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2020-12-31
La manovra millebonus è nata già zoppa
Antonio Misiani (Ansa)
Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva.
Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte.
A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.
Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.
Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.
Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque.
Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. Queste finiscono e non resta nulla.
Cashback pagato dal Recovery Fund: 5 miliardi di debito da restituire
Non c'è che dire. L'operazione cashback voluta dal governo si sta dimostrando un flop. Prima, a far discutere, sono state le difficoltà tecniche per registrare i propri metodi di pagamento all'interno dell'app Io. Ora si scopre che i soldi che arriveranno agli italiani che hanno aderito alla campagna per favorire gli acquisti con moneta elettronica nei negozi fisici fanno parte del piano per il Recovery fund. In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare.
Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre.
A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza.
L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo.
I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia.
Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia.
È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro.
Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
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Approvata ieri all'ultimo minuto grazie alla fiducia. Il testo contiene mancette per vari settori, ma senza un progetto serio di rilancio Non solo: manca il piano per spendere i soldi Ue e una strategia per il lavoro. Tanto da rendere subito necessario un Ristori 5.Altra tegola sull'operazione: favorisce i più ricchi e peserà su tasse e disavanzo.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva. Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte. A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque. Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. 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In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare. Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre. A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza. L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo. I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia. Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia. È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro. Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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