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2019-05-21
La Lega ora non si fida più: «Conte tifa per i 5 stelle». Replica: «Ditemelo in faccia»
Ansa
Dalla guerra di trincea, ieri Lega e Movimento 5 stelle sono passati all'assalto reciproco all'arma bianca. Lo scontro tra i due alleati di governo, nelle ultime 24 ore, ha raggiunto i livelli di aggressività più alti da quando è iniziata la campagna per il voto europeo di domenica 26 maggio. Le conflittualità si sono aperte per un'intervista alla Stampa di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro di Matteo Salvini. Preoccupato e innervosito per l'incerta calendarizzazione del Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto varare il Decreto sicurezza bis, caro alla Lega per le nuove misure di contrasto all'immigrazione clandestina, il sottosegretario ha sparato una raffica di dure frasi: «La campagna elettorale ha paralizzato il governo»; «L'opposizione ormai ce l'abbiamo dentro la maggioranza»; «Il Paese ha bisogno di sbloccarsi e invece loro (i grillini, ndr) hanno posizioni troppo ideologiche».
Nell'intervista, Giorgetti si è lamentato soprattutto per il blocco dell'esecutivo, che da tempo avrebbe dovuto varare il Decreto sicurezza bis e le norme per impedire alle organizzazioni non governative il recupero dei barconi di profughi. «Il Consiglio dei ministeri era già fissato», ha protestato Giorgetti, «ma all'ultimo momento è nato il Decreto famiglia e (i grillini, ndr) lo hanno messo come contrappeso o come ricatto contro Salvini».
Per criticare il blocco della legge anti clandestini, il sottosegretario leghista ha poi sparato un colpo ad alto potenziale e se l'è presa direttamente con il premier, Giuseppe Conte, accusandolo di «non avere sensibilità politica» e di «non essere una persona di garanzia», in quanto «è espressione dei 5 stelle ed è chiamato alla coerenza di appartenenza».
Il colpo a effetto di Giorgetti ha acceso per ore la conflittualità tra alleati ma alla fine ha anche accelerato i tempi della riunione di governo. La ridda di prese di posizione è stata comunque frenetica. Accusato di «tifare» per il M5s, Conte ha reagito con una lunga, stizzita dichiarazione: «Se si mette in dubbio l'imparzialità e l'operato del presidente del Consiglio», ha detto, «si mette in discussione anche l'azione di governo, ma allora bisogna farlo in base a percorsi chiari e trasparenti. Non possiamo accettare allusioni, insinuazioni affidate alla stampa con una mezza intervista... Chi lo fa se ne assuma la responsabilità».
La conclusione di Conte ha avuto il tono di un ultimatum: «Quando la dialettica trascende fino a mettere in dubbio l'imparzialità del premier, la cosa non è grave, è gravissima. Chi mi mette in discussione, lo faccia in Consiglio dei ministri». Contestualmente, però, il premier ha annunciato che la riunione del governo si sarebbe tenuta in giornata, sia pure in due momenti diversi: una prima veloce consultazione alle 16, e la riunione vera in serata, a partire dalle 20.30.
A quel punto è partita l'operazione ricucitura. Il vicepremier grillino e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha invitato tutti ad abbassare i toni: «Noi vogliamo andare avanti con questo governo». Il suo collega delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha chiesto il confronto immediato con Giorgetti: «Voglio parlare con Giancarlo, non si può mettere in dubbio l'imparzialità del presidente del Consiglio». Toninelli ha aggiunto di essere lui stesso al lavoro sul Decreto sicurezza bis: «Non abbiamo mai avuto perplessità sul provvedimento», ha precisato: «C'erano solo dei dettagli, che erano tecnicamente sbagliati e li abbiamo aggiornati. Grazie al mio ministero abbiamo inserito anche il sequestro delle imbarcazioni che violano le normative del mare e abbiamo rettificato una norma che non era ben scritta. Spero che basti».
