La frana di Niscemi vista dall'alto. Fanno davvero impressione le immagini girate a bordo dell'elicottero della Guardia Costiera che riprendono la frana che ha colpito il Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Il cedimento del terreno è cominciato domenica 25 gennaio a causa del ciclone Harry e della violenta ondata di maltempo che si sono abbattuti sulla Sicilia, e la frana ha trascinato via strade, case e terreni per oltre 25 metri.
In commissione Covid l’imprenditore umbro Giovanni Buini ha confermato le sue accuse nei confronti degli avvocati «grillini» Gianluca Esposito e Luca Di Donna. E la deputata di Fdi Alice Buonguerrieri, durante l’audizione, ha chiosato: «La Procura di Roma ritiene che questi fatti non siano penalmente rilevanti, noi però presidente (Marco Lisei, ndr) li riteniamo fatti gravi che comprovano che mentre gli italiani morivano c’erano spregiudicati che facevano affari ai danni dello Stato». L’imprenditore, come ha svelato per primo questo giornale, ha confermato quanto riferito ai pm.
Riassumiamo: nell’aprile 2020, con la sua Ares Safety srl, Buini aveva fornito un milione di mascherine alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri ed era in trattativa per ulteriori commesse (si parlava di un contratto da 160 milioni di euro). A Palazzo San Macuto Buini ha confermato un dato sconcertante: il principale collaboratore di Arcuri, Antonio Fabbroccini, per la prima commessa da 420.000 euro gli avrebbe chiesto di modificare le voci in fattura, abbassando il prezzo delle mascherine da 0,35 euro a 30 e alzando l’incidenza del trasporto da 0,07 a 0,12 euro, così da far risultare più economici i dispositivi, mantenendo, però, invariato il loro costo finale (0,42 euro).
Ieri Buini ha confermato che non riuscendo ad avere un contatto diretto con Arcuri («Avevo capito che c’era un collo di bottiglia proprio sulla sua figura»), su consiglio dell’amico Mattia Fella, si era rivolto agli avvocati Esposito e Di Donna, che gli erano stati presentati come possibili facilitatori. All’epoca Di Donna avrebbe immediatamente confermato le aspettative: «Mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale». I due legali avrebbero fatto firmare a Buini un accordo per il riconoscimento di provvigioni e poi lo avrebbero convocato nello studio di Guido Alpa (il maestro di Conte). Buini in commissione ha confessato il suo rapido pentimento: «Con qualche anno in più e con il senno di poi mi sarei comportato diversamente. In quella circostanza mi è stato detto: “Guarda che qui possiamo sicuramente agevolare questa cosa, crearti un contatto, ma sarebbe opportuno che ci dessi un mandato per le attività che facciamo” […]. Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo firmerei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da questo amico, per non fargli fare una figuraccia ho firmato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. Fella, dopo aver saputo dell’esito dell’incontro, avrebbe messo in guardia Buini: «Ma chi ti ha mandato a firmare? Io non voglio saperne niente, anzi, per quello che mi riguarda rincontrali e lascia perdere tutto, non ti mettere in questioni strane». E così, dopo avere avuto un secondo abboccamento e non essere riuscito a ritornare sui propri passi, il 7 maggio 2020, Buini spedisce, via Pec, la disdetta del contratto. Quattro giorni dopo, l’11 maggio, l’imprenditore riceve una mail che gli annuncia il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Buini ha «la sensazione» di trovarsi di fronte a una sorta di «ritorsione» per la sua decisione di recedere dall’accordo con i due legali vicini a Conte: «È evidente che non esisteva per me un'altra strada per andarmi a presentare in quella struttura, evidentemente la mia presenza lì era già pregiudicata da quanto era successo», ha spiegato in commissione. Già, nel 2021, con noi, l’imprenditore aveva confessato il suo stupore: «Il generale Rinaldo Ventriglia, l’uomo che si occupava della logistica nella struttura commissariale, mi pregò di far partire il carico delle 500.000 mascherine alla sera alle 6 anziché la mattina dopo perché sarebbe stato troppo tardi. Poi quelle stesse 500.000 mascherine, pochi giorni dopo, me le ha rispedite indietro. Sono rimasto esterrefatto». Ieri la senatrice dem Ylenia Zambito ha ricordato a Buini che il 6 e il 7 maggio 2020 la sua azienda aveva ricevuto la visita dei carabinieri del Nas e della Guardia di finanza e che i militari avrebbero accertato irregolarità nelle certificazioni, in particolare nelle procedure di validazione in deroga dei dispositivi con l’Inail.
