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2019-09-15
La sinistra ride di Bibbiano. Però grazie all’inchiesta i bimbi tornano dai genitori
Ansa
Dovrebbero amare i poveri e difendere gli oppressi. I sinistri, invece, per le «classi subalterne» mostrano solo disprezzo. Lo prova l'ultima trovata satirica del fumettista e regista Gipi su Bibbiano, presentata a Propaganda live, il programma di La7 condotto da Diego Bianchi, alias Zoro. Si tratta di uno stomachevole cortometraggio satirico, The battle of Bibbiano. Un filmato che, dietro la foglia di fico della stigmatizzazione di chi speculerebbe per scopi elettorali sul caso dei presunti affidi illeciti, finisce per dileggiare chi denuncia le storture di tutto un sistema di potere rosso, nonché le famiglie e i bambini che hanno tanto patito. Tutto questo, nei giorni in cui un provvedimento del tribunale di Reggio Emilia sancisce un importante precedente.
Un atto ufficiale, con in calce la firma del giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, sgretola, almeno sul piano giudiziario, il «sistema Bibbiano». Il gip ha disposto l'archiviazione nei confronti di due genitori «sfiduciati» dai servizi sociali della Val d'Enza: gli abusi contestati non ci furono. Il caso era finito nell'inchiesta Angeli e demoni; il padre e la madre del minorenne (che oggi ha 9 anni ed è in affidamento a un'altra famiglia) erano stati indagati per corruzione di minorenni, il reato commesso da chi compie atti sessuali in presenza di un minore di 14 anni. Il 30 aprile 2015 intervengono i servizi sociali e successivamente il tribunale dei minori di Bologna dispone l'affidamento del bambino agli stessi servizi, salvo poi, nel febbraio 2016, collocarlo in un'altra famiglia. Passano ben due anni e il sostituto procuratore Stefania Pigozzi deposita una richiesta di archiviazione sul presunto abuso sessuale commesso dal padre e - stando alle presunte rivelazioni fatte dal bambino agli affidatari - coperto dalla complicità della madre. L'ordinanza del gip Ramponi è chiara. Dagli atti si evince che nella relazione dell'assistente sociale Francesco Monopoli - datata 14 maggio 2018 - e trasmessa con lettera della responsabile dei servizi Federica Anghinolfi (legata a doppio filo al guru di Hansel e Gretel, Claudio Foti), si sosteneva che il bambino gli avesse confidato di aver subito abusi dal padre. In un'altra relazione, quella della collega Sara Gibertini, datata 26 agosto 2017, si spiegava che il bambino aveva riferito agli affidatari che la madre compiva atti sessuali davanti a lui. Per il caso sono stati indagati, a vario titolo per falsità ideologica, violenza privata, frode processuale, falsa perizia, molte delle figure professionali coinvolte nell'indagine: Anghinolfi, Gibertini, Monopoli e la psicoterapeuta di Torino Nadia Bolognini (compagna di Foti), accusata tra l'altro di essersi travestita da lupo cattivo davanti al piccolo associandolo l'animale alla figura del papà.
Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Monopoli avrebbe focalizzato l'attenzione sul procedimento penale del padre per ottenere che il bambino, ascoltato in fase di incidente probatorio, rendesse dichiarazioni su quegli atti di violenza, così da usarle nell'udienza fissata davanti al gip reggiano, a seguito dell'opposizione da parte dei servizi sociali alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm. Non solo. Monopoli avrebbe contattato un giudice onorario convincendolo che il quadro dei presunti abusi subiti dal bambino fosse pesantissimo, tralasciando però di riferire che la pm reggiana aveva chiesto l'archiviazione. E, ancora, avrebbe contattato un altro giudice onorario convincendolo di quanto stesse bene il ragazzino dopo l'allontanamento dalla famiglia di origine. Lunedì scorso si è svolta l'udienza sui reati contestati ai genitori, reati per i quali il sostituto procuratore Salvi ha ottenuto l'archiviazione. Intanto il tribunale dei minorenni ha disposto una consulenza tecnica per valutare la loro capacità genitoriale nell'ottica di un possibile ritorno in famiglia del bimbo. Dopo tutto il male subito, un figlio potrebbe finalmente fare ritorno dai suoi genitori.
