- Il premier condanna le esternazioni del presidente americano sullo scarso contributo dei Paesi Nato dopo l’11 settembre: «Noi rimasti indietro? Abbiamo attivato l’articolo 5 per la prima volta nella storia. L’amicizia deve fondarsi anche sul rispetto».
- Il Cairo: «Unica strada per la stabilità nella Striscia». La Tunisia si chiama fuori.
Lo speciale contiene due articoli
Il primo segnale di attrito tra Roma e l’amministrazione statunitense arriva dalle parole del presidente Donald Trump, che ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro durante le operazioni in Afghanistan». Un giudizio che ha provocato una reazione formale del governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, deciso a respingere qualsiasi lettura riduttiva del contributo fornito dall’Italia alla missione internazionale. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito che «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza atlantica».
Una puntualizzazione che richiama esplicitamente il principio politico su cui si fonda la cooperazione transatlantica. La dichiarazione governativa ricostruisce inoltre il contesto storico dell’impegno italiano in Afghanistan, ricordando che «dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti». In quell’operazione, sottolinea il governo, «l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional command west, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale».
Nel bilancio di quasi vent’anni di presenza sul terreno, Roma rivendica un sacrificio umano e operativo che «non si può mettere in dubbio»: «53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane». Da qui la conclusione netta: «Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata».
Il confronto con Washington si inserisce in un quadro diplomatico più ampio, che nelle ultime ore ha visto emergere anche una richiesta statunitense sul dossier mediorientale. Secondo quanto riferito da Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di aderire, in qualità di membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza (Isf), il dispositivo promosso su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per accompagnare la fase di ricostruzione e il ripristino delle garanzie di sicurezza nella Striscia. Stando alle ricostruzioni, la Casa Bianca non avrebbe sollecitato l’invio di truppe italiane sul terreno, ma un sostegno politico e finanziario nella fase iniziale del processo di stabilizzazione. La proposta si affianca al progetto del Consiglio di pace, organismo al quale l’Italia, almeno per ora, non intende aderire.
A chiarire la linea del governo è stata la stessa Giorgia Meloni, intervenuta al vertice intergovernativo Italia-Germania. Il presidente del Consiglio ha definito lo statuto del Consiglio «incostituzionale» nella sua formulazione attuale, spiegando di aver sollevato la questione direttamente con Trump e di aver chiesto una possibile revisione «per andare incontro alle esigenze dell’Italia e di altri Paesi europei». Sul terreno, intanto, il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza resta formalmente in vigore ma politicamente fragile. Hamas ha annunciato l’intenzione di continuare a rispettare la tregua, rivolgendosi ai partecipanti del Forum economico di Davos con un messaggio politico esplicito: fermare le minacce e concentrarsi su misure concrete di stabilizzazione. Tra le priorità indicate figurano l’apertura di tutti i valichi di frontiera, il ritiro delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’avvio di un piano di ricostruzione globale. Il gruppo jihadista ha inoltre chiesto al Board of Peace di intervenire per aumentare il flusso degli aiuti umanitari che peraltro arrivano in grande quantità e che Hamas ruba e rivende. A ribadire la precarietà politica dell’accordo è stato il portavoce Hazem Qassem, che ha accusato Israele di ostacolare deliberatamente le iniziative di pace presentate da Trump. Qassem ha riaffermato che le armi della «resistenza» non sono negoziabili, perché concepite per contrastare l’occupazione e difendere la terra e i luoghi santi, sancendo così, almeno sul piano pubblico, il rifiuto della richiesta israeliana di disarmo delle ali militari di Hamas come condizione per procedere alle fasi successive dell’intesa.
Sul fronte diplomatico, è attesa nei prossimi giorni una nuova iniziativa statunitense. Gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri pomeriggio in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Secondo il portale Ynet, il confronto dovrebbe concentrarsi sulla possibile riapertura del valico di Rafah, snodo cruciale tra l’Egitto e la Striscia. Fonti citate dai media israeliani riferiscono che Washington starebbe sollecitando Israele ad autorizzare l’apertura del valico anche prima del rientro del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano ancora trattenuto a Gaza, Ran Gvili, assicurando che verranno messi in campo «tutti gli sforzi possibili» per favorire il recupero dei suoi resti.
Paesi arabi divisi sul Board di pace L’Egitto c’è. Scintille Pakistan-India
La composizione del Board of Peace per Gaza sta prendendo forma e l’amministrazione statunitense ha già coinvolto diverse nazioni musulmane. Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia, Bahrein, Marocco, Kuwait, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti, per bocca dei loro ministri degli Esteri, hanno già dato la loro disponibilità a partecipare al consiglio guidato da Donald Trump.