L’imprenditore ha risposto che il materiale contestato non era quello inviato a Roma, ma era un carico di Ffp2 appena arrivato e non ancora regolarizzato. Quindi sulle mascherine consegnate non erano giunte contestazioni di sorta. La Zambito, a questo punto, ha estratto dal cilindro una mail inviata da Buini ad Arcuri il 5 maggio, in cui l’imprenditore chiedeva «un appuntamento» per sottoporre al commissario una proposta di fornitura da 10 milioni di chirurgiche e da 2 milioni di Ffp2 a settimana «a condizioni vantaggiose». Ricordava anche la partita di dispositivi già consegnata. A stretto giro Arcuri assicurava un ricontatto per verificare «la fattibilità della proposta». Ma dopo sei giorni sarebbe arrivato il benservito. Nella mail Buini specificava anche di essersi già «sentito» con Arcuri «per tramite di Guido Bertolaso», ex capo della Protezione civile.
L’imprenditore ha spiegato in commissione di avere conosciuto Bertolaso sui campi da golf e che questi si sarebbe limitato a indicargli l’indirizzo di posta elettronica del commissario. In conclusione per Buini e la maggioranza a causare l’interruzione dei rapporti dell’imprenditore con Arcuri sarebbe stato l’annullamento del contratto con gli avvocati Esposito e Di Donna, mentre per l’opposizione, sembra di capire, sarebbero state le indagini di Arma e Fiamme gialle, seppur mai contestate ufficialmente. Quello su cui sembrano tutti d’accordo è che Buini non ha versato ai due legali nemmeno un euro, dal momento che la consulenza (di cui non ha saputo indicare l’oggetto) era a suo giudizio nient’altro che una «tangente».
Ma in questa storia c’è anche un altro punto oscuro. Nel secondo incontro con i due legali, quello del 5 maggio, a Buini è stato presentato Enrico Tedeschi, all’epoca capo di gabinetto del direttore dell’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna) Luciano Carta, in quel momento in uscita (il 16 maggio avrebbe preso il suo posto il generale Giovanni Caravelli). In quel momento Tedeschi ricopriva un incarico importante e delicato e probabilmente, in quella fase di interregno, godeva di una certa autonomia. In Procura, dove è stato sentito come testimone, ha spiegato quale fosse la sua missione e perché fosse finito a discuterne nell’ufficio del pigmalione (Alpa) e del «braccio destro» (Di Donna) del premier: «La ragione era istituzionale. Per le funzioni che svolgo, in quel momento di estrema difficoltà nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale, noi come struttura eravamo alla ricerca di forniture di mascherine. Ne avevo parlato con Di Donna, così come, del resto, con altre persone ed egli mi comunicò che doveva incontrare un fornitore di mascherine che poteva essere utile consultare». Il generale ha raccontato anche come fosse entrato in contatto con Di Donna: «L’ho conosciuto a casa della dottoressa Brunella Bruno (giudice amministrativo, ndr), con cui ho rapporti di amicizia, a una cena, alla presenza di magistrati contabili. Il rapporto si è poi evoluto attraverso Giovanni Bruno, professore alla Sapienza e fratello di Brunella Bruno, che credo fosse presente anche alla cena di cui ho parlato». Giovanni Bruno è un altro allievo di Alpa e nell’agosto del 2018 è stato scelto dal ministero guidato da Luigi Di Maio come commissario della società Condotte spa, in amministrazione straordinaria. Con Condotte e con una sua controllata Di Donna ha firmato contratti di consulenza del valore di circa 1 milione di euro, compreso un accordo per una retribuzione fissa biennale da 20.000 euro al mese. In un’informativa agli atti si legge: «Il 30 aprile 2020 Di Donna riceveva un’offerta da parte del generale Tedeschi, verosimilmente afferente al trasporto di mascherine». Il testo del messaggino era il seguente: «Non ho idea se interessa a qualcuno dei tuoi contatti (ho girato anche a Giorgio): 300 metri cubi da Shanghai a Bologna a 440.000 dollari Usa. Sarebbero 8,5 dollari al Kg. Prezzo ottimo». Dunque un alto ufficiale dei nostri servizi segreti, apparentemente, offriva «passaggi» per le mascherine dei clienti del «braccio destro» di Conte.
