True
2021-10-14
La Lamorgese ora ammette: l’assalto alla sede Cgil? Li abbiamo lasciati fare
Giuliano Castellino (Ansa)
Il capo romano di Forza nuova, Giuliano Castellino, annunciava dal palco l'assedio alla Cgil. E il Viminale annuiva. O meglio abbozzava. Troppo rischioso l'arresto. Meglio lasciarlo scatenare, assieme a suoi esaltati accoliti, davanti alla sede del sindacato. Dopo giorni di surreale melina, ieri Luciana Lamorgese ha parlato. Confermando il più raggelante dei timori: piuttosto che tentare di fermare i facinorosi, il suo ministero dell'Interno ha concesso ai barbari di portare a termine le pianificate scorrerie.
Nell'insostenibile attesa dell'informativa a Montecitorio, prevista martedì, Lady Viminale ha intanto risposto a un'interrogazione presentata dal capogruppo di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, sul corteo dello scorso 9 ottobre. Solito periodare involuto, ma parole sbalorditive e inequivocabili: «La scelta di procedere coattivamente intervenendo su Castellino a piazza del Popolo, dove si è distinto per il suo protagonismo indirizzando la manifestazione verso la Cgil, è stata ritenuta non percorribile dai responsabili dell'ordine pubblico» rivela Lamorgese in aula, tentando maldestramente di scaricare le responsabilità. «Il ricorso alla coercizione» aggiunge «poteva provocare una reazione violenta della piazza con il rischio di degenerazione».
Dunque, riassumiamo: a Castellino, lo scorso 1 3 settembre, viene notificato il Daspo. Era già sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. E non poteva partecipare alle manifestazioni pubbliche senza autorizzazione. Invece, spiega un mese fa la nota della polizia, aveva imperversato nei cortei organizzati a Roma, proprio in piazza del Popolo, durante l'estate: il 24 luglio, il 14 e 28 agosto. Nell'ultima, dettaglia il provvedimento, fronteggiava «i reparti schierati in assetto antisommossa, posti a protezione di Via del Corso, con l'obiettivo di sfondare lo sbarramento e raggiungere le sedi del parlamento e del governo». Intanto, incitava «con veemenza i manifestanti ed è venuto a contatto fisico con gli operatori di polizia, reiterando nei loro confronti le offese e le violenze, così come aveva fatto in precedenza». Per questo, era scattata la denuncia.
A quella piazza il leader di Forza nuova non poteva nemmeno avvicinarsi. «In passato era già stato oggetto di diverse segnalazioni per violazioni al regime di sorveglianza speciale» riepiloga sibillina Lamorgese. Eppure, libero e indisturbato, Castellino ha potuto rivelare lo scorso sabato le sue bellicose intenzioni: «Andiamo ad assediare la Cgil». Ben due ore prima di concludere l'assalto. Pregevole lasso di tempo in cui, comunque, si decide di non intervenire. Per evitare, spiega la ministra, l'ipotetica «reazione violenta della piazza». Che però era fatta, in larghissima maggioranza, da pacifici manifestanti contro il green pass. È sembrato più accorto, quindi, permettere a Forza nuova lo scalpo criminale. Con Castellino, a caccia del segretario della Cgil, che minacciava la polizia: «Portateci da Landini o andiamo a prenderlo noi». Temevamo «una degenerazione» spiega però Lady Viminale. Invece, grazie all'inerzia, è stata improvvisata una partitella da polo tra gentiluomini?
Surreale. Giorgia Meloni, nella replica in aula, è scatenata: «La risposta di Lamorgese non è semplicemente insufficiente, ma offensiva delle forze dell'ordine. Sette agenti lasciati a prendere le bastonate davanti alle Cgil sono un fatto indecente per quella gente e questo parlamento, che non è fatto di imbecilli». La leader di Fratelli d'Italia, che assieme alla Lega chiede le dimissioni della ministra, è sicura che l'apparente dilettantismo nasconda uno spregiudicato tornaconto: «Non siamo imbecilli, quello che è accaduto sabato è stato volutamente permesso. È stato calcolo, e questo ci rimanda indietro ad anni bui. Siamo alla strategia della tensione». Enrico Letta, segretario del Pd, derubrica: «Meloni vuole solo cercare di coprire le sue responsabilità, visto che nelle ore successive non c'è stata una condanna chiara rispetto alla matrice fascista di questo evento».
