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2019-09-15
La sinistra ride di Bibbiano. Però grazie all’inchiesta i bimbi tornano dai genitori
Ansa
Dovrebbero amare i poveri e difendere gli oppressi. I sinistri, invece, per le «classi subalterne» mostrano solo disprezzo. Lo prova l'ultima trovata satirica del fumettista e regista Gipi su Bibbiano, presentata a Propaganda live, il programma di La7 condotto da Diego Bianchi, alias Zoro. Si tratta di uno stomachevole cortometraggio satirico, The battle of Bibbiano. Un filmato che, dietro la foglia di fico della stigmatizzazione di chi speculerebbe per scopi elettorali sul caso dei presunti affidi illeciti, finisce per dileggiare chi denuncia le storture di tutto un sistema di potere rosso, nonché le famiglie e i bambini che hanno tanto patito. Tutto questo, nei giorni in cui un provvedimento del tribunale di Reggio Emilia sancisce un importante precedente.
Un atto ufficiale, con in calce la firma del giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, sgretola, almeno sul piano giudiziario, il «sistema Bibbiano». Il gip ha disposto l'archiviazione nei confronti di due genitori «sfiduciati» dai servizi sociali della Val d'Enza: gli abusi contestati non ci furono. Il caso era finito nell'inchiesta Angeli e demoni; il padre e la madre del minorenne (che oggi ha 9 anni ed è in affidamento a un'altra famiglia) erano stati indagati per corruzione di minorenni, il reato commesso da chi compie atti sessuali in presenza di un minore di 14 anni. Il 30 aprile 2015 intervengono i servizi sociali e successivamente il tribunale dei minori di Bologna dispone l'affidamento del bambino agli stessi servizi, salvo poi, nel febbraio 2016, collocarlo in un'altra famiglia. Passano ben due anni e il sostituto procuratore Stefania Pigozzi deposita una richiesta di archiviazione sul presunto abuso sessuale commesso dal padre e - stando alle presunte rivelazioni fatte dal bambino agli affidatari - coperto dalla complicità della madre. L'ordinanza del gip Ramponi è chiara. Dagli atti si evince che nella relazione dell'assistente sociale Francesco Monopoli - datata 14 maggio 2018 - e trasmessa con lettera della responsabile dei servizi Federica Anghinolfi (legata a doppio filo al guru di Hansel e Gretel, Claudio Foti), si sosteneva che il bambino gli avesse confidato di aver subito abusi dal padre. In un'altra relazione, quella della collega Sara Gibertini, datata 26 agosto 2017, si spiegava che il bambino aveva riferito agli affidatari che la madre compiva atti sessuali davanti a lui. Per il caso sono stati indagati, a vario titolo per falsità ideologica, violenza privata, frode processuale, falsa perizia, molte delle figure professionali coinvolte nell'indagine: Anghinolfi, Gibertini, Monopoli e la psicoterapeuta di Torino Nadia Bolognini (compagna di Foti), accusata tra l'altro di essersi travestita da lupo cattivo davanti al piccolo associandolo l'animale alla figura del papà.
Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Monopoli avrebbe focalizzato l'attenzione sul procedimento penale del padre per ottenere che il bambino, ascoltato in fase di incidente probatorio, rendesse dichiarazioni su quegli atti di violenza, così da usarle nell'udienza fissata davanti al gip reggiano, a seguito dell'opposizione da parte dei servizi sociali alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm. Non solo. Monopoli avrebbe contattato un giudice onorario convincendolo che il quadro dei presunti abusi subiti dal bambino fosse pesantissimo, tralasciando però di riferire che la pm reggiana aveva chiesto l'archiviazione. E, ancora, avrebbe contattato un altro giudice onorario convincendolo di quanto stesse bene il ragazzino dopo l'allontanamento dalla famiglia di origine. Lunedì scorso si è svolta l'udienza sui reati contestati ai genitori, reati per i quali il sostituto procuratore Salvi ha ottenuto l'archiviazione. Intanto il tribunale dei minorenni ha disposto una consulenza tecnica per valutare la loro capacità genitoriale nell'ottica di un possibile ritorno in famiglia del bimbo. Dopo tutto il male subito, un figlio potrebbe finalmente fare ritorno dai suoi genitori.
