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2021-05-16
La Juve batte l’Inter in una tonnara e resta aggrappata alla Champions
(Jonathan Moscrop/Getty Images)
Forse non è un caso che Juventus-Inter, derby d'Italia infuocato come tutti gli incontri di cartello, si sia giocato il 15 maggio, data di nascita dello scrittore russo Bulgakov, quello che scrisse Il maestro e Margherita, raccontando le gesta del diavolo mentre crea scompiglio sulla Terra. Nell'incontro tra bianconeri e nerazzurri in molti si attendevano il colpo di scena sulfureo. La compagine di Andrea Pirlo doveva vincere a ogni costo per restare aggrappata all'ultimo treno della Champions League e dare senso a una stagione a rischio deragliamento. I nerazzurri, con lo scudetto già in tasca, non vedevano l'ora di mettere la tremarella agli arcinemici di sempre, con Antonio Conte pronto a digrignare il dente avvelenato nei confronti dell'ex squadra del cuore. Nel mezzo, il plauso per la brigata atalantina di Gianpiero Gasperini. Tarantolata, micidiale, senza sovrastrutture e obblighi di blasone, ne ha rifilati quattro al Genoa (3-4 il risultato a Marassi), centrando la qualificazione alla massima competizione europea per il terzo anno consecutivo e cullando il sogno di mettere in bacheca la Coppa Italia, in vista della finale di mercoledì prossimo proprio contro la Vecchia Signora. La Juve è chiamata invece a sfoderare il fascino irresistibile degli ultimi nove anni per concretizzare l'impresa seduttiva: il 3-2 finale ne compatta gli orizzonti per la conquista del quarto posto e la autorizza a sperare nel miracolo sportivo inaspettato. Mister Pirlo conferma le anticipazioni della vigilia: Chiellini al centro della difesa assieme a De Ligt, a centrocampo Bentancur affianca Rabiot, Arthur si accomoda in panchina, fasce affidate a Cuadrado e Chiesa, in avanti CR7 e Kulusevski, con Morata e Dybala pronti a entrare a partita in corso. Dal canto suo, Conte ripropone i titolari della cavalcata di stagione: De Vrij torna in difesa, a centrocampo Brozovic, Barella ed Eriksen, con Hakimi e Darmian sulle fasce, la coppia di arieti Lukaku e Lautaro Martinez incaricata di dar fuoco alle polveri offensive.
L'occasione per l'Inter era ghiotta. Alla luce del 2-0 dell'andata, avrebbe potuto vincere due partite contro la Juventus in Serie A. Non accadeva dalla stagione 2003/04, quando in panchina sedeva Alberto Zaccheroni. Anche per queste premesse, il nervosismo nei primi minuti era lampante. Ammonizione per Kulusevski al 13°, brutta entrata su Hakimi, giallo per Bentancur per fallo tattico su Lautaro, contatto rabbioso in area interista tra Darmian e Chiellini. L'arbitro Calvarese viene richiamato dal Var e decreta il rigore per i bianconeri, con ammonizione per Darmian. Cristiano Ronaldo si incarica del penalty, tira senza la consueta sicurezza, il portiere Handanovic intuisce, respinge, ma il portoghese non fa sconti e ribadisce in rete al secondo tentativo. Vantaggio Juve. Ma le pungolate nerborute non si arrestano. In un capovolgimento di fronte, in piena area della Juventus, De Ligt rifila un pestone a Lautaro Martinez. Siamo al trentaquattresimo. Intervento del Var che sancisce l'ennesimo tiro dal dischetto. Se ne prende carico lo specialista Lukaku, e affidare un rigore a lui è più sicuro che infilare un lingotto d'oro a Fort Knox. Szczesny spiazzato e pareggio per la compagine di Conte. Tre i minuti di recupero prima del fischio dell'intervallo, e la Juventus ritrova quel carattere che sembrava smarrito da diverse giornate. Kulusevski si inventa un cross, il pallone rimpalla