Nell'intervento alla Camera, Lamorgese parla però anche del ventilato scioglimento di Forza nuova: «È all'attenzione del governo». Che si muoverà in base alle decisioni della magistratura e del parlamento. In ogni caso, «è un tema di eccezionale rilevanza giuridica e politica e di estrema complessità e delicatezza». Insomma, la strada è impervia. Lo saranno pure i prossimi giorni. La ministra ieri ha convocato il Comitato nazionale ordine e sicurezza, con intelligence e polizia, per una stretta sulle manifestazioni. L'obbligo di green pass al lavoro scatterà venerdì. Si temono nuovi disordini. Sarà rafforzato il servizio d'ordine. E vengono monitorati siti e social network: «Per garantire», sottolinea Lamorgese, «la libertà di manifestare» Su Ioaproitalia compare già un finto manifesto funebre: «È venuto a mancare Mario Draghi. I funerali avranno luogo il 15 ottobre». E su Bastadittatura parte l'appello per un «girotondo popolare» attorno a Palazzo Chigi. Appuntamento: 19 ottobre, alle 12. Qualche ora dopo Lady Viminale riapparirà a Montecitorio, per dare la sua definitiva versione dei fatti.
I propositi spiattellati ai poliziotti: «Portateci Landini o lo prendiamo»
Da ieri Radiocarcere ha alimentato una voce incontrollata: uno dei militanti di Forza nuova arrestati per gli scontri di Roma e detenuto a Poggioreale era coinvolto in una vecchia storia che gli ultrà napoletani non hanno mai digerito, la morte del tifoso Ciro Esposito a Roma poco prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli nel maggio 2014. Per quella vicenda è stato condannato a 16 anni Daniele De Santis, che negli ambienti della destra romana è conosciuto col nome di Gastone. Le ricostruzioni giornalistiche dell'epoca, però, sono zeppe di accostamenti del nome di De Santis a quello di Giuliano Castellino, ultrà dei Boys della Roma, sorvegliato speciale dal 31 gennaio 2021 con obbligo di residenza a Roma e divieto di presenziare alle manifestazioni pubbliche. Castellino era sulle scale d'ingresso della sede della Cgil insieme al capo e fondatore di Forza nuova Roberto Fiore sabato scorso. Ed è finito in carcere a Poggioreale. Ora Radiocarcere ha vomitato fuori tutti i maldipancia con una sentenza molto pesante: qualcuno avrebbe deciso di fargliela pagare cara. L'incolumità di Castellino, insomma, sarebbe in grave pericolo. Il suo avvocato, Carlo Taormina, che difende anche Fiore, Biagio Passaro, Luigi Aronica e Salvatore Lubrano, ieri li ha incontrati per preparare l'udienza di convalida di oggi. E ha fatto sapere che risponderanno alle domande del gip. La loro versione è diametralmente opposta a quella della Procura: racconteranno come insieme alla polizia hanno gestito la situazione per evitare che degenerasse, che erano in contatto con la Digos ed erano sì presenti, ma non hanno fatto nulla. Nel loro racconto, insomma, sarebbero dei testimoni. Ovviamente i due fascicoli aperti a Roma ricostruiscono tutt'altro e continuano ad arricchirsi di informative degli investigatori.
