anni hanno tifato invasione e adesso chiedono strade sicure? E sorvoliamo sui giudici che si mettono d'impegno a smontare le leggi per favorire i poveri richiedenti asilo... Forse Renzi, la Boldrini e gli altri dovrebbero chiarirsi un poco le idee. Se Salvini chiede norme più restrittive, vuole fermare gli ingressi, insiste sulla legittima difesa e utilizza risorse per controllare maggiormente il territorio, i progressisti compatti gli dicono che è un fascista, un razzista e un pericoloso reazionario. Poi, però, sfruttano un fatto di sangue per scagliarsi contro il capo leghista. Per altro, l'azione delle forze dell'ordine, nella vicenda di Viterbo, è stata decisamente rapida: lo Stato ha fatto sentire la sua presenza. Quanto a Napoli, i paradossi sono ancora più evidenti. Nei giorni scorsi, quando dal Viminale partì la direttiva sulle «zone rosse» (utile a fornire più poteri ai prefetti per proteggere alcune zone particolarmente sensibili delle città) i «sindaci democratici» di tutta Italia si rivoltarono come un solo uomo. Tra i più accesi contestatori del documento c'era proprio il primo cittadino partenopeo, Luigi De Magistris. Delle due l'una: o si vuole più sicurezza, e allora si sostengono i provvedimenti necessari, oppure non la si vuole, e allora però, quando accade un fatto di sangue, ciascuno si prende la sua dose di colpe. Dal Viminale fanno sapere che «a Napoli, nell'ultimo anno sono arrivati 137 poliziotti in più e il piano di riorganizzazione prevede una super questura: passerà dagli attuali 3.740 agenti a 4.332 con un incremento di 592 unità». Inoltre, «i militari impegnati per Strade sicure sono 690 [...]. Con i fondi del decreto Sicurezza, Napoli ha avuto 1,4 milioni. Il Comune ha assunto 53 agenti della polizia municipale grazie ai fondi della sicurezza urbana (altri 6,7 milioni di euro)». Sostenere che il ministero non abbia fatto la sua parte è un po' difficile, no?Per gli sciacalli della sicurezza, tuttavia, ogni contorsione è possibile. Osteggiano il decreto Sicurezza, poi versano lacrime per la violenza. Tifano frontiere aperte, ma danno la colpa al governo se circolano criminali d'importazione. Chissà, magari il ventiduenne sudamericano fermato per l'omicidio del povero Fedeli sarebbe un ottimo testimonial per la campagna sullo ius soli. Certo, è ovvio che la protezione del territorio e del popolo italiano dipenda dal Viminale. Ma bisogna dare atto a questo governo di aver messo in campo notevoli provvedimenti in proposito: norme più stringenti, maggiori risorse, una revisione del sistema d'accoglienza (per quanto lunga e difficile si stia rivelando). Che proprio da sinistra (e addirittura dall'ala guevarista dei 5 stelle) arrivino rimbrotti e frecciate è semplicemente grottesco. Gli sciacalli della sicurezza, per altro, stanno speculando su due vicende terribili, intrise di morte e di sofferenza. 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Il fermo - necessario per evitare il pericolo di fuga - è stato messo in atto ieri alle ore 12, dopo che tra le forze dell'ordine erano state diffuse le immagini del sospettato. La vittima è Norveo Fedeli, 74 anni, barbaramente ucciso a sprangate e calci in testa all'interno del suo negozio di abbigliamento nel centro di Viterbo, due giorni fa. A inchiodare il presunto assassino le riprese delle telecamere di videosorveglianza che lo hanno inquadrato mentre usciva dal negozio e si incamminava su via San Luca, tra le più frequentate del centro. Il soggetto è stato individuato a Capodimonte, dopo una fuga durata meno di 24 ore. Secondo le prime ricostruzioni l'uomo, già cliente del negozio di Fedeli, una jeanseria molto nota in città, sarebbe entrato intorno all'ora di chiusura, venerdì, forse per il ritiro di alcuni capi. Per motivi ancora da chiarire tra i due sarebbe nata una discussione. Lo straniero avrebbe prima colpito Fedeli alla testa, più volte, con un pesante oggetto - forse uno sgabello di legno presente in negozio - e poi lo avrebbe finito con un calcio verso il basso che gli avrebbe schiacciato il cranio, sferrato senza pietà mentre l'anziano rantolava e cercava, ancora cosciente, di dirigersi verso il bancone per chiedere aiuto. Sul cuoio