Avuta la certezza che il governo sarebbe stato convocato in serata, e che si sarebbe davvero discusso del Decreto sicurezza bis (anche se l'ordine del giorno presentava una formula minimalista, indicando ci sarebbe stato soltanto un «inizio dell'esame…»), due minuti prima della riunione delle 16 lo stesso Matteo Salvini ha voluto confermare la sua fiducia nel premier: «Sì, ce l'ha assolutamente», ha dichiarato, «e del resto se non avessi fiducia nel governo non sarei qua».
Contrariamente alle voci che da una settimana precedevano il testo vero e proprio del Decreto, il provvedimento presentato ieri non prevede multe per ogni immigrato che venga «salvato» in mare (s'erano ipotizzate ammende da 3.500 a 5.500 per ogni clandestino fatto sbarcare). Il testo di cui ieri sera il Consiglio dei ministri ha iniziato l'esame stabilisce invece che nessuna nave diversa da quelle militari possa intervenire in soccorso dei migranti ignorando «le istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell'area in cui ha luogo l'operazione di soccorso». Chi viola queste istruzioni, invece, rischierà una multa da 10 a 50.000 euro. Se poi il comandante o l'armatore della nave dovessero ripetere più volte la violazione, oppure se il loro intervento portasse allo sbarco di un numero d'immigrati superiore a 100, scatterebbero la confisca della nave stessa e il suo immediato sequestro cautelare.
Nel testo è contenuta anche una norma per favorire i rimpatri. L'articolo 12 istituisce un Fondo, dotato quest'anno di 2 milioni di euro, destinati a «finanziare interventi di cooperazione e intese bilaterali» per riportare in patria gli «irregolari presenti sul territorio nazionale e provenienti da Stati non appartenenti all'Unione europea». Dal prossimo anno, i milioni del Fondo dovrebbero aumentare fino a un massimo di 50. Tutto questo, ovviamente, sempre che la Lega riesca a far varare il suo Decreto.
In Cdm solo la lettura dei decreti. Poi la partita del vertice della Gdf
Giuseppe Conte ieri si è inventato il consiglio dei ministri in due tranche. La prima, durata pochi minuti, non è stata nemmeno un pre consiglio, ma una pre lettura dei decreti. È bastato mettere la frasetta: «Inizio dell'esame». In pratica un saluto veloce in attesa di riunirsi in serata, quando l'esame è proseguito ma senza alcuna decisione finale. Sul tavolo ciascuno dei due partiti di maggioranza, sempre più surriscaldata, ha messo un testo che ritiene fondamentale. I grillini il decreto Famiglia e la Lega il Sicurezza bis. Una lotta frontale che di fatto ha imposto la sola lettura e il rinvio di qualunque via libera. Il primo testo, messo assieme in fretta e furia, si base su un grande misunderstanding. Il miliardo che i 5 stelle vorrebbero mettere a copertura per approvare nuovi stimoli alla natalità in realtà non esiste. È solo una minore spesa. Il che lascia intendere che il tentativo cadrà nel nulla. Salvo l'intento politico di creare disagio a Matteo Salvini. Il decreto sicrezza bis, invece è stato consegnato nella sua interezza.
Diciotto articoli che si prefigge di aggiungere nuove norme per il contrasto all'immigrazione come un'ammenda che va da 10.000 ai 50.000 euro per le navi che prestino soccorso ai migranti anche in acque internazionali, fino al sequestro dell'imbarcazione, se viene reiterato l'aiuto in mare. Vengono confermati anche gli stanziamenti (come nella prima bozza di decreto) per il potenziamento della figura degli agenti sotto copertura. Sempre in tema di immigrazione è previsto anche un fondo «destinato a finanziare interventi di cooperazione» che premino quei Paesi che si rendano disponibili a politiche di rimpatrio.