Di fronte a tanta sofferenza ingiusta, però, c'è una sinistra che non solo dimostra di sentirsi con la coscienza perfettamente pulita, ma addirittura prova a ridicolizzare chi osa denunciare che, da Bibbiano fino al Forteto, esiste un filo rosso di contiguità tra sistemi di potere rossi, assistenti sociali e cooperative. Il che fa di questa questione un'emergenza politica. Nel filmetto di Gipi s'inscena la parodia di una guerra, in cui sgangherati soldati nemici si «sparano» accuse infantili dal sapore di speculazione politica sulla pelle dei più piccoli. Tutta l'inchiesta che ha scoperchiato le presunte irregolarità dei servizi sociali della Val d'Enza ridotta a a una boutade.
E sarebbero questi, quelli di sinistra? Quelli che, nel maldestro tentativo di assolvere la classe dirigente e gli amministratori locali del Pd, se ne fregano dei torti subiti dai genitori e dei loro figli sottratti? Avranno dimenticato che i Foti e le Anghinolfi, per portare avanti la loro crociata contro la famiglia tradizionale, prendevano di mira persone con difficoltà economiche o con storie di esclusione. Proprio il genere di emarginati che la sinistra dovrebbe avere a cuore e difendere dagli sfruttatori. Una schiera di «oppressi» che magari avevano la colpa di essere nati in Val d'Enza e non sbarcati a Lampedusa. Forse Gipi e Zoro si credono spiritosi. Ma dinanzi a certi affronti al dolore e alla miseria, chi è che ha il coraggio di ridere?
San Marino vuole la legge sull’aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro
In un comunicato la Usl (Unione sammarinese dei Lavoratori) afferma: «Un Paese senza bambini è un Paese senza futuro, con le connaturali conseguenze e ricadute in termini di forza lavoro, versamento contributi, posti di lavoro, ecc.; senza dimenticare il fatto che un “Paese vecchio" anagraficamente lo è anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e innovativi». E la televisione di San Marino, nel suo notiziario, ci ricorda che «negli ultimi tre anni le nascite sono calate del 20%. Numeri preoccupanti per una piccola realtà come la nostra. Ma come invertire questa tendenza?».
Di fronte a queste considerazioni, di estremo realismo e buon senso, ci si chiede che cosa significhi insistere su una legge che, al di là di generiche affermazioni, intende introdurre nel nostro ordinamento l'interruzione volontaria della gravidanza, l'aborto, per intenderci, come diritto indiscutibile delle donne. E, a parte l'evidente dimenticanza di un fattore fondamentale in questo processo, la responsabilità dell'uomo nel concepimento, ci chiediamo se questa proposta sia nell'ordine del bene comune o nella logica di quella affermazione dei diritti di una sola parte che diventa, per sua natura, cancellazione dell'evidente diritto del concepito.
E non si dica che, nel conflitto dei diritti, si intende privilegiare solo il diritto del concepito, dimenticando quelli della madre (e, aggiungiamo, del padre), perché se una donna per fare valere i suoi diritti ha tante possibilità, dal sostegno economico e psicologico fino alla possibilità di dare in adozione il figlio non accettato, per il concepito, l'unico modo di vedere riconosciuti quelli che sono i suoi diritti è quello di non essere ucciso e quindi di poter nascere.
Riteniamo che compito della politica sia un'azione che salvaguardi il bene della collettività, e che sappia leggere quelli che, un tempo, erano chiamati «segni dei tempi», e così mettere in atto tutte quelle misure che consentano a una società di permanere e di crescere, sia attraverso risorse economiche che interventi educativi, per non dovere poi rimpiangere quell'inverno demografico che renderebbe San Marino un sito archeologico, al pare delle civiltà scomparse. Forse siamo ancora in tempo per prevenire questo disastro.
Abbiamo forse bisogno della saggezza di Claude Lévi-Strauss, etnologo famoso, che, ripensando alla propria esperienza di studio e di impegno, così si esprime: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». Abbiamo bisogno di queste posizioni di realismo. Soprattutto riconoscendo che la dimenticanza di alcuni fattori fondamentali genera situazioni che alla fine si ritorcono contro di noi.