capelluto di Fedeli sono state trovate tracce di fango. E il presunto assassino sarebbe uscito dal negozio - si vede nei video - con una scarpa infilata in una busta di plastica, forse proprio per evitare di lasciare impronte per la strada con il sangue dell'anziano ancora fresco addosso. Che l'esercente non fosse morto sul colpo gli inquirenti lo hanno ipotizzato osservando la scia di sangue lasciata sul pavimento del negozio. L'uomo era riverso a terra dietro al bancone però le tracce ematiche non erano solo sotto al corpo, bensì anche in altre zone della stanza. Come se avesse strisciato oppure come se il suo corpo fosse stato trascinato da qualcuno. A trovarlo è stata una conoscente: la parrucchiera il cui salone si trova a pochi metri dal negozio di Fedeli. Uscita per la pausa pranzo, la donna aveva notato le saracinesche della jeanseria ancora alzate, fatto molto insolito per Fedeli, il quale a detta di chi lo conosceva era un uomo «buono, meticoloso e abitudinario». Ogni giorno chiudeva il negozio alle 13 in punto e si recava a casa per il pranzo, avviandosi a piedi per quella strada - percorsa migliaia di volte - e in pochi minuti raggiungeva la sua abitazione che si trova a pochi metri dalla storica bottega. Per questo la parrucchiera vedendo ancora aperto alle 13.40, si è avvicinata. Capendo subito che qualcosa di strano doveva essere successo, ha chiesto ad alcuni operai di un cantiere vicino di accompagnarla dentro: appena affacciatasi alla porta ha visto la quantità di sangue a terra e ha cominciato a urlare. Le grida hanno richiamato l'attenzione della moglie della vittima, Maria Chiara Fedeli, che era in casa e che già da qualche decina di minuti stava cercando di contattare il marito al telefono, senza ricevere risposta. Accorsa sul posto, la donna ha accusato un malore ed è stata soccorsa. Le forze dell'ordine, appena entrate, hanno ritrovato il negozio completamente sottosopra, ma pur ipotizzando una rapina finita male non sono riusciti a individuare subito e chiaramente che cosa in effetti mancasse, se non appunto il cellulare della vittima, ritrovato alcune ore dopo in mezzo all'erba a 200 metri di distanza dal negozio, gettato a terra dall'assalitore forse nel tentativo di liberarsi di un oggetto su cui aveva lasciato le proprie impronte digitali. Secondo le prime informazioni, il presunto assassino era arrivato in Italia lo scorso febbraio attraverso un viaggio aereo proveniente da una nazione della Comunità europea, aveva già frequentato il negozio di Fedeli e a Capodimonte aveva dei conoscenti. A tradirlo sono state appunto le immagini della videosorveglianza installate nella zona centrale della città e anche un'impronta di scarpa lasciata - con il sangue della vittima - sul luogo del delitto. È stato bloccato per strada dai carabinieri di Capodimone, si trova ora in carcere e la sua abitazione è stata perquisita. La jeanseria Fedeli Vouge è stata una delle prime che ad aprire i battenti a Viterbo, circa 40 anni fa. «Norveo era una persona per bene, stimato in città e anche nella provincia», racconta chi lo conosceva. Sulla salma, portata all'istituto di medicina legale, sarà effettuata l'autopsia. Intanto il sindaco di Viterbo, Giovanni Maria Arena, ha proclamato una giornata di lutto cittadino per domani, con bandiere a mezz'asta sugli edifici comunali e un minuto di silenzio alle 12 negli uffici pubblici. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sinistra-ritorce-contro-i-leghisti-lallarme-sicurezza-che-ha-creato-lei-2636294273.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ricorsi-in-massa-per-affossare-il-dl-salvini" data-post-id="2636294273" data-published-at="1774195090" data-use-pagination="False"> Ricorsi in massa per affossare il dl Salvini A cosa serve che un legittimo Parlamento discuta per mesi su una legge e che l'approvi per due volte, prima al Senato e poi alla Camera, se alla fine i giudici non la applicano? Eppure in questo strano Paese funziona così. A Bologna e a Firenze due sentenze hanno obbligato le anagrafi comunali a registrare tre richiedenti asilo, contraddicendo lettera e volontà del decreto 113 dell'ottobre 2018, una legge che porta la firma