«Quando [nel 1954 don Luigi] Giussani lasciò la docenza teologica per dedicarsi a tempo pieno ai ragazzi del liceo Berchet di Milano, non aveva il convincimento di iniziare qualcosa di inedito. Voleva semplicemente far conoscere in maniera più efficace, più coerente, più persuasiva il cristianesimo di sempre agli adolescenti che gli si presentavano». Con queste parole il cardinale Giacomo Biffi, amico personale di don Giussani (1922-2005), descrive in modo plastico l’opera del prete brianzolo per cui il prossimo 14 maggio sarà dichiarata conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione.
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
Le 34 certificazioni di non idoneità sanitaria al trattenimento in un Cpr analizzate dagli investigatori della squadra mobile di Ravenna e al centro dell’inchiesta sugli otto medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci, incrociate con le chat contenute nei telefoni sequestrati, sembrano mostrare una competizione neppure troppo silenziosa. Una specie di contabilità parallela. Un conteggio. Al quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scrive una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni. I messaggi scambiati tra medici e attivisti, letti uno dopo l’altro, sembrano restituire l’idea di un obiettivo comune: raggiungere, certificazione dopo certificazione, il numero maggiore di risultati rispetto alla campagna «No ai Cpr», sostenuta proprio dalla Società italiana di medicina delle migrazioni.
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
In Italia il fenomeno delle dipendenze continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti, con servizi di recupero spesso insufficienti. In questo contesto, le comunità terapeutiche come quella della Fondazione Genovese a Bodio Lomnago offrono spazi sicuri e percorsi concreti di riabilitazione.
Il fenomeno delle dipendenze in Italia continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti. I dati più recenti contenuti nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze del Dipartimento delle Politiche antidroga, riferiti al 2024, delineano un quadro complesso: i Servizi per le dipendenze (SerD e SMI) hanno assistito 134.443 persone, con un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, mentre la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di sostanze stupefacenti ha raggiunto i 17,2 miliardi di euro.
La cocaina e il crack rappresentano oggi una delle sostanze con il maggiore impatto sanitario e sociale, risultando responsabili del 35% dei decessi droga-correlati e del 30% dei ricoveri ospedalieri legati all’uso di stupefacenti. La cannabis rimane invece la sostanza illegale più diffusa, mentre nel 2024 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ha individuato 79 nuove sostanze psicoattive mai rilevate prima nel nostro Paese. Nello stesso periodo si è registrato anche un aumento dei decessi per droga, saliti a 231, e dei ricoveri ospedalieri correlati all’uso di sostanze, cresciuti del 13%.
Il fenomeno non riguarda soltanto la popolazione adulta. Secondo la ricerca ESPAD, che analizza i comportamenti a rischio tra gli studenti tra i 15 e i 19 anni, circa 970.000 giovani – il 37% – dichiarano di aver fatto uso di sostanze illegali almeno una volta nella vita. A crescere è anche l’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, passato da 440.000 studenti nel 2023 a 510.000 nel 2024. A fronte di questi numeri, il sistema di presa in carico mostra criticità e squilibri territoriali. In Italia i servizi dedicati alle dipendenze registrano una significativa variabilità regionale in termini di personale e offerta socio-sanitaria. Mentre secondo le stime dell’Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze mancano circa duemila unità di personale per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022. Una carenza che limita la capacità del sistema di intercettare precocemente le persone con problemi di dipendenza e di garantire percorsi terapeutici adeguati.
In questo contesto, il ruolo delle comunità terapeutiche e delle strutture dedicate al recupero diventa sempre più centrale. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, dove una tenuta storica abbandonata sta vivendo una nuova vita. Non come residenza privata o struttura turistica, ma come comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze. Il sito, da anni in stato di degrado, oggi offre spazi adeguati per chi affronta percorsi di riabilitazione. L’iniziativa non solo riqualifica un bene architettonico e paesaggistico, ma crea anche occupazione in un settore sottodimensionato e sottofinanziato. Inoltre, la comunità si trova lontano dai centri abitati, senza impatti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. In pratica, un doppio beneficio: sociale e urbano.

