Nel dubbio, in favore della vita. È la lezione che si deve trarre dall’ultima sentenza della Corte d’Appello di Trieste sul suicidio assistito. La quale, ribaltando il verdetto di primo grado, ha condannato i figli di un ottantaquattrenne a restituire il risarcimento che avevano ottenuto dall’azienda sanitaria, per il suo rifiuto di staccare i tubicini dell’alimentazione artificiale all’uomo.
Nel 2018, il povero signor de’ Manzano viene colpito da un ictus: smette di parlare, di muoversi, non riconosce più i familiari, soffre di disfagia ed è costretto a nutrirsi con un sondino naso-gastrico. I figli pensano sia meglio porre fine alle sue sofferenze, ma la Stroke unit dell’ospedale di Cattinara nega la procedura e pure il permesso al trasferimento in un’altra struttura, disponibile ad accompagnare il paziente verso la «dolce morte». Così, il 10 gennaio 2019, l’avvocatessa Giovanna Augusta de’ Manzano, figlia del malato, si fa nominare amministratrice di sostegno e, con l’intervento del giudice tutelare, ottiene lo spostamento del padre nella clinica Salus, dove l’alimentazione forzata viene sospesa e il babbo muore. La donna decide di citare in giudizio l’Asugi triestina. E in tribunale, ottiene 25.000 euro di risarcimento. Il 5 gennaio di quest’anno, però, il secondo grado di giudizio rovescia il pronunciamento e obbliga i figli di de’ Manzano a restituire la somma, nonché a saldare le spese legali, per un totale di 55.000 euro.
L’avvocatessa - si legge negli atti - sosteneva che il papà reagisse alle cure «scuotendo il capo, strappandosi la flebo e il sondino naso-gastrico». Gesti interpretati alla stregua di una richiesta di farla finita. I magistrati d’Appello non ne sono sicuri: nella sentenza, anzi, scrivono che nel ricorso per la nomina ad amministratrice di sostegno, presentato dalla de’ Manzano, «non veniva esposta nessuna narrazione della volontà del paziente». In sostanza, non era stata «resa esplicita l’intenzione di sospendere i trattamenti sanitari in corso». Le perplessità dei medici di Cattinara, quindi, erano «tutt’altro che pretestuose», dal momento che «né il primo ricorso né la nomina» a tutrice contenevano elementi che permettessero di accertare i desideri del malato. Un elemento cruciale, tanto che i giudici fanno riferimento al dettato della Corte costituzionale, laddove essa esclude «che il conferimento della rappresentanza esclusiva in ambito sanitario rechi con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita».
La Consulta, nonostante le varie aperture, a cominciare dal caso di dj Fabo, ha comunque ribadito - basta leggere la sentenza del luglio 2024 - che in Italia non esiste il diritto di morire. Nel recente verdetto, con cui ha in parte bocciato la legge della Regione Toscana, essa ha confermato che, in ottemperanza alla legge sul biotestamento, la richiesta di suicidio assistito non può essere formulata da un «delegato» del paziente. Allo stesso modo, la Corte ha cassato la disposizione della giunta Giani sugli «stringenti tempi per la verifica dei requisiti di accesso» alla procedura, ricordando che ai medici va garantita «la possibilità di svolgere tutti quegli approfondimenti clinici e diagnostici» ritenuti «appropriati». Il margine di autonomia professionale dei dottori, insomma, non deve soccombere sistematicamente alle istanze dei malati né - soprattutto - alle pressioni dei loro familiari. Da questo punto di vista, il verdetto di Trieste ridimensiona le ambizioni degli attivisti radicali, i quali da mesi si battono affinché si arrivi al suicidio «express».