«Risulta accertata l'attiva presenza degli arrestati che hanno partecipato a tutte le varie fasi dei gravi fatti verificatisi nel pomeriggio e nella sera del 9 ottobre e che hanno costituito sostanzialmente una sorta di guerriglia urbana», scrivono i pm chiedendo la convalida dell'arresto dei sei fermati. «L'obiettivo dei manifestanti», valutano i magistrati, «e segnatamente di coloro che hanno assunto un ruolo determinante nelle iniziative violente non era certamente limitato a una mera azione di danneggiamento bensì a una ben più consistente azione volta alla distruzione della sede di una istituzione costituzionalmente rilevante e più in generale alla turbativa dell'ordine pubblico». Secondo le toghe, la «sfrontatezza dei manifestanti appare evidente, se si considera che pochi di loro avevano il volto travisato, né si preoccupavano di evitare di essere ripresi dalle telecamere, effettuando anzi dei propri video, trasmessi in diretta sui social». E viene sottolineato che Passaro ha postato su Facebook un video che lo riprende mentre si vanta di essere entrato nella sede della Cgil. Castellino, invece, viene indicato come «istigatore» e «leader» della protesta, perché, dopo le incitazioni dal palco, avrebbe detto agli operatori di polizia: «Portateci da Landini (Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ndr) o lo andiamo a prendere noi». Il Nucleo informativo dei carabinieri di Roma, per esempio, ha identificato e denunciato a piede libero altre 24 persone che avrebbero partecipato agli scontri: 13 per assalto alla Cgil, per il quale vengono contestati i reati di occupazione di edificio, danneggiamento, devastazione, resistenza a pubblico ufficiale, adunanza sediziosa e manifestazione non autorizzata (tra i quali ci sono anche Fiore, Castellino, Pamela Testa, Aronica, Passaro e Lubrano); undici, invece, per gli scontri a via del Babuino e per quelli tra largo Chigi e via del Corso con contestazioni che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale all'adunanza sediziosa e alla manifestazione non autorizzata. Sono stati riconosciuti attraverso l'analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza e dei video girati durante i disordini.
Nonostante gli arresti e le denunce tra gli indomiti militanti di Forza nuova, su gruppi e chat, circolano ancora messaggi: «Media, mainstream, questure e partiti del sistema non sono in grado di leggere i fatti e danno la croce addosso a un movimento politico che non rappresenta che una piccolissima componente delle centinaia di migliaia di italiani esasperati, perché minacciati nello stesso diritto elementare al lavoro e alla sopravvivenza. [...] Il popolo deve solo difendere con le unghie e con i denti la propria libertà e non è certo arrestando alcuni nostri dirigenti che il sistema impaurito e nervoso potrà fermarlo; nemmeno lo scioglimento di Forza nuova potrebbe invertire la rotta di quanto sta avvenendo e avverrà nelle prossime settimane».
Continua a leggereRiduci
La difesa nel question time alla Camera: arrestare Giuliano Castellino avrebbe creato disordini. Giorgia Meloni attacca: «Non siamo un Parlamento di imbecilli, è strategia della tensione».Il militante nero, adesso a Poggioreale, rischierebbe l'incolumità per vendette ultras.Lo speciale contiene due articoli.Il capo romano di Forza nuova, Giuliano Castellino, annunciava dal palco l'assedio alla Cgil. E il Viminale annuiva. O meglio abbozzava. Troppo rischioso l'arresto. Meglio lasciarlo scatenare, assieme a suoi esaltati accoliti, davanti alla sede del sindacato. Dopo giorni di surreale melina, ieri Luciana Lamorgese ha parlato. Confermando il più raggelante dei timori: piuttosto che tentare di fermare i facinorosi, il suo ministero dell'Interno ha concesso ai barbari di portare a termine le pianificate scorrerie.Nell'insostenibile attesa dell'informativa a Montecitorio, prevista martedì, Lady Viminale ha intanto risposto a un'interrogazione presentata dal capogruppo di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, sul corteo dello scorso 9 ottobre. Solito periodare involuto, ma parole sbalorditive e inequivocabili: «La scelta di procedere coattivamente intervenendo su Castellino a piazza del Popolo, dove si è distinto per il suo protagonismo indirizzando la manifestazione verso la Cgil, è stata ritenuta non percorribile dai responsabili dell'ordine pubblico» rivela Lamorgese in aula, tentando maldestramente di scaricare le responsabilità. «Il ricorso alla coercizione» aggiunge «poteva provocare una reazione violenta della piazza con il rischio di