2019-10-22
Mariella Nava
Mariella Nava: «È come se i giovani non sapessero cosa vuol dire amare profondamente. I miei primi brani nascono dalla lettura di poesie, ma non dicevo che ero l’autrice. La natura è troppo perfetta, deve esistere un Creatore».
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».
Continua a leggereRiduci
Alla festa della comunità Lautari a Pozzolengo (Brescia), Andrea Bonomelli lancia l’allarme su sostanze sempre più chimiche e diffuse tra i giovani. All’evento ha partecipato anche il presidente del Senato La Russa: «Più risorse e strutture, queste realtà fanno un servizio alla nazione e restituiscono futuro».
La tossicodipendenza cambia volto e abbassa sempre di più l’età di chi ne resta coinvolto. A lanciare l’allarme è Andrea Bonomelli, presidente della comunità Lautari, che parla di un fenomeno ormai diffuso e trasversale: «Oggi è allargato a tutte le tipologie di sostanze, sempre più chimiche, con un aumento molto accentuato della componente psichiatrica».
Secondo Bonomelli, anche droghe considerate leggere in passato hanno subito una trasformazione: «La marijuana è ormai dichiarata droga pesante perché lavorata chimicamente e quindi porta subito a una dipendenza molto elevata». Un cambiamento che si riflette anche nel profilo dei consumatori: «Il tossicodipendente non è più ai margini della società, isolato e senza lavoro. Cerca di vivere la quotidianità, lavora, ma continua a far uso di sostanze, con conseguenze che leggiamo ogni giorno nella cronaca». A preoccupare è anche l’età sempre più precoce: «Gli ultimi dati evidenziano un inizio di uso di sostanze stupefacenti pesanti già a partire dagli 11 anni», sottolinea il presidente della comunità. Il tema è stato al centro di Lautari in Festa 2026, l’appuntamento annuale che si è svolto sabato 18 aprile a Pozzolengo, nel Bresciano, nella tenuta di Borgo La Caccia. Oltre mille persone – tra famiglie, educatori, volontari e ragazzi impegnati in percorsi di recupero – si sono ritrovate per una giornata che unisce condivisione e testimonianza.

All’evento ha partecipato anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha rivolto un messaggio diretto alle comunità impegnate nel recupero: «Cercherò di convincere il Parlamento ad esservi più vicini». Un riconoscimento esplicito al lavoro svolto da realtà come Lautari: «Fate un servizio alla nazione perché ridate all’Italia dei figli in grado di fare molto più di quello che facevano prima di entrare in comunità». Nel suo intervento, La Russa ha richiamato anche la linea del governo sul tema delle dipendenze, citando le parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «La risposta migliore alle dipendenze è la comunità come questa, capace di seguire i ragazzi ogni giorno per reintrodurli nella società». Da qui l’auspicio di un rafforzamento del rapporto tra istituzioni e queste realtà, per offrire «una prospettiva di speranza e una concreta occasione di riscatto» a chi vive situazioni difficili. Un messaggio in linea con quello del ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha sottolineato il valore di iniziative come questa: momenti utili a riconoscere «i percorsi compiuti» e l’impegno quotidiano di chi affronta un cammino di recupero. «La comunità è il luogo in cui le persone possono ritrovare fiducia, relazioni e nuove opportunità», ha ricordato.
Per la comunità Lautari, la giornata rappresenta soprattutto la conferma di un metodo. «È la dimostrazione concreta che il cambiamento è possibile», ha spiegato Bonomelli. «Qui non celebriamo solo un traguardo, ma il coraggio quotidiano di chi decide di ripartire». Lo sguardo resta rivolto al futuro: rafforzare i percorsi educativi e lavorativi e creare opportunità reali di reinserimento. «Vogliamo essere una comunità sempre più aperta, capace di dialogare con il territorio e costruire alleanze, perché nessuno si salva da solo». Un segnale che arriva da Pozzolengo e che racconta una realtà in evoluzione: da un lato l’allarme per una dipendenza sempre più diffusa e precoce, dall’altro il tentativo di costruire percorsi concreti per uscirne.