Avevo appena finito di scrivere queste note quando ho trovato questo scritto di Gandhi: «Un giovane mi ha mandato una lettera, che possiamo riportare qui solo nella sostanza. Eccola: “Sono sposato. Ero partito per l'estero. Avevo un amico nel quale sia io sia i miei genitori riponevamo la massima fiducia. Durante la mia assenza sedusse mia moglie, che ora è rimasta incinta di lui. Mio padre insiste perché la ragazza ricorra all'aborto; altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso. Non si cura di mangiare né di bere, e piange sempre. Vuol avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?". Ho pubblicato, questa lettera con grande esitazione. Come tutti sanno, casi simili non sono affatto rari nella società. Perciò una circoscritta discussione pubblica della questione non mi pare fuori luogo. Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l'aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso fallo di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa. La società non solo li scusa, ma non li censura nemmeno. Per di più, poi, la donna non può nascondere la sua vergogna, mentre l'uomo può benissimo tener celato il suo peccato. La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l'amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre. Se debba continuare a vivere con sua moglie, è una questione delicata. Le circostanze possono giustificare la separazione. In tal caso dovrebbe essere tenuto a provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e aiutarla a condurre una vita pura. Né vedrei alcunché di sbagliato se egli ne accettasse il pentimento, purché sincero e genuino. Anzi, dico di più, posso concepire una situazione in cui sarebbe sacro dovere del marito riprendere con sé la moglie traviata che ha completamente espiato e riscattato il suo errore». (Gandhi, Antiche come le montagne, pagina 122).
Norberto Bobbio, Gandhi e altre persone non cattoliche ci donano un giudizio chiaro sulla tragedia dell'aborto. Sapremo farne tesoro?
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Un piccolo strappato senza motivo alla famiglia tre anni fa ottiene finalmente giustizia. Intanto al silenzio su «Angeli e demoni» si aggiungono gli sberleffi catodici di Zoro & C. San Marino vuole la legge sull'aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro. In nome dei diritti della donna si pensa di introdurre una norma che mette a rischio il nostro bene più prezioso: la vita. Prima di fare pazzie, meglio ricordare la lezione di Gandhi. Lo speciale comprende due articoli. Dovrebbero amare i poveri e difendere gli oppressi. I sinistri, invece, per le «classi subalterne» mostrano solo disprezzo. Lo prova l'ultima trovata satirica del fumettista e regista Gipi su Bibbiano, presentata a Propaganda live, il programma di La7 condotto da Diego Bianchi, alias Zoro. Si tratta di uno stomachevole cortometraggio satirico, The battle of Bibbiano. Un filmato che, dietro la foglia di fico della stigmatizzazione di chi speculerebbe per scopi elettorali sul caso dei presunti affidi illeciti, finisce per dileggiare chi denuncia le storture di tutto un sistema di potere rosso, nonché le famiglie e i bambini che hanno tanto patito. Tutto questo, nei giorni in cui un provvedimento del tribunale di Reggio Emilia sancisce un importante precedente. Un atto ufficiale, con in calce la firma del giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, sgretola, almeno sul piano giudiziario, il «sistema Bibbiano». Il gip ha disposto l'archiviazione nei confronti di due genitori «sfiduciati» dai servizi sociali della Val d'Enza: gli abusi contestati non ci furono. Il caso era finito nell'inchiesta Angeli e demoni; il padre e la madre del minorenne (che oggi ha 9 anni ed è in affidamento a un'altra famiglia) erano stati indagati per corruzione di minorenni, il reato commesso da chi compie atti sessuali in presenza di un minore di 14 anni. Il 30 aprile 2015 intervengono i servizi sociali e successivamente il tribunale dei minori di Bologna dispone l'affidamento del bambino agli stessi servizi, salvo poi, nel febbraio 2016, collocarlo in un'altra famiglia. Passano ben due anni e il sostituto procuratore Stefania Pigozzi deposita una richiesta di archiviazione sul presunto abuso sessuale commesso dal padre e - stando alle presunte rivelazioni fatte dal bambino agli affidatari - coperto dalla complicità della madre. L'ordinanza del gip Ramponi è chiara. Dagli atti si evince che nella relazione dell'assistente sociale Francesco