Ma anche se le cose non sono andate come Buini sperava, quello che pare assodato è che Di Donna ed Esposito erano entrati nel business delle mascherine dalla porta principale e la loro cordata era diversa da quella del giornalista (oggi deceduto) Mario Benotti, il quale aveva fatto fruttare la sua agenda di notista politico per arrivare autonomamente ad Arcuri e ottenere una commessa monstre da 1,2 miliardi di euro. L’ex cronista aveva collaborato con tre ministri Pd (Sandro Gozi, Giuliano Poletti e Graziano Delrio) e aveva agganciato il commissario prima che questi fosse nominato ufficialmente. Ma a un certo punto Benotti cade in disgrazia (sebbene dopo avere incassato personalmente almeno 12 milioni di euro) e ne prende coscienza il 7 maggio 2020. Dietro alla sua caduta ci sarebbe la notizia di un’inchiesta dei servizi segreti. Appena 48 ore prima Di Donna aveva incontrato un importante 007. Si tratta di una semplice coincidenza o c’è un collegamento tra i due episodi? Proviamo ad approfondire.
Benotti, al giudice per le indagini preliminari Paolo Andrea Taviano, ha raccontato come è stato messo alla porta il 7 maggio 2020. A convocarlo urgentemente era stato Mauro Bonaretti, in quel momento uomo di punta della Struttura ed ex «capo» di Benotti al dicastero delle Infrastrutture e dei trasporti con Delrio ministro. All’appuntamento, dietro a Bonaretti «sbucò il dottor Arcuri». Benotti rivela al giudice ciò che avrebbe appreso dal commissario: «Con un certo imbarazzo mi spiegò che a Palazzo Chigi era stato informato che era in corso una non meglio precisata indagine, forse dei servizi, e, quindi, mi pregò di non disturbarlo più. Cosa che ho fatto». Agli inquirenti l’allora indagato specifica che «forse dei servizi» non era una supposizione, ma erano le esatte parole pronunciate da Arcuri: «Era molto imbarazzato e molto agitato, proveniva dalla riunione del Copasir e mi disse che c’era una questione che riguardava gli aerei israeliani». Per far arrivare 800 milioni di mascherine in Italia dalla Cina Benotti & X. utilizzarono 252 voli della compagnia israeliana El Al. Il pm Fabrizio Tucci domanda perché Arcuri gli avesse fatto quella confidenza. Risposta: «Dovrebbe chiederlo al commissario Arcuri […] Io sono rimasto molto perplesso e non feci altre domande». Tucci chiede conferma del fatto che l’indagine dei servizi riguardasse «i voli israeliani». Ma Benotti cincischia: «No, non ho detto questo. Le ho detto che tra le cose che mi disse, fece passare questo concetto». Chi informò Arcuri dell’inchiesta? Davvero le informazioni provenivano dal Comitato parlamentare per sicurezza della Repubblica? O Tedeschi, nei suoi incontri con gli avvocati «grillini», anche in buona fede, si era fatto sfuggire qualcosa, e Di Donna aveva veicolato la preziosa soffiata verso la struttura commissariale, magari con l’obiettivo di disarcionare Benotti? Sino a oggi nessuno è riuscito a capire come siano andate davvero le cose. Alla fine la compagnia di Benotti potrebbe essere stata fregata due volte da quella di Di Donna. Infatti per lo stesso reato (traffico di influenze) la Procura di Roma (procuratore aggiunto Stefano Pesci e pm Tucci), a fine 2024, ha chiesto l’archiviazione di Di Donna ed Esposito sulla base delle modifiche normative introdotte dalla cosiddetta legge Nordio. Invece, nel procedimento contro Benotti & C., lo stesso ufficio giudiziario (procuratore aggiunto Paolo Ielo e pm Tucci) ha formulato eccezione di incostituzionalità della legge Nordio nella parte in cui ha modificato l'articolo 346 bis per «contrasto con l'articolo 117 Costituzione per il tramite dell'articolo 12 della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione». Apparentemente due pesi e due misure. Una vicenda su cui Fdi ha annunciato «approfondimenti». Come conferma il presidente Lisei: «Non rifacciamo i processi, ma puntiamo a ricostruire la verità».
