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2022-04-04
La morte dei centri storici
C’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.
In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique
Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%).
La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%).
«Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio».
Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri
È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici.
Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001.
Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura».
«Il decentramento ha creato deserti»
Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta...
«Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso».
Come vi siete mossi in questi anni?
«Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile».
Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico.
«I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano».
E poi c’è il rapporto con le periferie.
«Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso».
Trovare un equilibrio è possibile?
«Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno».
Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico?
«L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
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Spariscono le botteghe tradizionali (e non solo quelle), i residenti invecchiano, i sindaci pensano a fare soldi con le multe in Ztl, gli urbanisti parlano solo di «ricucire le periferie» e lo smart working ha inferto il colpo definitivo. Erano il cuore delle città, ora il loro destino è segnato.Il vicepresidente Ancsa Stefano Storchi: «Ci siamo concentrati per anni sul tentativo di riqualificare i sobborghi dimenticandoci però di creare servizi per chi vive nelle zone più centrali».Lo speciale contiene quattro articoliC’era una volta il centro storico. Un tempo cuore pulsante delle città, oggi luoghi dimenticati, perfino bistrattati. Fatte salve le grandi città, nelle quali ancora il turismo rappresenta un’ancora di salvezza, nella provincia italiana i centri storici si sono trasformati in quello che erano una volta le periferie: nella migliore delle ipotesi dormitori, nella peggiore quartier generale della criminalità e dello spaccio di droga. Sempre più anziani, tanti stranieri e meno negozi. Complice la diffusione dello smart working, i giovani preferiscono stabilirsi dove le case costano meno.L’identikit che viene fuori dagli studi più recenti sui centri storici fa venire i brividi. Per decenni la politica ha trascurato questa tematica, permettendo che una parte del nostro patrimonio culturale, architettonico, immobiliare e commerciale perdesse valore. Eppure, non tutto è perduto. La Verità ha intervistato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, e Stefano Storchi, vicepresidente dell’Associazione nazionale centri storico-artistici, per discutere delle possibili soluzioni volte ad arrestare questo declino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-10-anni-persi-85-000-punti-vendita-chiusi-ferramenta-librerie-e-boutique" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> In 10 anni persi 85.000 punti vendita. Chiusi ferramenta, librerie e boutique Va male, anzi malissimo il commercio nei centri storici italiani. Secondo l’ultimo rapporto Città e demografia d’impresa, presentato a fine febbraio dall’Ufficio studi di Confcommercio, nel decennio 2012-2021 in Italia sono spariti complessivamente 85.000 negozi, con un trend nel periodo (-16,4%) più negativo rispetto agli esercizi con sede fuori dal centro storico (-15,3%). Lo studio, che prende in esame i dati di 110 Comuni di medie dimensioni mette in evidenza una differenza ancora più marcata tra i negozi dei centri storici del Sud, i quali fanno registrare una flessione del 14,4%, rispetto alle unità locali della prima periferia (-12,1%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo biennio, invece, il commercio al dettaglio in sede fissa dei centri storici fa segnare un -1,2% (contro il -0,7% dei negozi fuori dal centro) e il commercio ambulante un rotondo -3% (in periferia lo stesso settore è calato dell’1,3%). La forchetta è solo apparentemente esigua perché, fanno notare da Confcommercio, perdere un negozio al centro storico non equivale a perderne uno in periferia. Nel centro, infatti, «le sostituzioni sono tecnicamente molto più difficili», ragion per cui «le riduzioni nei centri pesano di più proprio con riferimento all’eventuale riduzione dei livelli di servizio». C’è settore e settore, ma dall’analisi emerge una vera e propria emorragia dei classici esercizi sotto casa. Crollano i negozi di mobili e ferramenta (-28,2%), libri e giocattoli (-27,9%), vestiario e calzature (-18,9%), ma soffrono perfino gli alimentari (-3,4%) e i tabaccai (-1,3%). «Questi negozi escono dai centri storici, anzi quasi scompaiono, per trasformarsi nell’offerta delle grandi superfici specializzate fuori dalle città, oppure si riaggregano nei centri commerciali ultra-periferici», spiegano allarmati da Confcommercio, «un fenomeno che comporta una minaccia per la vitalità delle nostre città». Discorso diverso per i carburanti (-36%) che per questioni di architettura urbana si spostano verso l’esterno delle città. Risultato in controtendenza, ma comprensibile alla luce di una metamorfosi in atto già da svariati anni, quello fatto segnare dalle farmacie (+18,1%) e dai negozi di telefonia (+15,8%). «Salute e tecnologia», si legge nella relazione, «sono poli attrattori dei consumi». La pandemia si fa sentire, acuendo i trend di lungo termine con una «precisione chirurgica»: quei settori che «hanno tenuto o che stavano crescendo cresceranno ancora, quelli in declino rischiano proprio di scomparire dai centri storici». Va decisamente meglio il turismo, con una crescita nell’ultimo decennio sia di alberghi (+46,3%) che di bar e ristoranti (+10,5%) a un passo superiore rispetto a quello delle periferie. Con qualche punto di domanda legato al Covid. «Nei centri storici delle città, soprattutto quelle più vocate al turismo», spiegano i relatori, «alla riduzione degli esercizi commerciali la pandemia ha inflitto il fenomeno del tutto nuovo della riduzione degli alberghi favorendo una crescita tumultuosa delle altre attività di