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2020-12-31
La manovra millebonus è nata già zoppa
Antonio Misiani (Ansa)
Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva.
Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte.
A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.
Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.
Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.
Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque.
Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. Queste finiscono e non resta nulla.
Cashback pagato dal Recovery Fund: 5 miliardi di debito da restituire
Non c'è che dire. L'operazione cashback voluta dal governo si sta dimostrando un flop. Prima, a far discutere, sono state le difficoltà tecniche per registrare i propri metodi di pagamento all'interno dell'app Io. Ora si scopre che i soldi che arriveranno agli italiani che hanno aderito alla campagna per favorire gli acquisti con moneta elettronica nei negozi fisici fanno parte del piano per il Recovery fund. In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare.
Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre.
A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza.
L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo.
I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia.
Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia.
È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro.
Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
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Approvata ieri all'ultimo minuto grazie alla fiducia. Il testo contiene mancette per vari settori, ma senza un progetto serio di rilancio Non solo: manca il piano per spendere i soldi Ue e una strategia per il lavoro. Tanto da rendere subito necessario un Ristori 5.Altra tegola sull'operazione: favorisce i più ricchi e peserà su tasse e disavanzo.Lo speciale contiene due articoli.Alla fine, calpestando tutti i riti della democrazia, la manovra è stata approvata con il voto di fiducia. È stato evitato l'esercizio provvisorio che avrebbe imposto tagli lineari soffocanti. La gioia per la mancata strage non ci solleva però dal dover dare un giudizio di merito. Si è certo evitato il peggio ma si è approvato il male. Raramente un governo ha avuto a disposizione una potenza di fuoco tale (ben 25 miliardi di euro in deficit, 15 miliardi impegnati tramite il Recovery plan, a cui si aggiungono i 26 già stanziati con la manovra 2020) e alla fine Giuseppe Conte ha deciso di proseguire nella filosofia dell'elemosina. Sette miliardi circa sono utilizzati per pagare la cassa integrazione per il primo trimestre. Altri 7 miliardi se ne vanno con i bonus più assurdi e qualche agevolazione fiscale. Solo 4 miliardi vanno alla scuola e altrettanti alla sanità. Resta l'estensione degli 80 euro concessi dal governo Renzi sulle buste paga di chi guadagna 26.000 euro all'anno e un po' di risorse per garantire un salvagente anche alle partite Iva. Certo, nel testo ci soldi per assumere più infermieri e incentivare l'acquisto di nuove auto. Ma la situazione è molto lontana da quella descritta dal ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Non siamo di fronte a una manovra espansiva. I bonus e le mance non generano lavoro e non risolvono l'immane calo di fatturato a cui le aziende si trovano sottoposte. A fine marzo scadrà il divieto di licenziamento. I 7 miliardi stanziati per la Cig bastano per 12 settimane. Che succederà dopo? Ci auguriamo che il divieto non permanga. Sarebbe una ulteriore lapide sul mondo del lavoro. Ma anche abolendolo, il governo dovrebbe mettere mano e stravolgere tutte le politiche attive sul lavoro. Da aprile avremo come minimo un altro mezzo milione di disoccupati. Che fine farà il welfare? Nella manovra non c'è traccia di tali questioni. La stessa cosa vale per il fisco. Agevolare il cuneo lavorativo non sposta né in qua né in là la situazione fiscale del Paese. Il gettito del 2020 è sceso di oltre il 20%. Significa a spanne 100 miliardi. I continui rinvii sono dei nodi che arriveranno al pettine il prossimo giugno. Il governo insiste con l'ignorare il muro verso cui sta spedendo ad alta velocità l'Italia.Le aziende non avranno i soldi per pagare le tasse. Servirebbe un condono. Ma il condono sarà un buco di bilancio da coprire in ogni caso. Eppure si insiste con i bonus. «Concordo», ha risposto sarcastico il presidente del Consiglio in Aula, «è un collage di favori a sostegno della sanità, delle famiglie, del lavoro». Insistendo a perpetrare una filosofia che ricorda molto quella del Venezuela.Il desiderio è chiaramente quello di passare oltre e affrontare un problema alla volta con la consapevolezza però che i media non si periteranno mai di mettere in fila gli errori e chiedere il conto. Non ci riferiamo soltanto allo sbaglio ammesso in Aula dal viceministro dell'Economia, Antonio Misiani. Il comma 8 del maxi emendamento conteneva un errore formale che avrebbe causato il dimezzamento del cosiddetto bonus Renzi. Pur avendo inserito le coperture