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2020-12-31
La manovra millebonus è nata già zoppa
Antonio Misiani (Ansa)
Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva.
Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte.
A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.
Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.
Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.
Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque.
Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. Queste finiscono e non resta nulla.
Cashback pagato dal Recovery Fund: 5 miliardi di debito da restituire
Non c'è che dire. L'operazione cashback voluta dal governo si sta dimostrando un flop. Prima, a far discutere, sono state le difficoltà tecniche per registrare i propri metodi di pagamento all'interno dell'app Io. Ora si scopre che i soldi che arriveranno agli italiani che hanno aderito alla campagna per favorire gli acquisti con moneta elettronica nei negozi fisici fanno parte del piano per il Recovery fund. In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare.
Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre.
A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza.
L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo.
I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia.
Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia.
È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro.
Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
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Approvata ieri all'ultimo minuto grazie alla fiducia. Il testo contiene mancette per vari settori, ma senza un progetto serio di rilancio Non solo: manca il piano per spendere i soldi Ue e una strategia per il lavoro. Tanto da rendere subito necessario un Ristori 5.Altra tegola sull'operazione: favorisce i più ricchi e peserà su tasse e disavanzo.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva. Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte. A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque. Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. 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In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare. Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre. A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza. L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo. I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia. Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia. È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro. Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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