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Il sindaco Tosi uccellato dal dittatore dell’Ucraina

Una sceneggiata del genere nella città di Romeo e Giulietta non si ricordava a memoria d'uomo. I personaggi: una banda italo-moldava, formata da almeno una dozzina di malviventi, che depreda lo storico Museo di Castelvecchio portandosi via 17 capolavori; un dittatore dell'ex Urss che tiene in ostaggio le tele da quasi cinque mesi, dopo che sono state ritrovate dalla sua polizia; un ex sindaco leghista, finito a fare la stampella del governo di Matteo Renzi, che consegna la cittadinanza onoraria all'oligarca nella speranza d'ingraziarselo e invece finisce uccellato.

Gli interpreti: il sindaco di Verona, Flavio Tosi, espulso dalla Lega, fondatore del movimento Fare!; il presidente dell'Ucraina, Petro Poroshenko; le preziose opere (Tintoretto padre e figlio, Mantegna, Pisanello, Rubens, Bellini, Caroto, Benini, de Jode), valore stimato 20 milioni di euro, rubate il 19 novembre 2105 dalla pinacoteca scaligera e ritrovate nel maggio scorso al confine con la Moldavia, ma ma non ancora restituite alla città, nonostante le ripetute rassicurazioni di Tosi sull'imminenza del ritorno.

Fra poche settimane, sei degli imputati (tre sono ai domiciliari in Moldavia, almeno due ancora latitanti, un indagato è in stato di libertà) finiranno sotto processo, mentre i capolavori sottratti restano ancora a Kiev nel palazzo presidenziale.

E il sindaco del Fare! che fa? Invece di arrabbiarsi, invece di attirare l'attenzione mediatica (come sa fare quando vuole) su quanto Poroshenko sta combinando, prima vola a Kiev per concedergli la cittadinanza onoraria; poi in segno di riconoscenza regala agli ucraini l'ingresso gratis nei musei veronesi fino al 31 dicembre 2016; infine, come se ancora non bastasse, accetta che i capolavori rubati facciano bella mostra di sé (e del leader ucraino) nel museo nazionale di Kiev, il Khanenko.

Ecco allora che dalle rive dell'Adige la sceneggiata si sposta sulle sponde del Dnieper. All'inaugurazione dell'esposizione I tesori salvati dell'Italia, 17 dipinti della collezione del Museo di Castelvecchio, lo scorso 13 giugno, accanto a Poroshenko e all'ambasciatore d'Italia a Kiev, Fabrizio Romano, un Tosi sorridente consegna nelle mani del presidente ucraino la pergamena della cittadinanza onoraria.

«Ora aspettiamo il rientro delle opere a Castelvecchio, operazione che dovrebbe concludersi nell'arco di qualche settimana», azzarda speranzoso. «Terminata la mostra, le opere d'arte saranno imballate e rispedite finalmente a Verona, con un volo di Stato messo a disposizione dalla Farnesina», riporta l'Ansa lo scorso 25 maggio. Per la sospirata consegna dei dipinti al Museo di Castelvecchio viene data quasi per certa la presenza a Verona del premier Matteo Renzi.

Siamo a fine settembre e di quei capolavori rubati la sera del 19 novembre, con la complicità dell'unica guardia presente all'orario di chiusura della pinacoteca, nemmeno l'ombra. Sono ancora monopolio di Poroshenko, che aspettò sei giorni prima di dare la notizia del ritrovamento: la sua polizia di frontiera (con investigatori coordinati dalla Procura di Verona) scovò il 6 maggio la refurtiva chiusa in sacchi di plastica sull'isola di Turunciuk, ma il leader ucraino si prese del tempo per il comunicato ufficiale in modo da poter posare accanto ai quadri.

«Questi quadri sono le stelle del Museo Castelvecchio di Verona», dichiarò soddisfatto, annunciando l'arrivo di esperti italiani per autenticare le opere e iniziare le formalità della restituzione. Ma le buone intenzioni rimasero solo parole. Ne fece subito le spese la direttrice del pinacoteca, Paola Marini (oggi direttrice delle Gallerie dell'Accademia di Venezia), volata a Kiev per verificare l'autenticità e lo stato di salute dei quadri e costretta ad aspettare tre giorni in hotel prima di poterli visionari e ottenere il nullaosta da Poroshenko.