Tuttavia il progetto non è stato esente da polemiche, legate alla vicenda giudiziaria che in passato ha coinvolto Alberto Genovese. Nel 2022 l’imprenditore è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, pena ridotta poi a 5 anni e 4 mesi, per violenza sessuale e cessione di sostanze stupefacenti a due ragazze di 18 e 23 anni. Una sentenza più severa rispetto alle richieste della pubblica accusa. In sede processuale i legali di Genovese avevano chiesto l’assoluzione piena per l’accusa relativa alla 23enne, il riconoscimento della semi-infermità mentale e la concessione della pena minima per i fatti contestati nei confronti della 18enne. Secondo una perizia psicologica presentata dalla difesa, infatti, Genovese soffrirebbe di disturbi della personalità e sarebbe affetto dalla sindrome di Asperger: condizioni che, insieme all’abuso di alcol e stupefacenti, gli avrebbero impedito di rendersi conto della mancanza di consenso delle vittime. Le condotte sessuali, già pienamente scontate, ma che hanno avuto una risonanza mediatica molto superiore, sono state qualificate in sede processuale come continuazione interna del reato principale.
La vicenda ha inevitabilmente spostato parte del dibattito pubblico sulla figura di Genovese, più che sul progetto in sé. Resta tuttavia il fatto che l’iniziativa nasce con l’obiettivo di realizzare una comunità terapeutica dedicata al recupero dalle dipendenze e può essere visto non come un gesto isolato, ma una risposta diretta a un’esperienza personale drammatica, trasformata in un’opportunità concreta per la collettività.
La Fondazione, nata dall’esperienza personale dei fondatori, interpreta una forma di restituzione sociale. Chi ha attraversato la dipendenza e il percorso giudiziario mette oggi risorse proprie al servizio della collettività, richiamando il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In questo senso, Bodio Lomnago non è solo una comunità terapeutica, ma un esempio di come la trasformazione personale possa tradursi in utilità sociale.
Siamo al cerchiobottismo elevato a programma di governo continentale. E tutto per una polpetta che per l’Ue rischia d’essere avvelenata. Ieri si è concluso il «trilogo» (a riunione che vara i provvedimenti europei e mette insieme Consiglio, Commissione e Parlamento) per decidere i provvedimenti contro il cosiddetto «meat sounding». Spiegato al popolo, si tratta di evitare l’imitazione della carne nelle etichette di prodotti che con la carne non c’entrano nulla. L’Italia ha vinto una battaglia, ma la guerra è lunga.
Ci sono da accontentare i vegani, c’è soprattutto da accontentare la lobby dei cibi plant based (fatti con i vegetali) che è fortissima e non ci sta ad abdicare al vantaggio commerciale di poter creare confusione tra quello che propina ai consumatori e l’originale.
Il provvedimento assunto dall’Ue rischia di essere la famosa toppa peggiore del male. Se si voleva evitare che i clienti dei supermercati scambiassero per carne ciò che carne non è, con questo provvedimento si è creata più confusione.
È vero che per trentuno prodotti si è posto il veto: fegato è fegato, bacon è pancetta di maiale, così bistecca, trippa, pollo, prosciutto, manzo sono esclusivamente prodotti animali e non possono essere confusi neppure nel nome con alimenti fatti con proteine vegetali. Ma è anche vero che la Ue si è arresa - almeno - al luogocomunismo da scaffale.
Il ragionamento è: siccome ormai da anni è entrato nel linguaggio popolare dire «hamburger» anche se è di soia, dire «salsiccia» anche se è tofu, dire «nuggets di lenticchie», perché vietare questi nomi a chi usa le piante per sfamare il popolo? E così l’hamburger vegetale potrà continuare a chiamarsi così, e altrettanto vale per le salsicce e le polpette, e per un’ altra nutrita serie di tipologie di prodotti di «carne-non carne», in attesa di capire inoltre cosa succederà quando arriveranno sul mercato le bistecche ottenute attraverso la moltiplicazione cellulare in laboratorio.
Il ministro Francesco Lollobrigida si gode intanto il primo successo. Parla di «ritorno alla normalità» sui prodotti contenenti carne. Soddisfatta anche Coldiretti che sostiene: «L’Europa rafforza la tutela delle denominazioni della carne con il divieto di utilizzo di termini come carne o bistecca per prodotti ottenuti da colture cellulari e per altre imitazioni che non derivano da animali». La soddisfazione della Coldiretti è spiegata perché nelle norme che regolano l’organizzazione comune di mercato di questi prodotti «c’è l’introduzione di contratti scritti obbligatori, per rafforzare il potere negoziale degli agricoltori e migliorare il funzionamento della filiera agroalimentare europea». Sta di fatto però che la lobby dei prodotti vegetali (giusto per avere un’idea: un hamburger verde è fatto con 32 diversi ingredienti, quello del macellaio ne ha uno solo, ovvero carne, al massimo con sale e pepe) conta su una montagna di miliardi. Solo in Italia il mercato dei succedanei vegetali della carne vale 600 milioni.
La carne è salva, ora c’è da battagliare per l’hamburger.





