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2021-05-16
La Juve batte l’Inter in una tonnara e resta aggrappata alla Champions
(Jonathan Moscrop/Getty Images)
Forse non è un caso che Juventus-Inter, derby d'Italia infuocato come tutti gli incontri di cartello, si sia giocato il 15 maggio, data di nascita dello scrittore russo Bulgakov, quello che scrisse Il maestro e Margherita, raccontando le gesta del diavolo mentre crea scompiglio sulla Terra. Nell'incontro tra bianconeri e nerazzurri in molti si attendevano il colpo di scena sulfureo. La compagine di Andrea Pirlo doveva vincere a ogni costo per restare aggrappata all'ultimo treno della Champions League e dare senso a una stagione a rischio deragliamento. I nerazzurri, con lo scudetto già in tasca, non vedevano l'ora di mettere la tremarella agli arcinemici di sempre, con Antonio Conte pronto a digrignare il dente avvelenato nei confronti dell'ex squadra del cuore. Nel mezzo, il plauso per la brigata atalantina di Gianpiero Gasperini. Tarantolata, micidiale, senza sovrastrutture e obblighi di blasone, ne ha rifilati quattro al Genoa (3-4 il risultato a Marassi), centrando la qualificazione alla massima competizione europea per il terzo anno consecutivo e cullando il sogno di mettere in bacheca la Coppa Italia, in vista della finale di mercoledì prossimo proprio contro la Vecchia Signora. La Juve è chiamata invece a sfoderare il fascino irresistibile degli ultimi nove anni per concretizzare l'impresa seduttiva: il 3-2 finale ne compatta gli orizzonti per la conquista del quarto posto e la autorizza a sperare nel miracolo sportivo inaspettato. Mister Pirlo conferma le anticipazioni della vigilia: Chiellini al centro della difesa assieme a De Ligt, a centrocampo Bentancur affianca Rabiot, Arthur si accomoda in panchina, fasce affidate a Cuadrado e Chiesa, in avanti CR7 e Kulusevski, con Morata e Dybala pronti a entrare a partita in corso. Dal canto suo, Conte ripropone i titolari della cavalcata di stagione: De Vrij torna in difesa, a centrocampo Brozovic, Barella ed Eriksen, con Hakimi e Darmian sulle fasce, la coppia di arieti Lukaku e Lautaro Martinez incaricata di dar fuoco alle polveri offensive.
L'occasione per l'Inter era ghiotta. Alla luce del 2-0 dell'andata, avrebbe potuto vincere due partite contro la Juventus in Serie A. Non accadeva dalla stagione 2003/04, quando in panchina sedeva Alberto Zaccheroni. Anche per queste premesse, il nervosismo nei primi minuti era lampante. Ammonizione per Kulusevski al 13°, brutta entrata su Hakimi, giallo per Bentancur per fallo tattico su Lautaro, contatto rabbioso in area interista tra Darmian e Chiellini. L'arbitro Calvarese viene richiamato dal Var e decreta il rigore per i bianconeri, con ammonizione per Darmian. Cristiano Ronaldo si incarica del penalty, tira senza la consueta sicurezza, il portiere Handanovic intuisce, respinge, ma il portoghese non fa sconti e ribadisce in rete al secondo tentativo. Vantaggio Juve. Ma le pungolate nerborute non si arrestano. In un capovolgimento di fronte, in piena area della Juventus, De Ligt rifila un pestone a Lautaro Martinez. Siamo al trentaquattresimo. Intervento del Var che sancisce l'ennesimo tiro dal dischetto. Se ne prende carico lo specialista Lukaku, e affidare un rigore a lui è più sicuro che infilare un lingotto d'oro a Fort Knox. Szczesny spiazzato e pareggio per la compagine di Conte. Tre i minuti di recupero prima del fischio dell'intervallo, e la Juventus ritrova quel carattere che sembrava smarrito da diverse giornate. Kulusevski si inventa un cross, il pallone rimpalla