Di fronte a tanta sofferenza ingiusta, però, c'è una sinistra che non solo dimostra di sentirsi con la coscienza perfettamente pulita, ma addirittura prova a ridicolizzare chi osa denunciare che, da Bibbiano fino al Forteto, esiste un filo rosso di contiguità tra sistemi di potere rossi, assistenti sociali e cooperative. Il che fa di questa questione un'emergenza politica. Nel filmetto di Gipi s'inscena la parodia di una guerra, in cui sgangherati soldati nemici si «sparano» accuse infantili dal sapore di speculazione politica sulla pelle dei più piccoli. Tutta l'inchiesta che ha scoperchiato le presunte irregolarità dei servizi sociali della Val d'Enza ridotta a a una boutade.
E sarebbero questi, quelli di sinistra? Quelli che, nel maldestro tentativo di assolvere la classe dirigente e gli amministratori locali del Pd, se ne fregano dei torti subiti dai genitori e dei loro figli sottratti? Avranno dimenticato che i Foti e le Anghinolfi, per portare avanti la loro crociata contro la famiglia tradizionale, prendevano di mira persone con difficoltà economiche o con storie di esclusione. Proprio il genere di emarginati che la sinistra dovrebbe avere a cuore e difendere dagli sfruttatori. Una schiera di «oppressi» che magari avevano la colpa di essere nati in Val d'Enza e non sbarcati a Lampedusa. Forse Gipi e Zoro si credono spiritosi. Ma dinanzi a certi affronti al dolore e alla miseria, chi è che ha il coraggio di ridere?
San Marino vuole la legge sull’aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro
In un comunicato la Usl (Unione sammarinese dei Lavoratori) afferma: «Un Paese senza bambini è un Paese senza futuro, con le connaturali conseguenze e ricadute in termini di forza lavoro, versamento contributi, posti di lavoro, ecc.; senza dimenticare il fatto che un “Paese vecchio" anagraficamente lo è anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e innovativi». E la televisione di San Marino, nel suo notiziario, ci ricorda che «negli ultimi tre anni le nascite sono calate del 20%. Numeri preoccupanti per una piccola realtà come la nostra. Ma come invertire questa tendenza?».
Di fronte a queste considerazioni, di estremo realismo e buon senso, ci si chiede che cosa significhi insistere su una legge che, al di là di generiche affermazioni, intende introdurre nel nostro ordinamento l'interruzione volontaria della gravidanza, l'aborto, per intenderci, come diritto indiscutibile delle donne. E, a parte l'evidente dimenticanza di un fattore fondamentale in questo processo, la responsabilità dell'uomo nel concepimento, ci chiediamo se questa proposta sia nell'ordine del bene comune o nella logica di quella affermazione dei diritti di una sola parte che diventa, per sua natura, cancellazione dell'evidente diritto del concepito.
E non si dica che, nel conflitto dei diritti, si intende privilegiare solo il diritto del concepito, dimenticando quelli della madre (e, aggiungiamo, del padre), perché se una donna per fare valere i suoi diritti ha tante possibilità, dal sostegno economico e psicologico fino alla possibilità di dare in adozione il figlio non accettato, per il concepito, l'unico modo di vedere riconosciuti quelli che sono i suoi diritti è quello di non essere ucciso e quindi di poter nascere.
Riteniamo che compito della politica sia un'azione che salvaguardi il bene della collettività, e che sappia leggere quelli che, un tempo, erano chiamati «segni dei tempi», e così mettere in atto tutte quelle misure che consentano a una società di permanere e di crescere, sia attraverso risorse economiche che interventi educativi, per non dovere poi rimpiangere quell'inverno demografico che renderebbe San Marino un sito archeologico, al pare delle civiltà scomparse. Forse siamo ancora in tempo per prevenire questo disastro.