sul difensore De Vrij, Cuadrado si avventa rapace e segna il gol del 2-1 con rimpallo sfortunato su Eriksen. Nel secondo tempo, i neocampioni d'Italia tentano di mischiare le carte inserendo Ivan Perisic, votato all'attacco e al guizzo dell'invenzione repentina, al posto di Matteo Darmian. Ma sono ancora i nervi tesi a farla da padrone. Rodrigo Bentancur interviene in maniera irregolare su Lukaku e si becca il secondo cartellino giallo. Le proteste dalla panchina fioccano, inizalmente Calvarese non pareva intenzionato a sanzionare l'intervento, poi cambia idea. Siamo al minuto 55, la Juventus è in dieci e Pirlo decide di coprirsi inserendo McKennie al posto della punta Kulusevski. Inizia un assedio interista destinato a far breccia. Eriksen scalda le mani al numero uno bianconero con una punizione insidiosa, De Ligt chiude in spaccata su cross di Perisic, Lautaro sfiora il gol da cineteca in rovesciata. Esce CR7, al suo posto spazio per Alvaro Morata. Il campione portoghese accetta il cambio senza battere ciglio. Ha speso parecchie energie e la benzina pare contata. Si approda agli ultimi dieci minuti, il neo entrato Vecino mette alla prova i riflessi di Szczesny, poi Barella crossa in area, la palla colpisce Chiellini ed entra in porta. Sulle prime Calvarese ravvisa una punizione a favore della Juventus, ma dopo un consulto col Var assegna la rete all'Inter. Il pareggio sembra gettare l'ombra orrorifica definitiva sulle speranze sabaude. Ma al minuto 86 accade quello che i tifosi bianconeri sperano. Contatto tra Perisic e Cuadrado in area nerazzurra, un altro rigore. Con CR7 sostituito, il tiratore designato è proprio Cuadrado. La conclusione è una sassata che gela Handanovic: 3-2 e tre punti che potrebbero cambiare il destino di mister Andrea Pirlo. Nessuno ha giocato con il freno a mano tirato. Non a caso, nel finale, il direttore di gara ha estratto altri cartellini. Doppio giallo a Brozovic, la prima volta per proteste, la seconda per un fallo tattico, ammonizione per l'eroe di serata, Cuadrado, dopo un'entrata su Barella. Il triplice fischio conclusivo arriva dopo 94 minuti di intensità senza quartiere e somiglia a un campanello d'allarme per Milan e Napoli, rivali della Juventus nel contendersi i due posti restanti per la prossima Champions League. I rossoneri di Stefano Pioli sono chiamati a ripetere la convincente prova di settimana scorsa contro il Torino misurandosi con il Cagliari, il Napoli di Gattuso farà visita alla Fiorentina, già salva e priva di ulteriori stimoli. Chi si aspettava un finale di stagione sulfureo è accontentato.
Zlatan non ce la fa: niente Europei
Zlatan non ce la fa. La notizia è arrivata da Stoccolma ieri in mattinata: sul palcoscenico dell'Europeo di questa estate, fra tante stelle non splenderà quella di Ibrahimovic. La lesione al ginocchio sinistro è troppo rognosa per poter ricostruire in tempo una condizione adeguata. La federazione del Paese scandinavo, dopo aver annunciato in pompa magna, appena qualche settimana fa, il rientro fra i ranghi del più forte giocatore svedese di ogni tempo (che era uscito non senza polemiche dal giro della nazionale), ha dovuto prendere atto della dura realtà: «Oggi Ibrahimovic ha informato il ct Janne Andersson che il suo infortunio gli impedirà di partecipare ai prossimi Europei di quest'estate. Zlatan, speriamo di rivederti presto in campo». La stessa cosa che sperano i tifosi del Milan, già rassegnati a fare a meno del fuoriclasse per le ultime partite del campionato, decisive per centrare l'obiettivo della qualificazione alla prossima Champions League.