Ma c’è di più. Tra i motivi che spiegavano le sollecitazioni a sopperire al vuoto normativo, intervenendo a livello parlamentare, o almeno regionale, c’era il timore delle Asl di finire sommerse dalle richieste di indennizzo dei parenti dei pazienti, adirati per eventuali dinieghi o tempistiche di risposta considerate incongrue. La Corte d’Appello giuliana - il cui verdetto sarà impugnato in Cassazione dai legali della de’ Manzano - potrebbe aver stabilito un precedente giurisprudenziale, indebolendo una delle giustificazioni per legiferare.
In Senato, il testo è arenato nelle secche dei dissidi sul coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale: il centrodestra sta cercando in tutti i modi di evitarlo, consapevole che in ballo c’è la natura stessa della professione medica e del giuramento di Ippocrate. «Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto», recitava la formula classica della deontologia, «alcun farmaco mortale e non prenderò mai un’iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto». Ecco. Certi argini sono già crollati.
Donald Trump ha scelto la linea dura con il governo di Teheran. Ieri, rivolgendosi direttamente ai manifestanti iraniani che stanno protestando contro il regime khomeinista, ha dichiarato: «Patrioti iraniani, continuate a protestare: prendete il controllo delle vostre istituzioni! Ricordate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo». «Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti non cesserà. L’aiuto sta arrivando! Miga!», ha proseguito, riferendosi allo slogan «Make Iran Great Again»: un acronimo che il diretto interessato aveva già usato in un suo post di fine giugno, in cui aveva esplicitamente aperto all’eventualità di un regime change a Teheran. Quando, più tardi, un reporter gli ha chiesto a che tipo di aiuto si riferisse, il presidente ha risposto sibillino: «Dovrete capirlo da soli, mi dispiace».
«Dichiariamo i nomi dei principali assassini del popolo iraniano: 1 Trump, 2 Netanyahu», ha tuonato, dal canto suo, il capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. E così, mentre ieri la temperatura si surriscaldava, la Casa Bianca ospitava una riunione del team di sicurezza nazionale statunitense, con l’obiettivo di analizzare le opzioni sul tavolo per colpire la Repubblica islamica: opzioni che, stando a quanto rivelato dalla Cbs, andrebbero dal lancio di missili a operazioni di natura informatica volte a destabilizzare ulteriormente il regime. Al meeting Trump, che era a Detroit, non ha preso parte. Vi hanno partecipato invece il segretario di Stato, Marco Rubio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il direttore della Cia, John Ratcliffe. Proprio Rubio, secondo Axios, ha dichiarato, in incontri a porte chiuse tenutisi nei giorni scorsi, che in questa fase Trump sta valutando risposte non militari a sostegno dei manifestanti.
Insomma, il presidente americano pare aver chiuso il canale diplomatico che si era aperto tra Washington e Teheran. Negli scorsi giorni, si erano infatti tenuti dei contatti tra l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Sembrava, in particolare, che i due stessero per organizzare un incontro diplomatico: incontro che, come abbiamo visto, ieri Trump ha annullato, almeno fin quando il regime non cesserà la sanguinosa repressione delle manifestazioni in corso. Del resto, che il presidente americano stesse inasprendo la sua linea era già diventato chiaro nella serata di lunedì, quando aveva annunciato dei dazi secondari all’Iran. «Con effetto immediato, qualsiasi Paese che faccia affari con la Repubblica islamica dell’Iran pagherà un dazio del 25% su tutte le attività commerciali concluse con gli Stati Uniti d’America», aveva affermato. Inoltre, secondo Axios, Witkoff avrebbe incontrato segretamente nel fine settimana il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che da giorni si sta proponendo per guidare la transizione di potere a Teheran. Come che sia, secondo il Wall Street Journal, le monarchie del Golfo starebbero cercando di persuadere la Casa Bianca a non attaccare l’Iran.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e il Vecchio continente. Ieri, i governi di Francia, Germania, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Finlandia e Danimarca hanno annunciato di aver convocato i rispettivi ambasciatori iraniani per criticare le uccisioni avvenute nel corso delle manifestazioni: uccisioni che, secondo la Cbs, oscillerebbero tra le 12.000 e le 20.000. È in questo quadro che, sempre ieri, Palazzo Chigi ha chiesto alle autorità iraniane «di assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e di pacifica assemblea, e l’incolumità di chi manifesta nelle piazze». Tutto questo, mentre il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha reso noto di voler proporre «ulteriori sanzioni» contro Teheran.
Mosca ha frattanto manifestato tutta la sua irritazione. «Le forze straniere ostili all’Iran stanno tentando di sfruttare le crescenti tensioni sociali per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano», ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, bollando anche come «assolutamente inaccettabili» le minacce americane di attacchi militari contro la Repubblica islamica. «Vengono usati i famigerati metodi delle “rivoluzioni colorate”», ha proseguito. La Russia teme particolarmente il crollo del regime khomeinista, dopo aver perso, nel 2024, un altro suo storico alleato come Bashar al Assad in Siria. Mosca ha quindi paura che, in caso di caduta di Ali Khamenei, possa vedere ulteriormente ridotta la propria influenza sullo scacchiere mediorientale.
Una preoccupazione, questa, che attanaglia anche la Cina. Pechino si è infatti lamentata dei dazi secondari annunciati l’altro ieri da Trump su Teheran. Non dimentichiamo infatti che la Repubblica popolare intrattiene significativi legami economici e politici con il regime khomeinista. È in tal senso che l’ambasciata cinese a Washington ha ventilato l’ipotesi di ritorsioni commerciali contro gli Stati Uniti.
Oggi è in programma a Washington il vertice più delicato delle ultime settimane sul dossier Groenlandia, con i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Danimarca e, appunto, Groenlandia riuniti alla Casa Bianca insieme al vicepresidente americano J.D. Vance. Un appuntamento tanto atteso, ma che avrà luogo in un clima di crescente tensione, dopo che Copenaghen e Nuuk hanno denunciato apertamente le pressioni esercitate da Washington sull’isola artica. Alla vigilia dell’incontro, infatti, il premier danese, Mette Frederiksen, ha parlato di una situazione «molto difficile» che dura da oltre un anno. «E le cose potrebbero anche peggiorare», ha aggiunto il primo ministro danese, definendo «del tutto inaccettabile» il comportamento degli Stati Uniti, «uno dei nostri più stretti alleati». In gioco, ha spiegato Frederiksen, non c’è solo il futuro della Groenlandia, ma princìpi fondamentali come il diritto internazionale, l’inviolabilità dei confini e l’idea che «non si possa comprare un altro popolo».
Accanto a lei c’era il primo ministro groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, il quale ha ribadito che «la Groenlandia non è in vendita» e che, se costretti a scegliere tra Stati Uniti e Danimarca, i groenlandesi sceglierebbero senz’altro Copenaghen. L’isola, ha sottolineato, resta parte del Regno danese e il suo orizzonte strategico è collocato «nell’Ue e nella Nato». In vista del vertice di oggi, inoltre, Nielsen ha insistito sulla compattezza del fronte danese-groenlandese, assicurando che le due delegazioni «entreranno insieme e insieme parleranno con gli americani».
Sul fronte statunitense, intanto, Donald Trump ha deciso di accelerare, aumentando la pressione sulla controparte scandinava. Ieri, infatti, il deputato repubblicano Randy Fine ha presentato alla Camera il «Greenland annexation and statehood act», una proposta di legge che autorizzerebbe formalmente il presidente ad avviare ogni iniziativa ritenuta necessaria per «annettere o acquisire» la Groenlandia come territorio degli Stati Uniti, anche attraverso negoziati diretti con il Regno di Danimarca. Il testo prevede che, una volta completata l’acquisizione, la Casa Bianca debba trasmettere al Congresso un rapporto dettagliato sulle modifiche alla legislazione federale necessarie per integrare l’isola e aprire la strada alla sua eventuale ammissione come Stato dell’Unione: una mossa giustificata dai promotori con la competizione strategica nell’Artico e con il timore che Russia e Cina possano rafforzare la propria presenza nella regione.
Al di là delle schermaglie politiche di questi giorni, il nodo della Groenlandia è anzitutto giuridico e affonda le sue radici nel periodo della Guerra fredda. La presenza americana sull’isola, infatti, si basa sull’Accordo di difesa firmato nel 1951 tra Stati Uniti e Danimarca: un trattato che, pur ribadendo formalmente la sovranità danese, attribuisce a Washington poteri estremamente ampi nelle cosiddette «aree di difesa». Il testo stabilisce che tali prerogative vengano esercitate «senza pregiudizio della sovranità del Regno di Danimarca», ma consente agli Stati Uniti di costruire e gestire infrastrutture militari, stazionare truppe, controllare l’accesso alle installazioni, regolare il traffico aereo e navale, nonché garantire la sicurezza interna delle basi. Non si tratta dunque di una semplice presenza simbolica: l’accordo riconosce agli Usa una vera capacità operativa autonoma, giustificata dalla necessità di proteggere il Nord Atlantico e le rotte strategiche tra America ed Europa. Non a caso, il trattato prevede che resti in vigore per tutta la durata dell’impegno danese nella Nato, rendendolo di fatto permanente.
Nel 2004, con l’accordo firmato a Igaliku, Danimarca e Stati Uniti hanno poi aggiornato il trattato alla luce della fine della Guerra fredda e dell’evoluzione istituzionale dell’isola. Da un lato, il testo ha concentrato formalmente la presenza militare statunitense sulla sola base di Thule, chiarendo che eventuali nuove «aree di difesa» richiederebbero nuove intese. Dall’altro, ha introdotto il riconoscimento esplicito della Groenlandia come soggetto coinvolto - nel 1979 Nuuk aveva ottenuto l’autogoverno da Copenaghen - e ha sancito un maggiore coordinamento con le autorità locali in materia di sicurezza. L’accordo del 2004 ha inoltre allineato il regime giuridico delle forze statunitensi alla Nato Sofa, ossia l’accordo che disciplina lo status giuridico delle forze armate di uno Stato Nato presenti sul territorio di un altro alleato. In altre parole, il testo del 2004, pur aggiornando alcuni punti, non ha minimamente intaccato il cuore del dispositivo: la centralità americana nella difesa dell’isola.
Su questo impianto giuridico si è innestata, però, una trasformazione politica profonda. Dal 1979, come detto, la Groenlandia gode di un regime di autogoverno che si è progressivamente ampliato, fino a riconoscere il diritto all’autodeterminazione. Come ha ricordato di recente Reuters, il legame identitario degli inuit - circa il 90% della popolazione dell’isola - con la Danimarca resta fragile: lingua, cultura e interessi economici sono diversi, mentre l’idea dell’indipendenza è da anni presente nel dibattito politico groenlandese, al di là degli schieramenti. Questo rende il paradosso ancora più evidente: mentre Bruxelles è rimasta sostanzialmente spettatrice degli eventi, gli Stati Uniti hanno costruito nel tempo un rapporto diretto con l’isola artica, fondato su trattati, basi e cooperazione militare. È in questo solco - molto più che in una rottura improvvisa - che si inseriscono le mosse dell’amministrazione Trump.
Ci sono casi che fanno più scalpore, altri meno. Storie che hanno maggiore presa mediatica e destano clamore nell’opinione pubblica, altre, invece, completamente dimenticate. Se siamo felici per la scarcerazione di Alberto Trentini e Mario Burlò, insieme agli altri due italiani liberati (Luigi Gasperin e Biagio Pilieri), allo stesso modo non possiamo non essere addolorati per le migliaia di connazionali ancora reclusi nelle prigioni di tutto il mondo, a volte senza un vero e proprio capo di imputazione o senza aver subito un processo.
Casi che sono spesso considerati esempi di «diplomazia degli ostaggi», con arresti arbitrari di stranieri usati come leva politica.
La liberazione di Trentini e Burlò ha avuto un duplice ruolo. Innanzitutto, rappresenta un ulteriore successo del governo italiano, dopo quelli di Chico Forti, trasferito nel maggio 2024 da Miami in Italia, dopo 24 anni di detenzione, e di Cecilia Sala, liberata all’inizio 2025, dopo 21 giorni di galera in Iran. Questi successi, però, sono serviti anche a riaccendere i riflettori sugli altri casi di italiani imprigionati all’estero.
Che non sono pochi: 2.663, secondo l’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (dati 2024). Il 35% (circa 900) in attesa di giudizio, con sentenze non definitive o in attesa di estradizione. Di questi 1.471 si trovano nelle carceri degli Stati membri dell’Ue, 231 in Paesi europei ma fuori dall’Unione, 217 nelle Americhe, 24 nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, 12 nei Paesi dell’Africa subsahariana e 114 tra Asia e Oceania. La maggior parte si trova in Germania: 1.079. Poi in Spagna: 458 italiani detenuti. In Francia 231, in Belgio 202. In Ungheria, dove è stata detenuta anche Ilaria Salis, alla fine del 2022 ce n’erano 17.
Nei Paesi extraeuropei il record è del Regno Unito con 192 italiani, in Svizzera 131 e negli Stati Uniti 91. Quarantadue, invece, sono gli italiani con doppio passaporto ancora sotto custodia in carcere in Venezuela (24 sono detenuti politici colpevoli di aver espresso opinioni contrarie al governo chavista) e almeno sette di loro si trovano a El Rodeo I, nella periferia di Caracas, lo stesso carcere di massima sicurezza in cui era rinchiuso Trentini, struttura dove finiscono gli oppositori politici, nota per sovraffollamento e le gravi violazioni dei diritti umani. Tra di loro c’è Daniel Enrique Echenagucia Vallenilla, 47 anni, imprenditore italiano originario di Avellino, arrestato nell’agosto 2024. L’uomo viene tenuto in isolamento, soffre d’asma e ha perso 18 chili.
Altri italo-venezuelani si trovano, invece, nella prigione di El Helicoide a Caracas, famosa per gli interrogatori duri e l’estremo uso dell’isolamento. Qui ci sarebbero Gerardo Coticchia Guerra, detenuto da circa cinque anni, Juan Carlos Marrufo Capozzi, ingegnere di 55 anni e l’avvocato penalista Perkins Rocha di 63 anni, sposato con l’italiana Maria Costanza Cipriani e consigliere giuridico di fiducia della leader dell’opposizione María Corina Machado. Nella stessa struttura si troverebbe anche Hugo Enrique Marino Salas, scomparso nel nulla dal 2019.
Tra i dimenticati nel mondo anche Fulgencio Obiang Esono, ingegnere italiano di origini equatoguineane, condannato nel 2019, senza prove, a 60 anni di carcere con l’accusa di aver preso parte, nel 2017, a un tentato colpo di Stato contro il presidente e dittatore della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang.
Oltre ai chi è in attesa di giudizio o estradizione, c’è anche chi è morto come il trentaseienne carpentiere di Viareggio, Daniele Franceschi, deceduto nel 2010 nel carcere di Grasse, in Francia, in circostanze mai chiarite. O come il bancario leccese, Simone Renda, morto nel 2007 nel carcere messicano di Playa del Carmen: l’uomo stava male ma lo lasciarono in cella senza acqua né cibo per 48 ore.
Di fatto più che di detenzioni si tratta di ostaggi. I reati contestati ai detenuti italiani all’estero vanno dal traffico di sostanze stupefacenti, alla vicinanza a organizzazioni criminali internazionali, fino al furto o anche all’omicidio. Situazioni su cui spesso regna il silenzio.





