Con oltre un secolo di storia alle spalle, Lodenfrey rappresenta uno dei nomi più autentici dell’heritage europeo legato all’outerwear. Un marchio che ha saputo attraversare il tempo restando fedele alle proprie radici, reinterpretando il loden - simbolo di funzionalità e tradizione alpina - in chiave contemporanea. Oggi a guidarne il percorso è Leonard von Pfister, sesta generazione della famiglia, chiamato a raccogliere un’eredità importante e a proiettarla nel futuro. In occasione di Pitti Uomo 109, incontriamo Leonard per ripercorrere la storia del brand, capire come il passato continui a influenzare il prodotto di oggi e scoprire come un capo iconico possa dialogare con le nuove generazioni e con i mercati internazionali.
Quali le origini del marchio e come questa lunga tradizione ha influenzato il vostro percorso fino a oggi?
«Lodenfrey nasce nel 1842 a Monaco di Baviera, città che ancora oggi è il cuore pulsante del brand. Fin dalle origini, la nostra missione è stata quella di innovare il loden - un tessuto profondamente radicato nella cultura alpina mitteleuropea - e trasformarlo, attraverso modelli come l’Hubertus, nostro modello simbolo, ovvero il cappotto in loden, in un’icona di eleganza senza tempo. Questo patrimonio ci guida tuttora, influenzando le nostre scelte stilistiche e ispirandoci nella continua evoluzione del prodotto».
Quanto la storia influisce sul prodotto attuale e sulla filosofia del marchio?
«L’influenza è costante. La tradizione non è un vincolo, ma un terreno fertile. Ogni capo che produciamo nasce da una profonda conoscenza storica e sartoriale, ma parla il linguaggio dell’oggi. Filosoficamente, crediamo in una moda che non insegue la velocità, ma costruisce nel tempo: con materiali autentici, linee pulite e una funzionalità che attraversa le stagioni… e i secoli».
In che modo reinterpretate il loden per renderlo contemporaneo e rilevante per il pubblico di oggi?
«La nostra chiave è il rispetto. Non stravolgiamo, ma ascoltiamo il capo. Il loden coat ha già una forte identità, che possiamo attualizzare attraverso tagli aggiornati, dettagli funzionali, o collaborazioni creative. Il nostro pubblico apprezza l’autenticità e sente che il loden rappresenta un’alternativa credibile alla moda veloce: è un investimento che dura, non solo nel guardaroba, ma nell’immaginario».
Come riuscite a bilanciare l’eredità storica con le esigenze delle nuove generazioni?
«Con un approccio sartoriale alla contemporaneità. Cerchiamo linee più fluide, tessuti più leggeri, interpretazioni più libere. Ma sempre senza perdere l’anima del capo. Il nostro cliente giovane oggi cerca autenticità, qualità e una narrazione che abbia spessore. Il loden, per come lo proponiamo, risponde perfettamente a questa ricerca».
Cosa rappresenta il cappotto Hubertus per voi, e qual è la novità che presentate a Pitti Uomo?
«Hubertus è il nostro manifesto: un cappotto classico, rigoroso, ma anche sorprendentemente attuale. Per Pitti Uomo 109 presentiamo un progetto speciale: una customizzazione a opera della designer Carlotta Orlando, alias «Giglio Tigrato», che reinterpreta l’Hubertus con un twist artistico e narrativo. Il risultato? Un capo che svela la sua anima interiore, con tocchi di fantasia e un’estetica upcycled che parla al gusto contemporaneo. È il nostro modo di dialogare con una generazione nuova, pur restando fedeli al Dna del brand».
Dove avviene la produzione dei vostri capi e quale importanza ha per voi la filiera?
«Ci affidiamo a una rete selezionata di manifatture europee, anche di proprietà, con cui abbiamo costruito un rapporto di fiducia e controllo. La qualità del capo è legata a doppio filo alla qualità della filiera: è per questo che seguiamo ogni fase, dalla scelta del loden - pura lana vergine e/o in mischia con l’alpaca - fino al confezionamento. La nostra promessa è un capo che duri e migliori nel tempo».
Quali sono i mercati di maggior interesse oggi e come si sono evoluti nel tempo?
«La Germania resta il nostro mercato di riferimento, ma stiamo crescendo significativamente in Italia, Austria e Francia. L’interesse per prodotti autentici, con una storia forte, è trasversale. In particolare, i buyer italiani stanno riscoprendo il valore del loden coat come capo iconico, perfetto per negozi che vogliono distinguersi per eleganza e personalità».
Come integrate sostenibilità e innovazione nella vostra produzione e comunicazione?
«Partiamo dalla sostanza: materiali naturali, durevoli, prodotti in modo etico. Ma anche dalla forma: cerchiamo di raccontare ogni capo come parte di un ciclo virtuoso. Il loden coat è, per definizione, sostenibile: non insegue mode, non va sprecato e si tramanda anche di generazione in generazione. Questo, per noi, è innovazione culturale».
Lei rappresenta la sesta generazione alla guida del brand, che responsabilità sente?
«Grande, ma anche un onore. So di rappresentare non solo una famiglia, ma un pezzo di storia del made in Europe. L’obiettivo è mantenere viva questa eredità, portandola nel futuro con rispetto, curiosità e spirito imprenditoriale».
Scontro sui pezzotti per guardare il calcio. Il big Usa della rete minaccia di oscurarci
Prendiamo il casus belli delle partite di calcio piratate, aggiungiamoci un multa, oggettivamente fuori dai canoni, comminata dall’Agcom a uno dei colossi mondiali della rete che avrebbe dovuto sterilizzare i siti di cui sopra e condiamo il tutto con il coinvolgimento di Elon Musk, JD Vance e della politica italiana. Ne viene fuori una miscela esplosiva che sta portando alle ribalte della cronaca Cloudflare, la multinazionale americana che garantisce la sicurezza e la velocità delle connessioni a una fetta importante dell’internet mondiale.
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
Adattamento del romanzo del 1929 di Agatha Christie, I sette quadranti debutta su Sky con la firma di Chris Chibnall. Un classico whodunit ambientato nell’Inghilterra degli anni Venti, tra delitti, segreti e intrighi politici.
Il solo nome di Chris Chibnall, già creatore di Broadchurch, dovrebbe bastare a destare una buona dose di curiosità. Il resto, dovrebbe farlo Agatha Christie, maestra di un genere che la televisione non ha finito di sfruttare e trasformare. I sette quadranti, adattamento del romanzo omonimo, pubblicato dalla scrittrice nel 1929, è l'ultima di una lunga serie di trasposizioni.
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.