Non è solo il ginocchio del bomber ad aver fatto crac, ma anche le certezze del circolo rossonero. Giusto qualche settimana fa c'era stata la fumata bianca sul rinnovo del contratto di Ibra per un'altra stagione. Mino Raiola, agente del calciatore, ha strappato 7 milioni di ingaggio per un atleta che in ottobre taglierà il traguardo dei 40 anni. Sono riemersi gli spettri di febbraio, quando il centravanti era ancora infortunato e si era assentato da Milano per prendere parte al festival di Sanremo, suscitando più di qualche perplessità sulla sua condotta fra gli addetti ai lavori. Fra le tante bizzarrie di quella bizzarra settimana, non si può dimenticare il passaggio in motocicletta scroccato a uno sconosciuto per sgusciare via da un ingorgo in autostrada e presentarsi per tempo all'Ariston accanto ad Amadeus. Dall'altra parte ci sono 15 reti in campionato e una innata attitudine da leader, che hanno issato il Milan in zone di classifica che gli competono ma che da anni risultavano inavvicinabili. Con Ibrahimovic in rosa la squadra di Pioli ha performato egregiamente, benedetta dai gol di Zlatan ma soprattutto galvanizzata dalla sua presenza in spogliatoio. La stella scandinava con la propria luce ha illuminato e fatto sbocciare definitivamente talenti a metà del guado come Kessié e Calhanoglu, ha incanalato energie dirompenti come quelle di Theo Hernandez, spinto oltre i propri limiti gregari di sostanza come Davide Calabria e stimolato la crescita di campioncini come Hauge e Brahim Diaz. Tutta gente che, nel momento del bisogno, ha risposto presente e contribuito al successo. Dall'altra parte però c'è l'età che avanza, un fisico coltivato con professionalità maniacale ma ormai vecchio 40 primavere. Da una parte Ibrahimovic si risparmierà le fatiche di una competizione top da disputare in piena estate, in virtù di questo infortunio, e dopo le sei settimane di stop preventivate dallo staff medico potrà concentrarsi sul rientro con l'obiettivo di essere in bolla per agosto, quando riparitrà la Serie A.
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Finisce 3-2 a Torino dopo una lotta senza esclusione di colpi e una girandola di decisioni arbitrali contestate. Un espulso a testa, un rigore per l'Inter e due per i padroni di casa, che grazie a Juan Cuadrado vedono l'Europa.La federazione della Svezia annuncia il forfait di Zlatan Ibrahimovic per l'infortunio al ginocchio. E il Milan si interroga sulla tenuta del quarantenne per l'anno prossimo.Lo speciale contiene due articoli. Forse non è un caso che Juventus-Inter, derby d'Italia infuocato come tutti gli incontri di cartello, si sia giocato il 15 maggio, data di nascita dello scrittore russo Bulgakov, quello che scrisse Il maestro e Margherita, raccontando le gesta del diavolo mentre crea scompiglio sulla Terra. Nell'incontro tra bianconeri e nerazzurri in molti si attendevano il colpo di scena sulfureo. La compagine di Andrea Pirlo doveva vincere a ogni costo per restare aggrappata all'ultimo treno della Champions League e dare senso a una stagione a rischio deragliamento. I nerazzurri, con lo scudetto già in tasca, non vedevano l'ora di mettere la tremarella agli arcinemici di sempre, con Antonio Conte pronto a digrignare il dente avvelenato nei confronti dell'ex squadra del cuore. Nel mezzo, il plauso per la brigata atalantina di Gianpiero Gasperini. Tarantolata, micidiale, senza sovrastrutture e obblighi di blasone, ne ha rifilati quattro al Genoa (3-4 il risultato a Marassi), centrando la qualificazione alla massima competizione europea per il terzo anno consecutivo e cullando il sogno di mettere in bacheca la Coppa Italia, in vista della finale di mercoledì prossimo proprio contro la Vecchia Signora. La Juve è chiamata invece a sfoderare il fascino irresistibile degli ultimi nove anni per concretizzare l'impresa seduttiva: il 3-2 finale ne compatta gli orizzonti per la conquista del quarto posto e la autorizza a sperare nel miracolo sportivo inaspettato. Mister Pirlo conferma le anticipazioni