- Con un decreto urgente, quindi evitando il Parlamento, il governo spagnolo ha legalizzato almeno mezzo milione di irregolari. La Chiesa esulta: «Contribuiranno al nostro bene». La polizia: «Sistema al collasso. Così si fa un favore ai trafficanti di uomini».
- Cpr in Albania: quattro i nodi principali. Matteo Piantedosi: «Da giugno i centri torneranno a funzionare».
Lo speciale contiene due articoli
Non lo avrà fatto con il favore delle tenebre, ma in modo poco ortodosso sì. Il governo di Pedro Sánchez, infatti, ieri ha regolarizzato oltre 500.000 immigrati presenti in Spagna. Lo ha fatto con un decreto urgente, evitando così il passaggio dal Parlamento dove non avrebbe avuto la maggioranza. Eppure l’urgenza non c’era. O meglio: ci sarebbe stata l’impellenza di fermare l’immigrazione incontrollata visto che il Paese è passato da poco più di 100.000 irregolari nel 2017 agli oltre 840.000 attuali. Il ministro (anche se lei preferirebbe farsi chiamare ministra) per l’Inclusione, la Sicurezza sociale e le Migrazioni, Elma Saiz, ha affermato che quest’atto è stato necessario per non «voltare lo sguardo altrove». In realtà non è così. Perché l’obiettivo, dichiarato peraltro dalla stessa Saiz a France Presse, è quello di sostenere la crescita economica del Paese. In questo modo, infatti, e sono le parole del ministro, gli ex irregolari potranno «lavorare in qualsiasi settore, in tutto il Paese». Tradotto: regolarizzare i migranti per farli lavorare a basso costo. O meglio ancora: sfruttamento mascherato da buone intenzioni.
La misura si applica a tutti gli stranieri che sono presenti in Spagna da almeno cinque mesi e che sono arrivati prima del 31 dicembre scorso. Bastano cinque mesi per prendere la cittadinanza spagnola e, quindi, europea. Con un certo orgoglio, la Saiz ha affermato che «a partire dal mese di aprile tutte le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno» e che questa iniziativa ha come scopo quello di «riconoscere e dare dignità, offrendo garanzie, opportunità e diritti alle persone che si trovano già nel nostro Paese». Ci saranno così 500.000 cittadini in più. O, forse, oltre 800.000, secondo quanto ha affermato la segretaria generale di Podemos, Ione Belarra, in un’intervista a Cadena Ser. Una linea sposata anche dalla Chiesa spagnola, che è sempre più in crisi. Il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, ha parlato di «buona notizia che faciliterà il contributo al bene comune di molti immigrati che già lavorano, frequentano la scuola, usufruiscono dei servizi sanitari e sociali e, a volte, vivono in condizioni precarie tra noi. In questo modo viene riconosciuta la loro dignità». Il prelato, bontà sua, aggiunge poi nell’intervista a El Pais che «continuano ad esserci sfide relative all’integrazione che influenzano la vita quotidiana della nostra società».