aggiuntive, da gennaio non sarebbe stato possibile inserire i 100 euro di agevolazione per le fasce di reddito attorno a i 26.000 euro. Il problema è stato risolto ieri con un apposito decreto correttivo. Modificare la manovra avrebbe imposto un rinvio del testo alla Camera e quindi la tagliola dell'esercizio provvisorio. Una figuraccia che a nessun altro governo sarebbe stata perdonata.Ciò che è veramente grave è che appena approvata la manovra già va rabboccata. Già è vecchia. Non solo perché il governo è ancora al lavoro per definire il piano con cui verranno spesi i miliardi del Recovery fund (che sono parte importante dell'indebitamento del 2021), ma soprattutto perché ci si prepara a un nuovo scostamento, a inizio anno, per finanziare altri interventi a favore delle categorie economiche che più stanno pagando la crisi legata alla pandemia: ci sarà in poche parole un Ristori cinque. Per gennaio sono attesi anche i provvedimenti per gli impianti sciistici: «Stiamo lavorando per ristorare le aziende che per dpcm non hanno mai chiuso, ma che hanno comunque avuto forti cali di fatturato», ha aggiunto in una intervista l'altro viceministro all'Economia, Laura Castelli, «In cima alla lista ci sono pure i proprietari degli impianti di sci. In Francia gli hanno dato il 50% di quello che hanno perso». Trovarsi ad approvare un quinto decreto sui ristori significa aver fallito qualunque strategia previsionale. Significa arrivare sempre dopo i danni causati dal Covid e non essere in grado di dare respiro a chi produce ricchezza. Serve meno Stato, non più Stato nei settori economici. È questo che i giallorossi non comprendono. Il governo dovrebbe occuparsi solo della sanità e della tutela dal Covid e lasciare le imprese libere di rinascere gravate da meno tasse. Il deficit andrebbe usato per una vera riforma fiscale. Non per le mance. 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In parole povere, dunque, si tratta di soldi prestati e che quindi andranno restituiti. Per essere ancora più chiari: a pagarli saranno gli italiani. Un balzello in più, insomma, oltre agli sforzi che già tutti hanno dovuto fare. Nell'ultimo piano per il Recovery fund stilato dall'Italia, infatti, è prevista una spesa da 4,75 miliardi di euro per i pagamenti digitali, una cifra che vale più o meno la metà di quanto verrà stanziato per la sanità. A questi si devono aggiungere altri 227,9 milioni di euro previsti per il cashback del periodo natalizio, fino al 31 dicembre. A ciò si aggiunga che, al momento, il cashback di Natale non si può proprio definire un successo. Nelle prime due settimane di vita, all'app Io si sono registrati 5,3 milioni di italiani con un rimborso medio di 18 euro a testa. Non resta che attendere se, con il passare del tempo, la situazione migliorerà. Di certo le difficoltà importanti riscontrate dall'app non hanno aiutato: secondo le statistiche, i problemi sono stati tali che circa la metà di quelli che l'hanno scaricato non hanno aderito ancora al cashback. In più, le chiusure anti contagio dei negozi fisici previste fino al 6 gennaio non hanno certo agevolato gli acquisti in presenza. L'obiettivo dell'esecutivo è che, attraverso l'utilizzo di pagamenti digitali, entro il 2025 il gettito possa salire di 4,5 miliardi di euro. Ammesso anche che il risultato venga raggiunto, bisogna però chiedersi a che prezzo. I 4,75 miliardi stanziati dal governo si dividono tra gli 1,75 miliardi del 2021 e i 3 miliardi del 2022. Tutti fondi che andranno restituiti. In pratica, per favorire un potenziale maggiore gettito futuro, il governo ha pensato bene di scegliere la strada di un maggiore indebitamento. E non di poco, se pensiamo che il piano Italia cashless (tradotto, senza contante) assorbirà 4 miliardi in più rispetto a quanto verrà destinato all'innovazione organizzativa della giustizia. Oltre il danno, poi, la beffa. Come spiega la Cgia di Mestre, gli italiani saranno chiamati a pagare per un'operazione che favorirà soprattutto le fasce di popolazione più abbienti e istruite. «Persone che, secondo le statistiche, vivono nelle grandi aree urbane del Nord, dispongono di una condizione professionale e un livello di istruzione medio alto», spiegano dalla Cgia. È vero, sottolinea la Cgia, che dal 2021 la restituzione dei soldi sul conto corrente avverrà fino alla soglia del 10% della spesa sostenuta con almeno 50 operazioni effettuate entro un tetto di 1.500 euro ogni sei mesi (quindi 300 euro al massimo di rimborso per ogni anno). Ma sempre da domani e senza alcun importo minimo di spesa, i primi 100.000 partecipanti che in ogni semestre totalizzeranno il maggior numero di transazioni valide, riceveranno persino un super cashback di 1.500 euro. Il punto è che, in media, al Nord c'è maggiore disponibilità che al Sud. L'ufficio studi della Cgia ha messo a confronto i dati Istat del 2019. Le differenze emerse a livello territoriale sono evidentissime: se a Nordovest la spesa media è stata di 2.810 euro al mese, al Sud si ferma a 2.067 euro.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.