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2022-04-04
La morte dei centri storici
C’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.
In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique
Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%).
La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%).
«Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio».
Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri
È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici.
Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001.
Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura».
«Il decentramento ha creato deserti»
Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta...
«Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso».
Come vi siete mossi in questi anni?
«Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile».
Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico.
«I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano».
E poi c’è il rapporto con le periferie.
«Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso».
Trovare un equilibrio è possibile?
«Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno».
Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico?
«L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
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Spariscono le botteghe tradizionali (e non solo quelle), i residenti invecchiano, i sindaci pensano a fare soldi con le multe in Ztl, gli urbanisti parlano solo di «ricucire le periferie» e lo smart working ha inferto il colpo definitivo. Erano il cuore delle città, ora il loro destino è segnato.Il vicepresidente Ancsa Stefano Storchi: «Ci siamo concentrati per anni sul tentativo di riqualificare i sobborghi dimenticandoci però di creare servizi per chi vive nelle zone più centrali».Lo speciale contiene quattro articoliC’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-10-anni-persi-85-000-punti-vendita-chiusi-ferramenta-librerie-e-boutique" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%). La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%). «Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-anziani-e-persone-che-vivono-sole-si-creano-nuovi-ghetti-per-gli-stranieri" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici. Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001. Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-decentramento-ha-creato-deserti" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> «Il decentramento ha creato deserti» Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta... «Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso». Come vi siete mossi in questi anni? «Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile». Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico. «I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano». E poi c’è il rapporto con le periferie. «Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso». Trovare un equilibrio è possibile? «Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno». Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico? «L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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