Monopoli - datata 14 maggio 2018 - e trasmessa con lettera della responsabile dei servizi Federica Anghinolfi (legata a doppio filo al guru di Hansel e Gretel, Claudio Foti), si sosteneva che il bambino gli avesse confidato di aver subito abusi dal padre. In un'altra relazione, quella della collega Sara Gibertini, datata 26 agosto 2017, si spiegava che il bambino aveva riferito agli affidatari che la madre compiva atti sessuali davanti a lui. Per il caso sono stati indagati, a vario titolo per falsità ideologica, violenza privata, frode processuale, falsa perizia, molte delle figure professionali coinvolte nell'indagine: Anghinolfi, Gibertini, Monopoli e la psicoterapeuta di Torino Nadia Bolognini (compagna di Foti), accusata tra l'altro di essersi travestita da lupo cattivo davanti al piccolo associandolo l'animale alla figura del papà. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Monopoli avrebbe focalizzato l'attenzione sul procedimento penale del padre per ottenere che il bambino, ascoltato in fase di incidente probatorio, rendesse dichiarazioni su quegli atti di violenza, così da usarle nell'udienza fissata davanti al gip reggiano, a seguito dell'opposizione da parte dei servizi sociali alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm. Non solo. Monopoli avrebbe contattato un giudice onorario convincendolo che il quadro dei presunti abusi subiti dal bambino fosse pesantissimo, tralasciando però di riferire che la pm reggiana aveva chiesto l'archiviazione. E, ancora, avrebbe contattato un altro giudice onorario convincendolo di quanto stesse bene il ragazzino dopo l'allontanamento dalla famiglia di origine. Lunedì scorso si è svolta l'udienza sui reati contestati ai genitori, reati per i quali il sostituto procuratore Salvi ha ottenuto l'archiviazione. Intanto il tribunale dei minorenni ha disposto una consulenza tecnica per valutare la loro capacità genitoriale nell'ottica di un possibile ritorno in famiglia del bimbo. Dopo tutto il male subito, un figlio potrebbe finalmente fare ritorno dai suoi genitori. Di fronte a tanta sofferenza ingiusta, però, c'è una sinistra che non solo dimostra di sentirsi con la coscienza perfettamente pulita, ma addirittura prova a ridicolizzare chi osa denunciare che, da Bibbiano fino al Forteto, esiste un filo rosso di contiguità tra sistemi di potere rossi, assistenti sociali e cooperative. Il che fa di questa questione un'emergenza politica. Nel filmetto di Gipi s'inscena la parodia di una guerra, in cui sgangherati soldati nemici si «sparano» accuse infantili dal sapore di speculazione politica sulla pelle dei più piccoli. Tutta l'inchiesta che ha scoperchiato le presunte irregolarità dei servizi sociali della Val d'Enza ridotta a a una boutade. E sarebbero questi, quelli di sinistra? Quelli che, nel maldestro tentativo di assolvere la classe dirigente e gli amministratori locali del Pd, se ne fregano dei torti subiti dai genitori e dei loro figli sottratti? Avranno dimenticato che i Foti e le Anghinolfi, per portare avanti la loro crociata contro la famiglia tradizionale, prendevano di mira persone con difficoltà economiche o con storie di esclusione. Proprio il genere di emarginati che la sinistra dovrebbe avere a cuore e difendere dagli sfruttatori. Una schiera di «oppressi» che magari avevano la colpa di essere nati in Val d'Enza e non sbarcati a Lampedusa. Forse Gipi e Zoro si credono spiritosi. Ma dinanzi a certi affronti al dolore e alla miseria, chi è che ha il coraggio di ridere? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sinistra-ride-di-bibbiano-pero-grazie-allinchiesta-i-bimbi-tornano-dai-genitori-2640358452.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="san-marino-vuole-la-legge-sullaborto-ma-un-paese-senza-figli-non-ha-futuro" data-post-id="2640358452" data-published-at="1780940910" data-use-pagination="False"> San Marino vuole la legge sull’aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro In un comunicato la Usl (Unione sammarinese dei Lavoratori) afferma: «Un Paese senza bambini è un Paese senza futuro, con le connaturali conseguenze e ricadute in termini di forza lavoro, versamento contributi, posti di lavoro, ecc.; senza dimenticare il fatto che un “Paese vecchio" anagraficamente lo è anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e innovativi». E la televisione di San Marino, nel suo notiziario, ci ricorda che «negli ultimi tre anni le nascite sono calate del 20%. Numeri preoccupanti per una piccola realtà come