del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, e che il 27 novembre è stata varata definitivamente dalla Camera con 336 sì contro 249 no. La legge, che nella sua parte sull'immigrazione ha l'obiettivo dichiarato di arginare gli ingressi dei falsi richiedenti asilo, stabilisce alcune regole chiare: l'Italia non concede più «permessi di soggiorno per motivi umanitari», il mezzo ambiguo che per anni ha garantito l'ingresso a decine di migliaia d'immigrati economici o provenienti da Paesi privi dei concreti requisiti per il vero asilo politico, come dittature, conflitti, guerre civili. La legge stabilisce anche che il permesso di soggiorno per chi ha fatto una richiesta d'asilo non possa più essere utilizzato per richiedere l'iscrizione anagrafica. Proprio questo divieto «anagrafico» del decreto è stato, da subito, il più osteggiato dalla sinistra e dalle organizzazioni dell'accoglienza. E questo anche se la legge stabilisce che i richiedenti asilo abbiano comunque diritto ai servizi pubblici fondamentali. Sono le stesse centrali umanitarie a certificarlo. Sul sito online della Cild, Coalizione italiana libertà e diritti civili, che proclama di «lavorare per difendere e promuovere i diritti e le libertà di tutti con campagne pubbliche e azioni legali», si legge infatti che il pur detestabile decreto Salvini «garantisce espressamente ai richiedenti asilo l'accesso a tutti i servizi erogati dalla pubblica amministrazione (come, per esempio, l'iscrizione al servizio sanitario nazionale e ai centri per l'impiego) e a quelli «comunque erogati sul territorio» sulla base del domicilio dichiarato al momento della formalizzazione della domanda di riconoscimento della protezione internazionale». Ma allora, se i diritti fondamentali sono garantiti, dove sta il problema? Sta nella negazione di una serie di altri vantaggi, quelli più controversi e meno giustificati secondo l'ottica leghista (e secondo la maggioranza dei nostri parlamentari), ma invece inviolabili secondo la sinistra. Perché l'iscrizione anagrafica è alla base del rilascio del certificato di residenza e dei documenti d'identità, e la Cild spiega che quelle carte servono per «l'accesso all'edilizia pubblica e per la concessione di sussidi o agevolazioni». È per questo se la Cild da mesi invita gli stranieri a fare ricorso contro il no delle anagrafi, sperando che un tribunale possa bloccare il decreto Salvini «sollevando una questione di legittimità costituzionale». Finora questo non è accaduto: il tiro a segno dei tribunali non è ancora arrivato a quel punto. Da gennaio, però, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il suo collega di Palermo, Leoluca Orlando, guidano il sabotaggio del decreto con direttive che (illegittimamente) impongono alle rispettive anagrafi di disapplicare il divieto di registrazione. Ora la palla è passata ai giudici: quella che a Bologna ha «affondato» la legge è di Magistratura democratica, la corrente delle toghe di sinistra. Ieri il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Pasquale Grasso, ha negato che le sentenze anti decreto siano politiche: «Noi giudici svolgiamo solo attività d'interpretazione», ha detto, «e le toghe rosse non esistono». Sarà. Intanto sul sito di Md campeggia una vignetta di Vauro dove un giudice, per l'appunto, si toglie la toga e (come San Martino) l'appoggia sulle spalle di un immigrato. Non è la prima volta che, in Italia, i tribunali sabotano leggi votate dal Parlamento. Sempre in materia d'immigrazione è stato così per la legge Bossi-Fini. È toccato all'ottima legge Pecorella, che evitava il giudizio d'appello contro chi fosse stato assolto in primo grado: i tribunali ne fecero strame. Ora tocca al decreto Salvini. L'associazione Avvocati di strada, la onlus molto democratica che ha assistito i due immigrati di Bologna, è pronta a scatenare l'inferno, peggio di Massimo Decio Meridio nel film Il Gladiatore. Antonio Mumolo, il presidente, annuncia che «se Salvini ci costringe, faremo ricorsi in tutte le 54 città italiane dove siamo presenti». Insomma: la maggioranza si scordi di poter governare.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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