degenerazione».Dunque, riassumiamo: a Castellino, lo scorso 1 3 settembre, viene notificato il Daspo. Era già sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. E non poteva partecipare alle manifestazioni pubbliche senza autorizzazione. Invece, spiega un mese fa la nota della polizia, aveva imperversato nei cortei organizzati a Roma, proprio in piazza del Popolo, durante l'estate: il 24 luglio, il 14 e 28 agosto. Nell'ultima, dettaglia il provvedimento, fronteggiava «i reparti schierati in assetto antisommossa, posti a protezione di Via del Corso, con l'obiettivo di sfondare lo sbarramento e raggiungere le sedi del parlamento e del governo». Intanto, incitava «con veemenza i manifestanti ed è venuto a contatto fisico con gli operatori di polizia, reiterando nei loro confronti le offese e le violenze, così come aveva fatto in precedenza». Per questo, era scattata la denuncia. A quella piazza il leader di Forza nuova non poteva nemmeno avvicinarsi. «In passato era già stato oggetto di diverse segnalazioni per violazioni al regime di sorveglianza speciale» riepiloga sibillina Lamorgese. Eppure, libero e indisturbato, Castellino ha potuto rivelare lo scorso sabato le sue bellicose intenzioni: «Andiamo ad assediare la Cgil». Ben due ore prima di concludere l'assalto. Pregevole lasso di tempo in cui, comunque, si decide di non intervenire. Per evitare, spiega la ministra, l'ipotetica «reazione violenta della piazza». Che però era fatta, in larghissima maggioranza, da pacifici manifestanti contro il green pass. È sembrato più accorto, quindi, permettere a Forza nuova lo scalpo criminale. Con Castellino, a caccia del segretario della Cgil, che minacciava la polizia: «Portateci da Landini o andiamo a prenderlo noi». Temevamo «una degenerazione» spiega però Lady Viminale. Invece, grazie all'inerzia, è stata improvvisata una partitella da polo tra gentiluomini? Surreale. Giorgia Meloni, nella replica in aula, è scatenata: «La risposta di Lamorgese non è semplicemente insufficiente, ma offensiva delle forze dell'ordine. Sette agenti lasciati a prendere le bastonate davanti alle Cgil sono un fatto indecente per quella gente e questo parlamento, che non è fatto di imbecilli». La leader di Fratelli d'Italia, che assieme alla Lega chiede le dimissioni della ministra, è sicura che l'apparente dilettantismo nasconda uno spregiudicato tornaconto: «Non siamo imbecilli, quello che è accaduto sabato è stato volutamente permesso. È stato calcolo, e questo ci rimanda indietro ad anni bui. Siamo alla strategia della tensione». Enrico Letta, segretario del Pd, derubrica: «Meloni vuole solo cercare di coprire le sue responsabilità, visto che nelle ore successive non c'è stata una condanna chiara rispetto alla matrice fascista di questo evento». Nell'intervento alla Camera, Lamorgese parla però anche del ventilato scioglimento di Forza nuova: «È all'attenzione del governo». Che si muoverà in base alle decisioni della magistratura e del parlamento. In ogni caso, «è un tema di eccezionale rilevanza giuridica e politica e di estrema complessità e delicatezza». Insomma, la strada è impervia. Lo saranno pure i prossimi giorni. La ministra ieri ha convocato il Comitato nazionale ordine e sicurezza, con intelligence e polizia, per una stretta sulle manifestazioni. L'obbligo di green pass al lavoro scatterà venerdì. Si temono nuovi disordini. Sarà rafforzato il servizio d'ordine. E vengono monitorati siti e social network: «Per garantire», sottolinea Lamorgese, «la libertà di manifestare» Su Ioaproitalia compare già un finto manifesto funebre: «È venuto a mancare Mario Draghi. I funerali avranno luogo il 15 ottobre». E su Bastadittatura parte l'appello per un «girotondo popolare» attorno a Palazzo Chigi. Appuntamento: 19 ottobre, alle 12. Qualche ora dopo Lady Viminale riapparirà a Montecitorio, per dare la sua definitiva versione dei fatti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lamorgese-ora-ammette-lassalto-alla-sede-cgil-li-abbiamo-lasciati-fare-2655292299.