Continua a leggereRiduci
Il titolare dello storico «pastificio giallo» Dino Martelli: «Per ora non tocchiamo i listini, però se la crisi durasse saranno dolori per le difficoltà di spedizione e il costo del credito».
Sulle tavole d’Europa è una star come Jessica Fletcher, la signora in giallo. Solo che lui è lo spaghetto in giallo. Dino Martelli, classe 1945, guida la famiglia che da cent’anni a Lari - colline pisane, borgo etrusco dominato dal Mille in avanti dal Castello dei Vicari - produce una pasta gioiello.
Incontrarlo serve a soddisfare tre interrogativi: è ancora possibile in epoca di globalizzazione condurre un’impresa artigiana senza venire meno alla propria tradizione? In tempi di recessione si riesce ancora ad avere mercato per alimenti che costano di più anche se danno molto di più? Infine: l’economia di guerra preoccupa? Mancherà il grano? I prezzi schizzeranno in alto? Non ci sarà abbastanza corrente per far girare le macchine? Visto da qui dove i ciliegi cominciano ad «arrosare» l’orizzonte e profumano l’aria di dolcezza domestica – Lari ha una produzione di ciliegie di altissima qualità – contemplato al passo lento dei cavalli che ancora sgroppano al limitare dei forteti, misurato con la voglia intraprendere che le microimprese dalla valle esprimono, sembra un mondo molto lontano dagli affanni internazionali, dagli insulti della cronaca.
«Che volete che vi dica? Noi il nostro si fa ancora, come s’è sempre fatto: la richiesta c’è, è stazionaria, semmai i guasti si sentono per questa invadenza della contemporaneità». Tra i Martelli, oltre a Dino che è rimasto «carabiniere per tutta la vita: ho vestito quella divisa come un sogno, me la sono tolta per bisogno di famiglia, ma resto carabiniere», c’è Mario, il fratello maggiore che ancora sta in bottega, e poi ci sono le figlie-cugine Laura, che ha sposato anche lei un carabiniere, e Chiara, poi i figli-cugini Luca che è il mastro pastaio e Lorenzo e ancora Giacomo sorvegliati tutti da donna Lucia, la moglie di Dino. «È questo essere famiglia che ci salva, è questo vivere, lavorare insieme, passarsi il testimone l’un con l’altro…».
Dino, l’avventura quando è cominciata?
«Ufficialmente il primo marzo del 1926 quando mio padre Guido e lo zio Gastone, che erano operai del signor Catelani che aveva cominciato l’attività nel 1889, la rilevarono. I miei erano stati ragazzi del ’99. Il mio babbo voleva seguire Francesco Baracca e fare l’aviatore, ma lo costrinsero a fare l’autiere. Poi zio Gastone è morto nella seconda grande guerra. Sicché - detto proprio alla pisana - noi si festeggia il centenario, ma il pastificio è ancora più vecchio. A quei tempi nel pisano ce n’erano una trentina di pastifici, negli anni Cinquanta quando il mio babbo dette la svolta perché vendeva la pasta direttamente ai contadini, in Italia c’erano 2.200 pastifici: ora tra mega industrie e noi piccini siamo rimasti in 130».
Dino e Mario quando hanno iniziato?
«Negli anni Sessanta. Facevo il carabiniere a Vipiteno e si doveva “combattere” coi separatisti tirolesi. Avanti Natale mi chiama Mario che invece era rimasto a Lari e mi dice: o torni a casa o si chiude bottega. E così ci siamo ritrovati anche noi a fare la pasta. Ma erano tempi magri. La svolta venne con la legge 580 dei primi anni Settanta, che obbligava tutti al confezionamento della pasta e a usare solo semola di grano duro. Ci dette la spinta a provare a fare meglio. E poi ci fu l’acquisto, da un pastificio di Cecina, il Nieri che faceva ottima pasta, di una pressa – ce l’abbiamo ancora – la Braibanti di Milano, ora non la fanno più, che ci ha cambiato la produzione. E poi venne il sacchetto giallo...».