Altro tema al centro del provvedimento, quello delle misure di contrasto ai fenomeni di violenza connessi alle manifestazioni sportive. Possibile in inibizione ai luoghi di sport anche per «coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, negli ultimi cinque anni». Norme più stringenti proposte per le società sportive che non dovranno intrattenere rapporti con persone fatte oggetto di provvedimenti di legge. Ma non è stato certo il merito del decreto ad aver scatenato la rissa. Sono state tutte le dichiarazioni di sfiducia reciproca, le stesse che hanno portato Giancarlo Giorgetti a dire che i due partiti non sono più in grado nemmeno di stilare un ordine del giorno. Esattamente quanto accaduto ieri. I testi dei due decreti sono stati inviati preventivamente al Colle, un modo per prendere ulteriore tempo. Mentre il resto della riunione di cdm ha dovuto affrontare le nomine. Innanzitutto quella ai vertici della Guardia di Finanza. Il mandato di Giorgio Toschi scade fra dieci giorni. Al suo posto sono in lizza, Giuseppe Zafarana ed Edoardo Valente. Nel dossier anche il ricambio di due vice direttori di Aisi e Aise, i servizi di intelligence interni ed esterni. La scelta è stata in questo caso tutta in capo a Conte con il pieno appoggio dei 5 stelle. Un motivo in più per allargare il divario politico tra Salvini e Di Maio.
Le toghe pronte alla piazza contro il lumbard
La miccia si accende domenica sera. Sono le 21 e Matteo Salvini è collegato con la trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti su La 7. Si trova a Firenze, dove lo attende un comizio in piazza, e apprende in diretta che tutti i 47 migranti a bordo della Sea Watch 3 sono stati fatti sbarcare a Lampedusa per ordine della Procura di Agrigento. Nessuno aveva avvisato il Viminale dell'iniziativa, quindi il vicepremier si chiede se dietro l'operazione ci sia la «manina» di qualche ministro 5 stelle e poi attacca i giudici: «Se qualche procuratore vuole sostituirsi al governo», dice il responsabile dell'Interno, «o al Parlamento si candidi. Se è stato un escamotage per far sbarcare i migranti, mi muoverei perché è favoreggiamento al traffico di esseri umani».
Il riferimento è al procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che aveva già indagato Salvini con l'accusa di sequestro di persona per il caso della nave Diciotti. Lui ha autorizzato lo sbarco e sta conducendo le indagini.
Nella mattinata di ieri il leader leghista torna sull'argomento a Cofee Break su La 7 punta il dito proprio contro il magistrato: «È un segnale pericoloso far scendere altri immigrati perché gli scafisti metteranno altre donne e bambini in acqua. Il procuratore ha preso questa iniziativa senza avvisare il Viminale che non ha dato alcuna autorizzazione. Se la magistratura impone la sua legge, ne prendiamo atto sperando che sia l'ultima volta che accade».
Non si fa attendere la risposta dell'Associazione nazionale dei magistrati, per voce del presidente Pasquale Grasso che, senza citare il caso specifico della Sea Watch 3, ricorda che i magistrati «agiscono in nome del popolo italiano, non secondo investitura elettorale». La scelta di far scendere i naufraghi sarebbe infatti un provvedimento che scatta in automatico in seguito al sequestro dell'imbarcazione. Si tratterebbe di un atto dovuto. Una precisazione che ha spinto Salvini, nel pomeriggio di ieri, ad ammorbidire i toni: «Ho pieno rispetto delle indagini e prendo atto con soddisfazione che è stato indagato il comandante della Sea Watch per favoreggiamento», spiega all'Ansa, «a riprova del fatto che non è una fantasia quello che denuncio da mesi. Questi sono aiutanti degli scafisti e spero che la Procura vada fino in fondo. Ci sono evidenze di connivenze tra trafficanti di esseri umani e aiutanti di esseri umani. Conto», conclude, «che questo sia stato l'ultimo viaggio illegale di questa nave fuorilegge». A fianco dei colleghi si era però nel frattempo speso l'ex procuratore di Torino Armando Spataro: «Stringiamoci attorno a loro, se necessario scendiamo in piazza in loro onore, parliamo e informiamo».