sul difensore De Vrij, Cuadrado si avventa rapace e segna il gol del 2-1 con rimpallo sfortunato su Eriksen. Nel secondo tempo, i neocampioni d'Italia tentano di mischiare le carte inserendo Ivan Perisic, votato all'attacco e al guizzo dell'invenzione repentina, al posto di Matteo Darmian. Ma sono ancora i nervi tesi a farla da padrone. Rodrigo Bentancur interviene in maniera irregolare su Lukaku e si becca il secondo cartellino giallo. Le proteste dalla panchina fioccano, inizalmente Calvarese non pareva intenzionato a sanzionare l'intervento, poi cambia idea. Siamo al minuto 55, la Juventus è in dieci e Pirlo decide di coprirsi inserendo McKennie al posto della punta Kulusevski. Inizia un assedio interista destinato a far breccia. Eriksen scalda le mani al numero uno bianconero con una punizione insidiosa, De Ligt chiude in spaccata su cross di Perisic, Lautaro sfiora il gol da cineteca in rovesciata. Esce CR7, al suo posto spazio per Alvaro Morata. Il campione portoghese accetta il cambio senza battere ciglio. Ha speso parecchie energie e la benzina pare contata. Si approda agli ultimi dieci minuti, il neo entrato Vecino mette alla prova i riflessi di Szczesny, poi Barella crossa in area, la palla colpisce Chiellini ed entra in porta. Sulle prime Calvarese ravvisa una punizione a favore della Juventus, ma dopo un consulto col Var assegna la rete all'Inter. Il pareggio sembra gettare l'ombra orrorifica definitiva sulle speranze sabaude. Ma al minuto 86 accade quello che i tifosi bianconeri sperano. Contatto tra Perisic e Cuadrado in area nerazzurra, un altro rigore. Con CR7 sostituito, il tiratore designato è proprio Cuadrado. La conclusione è una sassata che gela Handanovic: 3-2 e tre punti che potrebbero cambiare il destino di mister Andrea Pirlo. Nessuno ha giocato con il freno a mano tirato. Non a caso, nel finale, il direttore di gara ha estratto altri cartellini. Doppio giallo a Brozovic, la prima volta per proteste, la seconda per un fallo tattico, ammonizione per l'eroe di serata, Cuadrado, dopo un'entrata su Barella. Il triplice fischio conclusivo arriva dopo 94 minuti di intensità senza quartiere e somiglia a un campanello d'allarme per Milan e Napoli, rivali della Juventus nel contendersi i due posti restanti per la prossima Champions League. I rossoneri di Stefano Pioli sono chiamati a ripetere la convincente prova di settimana scorsa contro il Torino misurandosi con il Cagliari, il Napoli di Gattuso farà visita alla Fiorentina, già salva e priva di ulteriori stimoli. Chi si aspettava un finale di stagione sulfureo è accontentato.
Zlatan non ce la fa: niente Europei
Zlatan non ce la fa. La notizia è arrivata da Stoccolma ieri in mattinata: sul palcoscenico dell'Europeo di questa estate, fra tante stelle non splenderà quella di Ibrahimovic. La lesione al ginocchio sinistro è troppo rognosa per poter ricostruire in tempo una condizione adeguata. La federazione del Paese scandinavo, dopo aver annunciato in pompa magna, appena qualche settimana fa, il rientro fra i ranghi del più forte giocatore svedese di ogni tempo (che era uscito non senza polemiche dal giro della nazionale), ha dovuto prendere atto della dura realtà: «Oggi Ibrahimovic ha informato il ct Janne Andersson che il suo infortunio gli impedirà di partecipare ai prossimi Europei di quest'estate. Zlatan, speriamo di rivederti presto in campo». La stessa cosa che sperano i tifosi del Milan, già rassegnati a fare a meno del fuoriclasse per le ultime partite del campionato, decisive per centrare l'obiettivo della qualificazione alla prossima Champions League.