Già, perché questo colore insolito?
«Si doveva insacchettare e allora siccome noi si usava prima la carta paglia, si decise di fare una confezione gialla con le scritte a mano, quasi elementari. S’andò a Firenze da Mario Ciurli che ci disse: io un sacchetto così brutto non lo faccio. Ma noi s’è insistito ed ecco che siamo diventati la pasta in giallo. La vendiamo in 40 Paesi perché come diceva il babbo: bisogna avere cento clienti, non uno solo. Noi all’inizio si vendeva quasi tutto all’ospedale di Livorno, ma se poi andava male l’appalto erano dolori e così s’è cominciato a piazzare la pasta nei negozi».
Ma è vero che voi non vendete direttamente?
«Noi non s’è mai venduto un pacco di pasta da casa nostra. Bisogna avere rispetto per i negozianti. Ora, se vogliono, on line si informano sulla produzione e possono trovare il rivenditore più vicino. Noi mica siamo Amazon, s’ha rispetto per i negozianti e devo dire che l’effetto più negativo oggi è proprio il fatto che spariscono le botteghe. Per esempio se uno viene qui a Lari e vuole la pasta Marelli va in uno dei quattro negozi – due macellerie, uno di souvenir e una boutique – e se la compra».
È vero che costa tanto?
«Tanto? Costa sei euro al chilo al consumatore, ma è fatta solo con grano toscano che noi si va a pigliare in Maremma. Per essiccare i nostri spaghetti ci mettiamo 50 ore, io adopro ancora un seccatoio del ’46, l’industria lo fa in quattro ore. E poi noi si fa al massimo 3.000 quintali di pasta all’anno: tanta quanta ne fa la Barilla in cinque ore. Però devo dire che noi non abbiamo mai avuto un calo di domanda in rapporto al prezzo. I consumatori hanno capito che bisogna mangiare meglio, magari mangiando anche un po’ meno. Poi noi ci s’ha degli alleati speciali: i cuochi. Su un piatto di ristorante qualificato la differenza di prezzo tra la pasta nostra, o di tanti altri ottimi pastifici artigianali che ci sono in Italia, e quella industriale incide poco. Basta fare un conto. Un chilo di pasta anche al discount costa più o meno due euro, la nostra sei, ma su una porzione da un etto la differenza nel prezzo sono 40 centesimi, ma in bocca altro che 40 centesimi...».
I segreti quali sono?
«Semola ottima, trafile perfette, il tempo che ci vuole per seccarla, acqua fredda e passione. E nel caso dei Martelli: la famiglia! Con questi quattro ingredienti ci siamo conquistati per gli spaghetti di Lari il marchio Pat - Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Toscana - e siamo i soli in tutta Italia ad aver ricevuto questo riconoscimento dalla Regione e dal ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Uno dei segreti che nessuno racconta mai è l’estrusione, che deve essere lenta. Noi s’adopra ancora la pressa Braibanti e io quando vedo che l’impasto va trafilato la faccio girare al minimo, mentre tanti vanno a tutta velocità per risparmiare tempo, ma così si sviluppa calore e si rovina il grano. Se la pressa va piano si incorpora più aria nella pasta che la rende più digeribile e si fa la superficie più porosa e rugosa che vuol dire avere bisogno di condire meno».
Sì ma anche se la differenza sono 40 centesimi i tempi di guerra peseranno, no?
