True
2019-04-11
La nostra intelligence in Libia si difende da miliziani e 007 francesi
True
Ansa
L'intelligence italiana è al lavoro da settimane per sbrogliare la matassa libica, dopo la decisione del generale Khalifa Haftar di non interrompere i bombardamenti e l'avanzata verso Tripoli contro il governo di unità nazionale di Fayez Al Sarraj. E se il presidente Giuseppe Conte ha dato rassicurazioni ieri alla Camera sull'operatività della nostra ambasciata e sul nostro contingente militare, sul campo si sta consumando una vera e propria battaglia tra spie. L'obiettivo dell'Italia, ripetuto dallo stesso Conte e dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta, è la stabilizzazione del Paese. «Non servono prove di forza o azioni dimostrative di alcune genere», ha spiegato la Trenta. La preoccupazione è comunque alta, sia per la situazione umanitaria, con possibili nuove ondate migratorie verso le nostre coste, sia perché a rischio ci sono interessi economici rilevanti, con la presenza di Eni, il nostro colosso petrolifero. Non a caso la relazione del numero uno dell'Aise (servizio segreto estero) Luciano Carta al Copasir prevista per venerdì è stata anticipata a ieri sera. Il tutto avviene dopo la notizia data da Repubblica di un incontro riservato lunedì scorso tra Conte e emissari di Haftar, tra cui anche il figlio del generale. A organizzarlo con successo è stato il vice Aise Giovanni Caravelli, da cinque anni alla guida delle operazioni in Libia.
Fonti diplomatiche la definiscono appunto «una situazione molto delicata a causa la massiccia presenza di servizi segreti francesi» sul territorio libico. Non è una novità. Dal momento che la Dgse - Direction générale de la sécurité extérieure - diretta da Bernard Emie, ex ambasciatore transalpino in Algeria, opera ormai da tempo in Libia, con una certa costanza dalla fine del regno di Muammar Gheddafi. Lavora a stretto contatto con Stati uniti e Gran Bretagna, ma soprattutto con diplomatici degli Emirati Arabi Uniti, nello specifico Aref Ali Nayed, ambasciatore libico a Abu Dhabi. In più hanno ottimi rapporti con l'Egitto. Non ci sono dati certi su quanto sia corposo il contingente di 007 francesi o di possibili forze speciali al seguito, tra Legione straniera o altre divisioni dell'esercito. Si è spesso parlato di almeno 150 uomini, ma non ci sono dati ufficiali. Di sicuro c'è quello che raccontò il quotidiano Le Monde nel 2016 in un'inchiesta, dove si spiegava che la Dgse, su decisione dell'ex premier Francois Hollande, stesse portando avanti attacchi mirati e segreti contro l'Isis, lo stato islamico. Altro non si sa. L'anno scorso il sito Occhi della Guerra spiegava che gli 007 francesi avevano sì una funzione anti Isis, ma allo stesso tempo si ritrovavano spesso vicini alle azioni militari di Haftar, anche «perché stanziati nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, quartier generale di quello che viene soprannominato il «baffo forte della Cirenaica». Secondo il premier Conte «il personale militare italiano presente in Libia non è stato evacuato. I nostri interessi sul terreno sono parimenti tutelati. Monitoriamo naturalmente di ora in ora le condizioni di sicurezza nel Paese».
Del resto le notizie della scorsa settimana su un'evacuazione di personale dell'Eni sono state ridimensionate e smentite: in realtà si trattava di sette operatori che avevano fatto ritorno a Malta dove il Cane a sei zampe ha gli uffici da tempo. Nulla a che vedere con gli stati di crisi e di emergenza degli anni scorsi, quando il nostro colosso energetico mette in campo diplomazia e appunto i nostri 007. Ma oltre alle tensioni in Libia si certificano screzi anche in Italia, dove si cerca di capire se tra politici e esperti di intelligence ci sia il reale interesse di fare i nostri interessi o quelli della Francia. Del resto in tanti hanno ricevuto in questi anni la «Légion d'honneur», l'onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica francese.
Continua a leggereRiduci
Con la fine del regno di Muammar Gheddafi, la Dgse - Direction générale de la sécurité extérieure - diretta da Bernard Emie, ex ambasciatore transalpino in Algeria, prende sede a Bengasi, avamposto del generale Khalifa Haftar. Ancora oggi l'obiettivo è sconfiggere l'Isis, ma sempre più spesso sostiene le truppe della Cirenaica che continuano ad avanzare verso Tripoli. L'intelligence italiana è al lavoro da settimane per sbrogliare la matassa libica, dopo la decisione del generale Khalifa Haftar di non interrompere i bombardamenti e l'avanzata verso Tripoli contro il governo di unità nazionale di Fayez Al Sarraj. E se il presidente Giuseppe Conte ha dato rassicurazioni ieri alla Camera sull'operatività della nostra ambasciata e sul nostro contingente militare, sul campo si sta consumando una vera e propria battaglia tra spie. L'obiettivo dell'Italia, ripetuto dallo stesso Conte e dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta, è la stabilizzazione del Paese. «Non servono prove di forza o azioni dimostrative di alcune genere», ha spiegato la Trenta. La preoccupazione è comunque alta, sia per la situazione umanitaria, con possibili nuove ondate migratorie verso le nostre coste, sia perché a rischio ci sono interessi economici rilevanti, con la presenza di Eni, il nostro colosso petrolifero. Non a caso la relazione del numero uno dell'Aise (servizio segreto estero) Luciano Carta al Copasir prevista per venerdì è stata anticipata a ieri sera. Il tutto avviene dopo la notizia data da Repubblica di un incontro riservato lunedì scorso tra Conte e emissari di Haftar, tra cui anche il figlio del generale. A organizzarlo con successo è stato il vice Aise Giovanni Caravelli, da cinque anni alla guida delle operazioni in Libia. Fonti diplomatiche la definiscono appunto «una situazione molto delicata a causa la massiccia presenza di servizi segreti francesi» sul territorio libico. Non è una novità. Dal momento che la Dgse - Direction générale de la sécurité extérieure - diretta da Bernard Emie, ex ambasciatore transalpino in Algeria, opera ormai da tempo in Libia, con una certa costanza dalla fine del regno di Muammar Gheddafi. Lavora a stretto contatto con Stati uniti e Gran Bretagna, ma soprattutto con diplomatici degli Emirati Arabi Uniti, nello specifico Aref Ali Nayed, ambasciatore libico a Abu Dhabi. In più hanno ottimi rapporti con l'Egitto. Non ci sono dati certi su quanto sia corposo il contingente di 007 francesi o di possibili forze speciali al seguito, tra Legione straniera o altre divisioni dell'esercito. Si è spesso parlato di almeno 150 uomini, ma non ci sono dati ufficiali. Di sicuro c'è quello che raccontò il quotidiano Le Monde nel 2016 in un'inchiesta, dove si spiegava che la Dgse, su decisione dell'ex premier Francois Hollande, stesse portando avanti attacchi mirati e segreti contro l'Isis, lo stato islamico. Altro non si sa. L'anno scorso il sito Occhi della Guerra spiegava che gli 007 francesi avevano sì una funzione anti Isis, ma allo stesso tempo si ritrovavano spesso vicini alle azioni militari di Haftar, anche «perché stanziati nella base aerea di Benina, ad est di Bengasi, quartier generale di quello che viene soprannominato il «baffo forte della Cirenaica». Secondo il premier Conte «il personale militare italiano presente in Libia non è stato evacuato. I nostri interessi sul terreno sono parimenti tutelati. Monitoriamo naturalmente di ora in ora le condizioni di sicurezza nel Paese». Del resto le notizie della scorsa settimana su un'evacuazione di personale dell'Eni sono state ridimensionate e smentite: in realtà si trattava di sette operatori che avevano fatto ritorno a Malta dove il Cane a sei zampe ha gli uffici da tempo. Nulla a che vedere con gli stati di crisi e di emergenza degli anni scorsi, quando il nostro colosso energetico mette in campo diplomazia e appunto i nostri 007. Ma oltre alle tensioni in Libia si certificano screzi anche in Italia, dove si cerca di capire se tra politici e esperti di intelligence ci sia il reale interesse di fare i nostri interessi o quelli della Francia. Del resto in tanti hanno ricevuto in questi anni la «Légion d'honneur», l'onorificenza più alta attribuita dalla Repubblica francese.
A Cornate d’Adda scatta l’Alps Open, apertura italiana del tour 2026 con oltre 130 professionisti. In Lombardia il golf vale fino a 185 milioni di euro tra circoli, turismo ed eventi, e si rafforza come leva strategica per attrarre investimenti e valorizzare il territorio.
Nel cuore della Lombardia, tra il verde del Parco dell’Adda e un sistema economico sempre più attento alla leva sportiva, il golf torna protagonista. Da domani all’11 aprile il Villa Paradiso Alps Open inaugura la stagione italiana dell’Alps Tour, portando sul campo del Golf Club Villa Paradiso oltre 130 professionisti provenienti da diversi Paesi.
L’appuntamento, aperto al pubblico, si inserisce in una strategia più ampia che vede Assolombarda puntare sul golf non solo come disciplina sportiva, ma come strumento di promozione territoriale e occasione di sviluppo economico. Il torneo rientra infatti nel progetto Open Horizons: Lombardia, Capitale del Golf, pensato per rafforzare il posizionamento della regione come punto di riferimento nazionale e internazionale del settore. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale. Secondo lo studio L’indotto del golf in Lombardia, il valore complessivo generato oscilla tra i 165 e i 185 milioni di euro. Una cifra che tiene insieme più livelli: dai ricavi diretti dei circoli, stimati tra 59 e 62 milioni, fino all’impatto turistico, che rappresenta la quota più consistente con un range tra 103 e 118 milioni. Più contenuto, ma comunque significativo, il contributo legato alla vendita di attrezzature e abbigliamento, mentre i grandi eventi continuano a incidere, con l’Open d’Italia che in regione vale tra 8 e 9 milioni a edizione.
La Lombardia, del resto, è già oggi il principale polo golfistico italiano. Con 65 circoli affiliati alla Federazione Italiana Golf — pari al 18% del totale nazionale — e oltre 26 mila tesserati, quasi un terzo dei golfisti italiani, la regione si colloca davanti a realtà consolidate come Piemonte, Veneto e Lazio.
In questo contesto, il progetto Open Horizons mira a costruire una rete stabile tra istituzioni, club e imprese. L’obiettivo è quello di trasformare il golf in un sistema integrato capace di generare valore lungo tutta la filiera: dallo sport al turismo, fino alle relazioni economiche. Un’impostazione che punta a superare la dimensione puramente sportiva, per diventare leva strategica di attrattività. Accanto al circuito professionistico, si muove anche il calendario dedicato al mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi è partita infatti l’edizione 2026 del Assolombarda Golf Tour, un percorso in cinque tappe che toccherà alcuni dei principali circoli lombardi e farà nuovamente tappa proprio al Villa Paradiso l’8 maggio. Un’iniziativa che ha recentemente ottenuto un riconoscimento agli Italian Golf Awards, premiata per il suo rilievo nazionale tra i circuiti a brand golfistico.
Il filo conduttore resta lo stesso: utilizzare il golf come piattaforma di connessione, capace di mettere in relazione sport, territorio e impresa. Un modello che, almeno in Lombardia, sta provando a trasformare una disciplina di nicchia in un asset economico sempre più strutturato.
Continua a leggereRiduci