Nel mondo arabo e musulmano la creazione di questo Board non ha suscitato le stesse reazioni, che cambiano da nazione a nazione. L’Egitto, gigante geopolitico regionale, ha accolto con grande favore l’invito giunto da Washington. L’ambasciatore Nabil Habashi, viceministro degli Affari esteri con una lunga esperienza spesa fra Europa e Medio Oriente, ha riferito: «La Repubblica araba d’Egitto apprezza l’invito da parte del presidente degli Stati Uniti al suo omologo Abdel Fattah al-Sisi di entrare nel Consiglio per la pace. L’Egitto apprezza molto la leadership di Trump, soprattutto per l’impegno nel porre fine alla guerra a Gaza e nel ristabilire sicurezza, pace e stabilità in tutto il Medio Oriente. La nostra nazione ha sempre lavorato insieme agli Stati Uniti per consolidare il cessate il fuoco, permettere la fornitura di assistenza umanitaria e per dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione. L’Egitto ha anche presentato un piano per la ricostruzione di Gaza e per l’avanzamento di un percorso verso il raggiungimento di una pace duratura e il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità, l’unica strada per una vera stabilità regionale».
Molto positiva anche la reazione del Pakistan, come sottolinea Mohammad Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad. «Il Pakistan è pronto a unirsi al Board of Peace del presidente Trump per contribuire al raggiungimento di una pace duratura a Gaza. Ci auguriamo che verranno compiuti passi concreti e rapidi per permettere ai gazawi di vivere pacificamente. All’incontro di Davos ha partecipato il maresciallo Generale Asim Munir per comprendere quale possa essere l’impegno militare richiesto. Questo impegno dimostra la grande considerazione di cui gode il Pakistan e il suo ruolo da mediatore internazionale. Altre nazioni non hanno voluto partecipare, ma hanno rifiutato soltanto per arroganza e senza comprendere il momento storico per l’umanità».
Il riferimento al passo indietro fatto dall’India appare palese e Islamabad non perde occasione per attaccare lo storico rivale. Molto diversa la reazione della Tunisia, una nazione che non è nella lista dei Paesi partecipanti. Mohamed Ali Nafti, guida la politica estera di Tunisi, conferma la posizione: «La Tunisia vanta una lunga amicizia e vicinanza con il popolo palestinese, l’Olp di Yasser Arafat nel 1982 aveva scelto la nostra capitale come sede dopo aver lasciato Beirut, dove furono colpiti dai bombardamenti nel 1985 con decine di vittime anche tunisine. Il nostro pensiero per Gaza è sempre stato chiaro e si concretizza nel sostegno alla lotta del popolo palestinese e al suo diritto all’istituzione di uno Stato indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio palestinese, con capitale Gerusalemme. Apprezziamo gli sforzi che hanno portato al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, dopo due anni di sistematici crimini di genocidio che hanno provocato una catastrofe umanitaria. Ci auguriamo che l’accordo sia permanente, ma il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco non deve oscurare la responsabilità della comunità internazionale. La Tunisia rifiuta qualsiasi tentativo di sfrattare il popolo palestinese dalla sua terra e di liquidare la sua giusta causa. Per tutti questi motivi non crediamo che il cosiddetto Consiglio creato dagli Stati Uniti che non coinvolge i palestinesi di Gaza, non debba parlare per loro».
Il secondo round di colloqui ad Abu Dhabi tra la delegazione ucraina e quella russa, avvenuto con la mediazione degli americani Steve Witkoff e Jared Kushner, ha segnato dei passi avanti sulle trattative di pace.
Il clima di cauto ottimismo emerge dalle dichiarazioni rilasciate dagli alti dirigenti statunitensi. Pur riconoscendo che sono necessarie «altre discussioni», hanno annunciato: «Non pensiamo di essere così lontani da un incontro Putin-Zelensky, visti i recenti progressi nei colloqui». E produttivo è stato anche il dialogo che ha preceduto il trilaterale: a Mosca il presidente russo, l’inviato americano e il genero di Donald Trump hanno parlato per quattro ore. Per non perdere il nuovo slancio, è già stata fissata la riunione tra le tre squadre negoziali: si vedranno tra una settimana, il 1° febbraio, sempre negli Emirati Arabi.