«I tempi di guerra me li raccontava il mio babbo e non sono questi, date retta. Sì, un po’ di preoccupazione c’è soprattutto sul grano, non solo per il prezzo, ma proprio per la carenza di prodotto. Poi c’incide già parecchio l’aumento del trasporto, sulla bolletta della luce ancora ci si difende: il costo d’energia a noi incide per 4 centesimi al chilo, però certo se la rincorsa delle tariffe non si ferma sono dolori. Per ora noi abbiamo fatto la scelta di non toccare i listini e abbiamo ancora un certo margine per assorbire i maggiori costi che non scarichiamo sul cliente finale. Certo se dovesse durare sarebbero dolori, ma quello che a noi preoccupa di più a parte i costi energetici sono due fattori: la difficoltà di spedizione e il costo del credito. Vendendo in quaranta Paesi e grazie alle ragazze che hanno studiato noi si riesce a parlare con tutto il mondo. Siamo preoccupati dell’arrivo della pasta a destinazione e il costo del credito o comunque dei servizi bancari, su un’impresa artigiana come la nostra, su ogni fattura pesa».
Perché la scelta di insacchettare ancora a mano?
«Perché così si fa la verifica pezzo per pezzo, perché non si rischia che le macchine rovinino la pasta e perché ci piace stare tutti insieme a fare i sacchetti: si chiacchiera, ci si conforta. Mio fratello Mario è quello addetto alle etichette estere!».
Come mai solo cinque formati?
«E quanti nei vuoi fare? Per la verità fino a una quindicina d’anni fa erano solo quattro: gli spaghetti, gli spaghettini perché ai contadini serviva la pasta che cuoce in fretta, il maccherone alla toscana che è un rigatone un po’ piccino e meno rigato e le penne».
Le penne rigate, ottime…
«Ma che rigate! È un sacrilegio: la penna deve essere liscia, noi le chiamiamo le classiche! E poi s’ è aggiunto il fusillo torre di Pisa che prima di venderlo a Livorno ci abbiamo messo due anni!».
Come torre di Pisa?
«Tutto nasce da una rivista, Medioevo, dove la professoressa Laura Galoppini, grande medievista dell’università di Pisa, raccontava che la pasta nel Duecento si faceva in Sardegna e veniva spedita in Continente e in Spagna. A Pisa un fornaio, tal Peciolo, la copiò e il 13 febbraio – è il mio compleanno - del 1284, l’anno della sconfitta della Meloria, assunse un garzone per fare la pasta. Allora mi sono detto: tutti pensano alla pasta di Napoli, ma anche noi ci s’ha una storia. E così con la ditta di Pistoia che ci fa le trafile abbiamo creato questo fusillo che ha sette giri tanti quanti sono i giri della torre e siccome qualche volta vengono anche un po’ torti ecco il fusillo Pisa».
È una storia da riconoscimento Unesco della cucina italiana!
«Vero perché la cucina è cultura, è ingegno, è terra e passione!».
In confidenza: qual è il sugo migliore?
«La carbonara, non c’è di meglio. Io però la pasta la mangio scondita perché mi piace sentire il grano».
Carbonara perché è giallo Martelli?
«No, perché è buona, anche se col giallo Martelli ci vogliono fare i berretti, i grembiuli, le maglie».
Beh se il celeste Tiffany per una colazione è diventato un must, figurati il giallo Martelli che vale un pranzo!
Continua a leggereRiduci
iStock
- Superati limiti tecnologici che si consideravano strutturali, la cosiddetta «manifattura additiva» viene sempre più utilizzata nei teatri di guerra (per esempio in Ucraina). Ma lo è anche da terroristi e delinquenti comuni: bastano poche centinaia di euro e materiali facilmente reperibili.
- Scaricare un manuale online è un gioco da ragazzi. A Verona tre minorenni avevano costruito un «laboratorio domestico» con l’intento di vendere i loro «prodotti».
- TikTok funge da vetrina. Mentre su canali criptati come Telegram e (soprattutto) Odysee alcuni collettivi postano aggiornamenti su test balistici e nuovi file messi in rete.
Lo speciale contiene tre articoli.
