Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 marzo con Flaminia Camilletti
Scabbia e tubercolosi. La prima passa da pelle a pelle, basta un contatto. La seconda viaggia nell’aria, con un colpo di tosse o un po’ di saliva. Patologie che i medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci di Ravenna conoscevano bene. Tanto da diagnosticarle ai clandestini che Prefettura e Questura hanno tentato di espellere dal territorio italiano perché considerati pericolosi, ma che grazie ai certificati di inidoneità al trattenimento in un centro per il rimpatrio erano liberi di contagiare. È in questo passaggio che l’inchiesta sui falsi certificati dei medici No-Cpr diventa clamorosa. Perché se si certifica un rischio sanitario e poi lo si lascia circolare, non è più solo una valutazione medica. È una scelta. Una scelta diametralmente opposta rispetto a quelle del periodo della pandemia da Covid, quando bastava un sospetto per isolare, tracciare, limitare. In questo caso no. Qui si scrive che il rischio c’è ma si lascia andare il paziente.
In uno dei casi esaminati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek, l’infettivologo avrebbe certificato una sospetta «malattia tubercolare» e spiegato nelle sue memorie difensive che nella valutazione avrebbe avuto un peso «la destinazione finale del paziente». Non i dati clinici. La destinazione. Tant’è che il giudice afferma che i certificati venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Otto medici indagati. Tre sospesi per 10 mesi. Altri cinque con stop da 10 mesi delle certificazioni per migranti. La Procura (l’indagine condotta dagli investigatori della Squadra mobile e del Servizio centrale operativo della polizia di Stato è coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza) aveva chiesto un anno di sospensione per tutti. Il gip ha ridotto i tempi e in alcuni casi la misura, ma ha confermato impianto accusatorio e rischio di reiterazione. Su questo punto avrebbero inciso anche le manifestazioni di solidarietà. Per il gip «hanno creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione». Ma il pericolo, valuta il giudice, sarebbe stato confermato proprio dalle parole degli indagati. Perché nelle loro memorie difensive avrebbero continuato a richiamare la deontologia. Che, ricorda il gip, impone di curare. E invece «non risulta» che gli indagati avrebbero «attivato accertamenti o trattamenti». Solo certificati. E dopo aver certificato il rischio «non» avrebbero «provveduto alla presa in carico (del paziente, ndr), lasciando le persone libere sul territorio e consentendogli di diffondere le infezioni sospettate». In uno degli episodi ricostruiti dall’accusa sarebbero perfino state suggerire le risposte durante una visita, con gesti e movimenti del capo, quasi a orientare l’esito del colloquio clinico. Nessun esame. Una visita guidata. Nel referto finale, infatti, lo straniero si sarebbe ritrovato, senza una visita dermatologica, ma con una diagnosi di scabbia. Due minuti dopo l’uomo da espellere aveva già in tasca un certificato anti-Cpr. Coincidenza: proprio nel settembre 2024, periodo che coincide con le presunte certificazioni farlocche (ma anche con un massiccio approdo di navi di Ong cariche di migranti), il prefetto dispose una «disinfestazione contro l’acaro della scabbia» di alcuni locali del comando provinciale dell’Arma dei carabinieri di Ravenna che avevano «ospitato persone risultate infette». Sul conto dei tre indagati più esposti il giudice scrive che, «pur di affermare e perseguire la propria ideologia», avrebbero ignorato anche i pareri degli specialisti. In particolare degli psichiatri. Il tema, chiarisce il giudice, non sono le idee. È quando queste diventano atti «antigiuridici particolarmente gravi». Certificati firmati con «insufficienti dati sanitari», in alcuni casi dopo visite di pochi minuti e con patologie sospette. La ramanzina del giudice è condensata in poche righe richiamate ieri dal Corriere della Romagna: «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Ecco perché i medici nella loro linea difensiva avrebbero, secondo il gip, confermato «la sussistenza del reato di falso». Dichiarazioni che invece di smontare l’accusa l’avrebbero confermata. Saldandola al rischio che tutto si ripeta. Come la continua mappatura dei certificati anti-Cpr. Un passaggio che con la deontologia medica non ha nulla a che vedere. Una specie di contabilità parallela. Alla quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scriveva una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Societa italiana di medicina delle migrazioni, l’associazione che aveva promosso la campagna anti-Cpr. E, così, alcuni indagati avrebbero divulgato dati sensibili dei pazienti inviando i loro referti proprio al dottor Cocco. Un altro passaggio che il gip non ha tralasciato nel corso delle valutazioni delle esigenze cautelari, inscrivendolo nel «pericolo di reiterazione».
Qual è il compito di un medico? Curare chi è malato, ovviamente. Ma se al posto del giuramento di Ippocrate prevale quello a una militanza politica, ecco che anche i principi etici fondamentali che dovrebbero guidare chi indossa un camice bianco vengono meno. È ciò che sostengono i magistrati che hanno indagato una serie di dottori a Ravenna, accusandoli di falso ideologico e di interruzione di pubblico servizio.