alloggio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tanti-anziani-e-persone-che-vivono-sole-si-creano-nuovi-ghetti-per-gli-stranieri" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> Tanti anziani e persone che vivono sole. Si creano nuovi ghetti per gli stranieri È un ritratto a tinte fosche quello che viene fuori dal rapporto Centri storici e futuro del Paese, a cura dell’Associazione nazionale dei centri storico artistici (Ancsa) e Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia (Cresme). Uno studio risalente al 2017 e basato sui dati del censimento Istat 2011, ma che rappresenta a tutt’oggi un imprescindibile punto di riferimento per comprendere la trasformazione sociale e demografica in atto nei nuclei delle nostre città. Fa riflettere che questa pubblicazione sia stata preceduta da un buco trentennale in materia di ricerche sulla situazione complessiva dei nostri centri storici. Eppure, neanche a dirlo, questi luoghi rappresentano «un eccezionale perno economico terziario», oltre che sede della «concentrazione del patrimonio storico-architettonico italiano». Permettere che i centri storici sfioriscano equivale a dissipare una parte importante della ricchezza del nostro Paese. L’analisi mostra come «i centri storici siano segnati da una maggiore presenza di anziani (336.517) e da una minore presenza di giovani con meno di 15 anni (183.578)», segno che il problema dell’invecchiamento della popolazione, già di per sé drammatico, in queste aree si fa sentire ancora di più. Con differenze profonde a seconda della singola realtà analizzata: se a Pescara l’indice di dipendenza anziani è pari al 52% e gli anziani sono cresciuti del 39,9%, a Palermo l’indice di dipendenza è il 28,9% e gli anziani, secondo il censimento, sono diminuiti del 63,9% rispetto al 2001. Nel complesso, osserva lo studio, «certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini e […] abitano famiglie con pochi figli». Un capitolo a parte riguarda i cittadini stranieri. Nei centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, pari al 3,8% dei 4,6 milioni di stranieri residenti in Italia ma all’11,7% della popolazione residente nei centri storici, contro il 7,9% rispetto alle zone non appartenenti al centro storico. Cifre di fronte alle quali gli autori si trovano costretti ad ammettere che, al netto dei distinguo in materia di immigrazione regolare, i centri storici rappresentano i luoghi «in cui si concentra la popolazione straniera». Anche in questo caso il fenomeno presenta risvolti e intensità diverse a seconda dell’area geografica considerata. Se a Modena, Roma e Brescia gli stranieri rappresentano un quinto degli abitanti del centro storico, in molte città del Centro Sud (da Pescara ad Avellino passando per Potenza e Nuoro), questo rapporto scende a meno di 1 straniero su 20 abitanti.Cambia la demografia e di conseguenza anche il panorama immobiliare. Più di un quinto delle abitazioni (21%) dei centri storici sono vuote, contro appena una su 10 (11,7%) del resto del Comune. Complessivamente, il valore residenziale delle abitazioni di 109 Comuni calcolato dall’Ancsa-Cresme è pari a 224 miliardi di euro, un terzo dei quali riconducibili alle sole città di Milano e Roma. «Quanta qualità con così poche risorse», chiosa mestamente il rapporto, «è proprio una questione di cultura». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-morte-dei-centri-storici-2657086110.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-decentramento-ha-creato-deserti" data-post-id="2657086110" data-published-at="1649012667" data-use-pagination="False"> «Il decentramento ha creato deserti» Stefano Storchi, vicepresidente Ancsa e docente all’università di Parma, il vostro studio sulla situazione risale ormai al 2017. Nel frattempo, e non solo per via della pandemia, di acqua sotto ai ponti ne è passata davvero tanta... «Già nella presentazione avevamo sottolineato il fatto che quel rapporto nasceva dall’esigenza di colmare un vuoto trentennale contrassegnato dalla mancanza di analisi sulla situazione dei centri storici. Si tratta di un lavoro che senza dubbio presentava limiti, ma a suo modo prezioso». Come vi siete mossi in questi anni? «Ci siamo posti come obiettivo la creazione di un osservatorio sui centri storici e l’abbiamo attivato su situazioni a campione, come ad esempio Bergamo, Torino e Genova, anche se il lavoro non è ultimato. Ogni città ha le proprie peculiarità, per questioni legate non solo alla morfologia del territorio, ma anche alla composizione economica e sociale. Si possono individuare dei punti in comune, ma esportare ricette universali è difficile». Si potrebbe partire dalla definizione di centro storico. «I centri storici sono tutto tranne che realtà omogenee. Pensiamo al centro di Bologna, che ha zone diversamente fruite e in cui assai diversi sono i valori di mercato. Un aspetto che emerge dallo studio del 2017 è per l’appunto la presenza di situazioni contraddittorie all’interno dello stesso centro urbano». E poi c’è il rapporto con le periferie. «Questo, paradossalmente, può diventare una risorsa perché c’è un’osmosi continua tra centri e aree contigue. I centri storici hanno mancanze di risorse che possono trovare nelle aree esterne, un po’ come ha fatto Parma a seguito della riqualificazione urbana di fine anni Novanta, dove le strutture culturali collocate appena fuori dal centro alla fine vivono in simbiosi con esso». Trovare un equilibrio è possibile? «Ci siamo concentrati per anni sull’esigenza di “ricucire le periferie”, che non è un concetto sbagliato ma non va visto in contrapposizione con i centri storici. La logica del decentramento è stata positiva o negativa? In alcuni casi ha funzionato, altrove ha creato deserti urbani. La verità è che periferie e centri storici vanno visti come un tutt’uno». Quanto ha inciso la pandemia sul modo di vivere il centro storico? «L’impatto del Covid è stato su più livelli: da un lato c’è l’esigenza di ripensare gli spazi per i residenti, d’altro canto ci troviamo a dover affrontare la mancanza di utenza esterna legata allo stop di fenomeni fino ad allora in apparenza inarrestabili, come i bed and breakfast e Airbnb. Senza un equilibrio tra l’offerta per i residenti e quella per i turisti non si va da nessuna parte».
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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