Negli ultimi anni quelli che venivano considerati limiti strutturali della produzione additiva, ovvero la stampa 3D, applicata al settore degli armamenti sono stati progressivamente superati. Una tecnologia inizialmente confinata alla prototipazione e agli usi amatoriali si è trasformata in uno strumento sempre più diffuso, capace di incidere in modo concreto sulla progettazione e sulla realizzazione di armi. Oggi questi sistemi compaiono tanto nei teatri di guerra quanto in contesti criminali, segnando un passaggio destinato a influenzare profondamente gli equilibri della sicurezza globale. Dai fucili FGC-9 entrati negli arsenali delle milizie del Myanmar ai sequestri effettuati in Australia di pistole, caricatori e munizioni prodotti con stampanti domestiche, la diffusione della manifattura additiva ha coinvolto una pluralità di attori: gruppi criminali, organizzazioni estremiste e perfino eserciti regolari alle prese con vincoli nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto la stampa 3D diventa uno strumento estremamente flessibile, utilizzato per aggirare i mercati tradizionali, aumentare la resilienza operativa o sopperire alla scarsità di risorse.
Come sottolinea Monalisa Hazarika, responsabile della comunicazione strategica e delle partnership presso lo Scrap Weapons Project della Soas University of London, la crescente diffusione di armi prodotte con tecnologie accessibili rappresenta una sfida significativa per i sistemi di controllo, soprattutto per la difficoltà di tracciarne produzione e circolazione. Il quadro che emerge è ormai chiaro: la produzione additiva non è più una curiosità marginale ma una realtà che si sta imponendo come fattore di trasformazione all’interno dell’architettura contemporanea della sicurezza. L’impatto è evidente nei processi produttivi. La disponibilità di progetti open source consente oggi di realizzare armi e componenti militari al di fuori delle filiere industriali tradizionali, accelerandone la diffusione e la disponibilità. Dal 2021 i sequestri sono aumentati in modo significativo mentre nei teatri di guerra si moltiplicano i test su telai per armi, munizioni per droni e sistemi di riparazione sul campo con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa.
Rispetto al 2013 quando la pistola Liberator rappresentava poco più di una dimostrazione di fattibilità, il salto tecnologico appare evidente. Progetti come la carabina FGC-9 o la pistola Urutau segnano un’evoluzione sostanziale: possono essere costruiti senza componenti regolamentate e utilizzando stampanti 3D di uso comune e materiali facilmente reperibili. La FGC-9 introdotta nel 2020 è stata impiegata in Myanmar da diverse formazioni armate dimostrando come queste soluzioni possano compensare carenze logistiche in scenari di conflitto prolungato. Urutau è una pistola realizzata tramite stampa 3D ideata da un progettista brasiliano che opera sotto lo pseudonimo di Ze Carioca. Si tratta di un’arma semiautomatica calibro 9 mm, concepita per essere costruita con attrezzature essenziali. Il progetto è accompagnato da istruzioni dettagliate che illustrano non solo le fasi di assemblaggio, ma anche le modalità per mantenere riservato il processo produttivo.
Accanto alle armi leggere si sta sviluppando anche il tema delle munizioni prodotte tramite stampa 3D. Sebbene la ricerca accademica resti limitata il dibattito online è in piena espansione e suggerisce che l’innovazione in questo ambito procede spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dei controlli normativi rendendo più complesso qualsiasi tentativo di regolamentazione. Tuttavia, le conseguenze di questa evoluzione vanno ben oltre il perimetro delle armi leggere. La produzione additiva sta trovando un impiego sempre più diffuso anche nel settore dei droni, permettendo di realizzare su richiesta strutture, sistemi di sgancio e una vasta gamma di componenti. Questo approccio consente di abbattere i costi, eludere vincoli legati alle importazioni e garantire agli utilizzatori un livello di flessibilità senza precedenti. Quella che inizialmente era una sperimentazione sta rapidamente diventando una risorsa concreta nei conflitti contemporanei, ormai visibile su numerosi campi di battaglia.