Chi invece non stempera affatto la polemica sono i 5 Stelle, tirati in ballo dallo stesso ministro dell'Interno che, durante la trasmissione di Giletti, aveva domandato se qualche ministro grillino del governo si era preso la responsabilità di autorizzare lo sbarco. A rispondere a muso duro al numero uno del Viminale, e a fare quadrato intorno ai giudici, è il vicepremier Luigi di Maio: «Si legga le leggi dello Stato che rappresenta. Non accetto si accusi il Movimento sulla politica migratoria che abbiamo tenuto con rigore. Non accetto che il ministro dell'Interno dica che se stanno sbarcando dalla Sea Watch 3 è perché i nostri ministri hanno aperto i porti». Poi arriva anche Danilo Toninelli a schierarsi dalla parte delle toghe: «La magistratura è indipendente, ci sono leggi e testi unici, ben venga il sequestro del mezzo gestito dalla magistratura attraverso la Guardia di finanza. È evidente che l'epilogo della vicenda è legato al sequestro della nave da parte della magistratura, non serve un esperto per capirlo. Magari Salvini si informi prima di parlare. E trovi soluzioni vere sui rimpatri, non ancora avviati da quando è il responsabile della sicurezza nazionale».
Intanto ieri la Sea Watch 3, adesso sequestrata, ha lasciato il porto di Lampedusa ed è arrivata a Licata, come disposto dalla Procura. Il comandante della nave, Arturo Centore, è stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e oggi sarà interrogato.
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Giancarlo Giorgetti accusa il premier di essere di parte. L'avvocato: «Affermazione gravissima». Il Viminale aggiorna il dl Sicurezza bis: oltre i 100 migranti recuperati, nave sequestrata.Le misure su famiglia e immigrazione «in correzione» al Colle. Due per il dopo Giorgio Toschi al vertice della Gdf.Matteo Salvini aveva avvisato i pm sulla Sea Watch: «Grave se mi scavalcano». Anm e Armando Spataro sparano a zero.Lo speciale contiene tre articoli.Dalla guerra di trincea, ieri Lega e Movimento 5 stelle sono passati all'assalto reciproco all'arma bianca. Lo scontro tra i due alleati di governo, nelle ultime 24 ore, ha raggiunto i livelli di aggressività più alti da quando è iniziata la campagna per il voto europeo di domenica 26 maggio. Le conflittualità si sono aperte per un'intervista alla Stampa di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro di Matteo Salvini. Preoccupato e innervosito per l'incerta calendarizzazione del Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto varare il Decreto sicurezza bis, caro alla Lega per le nuove misure di contrasto all'immigrazione clandestina, il sottosegretario ha sparato una raffica di dure frasi: «La campagna elettorale ha paralizzato il governo»; «L'opposizione ormai ce l'abbiamo dentro la maggioranza»; «Il Paese ha bisogno di sbloccarsi e invece loro (i grillini, ndr) hanno posizioni troppo ideologiche». Nell'intervista, Giorgetti si è lamentato soprattutto per il blocco dell'esecutivo, che da tempo avrebbe dovuto varare il Decreto sicurezza bis e le norme per impedire alle organizzazioni non governative il recupero dei barconi di profughi. «Il Consiglio dei ministeri era già fissato», ha protestato Giorgetti, «ma all'ultimo momento è nato il Decreto famiglia e (i grillini, ndr) lo hanno messo come contrappeso o come ricatto contro Salvini». Per criticare il blocco della legge anti clandestini, il sottosegretario leghista ha poi sparato un colpo ad alto potenziale e se l'è presa direttamente con il premier, Giuseppe Conte, accusandolo di «non avere sensibilità politica» e di «non essere una persona di garanzia», in quanto «è espressione dei 5 stelle ed è chiamato alla coerenza di appartenenza». Il colpo a effetto di Giorgetti ha acceso per ore la conflittualità tra alleati ma alla fine ha anche accelerato i tempi della riunione di governo. La ridda di prese di posizione è stata comunque frenetica. Accusato di «tifare» per il M5s, Conte ha reagito con una lunga, stizzita dichiarazione: «Se si mette in dubbio l'imparzialità e l'operato del presidente del Consiglio», ha detto, «si mette in discussione anche l'azione di governo, ma allora bisogna farlo in base a percorsi chiari e trasparenti. Non possiamo accettare allusioni, insinuazioni affidate alla stampa con una mezza intervista... Chi lo fa se ne assuma la responsabilità». La conclusione di Conte ha avuto il tono di un ultimatum: «Quando la dialettica trascende fino a mettere in dubbio l'imparzialità del premier, la cosa non è grave, è gravissima. Chi mi mette in discussione, lo faccia in Consiglio dei ministri». Contestualmente, però, il premier ha annunciato che la riunione del governo si sarebbe tenuta in giornata, sia pure in due momenti diversi: una prima veloce consultazione alle 16, e la riunione vera in serata, a partire dalle 20.30. A quel punto è partita l'operazione ricucitura. Il vicepremier grillino e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha invitato tutti ad abbassare i toni: «Noi vogliamo andare avanti con questo governo». Il suo collega delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha chiesto il confronto immediato con Giorgetti: «Voglio parlare con Giancarlo, non si può mettere in dubbio l'imparzialità del presidente del Consiglio». Toninelli ha aggiunto di essere lui stesso al lavoro sul Decreto sicurezza bis: «Non abbiamo mai avuto perplessità sul provvedimento», ha precisato: «C'erano solo dei dettagli, che erano tecnicamente sbagliati e li abbiamo aggiornati. Grazie al mio ministero abbiamo inserito anche il sequestro delle imbarcazioni che violano le normative del mare e abbiamo rettificato una norma che non era ben scritta. Spero che basti».Avuta la certezza che il governo sarebbe stato convocato in serata, e che si sarebbe davvero discusso del Decreto sicurezza bis (anche se l'ordine del giorno presentava una formula minimalista, indicando ci sarebbe stato soltanto un «inizio dell'esame…»), due minuti prima della riunione delle 16 lo stesso Matteo Salvini ha voluto confermare la sua fiducia nel premier: «Sì, ce l'ha assolutamente», ha dichiarato, «e del resto se non avessi fiducia nel governo non sarei qua».Contrariamente alle voci che da una settimana precedevano il testo vero e proprio del Decreto, il provvedimento presentato ieri non prevede multe per ogni immigrato che venga «salvato» in mare (s'erano ipotizzate ammende da 3.500 a 5.500 per ogni clandestino fatto sbarcare). Il testo di cui ieri sera il Consiglio dei ministri ha iniziato l'esame stabilisce invece che nessuna nave diversa da quelle militari possa intervenire in soccorso dei migranti ignorando «le istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell'area in cui ha luogo l'operazione di soccorso». Chi viola queste istruzioni, invece, rischierà una multa da 10 a 50.000 euro. Se poi il comandante o l'armatore della nave dovessero ripetere più volte la violazione, oppure se il loro intervento portasse allo sbarco di un numero d'immigrati superiore a 100, scatterebbero la confisca della nave stessa e il suo immediato sequestro cautelare. Nel testo è contenuta anche una norma per favorire i rimpatri. L'articolo 12 istituisce un Fondo, dotato quest'anno di 2 milioni di euro, destinati a «finanziare interventi di cooperazione e intese bilaterali» per riportare in patria gli «irregolari presenti sul territorio nazionale e provenienti da Stati non appartenenti all'Unione europea». Dal prossimo anno, i milioni del Fondo dovrebbero aumentare fino a un massimo di 50. Tutto questo, ovviamente, sempre che la Lega riesca a far varare il suo Decreto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-ora-non-si-fida-piu-conte-tifa-per-i-5-stelle-replica-ditemelo-in-faccia-2637652837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cdm-solo-la-lettura-dei-decreti-poi-la-partita-del-vertice-della-gdf" data-post-id="2637652837" data-published-at="1779394223" data-use-pagination="False"> In