Abbiamo forse bisogno della saggezza di Claude Lévi-Strauss, etnologo famoso, che, ripensando alla propria esperienza di studio e di impegno, così si esprime: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». Abbiamo bisogno di queste posizioni di realismo. Soprattutto riconoscendo che la dimenticanza di alcuni fattori fondamentali genera situazioni che alla fine si ritorcono contro di noi.
Avevo appena finito di scrivere queste note quando ho trovato questo scritto di Gandhi: «Un giovane mi ha mandato una lettera, che possiamo riportare qui solo nella sostanza. Eccola: “Sono sposato. Ero partito per l'estero. Avevo un amico nel quale sia io sia i miei genitori riponevamo la massima fiducia. Durante la mia assenza sedusse mia moglie, che ora è rimasta incinta di lui. Mio padre insiste perché la ragazza ricorra all'aborto; altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso. Non si cura di mangiare né di bere, e piange sempre. Vuol avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?". Ho pubblicato, questa lettera con grande esitazione. Come tutti sanno, casi simili non sono affatto rari nella società. Perciò una circoscritta discussione pubblica della questione non mi pare fuori luogo. Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l'aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso fallo di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa. La società non solo li scusa, ma non li censura nemmeno. Per di più, poi, la donna non può nascondere la sua vergogna, mentre l'uomo può benissimo tener celato il suo peccato. La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l'amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre. Se debba continuare a vivere con sua moglie, è una questione delicata. Le circostanze possono giustificare la separazione. In tal caso dovrebbe essere tenuto a provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e aiutarla a condurre una vita pura. Né vedrei alcunché di sbagliato se egli ne accettasse il pentimento, purché sincero e genuino. Anzi, dico di più, posso concepire una situazione in cui sarebbe sacro dovere del marito riprendere con sé la moglie traviata che ha completamente espiato e riscattato il suo errore». (Gandhi, Antiche come le montagne, pagina 122).
Norberto Bobbio, Gandhi e altre persone non cattoliche ci donano un giudizio chiaro sulla tragedia dell'aborto. Sapremo farne tesoro?
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Un piccolo strappato senza motivo alla famiglia tre anni fa ottiene finalmente giustizia. Intanto al silenzio su «Angeli e demoni» si aggiungono gli sberleffi catodici di Zoro & C. San Marino vuole la legge sull'aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro. In nome dei diritti della donna si pensa di introdurre una norma che mette a rischio il nostro bene più prezioso: la vita. Prima di fare pazzie, meglio ricordare la lezione di Gandhi. Lo speciale comprende due articoli. Dovrebbero amare i poveri e difendere gli oppressi. I sinistri, invece, per le «classi subalterne» mostrano solo disprezzo. Lo prova l'ultima trovata satirica del fumettista e regista Gipi su Bibbiano, presentata a Propaganda live, il programma di La7 condotto da Diego Bianchi, alias Zoro. Si tratta di uno stomachevole cortometraggio satirico, The battle of Bibbiano. Un filmato che, dietro la foglia di fico della stigmatizzazione di chi speculerebbe per scopi elettorali sul caso dei presunti affidi illeciti, finisce per dileggiare chi denuncia le storture di tutto un sistema di potere rosso, nonché le famiglie e i bambini che hanno tanto patito. Tutto questo, nei giorni in cui un provvedimento del tribunale di Reggio Emilia sancisce un importante precedente. Un atto ufficiale, con in calce la firma del giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, sgretola, almeno sul piano giudiziario, il «sistema Bibbiano». Il gip ha disposto l'archiviazione nei confronti di due genitori «sfiduciati» dai