«Le tele hanno danni non gravi ma diffusi», fu la valutazione che venne fatta. Avrebbero bisogno di un restauro immediato, non di finire appese in un museo solo per soddisfare la vanità di un presidente. Eppure il sindaco Tosi accettò, andò all'inaugurazione, sorrise e ripeté convinto che i quadri sarebbero presto nella sua Verona.

A oggi, i veronesi, delusi e arrabbiati, sanno solo che il prossimo 2 novembre si celebrerà l'udienza preliminare del processo per la «rapina del secolo», e che i primi sei imputati saranno giudicati con rito abbreviato, ovvero ciascuno di loro otterrà per legge lo sconto di un terzo sull'ammontare della pena finale in caso di condanna. Il tutto a porte chiuse, come prevede il rito alternativo. Usciranno di prigione prima del rientro delle opere?

Fuori, nella città, rimane l'attesa per capolavori lasciati nelle mani di un signore il cui nome è comparso nei cosiddetti «Panama papers», i documenti del più grande scandalo finanziario della storia che vede coinvolti re, statisti, calciatori, tutti clienti dello studio legale Mossack Fonseca, per frodi fiscali.

  • Oltre alla scarsa diffusione sul territorio e al «boicottaggio» di chi propugna eutanasia e suicidio assistito, la pratica deve fare i conti anche con la carenza di specializzandi: solo 64 posti su 165 coperti lo scorso anno.
  • Tania Piccione, presidente della Cic-cp, acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative: «A fine aprile presenteremo un documento ai politici con le richieste arrivate “dal basso” su queste tematiche».
  • Riparte l’iter della legge sul fine vita. Testo al Senato il 17. Il nodo dei Centri di coordinamento nazionale dei comitati etici. Contrari Cappato & C. ma anche i pro life: «Irricevibile normare la morte on demand».

Lo speciale contiene tre articoli.

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Dimmi La Verità | Guido Castelli: «Ecco come procedere per quello che è successo a Niscemi»

Ecco #DimmiLaVerità del 2 febbraio 2026. Il senatore di Fdi Guido Castelli, commissario straordinario per il terremoto del Centro Italia 2016-17, ci spiega cosa si potrà fare per le famiglie di Niscemi.

Le incertezze saudite sull’Iran irritano Erdogan
Mohammad bin Salman (Ansa)

A che gioco gioca l’Arabia Saudita? Negli ultimi giorni, sono emersi degli elementi interessanti sulla linea di Riad in riferimento al dossier iraniano: elementi che potrebbero avere delle ripercussioni geopolitiche significative.

Secondo Axios, durante un recente incontro a porte chiuse a Washington con dei think tank e delle organizzazioni ebraiche, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, qualora Washington non attaccasse l’Iran, ciò rafforzerebbe il regime degli ayatollah. «A questo punto, se ciò non accade, non farà altro che rafforzare il regime», avrebbe, in particolare, affermato. Eppure, a livello ufficiale, il regno ha costantemente auspicato una de-escalation nella crisi iraniana, arrivando a negare agli Stati Uniti di usare le loro basi e il loro spazio aereo per effettuare un eventuale atto militare contro la Repubblica islamica.

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Marzio G. Mian: «Sulla Groenlandia ha vinto Trump»
Nel riquadro Marzio G. Mian (Ansa)
Il reporter: «Il tycoon ha chiesto 100 e ottenuto 30 senza fare nulla. Gli Usa indietro nell’Artico rispetto a Russia e Cina, anche Biden si è mosso in tal senso. Gli Inuit non stanno coi danesi e sono usciti dall’Europa nel 1985».

«Un giorno il sindaco di un paese della Norvegia artica mi disse: li vedi quei birdwatchers? Non saprebbero distinguere un gabbiano da una gazza. Sono tutte spie». «Nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera di titanio 4.000 sotto il pack del Polo Nord. Come dire: questa terra è nostra». Meglio fidarsi di chi i ghiacci li frequenta da 30 anni e ne ha sentito lo scricchiolio sotto le scarpe. E mentre improbabili troupe (anche italiane) inseguono funzionari danesi a Nuuk per farsi dire che «la Groenlandia preferisce l’Europa agli Stati Uniti», per cogliere il battito cardiaco del Grande Nord è più interessante rivolgersi a un Virgilio speciale, Marzio G. Mian, reporter e scrittore di lungo corso, uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza strategica del mondo oltre la mitica Thule. La conferma in due libri: Artico, la battaglia del Grande Nord e La guerra bianca (Neri Pozza). Oggi rilanciati da un testimonial involontario d’eccezione, Donald Trump.

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