Cdm solo la lettura dei decreti. Poi la partita del vertice della Gdf Giuseppe Conte ieri si è inventato il consiglio dei ministri in due tranche. La prima, durata pochi minuti, non è stata nemmeno un pre consiglio, ma una pre lettura dei decreti. È bastato mettere la frasetta: «Inizio dell'esame». In pratica un saluto veloce in attesa di riunirsi in serata, quando l'esame è proseguito ma senza alcuna decisione finale. Sul tavolo ciascuno dei due partiti di maggioranza, sempre più surriscaldata, ha messo un testo che ritiene fondamentale. I grillini il decreto Famiglia e la Lega il Sicurezza bis. Una lotta frontale che di fatto ha imposto la sola lettura e il rinvio di qualunque via libera. Il primo testo, messo assieme in fretta e furia, si base su un grande misunderstanding. Il miliardo che i 5 stelle vorrebbero mettere a copertura per approvare nuovi stimoli alla natalità in realtà non esiste. È solo una minore spesa. Il che lascia intendere che il tentativo cadrà nel nulla. Salvo l'intento politico di creare disagio a Matteo Salvini. Il decreto sicrezza bis, invece è stato consegnato nella sua interezza. Diciotto articoli che si prefigge di aggiungere nuove norme per il contrasto all'immigrazione come un'ammenda che va da 10.000 ai 50.000 euro per le navi che prestino soccorso ai migranti anche in acque internazionali, fino al sequestro dell'imbarcazione, se viene reiterato l'aiuto in mare. Vengono confermati anche gli stanziamenti (come nella prima bozza di decreto) per il potenziamento della figura degli agenti sotto copertura. Sempre in tema di immigrazione è previsto anche un fondo «destinato a finanziare interventi di cooperazione» che premino quei Paesi che si rendano disponibili a politiche di rimpatrio. Altro tema al centro del provvedimento, quello delle misure di contrasto ai fenomeni di violenza connessi alle manifestazioni sportive. Possibile in inibizione ai luoghi di sport anche per «coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, negli ultimi cinque anni». Norme più stringenti proposte per le società sportive che non dovranno intrattenere rapporti con persone fatte oggetto di provvedimenti di legge. Ma non è stato certo il merito del decreto ad aver scatenato la rissa. Sono state tutte le dichiarazioni di sfiducia reciproca, le stesse che hanno portato Giancarlo Giorgetti a dire che i due partiti non sono più in grado nemmeno di stilare un ordine del giorno. Esattamente quanto accaduto ieri. I testi dei due decreti sono stati inviati preventivamente al Colle, un modo per prendere ulteriore tempo. Mentre il resto della riunione di cdm ha dovuto affrontare le nomine. Innanzitutto quella ai vertici della Guardia di Finanza. Il mandato di Giorgio Toschi scade fra dieci giorni. Al suo posto sono in lizza, Giuseppe Zafarana ed Edoardo Valente. Nel dossier anche il ricambio di due vice direttori di Aisi e Aise, i servizi di intelligence interni ed esterni. La scelta è stata in questo caso tutta in capo a Conte con il pieno appoggio dei 5 stelle. Un motivo in più per allargare il divario politico tra Salvini e Di Maio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-ora-non-si-fida-piu-conte-tifa-per-i-5-stelle-replica-ditemelo-in-faccia-2637652837.