servizi sociali della Val d'Enza: gli abusi contestati non ci furono. Il caso era finito nell'inchiesta Angeli e demoni; il padre e la madre del minorenne (che oggi ha 9 anni ed è in affidamento a un'altra famiglia) erano stati indagati per corruzione di minorenni, il reato commesso da chi compie atti sessuali in presenza di un minore di 14 anni. Il 30 aprile 2015 intervengono i servizi sociali e successivamente il tribunale dei minori di Bologna dispone l'affidamento del bambino agli stessi servizi, salvo poi, nel febbraio 2016, collocarlo in un'altra famiglia. Passano ben due anni e il sostituto procuratore Stefania Pigozzi deposita una richiesta di archiviazione sul presunto abuso sessuale commesso dal padre e - stando alle presunte rivelazioni fatte dal bambino agli affidatari - coperto dalla complicità della madre. L'ordinanza del gip Ramponi è chiara. Dagli atti si evince che nella relazione dell'assistente sociale Francesco Monopoli - datata 14 maggio 2018 - e trasmessa con lettera della responsabile dei servizi Federica Anghinolfi (legata a doppio filo al guru di Hansel e Gretel, Claudio Foti), si sosteneva che il bambino gli avesse confidato di aver subito abusi dal padre. In un'altra relazione, quella della collega Sara Gibertini, datata 26 agosto 2017, si spiegava che il bambino aveva riferito agli affidatari che la madre compiva atti sessuali davanti a lui. Per il caso sono stati indagati, a vario titolo per falsità ideologica, violenza privata, frode processuale, falsa perizia, molte delle figure professionali coinvolte nell'indagine: Anghinolfi, Gibertini, Monopoli e la psicoterapeuta di Torino Nadia Bolognini (compagna di Foti), accusata tra l'altro di essersi travestita da lupo cattivo davanti al piccolo associandolo l'animale alla figura del papà. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Monopoli avrebbe focalizzato l'attenzione sul procedimento penale del padre per ottenere che il bambino, ascoltato in fase di incidente probatorio, rendesse dichiarazioni su quegli atti di violenza, così da usarle nell'udienza fissata davanti al gip reggiano, a seguito dell'opposizione da parte dei servizi sociali alla richiesta di archiviazione avanzata dal pm. Non solo. Monopoli avrebbe contattato un giudice onorario convincendolo che il quadro dei presunti abusi subiti dal bambino fosse pesantissimo, tralasciando però di riferire che la pm reggiana aveva chiesto l'archiviazione. E, ancora, avrebbe contattato un altro giudice onorario convincendolo di quanto stesse bene il ragazzino dopo l'allontanamento dalla famiglia di origine. Lunedì scorso si è svolta l'udienza sui reati contestati ai genitori, reati per i quali il sostituto procuratore Salvi ha ottenuto l'archiviazione. Intanto il tribunale dei minorenni ha disposto una consulenza tecnica per valutare la loro capacità genitoriale nell'ottica di un possibile ritorno in famiglia del bimbo. Dopo tutto il male subito, un figlio potrebbe finalmente fare ritorno dai suoi genitori. Di fronte a tanta sofferenza ingiusta, però, c'è una sinistra che non solo dimostra di sentirsi con la coscienza perfettamente pulita, ma addirittura prova a ridicolizzare chi osa denunciare che, da Bibbiano fino al Forteto, esiste un filo rosso di contiguità tra sistemi di potere rossi, assistenti sociali e cooperative. Il che fa di questa questione un'emergenza politica. Nel filmetto di Gipi s'inscena la parodia di una guerra, in cui sgangherati soldati nemici si «sparano» accuse infantili dal sapore di speculazione politica sulla pelle dei più piccoli. Tutta l'inchiesta che ha scoperchiato le presunte irregolarità dei servizi sociali della Val d'Enza ridotta a a una boutade. E sarebbero questi, quelli di sinistra? Quelli che, nel maldestro tentativo di assolvere la classe dirigente e gli amministratori locali del Pd, se ne fregano dei torti subiti dai genitori e dei loro figli sottratti? Avranno dimenticato che i Foti e le Anghinolfi, per portare avanti la loro crociata contro la famiglia tradizionale, prendevano di mira persone con difficoltà economiche o con storie di esclusione. Proprio il genere di emarginati che la sinistra dovrebbe avere a cuore e difendere dagli sfruttatori. Una schiera di «oppressi» che magari avevano la colpa di essere nati in Val d'Enza e non sbarcati a Lampedusa. Forse Gipi e Zoro si credono spiritosi. Ma dinanzi a certi affronti al dolore e alla miseria, chi è che ha il coraggio di ridere? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-sinistra-ride-di-bibbiano-pero-grazie-allinchiesta-i-bimbi-tornano-dai-genitori-2640358452.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="san-marino-vuole-la-legge-sullaborto-ma-un-paese-senza-figli-non-ha-futuro" data-post-id="2640358452" data-published-at="1782281943" data-use-pagination="False"> San Marino vuole la legge sull’aborto. Ma un Paese senza figli non ha futuro In un comunicato la Usl (Unione sammarinese dei Lavoratori) afferma: «Un Paese senza bambini è un Paese senza futuro, con le connaturali conseguenze e ricadute in termini di forza lavoro, versamento contributi, posti di lavoro, ecc.; senza dimenticare il fatto che un “Paese vecchio" anagraficamente lo è anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e innovativi». E la televisione di San Marino, nel suo notiziario, ci ricorda che «negli ultimi tre anni le nascite sono calate del 20%. Numeri preoccupanti per una piccola realtà come la nostra. Ma come invertire questa tendenza?». Di fronte a queste considerazioni, di estremo realismo e buon senso, ci si chiede che cosa significhi insistere su una legge che, al di là di generiche affermazioni, intende introdurre nel nostro ordinamento l'interruzione volontaria della gravidanza, l'aborto, per intenderci, come diritto indiscutibile delle donne. E, a parte l'evidente dimenticanza di un fattore fondamentale in questo processo, la responsabilità dell'uomo nel concepimento, ci chiediamo se questa proposta sia nell'ordine del bene comune o nella logica di quella affermazione dei diritti di una sola parte che diventa, per sua natura, cancellazione dell'evidente diritto del concepito. E non si dica che, nel conflitto dei diritti, si intende privilegiare solo il diritto del concepito, dimenticando quelli della madre (e, aggiungiamo, del padre), perché se una donna per fare valere i suoi diritti ha tante possibilità, dal sostegno economico e psicologico fino alla possibilità di dare in adozione il figlio non accettato, per il concepito, l'unico modo di vedere riconosciuti quelli che sono i suoi diritti è quello di non essere ucciso e quindi di poter nascere. Riteniamo che compito della politica sia un'azione che salvaguardi il bene della collettività, e che sappia leggere quelli che, un tempo, erano chiamati «segni dei tempi», e così mettere in atto tutte quelle misure che consentano a una società di permanere e di crescere, sia attraverso risorse economiche che interventi educativi, per non dovere poi rimpiangere quell'inverno demografico che renderebbe San Marino un sito archeologico, al pare delle civiltà scomparse. Forse siamo ancora in tempo per prevenire questo disastro. Abbiamo forse bisogno della saggezza di Claude Lévi-Strauss, etnologo famoso, che, ripensando alla propria esperienza di studio e di impegno, così si esprime: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». Abbiamo bisogno di queste posizioni di realismo. Soprattutto riconoscendo che la dimenticanza di alcuni fattori fondamentali genera situazioni che alla fine si ritorcono contro di noi. Avevo appena finito di scrivere queste note quando ho trovato questo scritto di Gandhi: «Un giovane mi ha mandato una lettera, che possiamo riportare qui solo nella sostanza. Eccola: “Sono sposato. Ero partito per l'estero. Avevo un amico nel quale sia io sia i miei genitori riponevamo la massima fiducia. Durante la mia assenza sedusse mia moglie, che ora è rimasta incinta