2019-10-22
Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Il segretario dem vola a Barcellona per un selfie con Lula e la Clinton. E accusa il premier di far la «guerra alle rinnovabili» scordandosi che Madrid compra energia da Mosca. Sui cacciamine copia la linea di Giorgia Meloni.
A corto di consensi e di simpatie in Italia, soprattutto all’interno del suo stesso partito e della sua coalizione, Elly Schlein vola a Barcellona alla «IV Riunione in difesa della democrazia» che si svolge in parallelo al forum «Global progressive mobilisation», in pratica la «nuova internazionale socialista», per tastare il polso dei progressisti internazionali. Nella speranza che almeno loro la prendano in considerazione. Un’iniezione di stima per alzare il suo standing internazionale, proprio nello stesso giorno in cui il premier, Giorgia Meloni è, invece, a Parigi con Emmanuel Macron alla riunione dei «volenterosi».
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Monito ai giornalisti durante il viaggio in Angola: «I miei discorsi interpretati male».
Nel corso del volo verso Luanda, terza tappa del suo viaggio apostolico in Africa, ieri papa Leone XIV ha voluto sgombrare il campo da equivoci e interpretazioni forzate che hanno segnato i giorni trascorsi in Camerun. Rivolgendosi ai giornalisti, il pontefice ha affrontato con fermezza la «narrazione» che si è diffusa a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Donald Trump all’inizio del viaggio.
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
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