In Ucraina, ad esempio, tecnici e reti di volontari stanno producendo parti e munizioni per droni sfruttando la stampa 3D. Studi recenti indicano che alette e sistemi stabilizzatori realizzati con questa tecnologia vengono applicati a granate o cariche esplosive sganciate da piccoli velivoli, aumentandone la precisione e l’efficacia operativa. Altri rapporti segnalano la realizzazione di droni come il Liberator-MK1 e MK2, piattaforme ad ala fissa con struttura stampata in 3D e rinforzata in fibra di vetro, capaci di trasportare fino a 1,5 chilogrammi di esplosivo e impiegate da gruppi ribelli in Myanmar. In Yemen, le milizie Houthi sono note per utilizzare la stampa 3D nella produzione di componenti per droni e missili. In questo contesto un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato come Al-Shabaab, in Somalia, stia sperimentando l’impiego della manifattura additiva per adattare sistemi aerei senza pilota di tipo commerciale, ampliandone le capacità operative. L’utilizzo della stampa 3D si estende inoltre alla produzione di ordigni esplosivi, granate e altre munizioni. Diversi gruppi armati hanno iniziato a realizzare dispositivi utilizzando involucri, alette e stabilizzatori stampati in 3D. Tra i casi più noti figurano le cosiddette «bombe a caramella», contenitori prodotti con stampanti 3D e riempiti con esplosivi convenzionali e frammenti metallici; oppure munizioni modificate con elementi stabilizzanti realizzati digitalmente, oltre a basi e componenti per mortai. Oltre alle armi complete, la manifattura additiva viene impiegata anche per produrre accessori e parti di ricambio, tra cui caricatori per pistole e fucili, impugnature, castelli e dispositivi di conversione per armi automatiche. A questi si aggiungono soluzioni personalizzate, come piattaforme di atterraggio per droni o componenti destinati a sistemi più complessi, confermando come la stampa 3D stia progressivamente ridefinendo non solo la produzione, ma anche l’impiego degli strumenti militari contemporanei.
Ma quanto vale il mercato delle armi stampate in 3D? È difficile da quantificare con precisione perché si sviluppa in gran parte fuori dai circuiti ufficiali e sfugge alle tradizionali metriche economiche. A differenza dell’industria bellica convenzionale, non esistono grandi produttori, bilanci pubblici o flussi commerciali tracciabili. Tuttavia, è possibile delinearne una stima indiretta partendo dal settore più ampio della manifattura additiva, che a livello globale supera ormai i 20 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. All’interno di questo ecosistema, la componente legata alle armi rappresenta una quota marginale dal punto di vista finanziario, ma con un peso sproporzionato sul piano strategico. Il «valore» non risiede tanto nel fatturato quanto nella capacità di abbattere i costi di accesso alla produzione di armamenti. Con poche centinaia di euro per una stampante e materiali facilmente reperibili, è possibile realizzare componenti funzionali o intere armi rudimentali. In questo senso, il mercato delle armi 3D vale poco come volume economico, ma moltissimo come leva di trasformazione: sposta il baricentro dalla produzione industriale alla diffusione di conoscenza tecnica, rendendo la capacità di armarsi più accessibile, decentralizzata e difficilmente controllabile.
Pistole, taser e tirapugni. Crescono i sequestri in Italia
Dalla propaganda radicale diffusa online fino alle stanze degli adolescenti. Nel 2025 la diffusione delle armi realizzate con stampanti 3D in Italia segna un passaggio decisivo: non è più un fenomeno circoscritto a singoli ambienti estremisti, ma si estende alla criminalità diffusa, abbassando l’età dei protagonisti e ampliando i rischi per la sicurezza. Un caso emblematico arriva dall’Abruzzo. A Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, un ragazzo di 17 anni è stato fermato il 13 aprile e collocato in una comunità su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il provvedimento, richiesto dalla procura minorile, è stato eseguito dalla Digos di Teramo insieme a quella dell’Aquila. Il giovane è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre che di attività di addestramento con finalità terroristiche. Le indagini erano partite dall’attività sui social, dove il minorenne diffondeva contenuti legati al suprematismo e all’accelerazionismo, la teoria che invoca il collasso della società attraverso la violenza. Una perquisizione aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici, all’interno dei quali gli investigatori hanno trovato un vasto archivio digitale: propaganda neonazista ed estremista, materiali di incitamento all’azione e istruzioni dettagliate per la costruzione di armi.