Una di esse è quella relativa alla sicurezza. Non a caso, i primi a intervenire nel dibattito su questa legge sono stati i sindacati di polizia, che hanno espresso una forte contrarietà affermando che questa iniziativa rischia di portare al collasso il Paese. Il Sindacato unificato della polizia (Sup) ha definito il governo «totalmente irresponsabile» anche perché non è ancora chiaro «come sarà garantita la sicurezza» e quali saranno le «risorse reali» che verranno messe in campo. Ma non solo. Questa apertura rischia di rappresentare un incentivo per coloro che desiderano raggiungere l’Europa. «Entrare irregolarmente finisce per dare i suoi frutti», fanno sapere i sindacati di polizia, che definiscono questa iniziativa «un’ancora di salvezza» per i trafficanti di esseri umani. La Confederazione nazionale della polizia (Cep) si spinge ancora più in là, affermando che questo accordo politico rompe «due decenni di consenso sulla regolarizzazione degli immigrati e fa della Spagna un Paese che sta andando in una direzione diversa dai criteri dell’Unione europea rappresentando una mossa sconsiderata per la sicurezza pubblica».
Per la portavoce del Partito popolare spagnolo al Congresso, Ester Muñoz, il governo «propone la regolarizzazione in questo momento per cercare di nascondere ciò di cui parlano tutti gli spagnoli, ovvero se oggi sia sicuro prendere un treno». Posizione rilanciata anche dal leader del partito, Alberto Núñez Feijóo: «Fino a 46 morti. Centinaia di feriti. Nessuna dimissione. E la prima risposta di Sánchez è una regolarizzazione di massa per distogliere l’attenzione, aumentare l’effetto chiamata e sovraccaricare i nostri servizi pubblici. Nella Spagna socialista, l’illegalità viene premiata. La politica migratoria di Sánchez è assurda quanto quella ferroviaria. Quando arriveremo al governo, le cambierò da cima a fondo».
La decisione di Sánchez non riguarda solamente la Spagna, ma tutta l’Unione europea, che oggi si trova con almeno mezzo milioni di cittadini in più di cui si sa poco o nulla. «Non bisogna guardare altrove». È vero. Bisognerebbe guardare all’immigrazione irregolare e trovare un modo per gestirla davvero e per espellere chi delinque. Ma a Madrid preferiscono l’accoglienza facile.
«Legittimo trattenere i migranti?». La Consulta valuta il modello Albania
Quel lasso di tempo è ritenuto un limbo senza coperture giuridiche, a rischio di entrare in conflitto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce «l’inviolabilità della libertà personale». E in questo senso è stato interpretato dai legali di un immigrato senegalese spedito in Albania per il rimpatrio, poi richiamato in Italia per mancanza di convalida da parte del giudice, infine trattenuto in un Cpr di Bari in attesa di un nuovo provvedimento perché titolare di una fedina penale lunga qualche metro. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, difensore del pregiudicato, «il diritto di difesa è vanificato dal potere esecutivo, in quelle 48 ore non potrei fare un’istanza per motivi di salute o di non idoneità a stare in luoghi chiusi».
La metafora è singolare perché il suo assistito era stato condannato per tentato omicidio (pena scontata), per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, poi per furto e traffico di stupefacenti. Quindi è un frequentatore abituale di luoghi chiusi, nel senso di carceri. E nelle 48 ore cuscinetto non sarebbe un male tenerlo d’occhio, visto che è privo di passaporto, senza fissa dimora e con il riconoscimento di «pericolosità sociale». C’è una casistica infinita di soggetti assimilabili che prima sono scomparsi e poi sono tornati a delinquere. Il caso non dovrebbe neppure esistere, infatti la Cassazione (alla quale è stata sottoposta la vicenda) ha chiesto il rigetto di quattro quinti del ricorso. Ma sulla legittimità costituzionale di quelle 48 ore ha preferito chiamare in causa la Corte Costituzionale.
Ieri il giudice della Consulta, Francesco Viganò, ha sollevato davanti all’Avvocatura dello Stato quattro punti delicati.
1 In quale altra sede diversa dalla convalida del trattenimento potrebbe porsi la questione della compatibilità con la Costituzione?
2 Esiste una base giuridica per trattenere lo straniero che abbia chiesto la protezione internazionale in Albania, ritrasferendolo a Bari?
3 È possibile considerare la permanenza nel centro (48 ore) nonostante la mancata convalida (quella in Albania), un prolungamento della convalida precedente in Italia?