A svelare l’esito positivo del faccia a faccia tra la parte ucraina guidata da Rustem Umerov e quella russa diretta dal capo della direzione generale dello Stato maggiore delle Forze Armate, Igor Kostyukov, è stato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Le conversazioni sono state costruttive» ha scritto su X dopo aver visionato un report sull’incontro. E ha precisato che «il punto principale su cui si sono concentrate le discussioni riguarda i possibili parametri della fine della guerra». Andando più nei dettagli ha comunicato che è stata Washington, nel trilaterale, a «sollevare la questione dei possibili formati per formalizzare i parametri», «nonché delle condizioni di sicurezza necessarie per raggiungere tale obiettivo». Gli stessi dirigenti statunitensi hanno messo in luce che i protocolli di sicurezza previsti per Kiev nel dopoguerra sono molto forti. Il presidente ucraino ha poi aggiunto che alle discussioni hanno partecipato anche i rappresentanti militari dell’Ucraina, della Russia e degli Stati Uniti: «Hanno individuato una lista di questioni per un potenziale prossimo meeting». Tra l’altro, stando a quanto riportato da Axios, ad Abu Dhabi pare che, oltre al trilaterale, i rappresentanti di Kiev e di Mosca si siano incontrati anche senza la mediazione statunitense. Che l’atmosfera sia stata «positiva e costruttiva» l’ha poi confermato anche un portavoce del governo degli Emirati Arabi Uniti.
E nonostante il Cremlino non si sia ancora sbilanciato ufficialmente sull’esito dei colloqui, anche la Tass ha reso noto che «sono stati raggiunti risultati» e quindi «i negoziati potrebbero proseguire».
Poco prima dell’inizio della riunione si pensava a un altro buco nell’acqua. Una fonte aveva infatti ribadito alla Tass: «La questione territoriale rimane la più complessa nei trilaterali. Il ritiro delle forze armate ucraine dal Donbass è importante e si stanno prendendo in considerazione diversi parametri di sicurezza al riguardo».
Ma oltre ai progressi nelle trattative, è anche vero che Mosca, poco prima che le delegazioni si ritrovassero nella stessa stanza per negoziare, ha bombardato soprattutto le più grandi città dell’Ucraina: Kiev e Kharkiv. A rendere nota l’entità dei danni è stato Zelensky: «A Kharkiv sono stati danneggiati un ospedale per la maternità, un dormitorio per sfollati, una facoltà di medicina ed edifici residenziali. Attualmente, ci sono decine di feriti, tra cui un bambino. Nella capitale e nella sua regione, l’obiettivo principale dei russi era il settore energetico». E ha quindi lanciato l’appello verso gli alleati: «Non possiamo ignorare questi attacchi: dobbiamo reagire, e reagire con forza. Contiamo sulla risposta e sull’assistenza di tutti i nostri partner». Tra l’altro, i raid russi hanno lasciato oltre un milione di persone senza elettricità. Nella capitale oltre 3.000 gli edifici rimasti privi del riscaldamento. Ma oltre a Kiev, anche la città di Cernihiv, situata nel Nord del Paese, si trova in difficoltà. Il vice primo ministro ucraino, Oleksiy Kuleba, ha infatti dichiarato che a Kiev sono 800.000 le persone rimaste senza elettricità, mentre a Cernihiv sono 400.000.
Nel frattempo, Kiev e Budapest continuano a essere ai ferri corti. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha riferito che l’Ungheria non permetterà all’Ucraina di aderire all’Unione europea. «Al momento, Bruxelles non ospita vertici, ma consigli militari. I leader dell’Unione europea hanno deciso che la Russia perderà la guerra sul fronte ucraino. Sono in corso i preparativi per la guerra e il pericolo più grande per le nostre vite è che i nostri figli si arruolino nell’esercito e finiscano in uniforme sul suolo ucraino». Ha poi sottolineato che Budapest non avrà un parlamento disposto a votare per l’adesione di Kiev «per i prossimi 100 anni». L’espressione ha scatenato un botta e risposta, con il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, che ha criticato l’operato del governo ungherese all’interno dei suoi stessi confini. Piccata è stata la reazione dell’omologo ungherese, Péter Szijjártó, che ha accusato Kiev di voler interferire nelle elezioni di Budapest.
«L’unica cosa che mi tiene in vita è sapere che un giorno sarà fatta giustizia. Ma certe notizie vanno in senso contrario». È un mix di indignazione e incredulità quello che travolge come una valanga alpina le famiglie delle vittime del rogo di Crans-Montana. Loro a piangere i ragazzi uccisi o deturpati dal bar-trappola e il proprietario del Constellation, Jacques Moretti, libero di passeggiare con i fantasmi sul lago Grenon, di girare in Maserati ma anche di provare a scomparire o a inquinare le prove. «Sapere che lui è libero è come spargere sale su una ferita che non si rimarginerà mai», dice Andrea Costanzo, padre di Chiara, la sedicenne milanese morta nell’incendio. «Credo nella giustizia ma oggi sto vacillando».
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».