Tra i file figuravano manuali per realizzare armi da fuoco con stampanti 3D, guide operative sull’uso di coltelli e documenti che indicavano come colpire punti vitali del corpo umano per rendere più efficace un’aggressione. In alcune chat sarebbero emersi anche contenuti estremi, con riferimenti a pratiche violente e rituali contro individui considerati «inferiori», in un contesto ideologico fondato sulla supremazia razziale. Particolarmente rilevante è l’aspetto dell’autoaddestramento. Il giovane, che disponeva di una stampante 3D, conservava istruzioni per assemblare una pistola semiautomatica, indicazioni operative per preparare azioni violente ed eludere i controlli, oltre a tutorial per la realizzazione di componenti di armi calibro 9x19 mm. Tra il materiale sequestrato anche un video che illustrava nel dettaglio la costruzione di una bomba molotov.
Se questo episodio evidenzia il legame tra radicalizzazione e tecnologia, un altro fronte mostra come il fenomeno stia penetrando nella criminalità giovanile. A Verona, tre minorenni hanno allestito un laboratorio domestico in cui producevano tirapugni in fibra di carbonio e dispositivi elettrici simili a taser utilizzando stampanti 3D, con l’obiettivo di venderli. Non si tratta di armamenti militari, ma il segnale è chiaro: strumenti offensivi possono essere creati senza controlli, con costi ridotti e competenze facilmente reperibili online. È qui che si misura il vero cambiamento. Negli anni precedenti, i casi italiani erano legati a contesti più strutturati. Nel 2024, a Pescara, un giovane era stato arrestato mentre cercava di costruire una pistola interamente stampata in 3D, modello FGC-9, all’interno di circuiti estremisti. A Roma, poco dopo, un’altra indagine aveva evidenziato collegamenti tra suprematismo online e produzione di «ghost gun», armi prive di matricola e quindi non tracciabili. Nel 2025, invece, la produzione si frammenta. Meno armi complete e più componenti, accessori e strumenti alternativi: oggetti più semplici da realizzare, meno visibili e più difficili da intercettare. È una trasformazione coerente con la logica della stampa 3D, che consente di produrre singole parti aggirando controlli e normative.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione digitale. Online circolano migliaia di progetti scaricabili o condivisi in circuiti chiusi. Forum, chat criptate e piattaforme peer-to-peer funzionano come snodi di distribuzione. In questo contesto, la distanza tra curiosità tecnologica e illegalità si riduce drasticamente: un file può trasformarsi in un’arma in poche ore, senza bisogno di reti criminali tradizionali. Per le autorità, la sfida è duplice: da un lato la diffusione di armi senza matricola rende la tracciabilità estremamente difficile; dall’altro la produzione decentralizzata elimina i tradizionali punti di controllo. Non esistono più filiere da interrompere: la fabbricazione è invisibile e potenzialmente ovunque. Il rischio non è solo quantitativo ma qualitativo. La tecnologia sta trasformando l’accesso alle armi, rendendolo individuale e difficilmente controllabile. Il caso di Verona, con protagonisti adolescenti, rappresenta il segnale più inquietante: la stampa 3D esce dall’eccezionalità e diventa uno strumento alla portata di chiunque. Il 2025 segna così il passaggio definitivo dalla produzione clandestina, confinata a circuiti ristretti e organizzati, alla diffusione domestica su larga scala, accessibile anche a singoli individui senza particolari competenze tecniche. Una trasformazione estremamente silenziosa, che si sviluppa lontano dai riflettori e senza segnali immediatamente percepibili, ma destinata a incidere in modo profondo e duraturo sugli equilibri della sicurezza, rendendo sempre più complesso il lavoro di prevenzione e controllo da parte delle autorità nei prossimi anni.