della vigilia: Chiellini al centro della difesa assieme a De Ligt, a centrocampo Bentancur affianca Rabiot, Arthur si accomoda in panchina, fasce affidate a Cuadrado e Chiesa, in avanti CR7 e Kulusevski, con Morata e Dybala pronti a entrare a partita in corso. Dal canto suo, Conte ripropone i titolari della cavalcata di stagione: De Vrij torna in difesa, a centrocampo Brozovic, Barella ed Eriksen, con Hakimi e Darmian sulle fasce, la coppia di arieti Lukaku e Lautaro Martinez incaricata di dar fuoco alle polveri offensive. L'occasione per l'Inter era ghiotta. Alla luce del 2-0 dell'andata, avrebbe potuto vincere due partite contro la Juventus in Serie A. Non accadeva dalla stagione 2003/04, quando in panchina sedeva Alberto Zaccheroni. Anche per queste premesse, il nervosismo nei primi minuti era lampante. Ammonizione per Kulusevski al 13°, brutta entrata su Hakimi, giallo per Bentancur per fallo tattico su Lautaro, contatto rabbioso in area interista tra Darmian e Chiellini. L'arbitro Calvarese viene richiamato dal Var e decreta il rigore per i bianconeri, con ammonizione per Darmian. Cristiano Ronaldo si incarica del penalty, tira senza la consueta sicurezza, il portiere Handanovic intuisce, respinge, ma il portoghese non fa sconti e ribadisce in rete al secondo tentativo. Vantaggio Juve. Ma le pungolate nerborute non si arrestano. In un capovolgimento di fronte, in piena area della Juventus, De Ligt rifila un pestone a Lautaro Martinez. Siamo al trentaquattresimo. Intervento del Var che sancisce l'ennesimo tiro dal dischetto. Se ne prende carico lo specialista Lukaku, e affidare un rigore a lui è più sicuro che infilare un lingotto d'oro a Fort Knox. Szczesny spiazzato e pareggio per la compagine di Conte. Tre i minuti di recupero prima del fischio dell'intervallo, e la Juventus ritrova quel carattere che sembrava smarrito da diverse giornate. Kulusevski si inventa un cross, il pallone rimpalla sul difensore De Vrij, Cuadrado si avventa rapace e segna il gol del 2-1 con rimpallo sfortunato su Eriksen. Nel secondo tempo, i neocampioni d'Italia tentano di mischiare le carte inserendo Ivan Perisic, votato all'attacco e al guizzo dell'invenzione repentina, al posto di Matteo Darmian. Ma sono ancora i nervi tesi a farla da padrone. Rodrigo Bentancur interviene in maniera irregolare su Lukaku e si becca il secondo cartellino giallo. Le proteste dalla panchina fioccano, inizalmente Calvarese non pareva intenzionato a sanzionare l'intervento, poi cambia idea. Siamo al minuto 55, la Juventus è in dieci e Pirlo decide di coprirsi inserendo McKennie al posto della punta Kulusevski. Inizia un assedio interista destinato a far breccia. Eriksen scalda le mani al numero uno bianconero con una punizione insidiosa, De Ligt chiude in spaccata su cross di Perisic, Lautaro sfiora il gol da cineteca in rovesciata. Esce CR7, al suo posto spazio per Alvaro Morata. Il campione portoghese accetta il cambio senza battere ciglio. Ha speso parecchie energie e la benzina pare contata. Si approda agli ultimi dieci minuti, il neo entrato Vecino mette alla prova i riflessi di Szczesny, poi Barella crossa in area, la palla colpisce Chiellini ed entra in porta. Sulle prime Calvarese ravvisa una punizione a favore della Juventus, ma dopo un consulto col Var assegna la rete all'Inter. Il pareggio sembra gettare l'ombra orrorifica definitiva sulle speranze sabaude. Ma al minuto 86 accade quello che i tifosi bianconeri sperano. Contatto tra Perisic e Cuadrado in area nerazzurra, un altro rigore. Con CR7 sostituito, il tiratore designato è proprio Cuadrado. La conclusione è una sassata che gela Handanovic: 3-2 e tre punti che potrebbero cambiare il destino di mister Andrea Pirlo. Nessuno ha giocato con il freno a mano tirato. Non a caso, nel finale, il direttore di gara ha estratto altri cartellini. Doppio giallo a Brozovic, la prima volta per proteste, la seconda per un fallo tattico, ammonizione per l'eroe di serata, Cuadrado, dopo un'entrata su Barella. Il triplice fischio conclusivo