Non è solo il ginocchio del bomber ad aver fatto crac, ma anche le certezze del circolo rossonero. Giusto qualche settimana fa c'era stata la fumata bianca sul rinnovo del contratto di Ibra per un'altra stagione. Mino Raiola, agente del calciatore, ha strappato 7 milioni di ingaggio per un atleta che in ottobre taglierà il traguardo dei 40 anni. Sono riemersi gli spettri di febbraio, quando il centravanti era ancora infortunato e si era assentato da Milano per prendere parte al festival di Sanremo, suscitando più di qualche perplessità sulla sua condotta fra gli addetti ai lavori. Fra le tante bizzarrie di quella bizzarra settimana, non si può dimenticare il passaggio in motocicletta scroccato a uno sconosciuto per sgusciare via da un ingorgo in autostrada e presentarsi per tempo all'Ariston accanto ad Amadeus. Dall'altra parte ci sono 15 reti in campionato e una innata attitudine da leader, che hanno issato il Milan in zone di classifica che gli competono ma che da anni risultavano inavvicinabili. Con Ibrahimovic in rosa la squadra di Pioli ha performato egregiamente, benedetta dai gol di Zlatan ma soprattutto galvanizzata dalla sua presenza in spogliatoio. La stella scandinava con la propria luce ha illuminato e fatto sbocciare definitivamente talenti a metà del guado come Kessié e Calhanoglu, ha incanalato energie dirompenti come quelle di Theo Hernandez, spinto oltre i propri limiti gregari di sostanza come Davide Calabria e stimolato la crescita di campioncini come Hauge e Brahim Diaz. Tutta gente che, nel momento del bisogno, ha risposto presente e contribuito al successo. Dall'altra parte però c'è l'età che avanza, un fisico coltivato con professionalità maniacale ma ormai vecchio 40 primavere. Da una parte Ibrahimovic si risparmierà le fatiche di una competizione top da disputare in piena estate, in virtù di questo infortunio, e dopo le sei settimane di stop preventivate dallo staff medico potrà concentrarsi sul rientro con l'obiettivo di essere in bolla per agosto, quando riparitrà la Serie A.
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Finisce 3-2 a Torino dopo una lotta senza esclusione di colpi e una girandola di decisioni arbitrali contestate. Un espulso a testa, un rigore per l'Inter e due per i padroni di casa, che grazie a Juan Cuadrado vedono l'Europa.La federazione della Svezia annuncia il forfait di Zlatan Ibrahimovic per l'infortunio al ginocchio. E il Milan si interroga sulla tenuta del quarantenne per l'anno prossimo.Lo speciale contiene due articoli. Forse non è un caso che Juventus-Inter, derby d'Italia infuocato come tutti gli incontri di cartello, si sia giocato il 15 maggio, data di nascita dello scrittore russo Bulgakov, quello che scrisse Il maestro e Margherita, raccontando le gesta del diavolo mentre crea scompiglio sulla Terra. Nell'incontro tra bianconeri e nerazzurri in molti si attendevano il colpo di scena sulfureo. La compagine di Andrea Pirlo doveva vincere a ogni costo per restare aggrappata all'ultimo treno della Champions League e dare senso a una stagione a rischio deragliamento. I nerazzurri, con lo scudetto già in tasca, non vedevano l'ora di mettere la tremarella agli arcinemici di sempre, con Antonio Conte pronto a digrignare il dente avvelenato nei confronti dell'ex squadra del cuore. Nel mezzo, il plauso per la brigata atalantina di Gianpiero Gasperini. Tarantolata, micidiale, senza sovrastrutture e obblighi di blasone, ne ha rifilati quattro al Genoa (3-4 il risultato a Marassi), centrando la qualificazione alla massima competizione europea per il terzo anno consecutivo e cullando il sogno di mettere in bacheca la Coppa Italia, in vista della finale di mercoledì prossimo proprio contro la Vecchia Signora. La Juve è chiamata invece a sfoderare il fascino irresistibile degli ultimi nove anni per concretizzare l'impresa seduttiva: il 3-2 finale ne compatta gli orizzonti per la conquista del quarto posto e la autorizza a sperare nel miracolo sportivo inaspettato. Mister