la nostra. Ma come invertire questa tendenza?». Di fronte a queste considerazioni, di estremo realismo e buon senso, ci si chiede che cosa significhi insistere su una legge che, al di là di generiche affermazioni, intende introdurre nel nostro ordinamento l'interruzione volontaria della gravidanza, l'aborto, per intenderci, come diritto indiscutibile delle donne. E, a parte l'evidente dimenticanza di un fattore fondamentale in questo processo, la responsabilità dell'uomo nel concepimento, ci chiediamo se questa proposta sia nell'ordine del bene comune o nella logica di quella affermazione dei diritti di una sola parte che diventa, per sua natura, cancellazione dell'evidente diritto del concepito. E non si dica che, nel conflitto dei diritti, si intende privilegiare solo il diritto del concepito, dimenticando quelli della madre (e, aggiungiamo, del padre), perché se una donna per fare valere i suoi diritti ha tante possibilità, dal sostegno economico e psicologico fino alla possibilità di dare in adozione il figlio non accettato, per il concepito, l'unico modo di vedere riconosciuti quelli che sono i suoi diritti è quello di non essere ucciso e quindi di poter nascere. Riteniamo che compito della politica sia un'azione che salvaguardi il bene della collettività, e che sappia leggere quelli che, un tempo, erano chiamati «segni dei tempi», e così mettere in atto tutte quelle misure che consentano a una società di permanere e di crescere, sia attraverso risorse economiche che interventi educativi, per non dovere poi rimpiangere quell'inverno demografico che renderebbe San Marino un sito archeologico, al pare delle civiltà scomparse. Forse siamo ancora in tempo per prevenire questo disastro. Abbiamo forse bisogno della saggezza di Claude Lévi-Strauss, etnologo famoso, che, ripensando alla propria esperienza di studio e di impegno, così si esprime: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». Abbiamo bisogno di queste posizioni di realismo. Soprattutto riconoscendo che la dimenticanza di alcuni fattori fondamentali genera situazioni che alla fine si ritorcono contro di noi. Avevo appena finito di scrivere queste note quando ho trovato questo scritto di Gandhi: «Un giovane mi ha mandato una lettera, che possiamo riportare qui solo nella sostanza. Eccola: “Sono sposato. Ero partito per l'estero. Avevo un amico nel quale sia io sia i miei genitori riponevamo la massima fiducia. Durante la mia assenza sedusse mia moglie, che ora è rimasta incinta di lui. Mio padre insiste perché la ragazza ricorra all'aborto; altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso. Non si cura di mangiare né di bere, e piange sempre. Vuol avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?". Ho pubblicato, questa lettera con grande esitazione. Come tutti sanno, casi simili non sono affatto rari nella società. Perciò una circoscritta discussione pubblica della questione non mi pare fuori luogo. Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l'aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso fallo di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa. La società non solo li scusa, ma non li censura nemmeno. Per di più, poi, la donna non può nascondere la sua vergogna, mentre l'uomo può benissimo tener celato il suo peccato. La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l'amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre. Se debba continuare a vivere con sua moglie, è una questione delicata. Le circostanze possono giustificare la separazione. In tal caso dovrebbe essere tenuto a provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e aiutarla a condurre una vita pura. Né vedrei alcunché di sbagliato se egli ne accettasse il pentimento, purché sincero e genuino. Anzi, dico di più, posso concepire una situazione in cui sarebbe sacro dovere del marito riprendere con sé la moglie traviata che ha completamente espiato e riscattato il suo errore». (Gandhi, Antiche come le montagne, pagina 122). Norberto Bobbio, Gandhi e altre persone non cattoliche ci donano un giudizio chiaro sulla tragedia dell'aborto. Sapremo farne tesoro?
«Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro» (RaiPlay)
Mercoledì 10 giugno su Rai 1 la docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro ripercorre la vita di Dino Zoff, dall’infanzia in Friuli al Mondiale del 1982. Il ritratto di un portiere diventato simbolo di affidabilità e sobrietà nel calcio italiano.
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.