di lui. Mio padre insiste perché la ragazza ricorra all'aborto; altrimenti, dice, la famiglia sarebbe disonorata. A me sembra ingiusto far così. La povera donna è rosa dal rimorso. Non si cura di mangiare né di bere, e piange sempre. Vuol avere la gentilezza di dirmi qual è il mio dovere in questo caso?". Ho pubblicato, questa lettera con grande esitazione. Come tutti sanno, casi simili non sono affatto rari nella società. Perciò una circoscritta discussione pubblica della questione non mi pare fuori luogo. Mi sembra chiaro come la luce del giorno che l'aborto sarebbe un crimine. Innumerevoli mariti sono colpevoli dello stesso fallo di questa povera donna, ma nessuno mai li accusa. La società non solo li scusa, ma non li censura nemmeno. Per di più, poi, la donna non può nascondere la sua vergogna, mentre l'uomo può benissimo tener celato il suo peccato. La donna in questione merita pietà. Sarebbe sacro dovere del marito allevare il bimbo con tutto l'amore e la tenerezza di cui è capace e rifiutare di seguire i consigli del padre. Se debba continuare a vivere con sua moglie, è una questione delicata. Le circostanze possono giustificare la separazione. In tal caso dovrebbe essere tenuto a provvedere al suo mantenimento e alla sua educazione e aiutarla a condurre una vita pura. Né vedrei alcunché di sbagliato se egli ne accettasse il pentimento, purché sincero e genuino. Anzi, dico di più, posso concepire una situazione in cui sarebbe sacro dovere del marito riprendere con sé la moglie traviata che ha completamente espiato e riscattato il suo errore». (Gandhi, Antiche come le montagne, pagina 122). Norberto Bobbio, Gandhi e altre persone non cattoliche ci donano un giudizio chiaro sulla tragedia dell'aborto. Sapremo farne tesoro?
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, il vigile urbano morto ieri a Milano durante un inseguimento (Ansa)
Il giovane accelera in direzione di Peschiera Borromeo. Tre agenti motociclisti e una pattuglia della Polizia stradale si mettono alle sue spalle. Poco dopo, all’altezza di via Milano, i colleghi perdono di vista Francesco Imprezzabile. Poi trovano prima la moto a terra sul margine della carreggiata. L’agente è poco più avanti, già in arresto cardiaco. Trasportato al Niguarda, morirà poco dopo. Aveva 39 anni e ad agosto ne avrebbe compiuti quaranta.
Per un lavoro svolto anche di notte (e negli interventi più rischiosi), un agente della Polizia locale percepisce in media tra i 1.500 e i 1.600 euro netti al mese. Una retribuzione davvero modesta rispetto alle responsabilità e ai pericoli affrontati ogni giorno, per di più in una delle città più costose e pericolose d’Italia. Imprezzabile credeva profondamente nell’uniforme. «Non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere», aveva scritto su Instagram appena un mese fa, ricordando «sacrifici, rinunce e fatica» che spesso nessuno vede. Parole che oggi pesano ancora di più, in una città dove troppo spesso la divisa viene sfidata, delegittimata o ignorata. È morto inseguendo chi, a quell’alt, ha scelto di non fermarsi.
«Mi ha intimato l’alt, ma avevo pochi grammi di hashish. Non volevo guai e sono scappato». È la spiegazione che B.G. ha fornito durante l’interrogatorio davanti alla pm Francesca Crupi.
«Ero io alla guida», ha dichiarato, assumendosi la responsabilità della fuga. Ha però sostenuto di non essersi accorto della caduta dell’agente: «Non l’ho visto cadere». Poi ha aggiunto di avere pensato di presentarsi spontaneamente agli inquirenti: «Stavo pensando di costituirmi, volevo prima confrontarmi con il mio avvocato».
Nel corso dell’interrogatorio il ventisettenne ha anche espresso il proprio rammarico: «Mi scuso con lo Stato italiano e con la sua famiglia. Se posso fare qualcosa per loro, sono disponibile». Sono parole pronunciate però dopo essere stato rintracciato a Monza, nell’abitazione di uno dei tre amici che viaggiavano con lui e che, al momento, non risultano indagati.