Pirlo conferma le anticipazioni della vigilia: Chiellini al centro della difesa assieme a De Ligt, a centrocampo Bentancur affianca Rabiot, Arthur si accomoda in panchina, fasce affidate a Cuadrado e Chiesa, in avanti CR7 e Kulusevski, con Morata e Dybala pronti a entrare a partita in corso. Dal canto suo, Conte ripropone i titolari della cavalcata di stagione: De Vrij torna in difesa, a centrocampo Brozovic, Barella ed Eriksen, con Hakimi e Darmian sulle fasce, la coppia di arieti Lukaku e Lautaro Martinez incaricata di dar fuoco alle polveri offensive. L'occasione per l'Inter era ghiotta. Alla luce del 2-0 dell'andata, avrebbe potuto vincere due partite contro la Juventus in Serie A. Non accadeva dalla stagione 2003/04, quando in panchina sedeva Alberto Zaccheroni. Anche per queste premesse, il nervosismo nei primi minuti era lampante. Ammonizione per Kulusevski al 13°, brutta entrata su Hakimi, giallo per Bentancur per fallo tattico su Lautaro, contatto rabbioso in area interista tra Darmian e Chiellini. L'arbitro Calvarese viene richiamato dal Var e decreta il rigore per i bianconeri, con ammonizione per Darmian. Cristiano Ronaldo si incarica del penalty, tira senza la consueta sicurezza, il portiere Handanovic intuisce, respinge, ma il portoghese non fa sconti e ribadisce in rete al secondo tentativo. Vantaggio Juve. Ma le pungolate nerborute non si arrestano. In un capovolgimento di fronte, in piena area della Juventus, De Ligt rifila un pestone a Lautaro Martinez. Siamo al trentaquattresimo. Intervento del Var che sancisce l'ennesimo tiro dal dischetto. Se ne prende carico lo specialista Lukaku, e affidare un rigore a lui è più sicuro che infilare un lingotto d'oro a Fort Knox. Szczesny spiazzato e pareggio per la compagine di Conte. Tre i minuti di recupero prima del fischio dell'intervallo, e la Juventus ritrova quel carattere che sembrava smarrito da diverse giornate. Kulusevski si inventa un cross, il pallone rimpalla sul difensore De Vrij, Cuadrado si avventa rapace e segna il gol del 2-1 con rimpallo sfortunato su Eriksen. Nel secondo tempo, i neocampioni d'Italia tentano di mischiare le carte inserendo Ivan Perisic, votato all'attacco e al guizzo dell'invenzione repentina, al posto di Matteo Darmian. Ma sono ancora i nervi tesi a farla da padrone. Rodrigo Bentancur interviene in maniera irregolare su Lukaku e si becca il secondo cartellino giallo. Le proteste dalla panchina fioccano, inizalmente Calvarese non pareva intenzionato a sanzionare l'intervento, poi cambia idea. Siamo al minuto 55, la Juventus è in dieci e Pirlo decide di coprirsi inserendo McKennie al posto della punta Kulusevski. Inizia un assedio interista destinato a far breccia. Eriksen scalda le mani al numero uno bianconero con una punizione insidiosa, De Ligt chiude in spaccata su cross di Perisic, Lautaro sfiora il gol da cineteca in rovesciata. Esce CR7, al suo posto spazio per Alvaro Morata. Il campione portoghese accetta il cambio senza battere ciglio. Ha speso parecchie energie e la benzina pare contata. Si approda agli ultimi dieci minuti, il neo entrato Vecino mette alla prova i riflessi di Szczesny, poi Barella crossa in area, la palla colpisce Chiellini ed entra in porta. Sulle prime Calvarese ravvisa una punizione a favore della Juventus, ma dopo un consulto col Var assegna la rete all'Inter. Il pareggio sembra gettare l'ombra orrorifica definitiva sulle speranze sabaude. Ma al minuto 86 accade quello che i tifosi bianconeri sperano. Contatto tra Perisic e Cuadrado in area nerazzurra, un altro rigore. Con CR7 sostituito, il tiratore designato è proprio Cuadrado. La conclusione è una sassata che gela Handanovic: 3-2 e tre punti che potrebbero cambiare il destino di mister Andrea Pirlo. Nessuno ha giocato con il freno a mano tirato. Non a caso, nel finale, il direttore di gara ha estratto altri cartellini. Doppio giallo a Brozovic, la prima volta per proteste, la seconda per un fallo tattico, ammonizione per l'eroe di serata, Cuadrado, dopo un'entrata su Barella. Il triplice fischio conclusivo arriva dopo 94 minuti di intensità senza quartiere e somiglia a un campanello d'allarme per Milan e Napoli, rivali della Juventus nel contendersi i due posti restanti per la prossima Champions League. I rossoneri di Stefano Pioli sono chiamati a ripetere la convincente prova di settimana scorsa contro il Torino misurandosi con il Cagliari, il Napoli di Gattuso farà visita alla Fiorentina, già salva e priva di ulteriori stimoli. Chi si aspettava un finale di stagione sulfureo è accontentato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-batte-linter-in-una-tonnara-e-resta-aggrappata-alla-champions-2653000603.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zlatan-non-ce-la-fa-niente-europei" data-post-id="2653000603" data-published-at="1621106078" data-use-pagination="False"> Zlatan non ce la fa: niente Europei Zlatan non ce la fa. La notizia è arrivata da Stoccolma ieri in mattinata: sul palcoscenico dell'Europeo di questa estate, fra tante stelle non splenderà quella di Ibrahimovic. La lesione al ginocchio sinistro è troppo rognosa per poter ricostruire in tempo una condizione adeguata. La federazione del Paese scandinavo, dopo aver annunciato in pompa magna, appena qualche settimana fa, il rientro fra i ranghi del più forte giocatore svedese di ogni tempo (che era uscito non senza polemiche dal giro della nazionale), ha dovuto prendere atto della dura realtà: «Oggi Ibrahimovic ha informato il ct Janne Andersson che il suo infortunio gli impedirà di partecipare ai prossimi Europei di quest'estate. Zlatan, speriamo di rivederti presto in campo». La stessa cosa che sperano i tifosi del Milan, già rassegnati a fare a meno del fuoriclasse per le ultime partite del campionato, decisive per centrare l'obiettivo della qualificazione alla prossima Champions League. Non è solo il ginocchio del bomber ad aver fatto crac, ma anche le certezze del circolo rossonero. Giusto qualche settimana fa c'era stata la fumata bianca sul rinnovo del contratto di Ibra per un'altra stagione. Mino Raiola, agente del calciatore, ha strappato 7 milioni di ingaggio per un atleta che in ottobre taglierà il traguardo dei 40 anni. Sono riemersi gli spettri di febbraio, quando il centravanti era ancora infortunato e si era assentato da Milano per prendere parte al festival di Sanremo, suscitando più di qualche perplessità sulla sua condotta fra gli addetti ai lavori. Fra le tante bizzarrie di quella bizzarra settimana, non si può dimenticare il passaggio in motocicletta scroccato a uno sconosciuto per sgusciare via da un ingorgo in autostrada e presentarsi per tempo all'Ariston accanto ad Amadeus. Dall'altra parte ci sono 15 reti in campionato e una innata attitudine da leader, che hanno issato il Milan in zone di classifica che gli competono ma che da anni risultavano inavvicinabili. Con Ibrahimovic in rosa la squadra di Pioli ha performato egregiamente, benedetta dai gol di Zlatan ma soprattutto galvanizzata dalla sua presenza in spogliatoio. La stella scandinava con la propria luce ha illuminato e fatto sbocciare definitivamente talenti a metà del guado come Kessié e Calhanoglu, ha incanalato energie dirompenti come quelle di Theo Hernandez, spinto oltre i propri limiti gregari di sostanza come Davide Calabria e stimolato la crescita di campioncini come Hauge e Brahim Diaz. Tutta gente che, nel momento del bisogno, ha risposto presente e contribuito al successo. Dall'altra parte però c'è l'età che avanza, un fisico coltivato con professionalità maniacale ma ormai vecchio 40 primavere. Da una parte Ibrahimovic si risparmierà le fatiche di una competizione top da disputare in piena estate, in virtù di questo infortunio, e dopo le sei settimane di stop preventivate dallo staff medico potrà concentrarsi sul rientro con l'obiettivo di essere in bolla per agosto, quando riparitrà la Serie A.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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