La storia riguarda otto specialisti in servizio presso il reparto di malattie infettive dell’ospedale romagnolo. Secondo i pm compilavano falsi certificati di inidoneità al trattenimento dei migranti nei Cpr, i centri per il rimpatrio di stranieri che non hanno diritto a restare nel nostro Paese ma devono essere espulsi. In base a quanto emerso dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche, il pregiudizio ideologico dei medici prevaleva sugli accertamenti sanitari, anche quando lo straniero era malato. Infatti, a prescindere dalle condizioni dell’extracomunitario, i dottori sottoscrivevano moduli prestampati in cui si asseriva l’inidoneità alla permanenza dentro una struttura.
Tra il 24 settembre del 2024 e i primi di gennaio del 2026, su 64 irregolari accompagnati in ospedale per essere sottoposti a una visita allo scopo di accertarne le condizioni di salute, 44 sono tornati liberi, in gran parte perché ritenuti non idonei ad essere ospitati in un Cpr. In pratica, più o meno quanto accaduto con l’assassino di Aurora Livoli, la diciannovenne di Latina stuprata e uccisa da un peruviano che avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma che, in base a un certificato medico, era stato ritenuto non compatibile con la struttura per via di problemi urinari. Quali fossero queste difficoltà di minzione non è dato sapere, però si sa che, una volta lasciato libero di proseguire le proprie attività delittuose, Emilio Velasco ha aggredito e tentato di stuprare una donna prima di rivolgere le proprie attenzioni criminali su Aurora.
Tornando invece ai medici di Ravenna, gli inquirenti si sono insospettiti per quei certificati in serie con cui si attestavano condizioni che impedivano il trattenimento dei migranti. Tutti uguali, tutti in favore di stranieri irregolari. E così hanno avviato le indagini, intercettando i telefoni dei medici. Risultato, nelle chat scambiate fra i dottori è apparso chiaro che a ispirare la condotta degli infettivologi non erano le scelte sanitarie, ma quelle ideologiche. Per loro la decisione era militante, in base a un pregiudizio nei confronti dei Cpr, Le frasi scambiate sono chiare. Una dottoressa si definiva «anarchica e antagonista», più o meno come quelli di Askatasuna. Un’altra si rallegrava per i certificati di inidoneità: «Bene! Gli facciamo il culo a questi maledetti sbirri (ossia a carabinieri e poliziotti che accompagnavano i migranti, ndr)». È questo il tenore dei messaggi che si sono scambiati i medici, i quali si scrivevano a proposito della necessità di restare uniti e di cambiare qualche piccola frase nella certificazione di inidoneità dei migranti, così da non suscitare sospetti.
Tuttavia, la parte ancor più incredibile della faccenda è contenuta nell’ordinanza in cui il giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, ha sospeso per 10 mesi dalla professione tre dottori, vietando ad altri cinque di occuparsi dei certificati di idoneità ai centri per il rimpatrio. Non solo secondo il gip c’è il rischio di reiterazione del reato, ma gli infettivologi a fronte di pericoli di infezioni da scabbia o tubercolosi non hanno provveduto alla presa in carico dei malati, per curarli, ma li hanno lasciati liberi, consentendo la diffusione di possibili infezioni.
Per il giudice i medici si richiamano al codice deontologico, senza porsi il problema delle violazioni di legge. E, purtroppo, scrive il magistrato, le manifestazioni di solidarietà dopo l’avvio dell’inchiesta da parte di politici, colleghi e movimenti, non hanno fatto venir meno la possibilità di una reiterazione del reato, ma hanno creato un contesto favorevole alla prosecuzione dei comportamenti contestati. Insomma, la discesa in campo della sinistra li ha trasformati in eroi che aiutavano i migranti anche a costo di diffondere malattie. Il contrario di ciò che dovrebbe fare un medico.
Marco Marsilio, da governatore dell’Abruzzo lei ha seguito la vicenda della famiglia nel bosco. Che idea si è fatto di quanto accaduto? Non pensa che ci sia stato un irrigidimento eccessivo su questo caso?
«Il sospetto c’è. Io sono rimasto, come tanti, profondamente turbato da questa storia. Nella mia posizione ho avuto modo - era anche doveroso - di approfondire le ragioni di tutte le parti per capire la complessità della vicenda, e temo che ci sia stato qualche irrigidimento di troppo, da una parte e dall’altra. Ho capito che ci sono state da parte della famiglia alcune incomprensioni, che loro hanno giustificato anche con la difficoltà linguistica e culturale. E questo ha prodotto uno speculare irrigidimento da parte dell’altro fronte: assistenza sociale, tribunale e così via. Si è agito un po’ con l’accetta, questo temo che stia andando a detrimento della serenità e del benessere dei bambini».