4 Se fosse valida questa soluzione, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione europea?
In attesa dello scioglimento del nodo giurisprudenziale che rischia di diventare un precedente per l’intero sistema, ecco l’ennesima conferma del tentativo dei giudici di sostituirsi al parlamento e regolamentare una materia di cui è responsabile l’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rassicura: «Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà. Il diritto d’asilo è un istituto nobilissimo su cui si sono consumati troppi abusi».
L’ostruzionismo delle toghe italiane è leggendario. Accade dall’inizio, quando due anni fa Giorgia Meloni fece aprire gli hub in Albania. Da allora la strada è stata lastricata di ricorsi e mancate convalide. Fino alla richiesta di intervento di mamma Corte di giustizia europea, che lo scorso agosto ha stabilito che un Paese «non può essere definito sicuro se non lo è per l’intera popolazione». Si era dimenticata che la Germania rimpatria in Afghanistan, luogo non propriamente liberale. Ma nessun giudice a Berlino si è mai sognato di invocare l’Europa per impedirglielo.
«Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare di Iran, Ucraina e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il Giorno della memoria». Parola della senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, durante la cerimonia al Quirinale alla presenza di tutte le alte cariche dello Stato e di 40 ragazzi di ritorno da Auschwitz.
«Non può succedere», ha aggiunto, «che diventi occasione di vendetta contro le vittime di allora». Parole inascoltate dai pro Pal, che ieri hanno organizzato diversi eventi anche per Gaza in diversi Comuni, ostacolando le cerimonie istituzionali e non rispettando i divieti, come accaduto a Bologna.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel sottolineare «l’importante e irrinunciabile giorno di commemorazione, la cui intensità è sempre massima senza che possa essere scalfita dal tempo», ha rinnovato la riconoscenza dello Stato alla Segre «per la sua preziosa testimonianza degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità: come lo sono le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati. Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente».
Il premier, Giorgia Meloni, ha sottolineato la pagina buia dell’antisemitismo, «purtroppo ancora non sconfitto definitivamente, un morbo che tona a diffondersi, con forme nuove e virulente». Meloni ha ribadito: «In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938».
A Bologna, malgrado l’appello del sindaco, Matteo Lepore, i manifestanti pro Palestina si sono radunati in piazza del Nettuno mentre si svolgeva la cerimonia per la memoria, impedendo ai rappresentanti della Comunità ebraica di deporre le corone di fiori. Alcuni attivisti sono stati allontanati dai poliziotti antisommossa. Anche la presidente dell’Anpi bolognese, Anna Cocchi, era arrivata in piazza per la cerimonia ma ha poi deciso di passare con i pro Pal. «Sono qui e sto da questa parte. Prima si sono creati due schieramenti, uno con la polizia e uno che invece dice: riconosciamo i diritti della popolazione di Gaza. Io sto da questa parte». A Napoli, invece, la Comunità ebraica ha disertato per la prima volta le celebrazioni organizzate per ricordare le vittime dell’Olocausto perché, ha spiegato la presidente Lydia Schapirer, «senza vicinanza e dialogo», il Comune ha approvato nei mesi scorsi una mozione che riconosce la Palestina e interrompe i rapporti con enti e istituzioni legati al governo israeliano.
Mentre al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che aveva detto che nella fiction andata in onda ieri sera Morbo K, sul rastrellamento degli ebrei di Roma, «non si vedono i fascisti, ci sono solo i nazisti. I fascisti hanno collaborato attivamente alla decisione criminale di Hitler di sterminare completamente tutti gli ebrei», ha risposto la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati. «Sorpresa e amareggiata per le mistificazioni e le polemiche. Nelle sceneggiature e nei filmati del racconto televisivo, liberamente ispirato alle gesta di tre medici dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma durante il tragico ottobre 1943, la presenza, la complicità e la connivenza dell’allora polizia fascista, non solo non è stata omessa, ma è narrata con precisa attenzione, in un prodotto realizzato in stretta collaborazione con la Comunità ebraica».