B.G. è stato arrestato per la fuga pericolosa ed è indagato per omicidio stradale colposo. Si trova nel carcere di San Vittore. Agli inquirenti spetterà ora accertare il nesso tra la sua condotta, la prosecuzione della fuga ad alta velocità e la caduta mortale dell’agente.
Il veicolo, regolarmente noleggiato, è stato individuato attraverso la targa e le immagini delle telecamere comunali e degli esercizi pubblici. L’Audi Q7 e la motocicletta sono state sequestrate. «Ieri sera ho perso uno dei miei uomini, un ragazzo che ad agosto avrebbe compiuto quarant’anni», ha detto il comandante Gianluca Mirabelli. «Amava il proprio lavoro, forse troppo». Poi l’abbraccio ai genitori e la promessa di ricostruire la dinamica «con certezza al mille per cento». Dai primi accertamenti la Procura esclude che il Suv abbia speronato la motocicletta. Restano da chiarire le cause della caduta e l’eventuale presenza di un contatto di altro tipo. Saranno le immagini, le tracce sui mezzi e gli esami tecnici a ricostruire gli ultimi secondi dell’inseguimento.
La morte di Imprezzabile ha riaperto il dossier sulle condizioni di lavoro della Polizia locale. I sindacati ricordano che gli agenti vengono impiegati in servizi sempre più simili a quelli delle forze di polizia statali, senza però disporre delle stesse tutele previdenziali, assistenziali e infortunistiche.
La Cisl Funzione pubblica ha chiesto al Parlamento di accelerare l’approvazione della nuova legge quadro, attesa da oltre quarant’anni, ricordando che gli infortuni nella categoria sono circa 2.000 ogni anno.
Il cordoglio è bipartisan. Il presidente Sergio Mattarella si è detto «profondamente rattristato», il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che «chi indossa una divisa mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri», mentre il sindaco Giuseppe Sala ha espresso vicinanza alla famiglia e al Corpo. Pierfrancesco Majorino (Pd) ha richiamato «il valore dell’impegno e del senso del dovere», Simonetta Matone (Lega) ha scritto che Imprezzabile «ha perso la vita facendo il suo dovere» e Mariastella Gelmini (Fi) ha chiesto che i responsabili siano assicurati alla giustizia.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato ha accusato «la sciocca ideologia della sinistra» di aver consentito «a degli autentici delinquenti di arrivare in Italia», puntando il dito contro il conducente albanese.
Valter Mazzetti, segretario generale dell’Fsp Polizia di Stato, ha osservato che Milano è ormai «tristemente nota per gli inseguimenti finiti in tragedia» e ha sottolineato come, a differenza di altri casi, alla morte di Imprezzabile non seguiranno verosimilmente cortei, incendi e devastazioni. Il riferimento è al caso di Ramy Elgaml.
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Il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (@Michele Silvestro)
A una domanda sulla foto del «campino largo», con lo stesso Conte, la Schlein e i leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, senza esponenti degli altri partiti del centrosinistra, a partire da Matteo Renzi, Conte risponde: «Ci sono state tante riunioni nel campo progressista, sempre con Schlein, Bonelli e Fratoianni: non abbiamo parlato di Renzi, ma del fatto che, da inizio legislatura, abbiamo condiviso un percorso di opposizione e maturato proposte su salario minimo, congedo paritario e riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. L’8 e il 15 luglio saremo insieme in una città prima del Nord e poi del Sud per sintetizzare il lavoro fatto. Dopo l’estate ragioneremo su come ampliare efficacemente questo perimetro».
Come ben sanno tutti coloro che hanno seguito il crollo del secondo governo guidato da Conte, quello giallorosso, uno dei principali artefici dello sfratto del leader del M5s da Palazzo Chigi è stato proprio Renzi che, del resto, ha sempre rivendicato l’operazione che ha portato Mario Draghi alla guida del governo. Belpietro incalza Conte su una eventuale alleanza con il leader di Italia viva, ribattezzata Casa riformista: «Non è una decisione da prendere adesso», risponde il leader pentastellato, «adesso è il tempo del programma, dopo sarà il tempo di decidere chi coinvolgere in questo progetto, valutando ovviamente tutte le condizioni che si presenteranno». Una bella stoccata, che provoca le reazioni sia di Renzi che della Schlein. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato», risponde Renzi a La7, «Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni. Per vincere servono tutti perchè l’altra volta la Meloni ha vinto perché la sinistra era divisa».