Nel frattempo i bambini restano nella casa protetta di Vasto. E tra le varie ricadute da considerare c’è anche l’aspetto economico, piuttosto pesante per il piccolo Comune di Palmoli.
«Le procedure sono normalmente quelle, i Comuni hanno l’onere di pagare l’assistenza alle famiglie che hanno questo tipo di difficoltà. Bisognerebbe anche chiedersi se non dovrebbe essere lo Stato - dato che è un tribunale a decidere che una famiglia o dei bambini debbano essere ricoverati in una casa famiglia - a pagare, invece di lasciare l’onere ai piccoli Comuni. Perché poi quando capita una cosa simile in un piccolissimo Comune quella spesa rischia di mandare in default l’amministrazione. Sono talmente piccoli certi Comuni, con poche decine o poche centinaia di abitanti, che hanno dei bilanci davvero ridotti all’osso e quella spesa incide in percentuale in una maniera sproporzionata. Dunque penso che una riflessione vada fatta su questo tema, sul fatto che una spesa del genere dovrebbe essere un onere da fare ricadere direttamente sullo Stato».
Come Regione anche voi avete messo dei soldi?
«Questa è la parte economica che grava sul bilancio del Comune di Palmoli: pagano 244 euro al giorno per un totale che si aggira, a seconda dei giorni del mese, sui 7.500 euro. Per ora con il contributo dell’Ecad (Ente capofila ambito distrettuale, ndr.) si è riusciti a coprire tutte le spese fino a fine marzo. La Regione, a sua volta, destina una parte del fondo sociale europeo agli Ecad. Sono loro che ripartiscono la cifra ricevuta tra i Comuni. Palmoli ha ricevuto circa 30.000 euro nel 2025 per le spese sostenute nell’anno precedente. Per le spese del 2025, la procedura di accertamento è ancora in corso».
Torniamo alla famiglia divisa. Come si esce da questa situazione?
«Io sto lavorando in maniera discreta con l’aiuto della garante dei minori della Regione, che è andata molte volte a trovare i bambini, cerca di relazionarsi con tutte le parti, sta facendo un lavoro non facile proprio perché si partiva da un punto di rigidità molto pronunciato. La garante regionale sta facendo un lavoro non facile di dialogo, di cucitura in maniera molto pragmatica, anche perché in certi casi prendere di petto la questione magari produce l’effetto contrario, e noi abbiamo a cuore l’obiettivo di riunire questa famiglia».
E che risultati ha ottenuto la garante?
«È riuscita ad esempio a far dialogare il padre con l’assistente sociale, accorciando delle distanze che fino al giorno prima sembravano incolmabili. Sembrava che con l’assistente sociale ci fosse una relazione di incomunicabilità. Questo ci fa sperare che magari in questa relazione ricostruita tra l’assistente sociale e il padre si apra lo spiraglio in cui stiamo tutti sperando. Cioè che il padre possa diventare nel più breve tempo possibile il nuovo soggetto a cui vengono affidati i figli, così che li possa riportare in famiglia e si possa ricostruire. Poi c’è tutto il resto: anche il Comune, mettendo a disposizione una casa, fa la sua parte, tutti si stanno dando da fare in qualche maniera per colmare le distanze».
Dunque la vostra idea sarebbe che il padre abbia l’affidamento dei figli e da lì si riparta?
«In questo momento sembra l’idea più ragionevole. Anche perché nelle relazioni che fanno il Tribunale, l’assistente sociale e così via la figura del padre viene descritta in una maniera diversa e più positiva rispetto al giudizio tranchant che c’è sulla madre. Cosa che nelle ultime settimane ha fatto acuire il conflitto».
Scusi ma non si rischia così di dividere la famiglia?
«La madre non verrebbe esclusa dalla famiglia, diciamo che in una prima fase il padre si assumerebbe la responsabilità di avere l’ultima parola. Sarebbe lui a decidere e garantire che si faccia il percorso condiviso dal punto di vista dell’istruzione, sul piano sanitario (pediatra, vaccinazioni eccetera) e riguardo la casa (requisiti minimi di salubrità, igiene, sicurezza). Queste sono fondamentalmente le questioni su cui ci si è incagliati e su queste abbiamo lavorato. Anche per far comprendere a questa famiglia che alcuni requisiti devono esserci. Guardi, possiamo discutere se di fronte al pericolo potenziale o reale che stavano correndo i bambini la soluzione messa in campo sia proporzionata e se il danno prodotto sia maggiore o minore di quello che si stava producendo. Siamo tutti liberi di giudicare e di decidere e magari io e lei potremmo avere la stessa opinione. Io però come istituzione devo lavorare per provare a colmare il gap e fare il possibile per risolvere la situazione».
Insomma, questo sarebbe il vostro tentativo di trovare una via di uscita pragmatica.
«Esatto, in maniera pragmatica cerchiamo di far dialogare le parti e di ricostruire un clima di fiducia reciproca che possa permettere di superare l’impasse».