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-propositi-spiattellati-ai-poliziotti-portateci-landini-o-lo-prendiamo" data-post-id="2655292299" data-published-at="1634155449" data-use-pagination="False"> I propositi spiattellati ai poliziotti: «Portateci Landini o lo prendiamo» Da ieri Radiocarcere ha alimentato una voce incontrollata: uno dei militanti di Forza nuova arrestati per gli scontri di Roma e detenuto a Poggioreale era coinvolto in una vecchia storia che gli ultrà napoletani non hanno mai digerito, la morte del tifoso Ciro Esposito a Roma poco prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli nel maggio 2014. Per quella vicenda è stato condannato a 16 anni Daniele De Santis, che negli ambienti della destra romana è conosciuto col nome di Gastone. Le ricostruzioni giornalistiche dell'epoca, però, sono zeppe di accostamenti del nome di De Santis a quello di Giuliano Castellino, ultrà dei Boys della Roma, sorvegliato speciale dal 31 gennaio 2021 con obbligo di residenza a Roma e divieto di presenziare alle manifestazioni pubbliche. Castellino era sulle scale d'ingresso della sede della Cgil insieme al capo e fondatore di Forza nuova Roberto Fiore sabato scorso. Ed è finito in carcere a Poggioreale. Ora Radiocarcere ha vomitato fuori tutti i maldipancia con una sentenza molto pesante: qualcuno avrebbe deciso di fargliela pagare cara. L'incolumità di Castellino, insomma, sarebbe in grave pericolo. Il suo avvocato, Carlo Taormina, che difende anche Fiore, Biagio Passaro, Luigi Aronica e Salvatore Lubrano, ieri li ha incontrati per preparare l'udienza di convalida di oggi. E ha fatto sapere che risponderanno alle domande del gip. La loro versione è diametralmente opposta a quella della Procura: racconteranno come insieme alla polizia hanno gestito la situazione per evitare che degenerasse, che erano in contatto con la Digos ed erano sì presenti, ma non hanno fatto nulla. Nel loro racconto, insomma, sarebbero dei testimoni. Ovviamente i due fascicoli aperti a Roma ricostruiscono tutt'altro e continuano ad arricchirsi di informative degli investigatori. «Risulta accertata l'attiva presenza degli arrestati che hanno partecipato a tutte le varie fasi dei gravi fatti verificatisi nel pomeriggio e nella sera del 9 ottobre e che hanno costituito sostanzialmente una sorta di guerriglia urbana», scrivono i pm chiedendo la convalida dell'arresto dei sei fermati. «L'obiettivo dei manifestanti», valutano i magistrati, «e segnatamente di coloro che hanno assunto un ruolo determinante nelle iniziative violente non era certamente limitato a una mera azione di danneggiamento bensì a una ben più consistente azione volta alla distruzione della sede di una istituzione costituzionalmente rilevante e più in generale alla turbativa dell'ordine pubblico». Secondo le toghe, la «sfrontatezza dei manifestanti appare evidente, se si considera che pochi di loro avevano il volto travisato, né si preoccupavano di evitare di essere ripresi dalle telecamere, effettuando anzi dei propri video, trasmessi in diretta sui social». E viene sottolineato che Passaro ha postato su Facebook un video che lo riprende mentre si vanta di essere entrato nella sede della Cgil. Castellino, invece, viene indicato come «istigatore» e «leader» della protesta, perché, dopo le incitazioni dal palco, avrebbe detto agli operatori di polizia: «Portateci da Landini (Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ndr) o lo andiamo a prendere noi». Il Nucleo informativo dei carabinieri di Roma, per esempio, ha identificato e denunciato a piede libero altre 24 persone che avrebbero partecipato agli scontri: 13 per assalto alla Cgil, per il quale vengono contestati i reati di occupazione di edificio, danneggiamento, devastazione, resistenza a pubblico ufficiale, adunanza sediziosa e manifestazione non autorizzata (tra i quali ci sono anche Fiore, Castellino, Pamela Testa, Aronica, Passaro e Lubrano); undici, invece, per gli scontri a via del Babuino e per quelli tra largo Chigi e via del Corso con contestazioni che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale all'adunanza sediziosa e alla manifestazione non autorizzata. Sono stati riconosciuti attraverso l'analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza e dei video girati durante i disordini. Nonostante gli arresti e le denunce tra gli indomiti militanti di Forza nuova, su gruppi e chat, circolano ancora messaggi: «Media, mainstream, questure e partiti del sistema non sono in grado di leggere i fatti e danno la croce addosso a un movimento politico che non rappresenta che una piccolissima componente delle centinaia di migliaia di italiani esasperati, perché minacciati nello stesso diritto elementare al lavoro e alla sopravvivenza. [...] Il popolo deve solo difendere con le unghie e con i denti la propria libertà e non è certo arrestando alcuni nostri dirigenti che il sistema impaurito e nervoso potrà fermarlo; nemmeno lo scioglimento di Forza nuova potrebbe invertire la rotta di quanto sta avvenendo e avverrà nelle prossime settimane».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci