Ci sono le notizie. Poi ci sono le smentite. E quando la smentita arriva con la puntualità di un comunicato redatto con diplomazia preventiva, significa che la notizia ha colpito nel segno. Il caso nasce da un titolo del Financial Times: Christine Lagarde potrebbe lasciare la guida della Banca Centrale Europea prima della scadenza naturale dell’ottobre 2027. Più semplicemente prima che la Francia entri nel frullatore delle presidenziali.
Da Francoforte rispondono che la presidente è «totalmente concentrata sulla sua missione». Formula notarile. I mercati fingono indifferenza: euro stabile, spread composti, rendimenti educati. Ma nelle stanze dove si tengono le chiavi dell’Eurotower, la partita sarebbe già cominciata.
La Bce dovrebbe essere indipendente. È scritto nei trattati. Ma l’indipendenza è spesso un concetto elastico. L’ipotesi che circola è politica prima ancora che monetaria: dimissioni anticipate di Lagarde per consentire a Emmanuel Macron e al cancelliere Friedrich Merz di scegliere il successore quando l’asse europeista regge ancora. Prima che Parigi diventi terreno di contesa elettorale. I sondaggi raccontano una storia che all’Eliseo leggono con crescente inquietudine. Potrebbe arrivare Marine Le Pen. Oppure, se le vicende giudiziarie dovessero complicarle la corsa, il suo delfino Jordan Bardella. In entrambi i casi, per Bruxelles e Francoforte si aprirebbe una stagione imprevedibile. Meglio chiudere ora le grandi nomine. Perché una vittoria lepenista non sarebbe solo un fatto francese: potrebbe rafforzare Afd in Germania, irrigidire gli equilibri e trasformare la politica monetaria in terreno di scontro identitario.
In questo quadro si inserisce un altro tassello: le dimissioni anticipate del governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau. Ufficialmente scelte personali. In realtà un modo per sistemare le caselle chiave prima che il calendario elettorale renda tutto più complicato.
Perché nel 2027 non scade solo Lagarde. Finiscono anche i mandati nel Comitato esecutivo di Philip Lane e Isabel Schnabel. Un pacchetto di nomine che richiede equilibrio geografico, politico e istituzionale. Berlino rivendica la guida dell’Eurotower. Il problema è che la presidenza della Commissione europea è già in mani tedesche con Ursula von der Leyen. Se un tedesco salisse alla Bce, si aprirebbe un vero terremoto istituzionale: compensazioni, pressioni, fino all’ipotesi — tutt’altro che peregrina — di dimissioni della stessa von der Leyen per riequilibrare il tavolo. Non è fantapolitica. È aritmetica comunitaria.
Esclusa, per prassi non scritta, un’altra nomina francese - Parigi ha già espresso Jean-Claude Trichet e Lagarde - e l’Italia in posizione defilata per effetto della turnazione, il campo si restringe. In prima fila c’è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, ex governatore del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Poi l’olandese Klaas Knot, rigorista ma pragmatico, volto noto a Francoforte.
La Germania sogna il colpo grosso con Joachim Nagel, presidente della Bundesbank. Infine c’è la carta interna: Isabel Schnabel, membro dell’attuale Comitato esecutivo. Economista raffinata, voce autorevole, già considerata tra le più influenti dell’istituto. Una soluzione di continuità che garantirebbe stabilità, ma non risolverebbe il rebus geopolitico. Lagarde non commenta. Lo stesso silenzio con cui aveva accolto nei mesi scorsi l’altra bomba del Ft. Il quotidiano londinese aveva rivelato che il suo stipendio è quattro volte più alto di quello del presidente della Fed. Il mandato della Lagarde, iniziato nel novembre 2019 dopo l’accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel, è stato un catalogo di emergenze: pandemia, guerra in Ucraina, inflazione all’11% post Covid, tassi portati da -0,5% al 4% in poco più di un anno e poi riaccompagnati verso il 2%. Qualche mese fa il suo nome era stato accostato al World Economic Forum dopo l’uscita di scena del fondatore Klaus Schwab. Anche lì, smentite. Ma quando le voci si ripetono, significa che qualcuno le coltiva.
E allora la domanda non è se Lagarde lascerà. È quando e a quale prezzo politico. Questa non è soltanto una storia di incarichi. È una partita sul controllo dell’architettura europea in una fase di transizione delicatissima. Se la Francia dovesse virare verso l’euroscetticismo, l’asse tradizionale che ha retto l’Unione vacillerebbe. La Bce, ultimo baluardo tecnocratico, diventerebbe terreno di scontro politico.
Alla faccia dell’indipendenza.
Nei talk mi capita spesso di sentire la voce della sinistra che si lamenta del governo sulla sicurezza. A loro dire «il governo dovrebbe assumere di più e aumentare i salari delle forze dell’ordine». Un ritornello facile facile che apre qualche breccia pure tra qualche elettore del centrodestra, insoddisfatto per gli episodi di criminalità e di delinquenza raccontati in televisione.
Facciamo così, proviamo a seguirli. Non fosse altro che per noi la sicurezza è davvero un tema urgente, necessario e grave. Che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, stia governando in maniera efficace e sicuramente di gran lunga migliore di qualsiasi altra opzione targata centrosinistra non c’è dubbio. Si può fare meglio? Figuratevi se qui abbiamo remore ad alzare l’asticella. Quindi, facciamo così: chiediamo anche noi sempre più agenti e auspichiamo stipendi migliori. Ma chiediamo anche che le forze dell’ordine quando lavorano siano rispettate e tutelate perché lavorare contro criminali e delinquenti significa non avere dubbi sull’esercizio della forza, che è lecita solo quando è in capo a chi autorizzato dalle leggi.
Con più agenti per strada si avrebbe un maggiore controllo del territorio nel contrastare delinquenti e criminali. Gente come quel Mansouri che nel bosco di Rogoredo, il bosco della droga e della morte, stava presidiando la «sua» area di spaccio. Mansouri è uscito dal buio portando con sé il «ferro» che, solo successivamente, si è scoperto essere una pistola replica (smettiamola di usare l’espressione «pistola giocattolo»). Quel ferro lo ha puntato verso i poliziotti, uno dei quali ha reagito sparando e uccidendolo. Incriminazione per lui e pure per i colleghi.
Prima di entrare nel discorso magistratura, restiamo in quello politico. La sinistra che vuole più forze dell’ordine sa che più poliziotti per strada significa anche più situazioni di scontro con i criminali? È inevitabile dal momento che tra criminali italiani e criminali immigrati la somma fa un pessimo totale, intollerabile. La sinistra non può volere più poliziotti o carabinieri e poi non dire che alla gente come Mansouri , che presidia il traffico di stupefacenti, che estrae una pistola (affari suoi se è a salve...) e la punta verso gli agenti, si debba sparare. Perché questa cosa, nei talk, non la dicono mai. Balbettano e si rintanano dietro l’azione della magistratura.
E arriviamo così ai giudici. Era necessaria questa nuova iniziativa contro gli agenti di Milano che stavano contrastando il traffico di stupefacenti? Anche questa è, come sentiamo ripetere ogni volta in casi in cui un agente è costretto ad aprire il fuoco, un’inchiesta a tutela degli agenti? Non credo. Qui stiamo dentro quella zona grigia - della quale ha parlato Giorgia Meloni - dove si diffida di chi indossa un’uniforme, si teme sempre che l’agente agisca da giustiziere della notte, da Rambo, da esaltato. Basta, direi. A furia di pensarla così, teppisti di ogni risma, delinquenti e criminali, agiscono seguendo il copione Acab, cioè che «tutti i poliziotti sono bastardi». Lo stesso vale per il caso Ramy e in tutti quegli altri in cui poliziotti e carabinieri finiscono a processo e magari vengono pure condannati. E poi: era necessario stoppare il rimpatrio di un algerino irregolare, con 23 condanne come curriculum? Diciamo che tanta attenzione verso le... «altre divise» che menano i poliziotti e sfidano lo Stato ci pare di non vederla. Ma sicuramente la colpa è nostra e non dei magistrati ai quali non si può rimproverare alcunché (ora; figuriamoci se dovessero pure vincere i No alla riforma...).
Per farla breve, le critiche della sinistra al governo sono ipocrisia pura. Ma ci forniscono un assist: caro governo, la sicurezza non basta mai e siccome non vogliamo né la privatizzazione dell’ordine pubblico né un mondo alla Minority Report, si assumano più agenti e decidiamo una volta per sempre se nello scontro tra buoni e cattivi, lo Stato copre i suoi operatori oppure se offre indirettamente spazi e appigli perché i fetenti la facciano franca. Onestamente mi sono rotto di questa zona grigia. E credo di essere in buona compagnia.
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