Infuriata pure Elly Schlein: «L’alleanza progressista», risponde la segretaria nel corso della direzione dem, «è già una realtà. Semmai, dobbiamo allargare ancora, non certo restringere. Nessuno questo lo mette più in discussione, è la cornice comune. E qualche anno fa non era affatto spontaneo. Proprio per questo, però, ora bisogna fare uno scatto in avanti. La coalizione ha margine per crescere ancora, aprirsi al contributo di nuove forze».
In realtà alla Schlein non è andata giù anche (e, forse, soprattutto) un’altra risposta di Conte, quella alla domanda di Belpietro sulla leadership del centrosinistra: «Le primarie rimangono sul tavolo», argomenta l’ex premier, «come rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quando ho parlato di primarie, anche Elly Schlein e altri esponenti del Pd si erano detti d’accordo, poi ho visto che c’è stata qualche titubanza. Ma rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quali? Una potrebbe essere anche quella adottata nelle Regioni. Noi non abbiamo mai fatto primarie nelle Regioni, ma abbiamo di volta in volta dato rispetto ai soggetti candidati, rispetto alle forze di coalizione, valutato tutti insieme quale era il candidato più competitivo. Se si trova un candidato più competitivo, siccome dobbiamo andare a vincere, scegli quel candidato».
Dettaglio tutt’altro che secondario: Conte non inserisce nel novero delle possibilità per la scelta della leadership quella del leader del principale partito della coalizione, ovvero la Schlein, ed è veramente difficile credere a una dimenticanza. Una bella legnata alla segretaria e al suo cerchietto tragico, che già si immagina a Palazzo Chigi.
Rifarebbe il Superbonus? Conte sorprende tutti: «Non rifarei il Superbonus se fossi di nuovo al governo», risponde, «però ricordo che è stato lanciato in piena pandemia e vagliato sia da illustri fiscalisti come Tremonti, sia da Bankitalia: in quel momento ha fatto ripartire l’Italia con una spinta eccezionale, che oggi non serve». E il Reddito di cittadinanza? «Doveva essere accompagnato dalla riforma delle politiche attive», spiega l’ex premier, «su cui avevamo messo in campo un miliardo di euro, ma che non abbiamo potuto attuare perché 15 Regioni in mano alla destra non hanno voluto rinforzare i centri per l’impiego. Ora il governo, anziché cancellarlo, ha cambiato nome: si chiama assegno di inclusione facendo, però, uno sfregio ai cittadini in povertà assoluta».
Sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Conte si chiude in difesa: «Abbiamo contestato la commissione», ha detto, «perché ci sembra una presa in giro: la gestione della sanità è in mano agli assessorati regionali, ma si vuole provare ad accertare la verità al di fuori del perimetro regionale forse perché Lombardia e Veneto, che sono le Regioni più colpite, sono in mano al centrodestra. In un primo momento non volevamo partecipare ai lavori perché ci sembrava un affronto, poi abbiamo accettato ma fin da subito abbiamo sentito che qualcuno se l’è presa con il personale sanitario o, addirittura, con la Chiesa cattolica. C’è una propaganda strumentale finalizzata a mettermi in difficoltà». Altri spunti impostanti. Conte dice no alla patrimoniale: «Quando ero a palazzo Chigi e dovevamo far ripartire il Paese dopo il Covid, ho fatto valutare questa ipotesi ma il dossier poi l’ho buttato nel cestino»; critica la Meloni sul caso-Trump («Confondeva la politica estera con l’affinità ideologica, per cui ha pensato che sposare l’ideologia Maga le desse un salvacondotto») e dice no al gas russo fino a «un secondo dopo che abbiamo sottoscritto un accordo di pace».
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