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-toghe-pronte-alla-piazza-contro-il-lumbard" data-post-id="2637652837" data-published-at="1779394223" data-use-pagination="False"> Le toghe pronte alla piazza contro il lumbard La miccia si accende domenica sera. Sono le 21 e Matteo Salvini è collegato con la trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti su La 7. Si trova a Firenze, dove lo attende un comizio in piazza, e apprende in diretta che tutti i 47 migranti a bordo della Sea Watch 3 sono stati fatti sbarcare a Lampedusa per ordine della Procura di Agrigento. Nessuno aveva avvisato il Viminale dell'iniziativa, quindi il vicepremier si chiede se dietro l'operazione ci sia la «manina» di qualche ministro 5 stelle e poi attacca i giudici: «Se qualche procuratore vuole sostituirsi al governo», dice il responsabile dell'Interno, «o al Parlamento si candidi. Se è stato un escamotage per far sbarcare i migranti, mi muoverei perché è favoreggiamento al traffico di esseri umani». Il riferimento è al procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, che aveva già indagato Salvini con l'accusa di sequestro di persona per il caso della nave Diciotti. Lui ha autorizzato lo sbarco e sta conducendo le indagini. Nella mattinata di ieri il leader leghista torna sull'argomento a Cofee Break su La 7 punta il dito proprio contro il magistrato: «È un segnale pericoloso far scendere altri immigrati perché gli scafisti metteranno altre donne e bambini in acqua. Il procuratore ha preso questa iniziativa senza avvisare il Viminale che non ha dato alcuna autorizzazione. Se la magistratura impone la sua legge, ne prendiamo atto sperando che sia l'ultima volta che accade». Non si fa attendere la risposta dell'Associazione nazionale dei magistrati, per voce del presidente Pasquale Grasso che, senza citare il caso specifico della Sea Watch 3, ricorda che i magistrati «agiscono in nome del popolo italiano, non secondo investitura elettorale». La scelta di far scendere i naufraghi sarebbe infatti un provvedimento che scatta in automatico in seguito al sequestro dell'imbarcazione. Si tratterebbe di un atto dovuto. Una precisazione che ha spinto Salvini, nel pomeriggio di ieri, ad ammorbidire i toni: «Ho pieno rispetto delle indagini e prendo atto con soddisfazione che è stato indagato il comandante della Sea Watch per favoreggiamento», spiega all'Ansa, «a riprova del fatto che non è una fantasia quello che denuncio da mesi. Questi sono aiutanti degli scafisti e spero che la Procura vada fino in fondo. Ci sono evidenze di connivenze tra trafficanti di esseri umani e aiutanti di esseri umani. Conto», conclude, «che questo sia stato l'ultimo viaggio illegale di questa nave fuorilegge». A fianco dei colleghi si era però nel frattempo speso l'ex procuratore di Torino Armando Spataro: «Stringiamoci attorno a loro, se necessario scendiamo in piazza in loro onore, parliamo e informiamo». Chi invece non stempera affatto la polemica sono i 5 Stelle, tirati in ballo dallo stesso ministro dell'Interno che, durante la trasmissione di Giletti, aveva domandato se qualche ministro grillino del governo si era preso la responsabilità di autorizzare lo sbarco. A rispondere a muso duro al numero uno del Viminale, e a fare quadrato intorno ai giudici, è il vicepremier Luigi di Maio: «Si legga le leggi dello Stato che rappresenta. Non accetto si accusi il Movimento sulla politica migratoria che abbiamo tenuto con rigore. Non accetto che il ministro dell'Interno dica che se stanno sbarcando dalla Sea Watch 3 è perché i nostri ministri hanno aperto i porti». Poi arriva anche Danilo Toninelli a schierarsi dalla parte delle toghe: «La magistratura è indipendente, ci sono leggi e testi unici, ben venga il sequestro del mezzo gestito dalla magistratura attraverso la Guardia di finanza. È evidente che l'epilogo della vicenda è legato al sequestro della nave da parte della magistratura, non serve un esperto per capirlo. Magari Salvini si informi prima di parlare. E trovi soluzioni vere sui rimpatri, non ancora avviati da quando è il responsabile della sicurezza nazionale». Intanto ieri la Sea Watch 3, adesso sequestrata, ha lasciato il porto di Lampedusa ed è arrivata a Licata, come disposto dalla Procura. Il comandante della nave, Arturo Centore, è stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e oggi sarà interrogato.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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