arriva dopo 94 minuti di intensità senza quartiere e somiglia a un campanello d'allarme per Milan e Napoli, rivali della Juventus nel contendersi i due posti restanti per la prossima Champions League. I rossoneri di Stefano Pioli sono chiamati a ripetere la convincente prova di settimana scorsa contro il Torino misurandosi con il Cagliari, il Napoli di Gattuso farà visita alla Fiorentina, già salva e priva di ulteriori stimoli. Chi si aspettava un finale di stagione sulfureo è accontentato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-batte-linter-in-una-tonnara-e-resta-aggrappata-alla-champions-2653000603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zlatan-non-ce-la-fa-niente-europei" data-post-id="2653000603" data-published-at="1621106078" data-use-pagination="False"> Zlatan non ce la fa: niente Europei Zlatan non ce la fa. La notizia è arrivata da Stoccolma ieri in mattinata: sul palcoscenico dell'Europeo di questa estate, fra tante stelle non splenderà quella di Ibrahimovic. La lesione al ginocchio sinistro è troppo rognosa per poter ricostruire in tempo una condizione adeguata. La federazione del Paese scandinavo, dopo aver annunciato in pompa magna, appena qualche settimana fa, il rientro fra i ranghi del più forte giocatore svedese di ogni tempo (che era uscito non senza polemiche dal giro della nazionale), ha dovuto prendere atto della dura realtà: «Oggi Ibrahimovic ha informato il ct Janne Andersson che il suo infortunio gli impedirà di partecipare ai prossimi Europei di quest'estate. Zlatan, speriamo di rivederti presto in campo». La stessa cosa che sperano i tifosi del Milan, già rassegnati a fare a meno del fuoriclasse per le ultime partite del campionato, decisive per centrare l'obiettivo della qualificazione alla prossima Champions League. Non è solo il ginocchio del bomber ad aver fatto crac, ma anche le certezze del circolo rossonero. Giusto qualche settimana fa c'era stata la fumata bianca sul rinnovo del contratto di Ibra per un'altra stagione. Mino Raiola, agente del calciatore, ha strappato 7 milioni di ingaggio per un atleta che in ottobre taglierà il traguardo dei 40 anni. Sono riemersi gli spettri di febbraio, quando il centravanti era ancora infortunato e si era assentato da Milano per prendere parte al festival di Sanremo, suscitando più di qualche perplessità sulla sua condotta fra gli addetti ai lavori. Fra le tante bizzarrie di quella bizzarra settimana, non si può dimenticare il passaggio in motocicletta scroccato a uno sconosciuto per sgusciare via da un ingorgo in autostrada e presentarsi per tempo all'Ariston accanto ad Amadeus. Dall'altra parte ci sono 15 reti in campionato e una innata attitudine da leader, che hanno issato il Milan in zone di classifica che gli competono ma che da anni risultavano inavvicinabili. Con Ibrahimovic in rosa la squadra di Pioli ha performato egregiamente, benedetta dai gol di Zlatan ma soprattutto galvanizzata dalla sua presenza in spogliatoio. La stella scandinava con la propria luce ha illuminato e fatto sbocciare definitivamente talenti a metà del guado come Kessié e Calhanoglu, ha incanalato energie dirompenti come quelle di Theo Hernandez, spinto oltre i propri limiti gregari di sostanza come Davide Calabria e stimolato la crescita di campioncini come Hauge e Brahim Diaz. Tutta gente che, nel momento del bisogno, ha risposto presente e contribuito al successo. Dall'altra parte però c'è l'età che avanza, un fisico coltivato con professionalità maniacale ma ormai vecchio 40 primavere. Da una parte Ibrahimovic si risparmierà le fatiche di una competizione top da disputare in piena estate, in virtù di questo infortunio, e dopo le sei settimane di stop preventivate dallo staff medico potrà concentrarsi sul rientro con l'obiettivo di essere in bolla per agosto, quando riparitrà la Serie A.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 25 giugno con Carlo Cambi
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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