True
2022-04-04
La morte dei centri storici
C’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.
In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique
Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%).
La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%).
«Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio».
Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri
È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici.
Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001.
Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura».
«Il decentramento ha creato deserti»
Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta...
«Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso».
Come vi siete mossi in questi anni?
«Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile».
Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico.
«I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano».
E poi c’è il rapporto con le periferie.
«Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso».
Trovare un equilibrio è possibile?
«Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno».
Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico?
«L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
Continua a leggereRiduci
Spariscono le botteghe tradizionali (e non solo quelle), i residenti invecchiano, i sindaci pensano a fare soldi con le multe in Ztl, gli urbanisti parlano solo di «ricucire le periferie» e lo smart working ha inferto il colpo definitivo. Erano il cuore delle città, ora il loro destino è segnato.Il vicepresidente Ancsa Stefano Storchi: «Ci siamo concentrati per anni sul tentativo di riqualificare i sobborghi dimenticandoci però di creare servizi per chi vive nelle zone più centrali».Lo speciale contiene quattro articoliC’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-10-anni-persi-85-000-punti-vendita-chiusi-ferramenta-librerie-e-boutique" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%). La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%). «Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-anziani-e-persone-che-vivono-sole-si-creano-nuovi-ghetti-per-gli-stranieri" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici. Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001. Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-decentramento-ha-creato-deserti" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> «Il decentramento ha creato deserti» Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta... «Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso». Come vi siete mossi in questi anni? «Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile». Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico. «I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano». E poi c’è il rapporto con le periferie. «Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso». Trovare un equilibrio è possibile? «Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno». Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico? «L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
Continua a leggereRiduci
Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
Continua a leggereRiduci
iStock
Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
Continua a leggereRiduci
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.