Così l’arsenale si scarica dal Web
La fabbricazione di armi letali non passa più solo dalle officine clandestine della criminalità organizzata. Oggi l’arsenale si scarica dal web e si stampa in salotto. Il movimento denominato «3D2A» (3D Second Amendment) ha trasformato semplici file digitali in armi da fuoco funzionanti, utilizzando i social media come infrastruttura logistica e pubblicitaria. Non si tratta di prototipi rudimentali, ma di modelli capaci di sparare centinaia di colpi, sfuggendo a ogni tracciamento e metal detector. Su TikTok, nonostante i divieti, proliferano video che mostrano l’assemblaggio di pistole e carabine dai colori sgargianti: viola, verde acido, arancione. L’obiettivo è doppio: eludere i sistemi di moderazione automatica, che scambiano queste armi per giocattoli innocui, e creare un’estetica «pop» che attira una nuova generazione di utenti. Per aggirare la censura, i creatori utilizzano un codice specifico: scrivono «g0ns» o «w3ap0n» e usano hashtag come #3D2A o #FOSSCAD.
TikTok funge da enorme imbuto pubblicitario: il video virale serve a intercettare l’interesse dell’utente, che viene poi smistato, tramite link esterni, verso canali Telegram criptati o piattaforme video decentralizzate come Odysee, dove la censura è praticamente inesistente. Se TikTok è la vetrina, X (ex Twitter) e Reddit sono i centri di coordinamento tecnico. Su X, figure di spicco della community come «IvanTheTroll» postano aggiornamenti quotidiani sui test balistici e sui nuovi file messi in rete. Qui la narrazione è radicale: «Can’t stop the signal» («non potete fermare il segnale») è il motto di chi rivendica il diritto di stampare armi come forma estrema di libertà di parola.
Su Reddit, all’interno del forum r/fosscad, oltre 100.000 iscritti condividono dettagli tecnici che, fino a pochi anni fa, erano esclusivo appannaggio delle industrie di armi. Si discute di come trattare chimicamente l’acciaio per produrre canne rigate in casa (elettroerosione) e di quali polimeri, come il Pla rinforzato con fibra di carbonio, offrano la massima resistenza alle alte temperature e alle esplosioni. Il centro dell’arsenale digitale, però, è Odysee, una piattaforma basata su blockchain. Qui risiedono i canali di collettivi come The Gatalog e Deterrence Dispensed. È qui che è nata la FGC-9 (Fuck Gun Control 9mm), l’arma simbolo del movimento. La sua pericolosità risiede nel design: è stata progettata per non richiedere alcun pezzo d’arma regolamentato. Ogni componente può essere stampato in 3D o costruito con materiali acquistabili in ferramenta, come tubi idraulici e molle comuni.
L’efficacia di queste armi è uscita dalla teoria per entrare prepotentemente nella cronaca nera. In Italia, le recenti operazioni della Digos e della Polizia Postale, a Treviso e Napoli, hanno dimostrato che il fenomeno è già realtà: soggetti legati a diverse aree ideologiche o alla semplice criminalità comune sono stati trovati in possesso di file Cad pronti per la produzione. La sicurezza nazionale è sotto scacco, senza precedenti. Il reato è diventato immateriale: l’arma esiste come sequenza di dati fino a pochi istanti prima di essere materializzata. Mentre le autorità cercano di controllare la vendita fisica di armi, il mercato nero si è già spostato nella fibra ottica, rendendo ogni stampante 3D domestica una potenziale fabbrica d’armi illegale a costo zero.
Continua a leggereRiduci







